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Pubblicare con una Casa Editrice, evitando il self-publishing

Pubblicare con una Casa Editrice

Questo è un guest post di Salvatore Anfuso.

Il self-publishing ha avuto il grandissimo merito di mettere all’angolo la truffa delle case editrici a pagamento. Quelle, cioè, che ti pubblicano, sì, – anche se hai scritto delle immense boiate, anche se non sei né sarai mai uno scrittore nemmeno per intercessione divina, anche se il tuo manoscritto è scritto in modo tale da poter essere letto solo da un nepalese alcolizzato benché il tuo intento fosse di redigerlo in italiano –, ma dietro compenso monetario.

Ha avuto, però, anche il pessimo merito di permettere l’introduzione nel mercato librario di una quantità tale di spazzatura da far rivoltare nella tomba tutti i grandi autori già morti e in parte anche quelli ancora vivi di questa nostra penisola. Tutta quella spazzatura non è innocua, non può esserlo; ha un effetto radioattivo a lungo termine. Per dirla in altre parole: abbiamo infettato l’ambiente editoriale e prima o poi ne pagheremo le conseguenze.

L’effetto radioattivo

Certo, c’è anche lʼélite, ci sono manoscritti di merito pubblicati in self e il digitale spesso salva dall’oblio quelle pubblicazioni fuori stampa diventate introvabili. Bisogna però fare una grossa distinzione tra self e digitale. Il digitale buono è quello che passa comunque attraverso il filtro di una Casa Editrice (rigorosamente in maiuscolo per sottolinearne il merito); di self buono, invece, in giro ce n’è poco. C’è, di sicuro, ma poco.

Sospetto, ma non ho dati per confermarlo, che il self-publishing in Italia abbia fatto più male che bene al mercato librario. Si voleva con esso scardinare l’arroganza delle Case Editrici (quelle buone, quelle che non si fanno pagare la pubblicazione), operazione che in Italia non è, per fortuna, riuscita, e invece come effetto abbiamo ottenuto solo lʼinduzione nei lettori di una certa diffidenza. Sicuri che tutta quella spazzatura non abbia allontanato qualche lettore dalla lettura? Io, personalmente, oggi leggo meno digitale e più cartaceo rispetto a un anno fa. E il digitale che leggo, lo scelgo rigorosamente tra le pubblicazioni passate attraverso un filtro editoriale.

Non so più trovare una cifra attendibile sulla quantità di pubblicazioni giornaliere in Italia, ma è una cifra piuttosto alta e s’intende solo quella prodotta da Case Editrici. Con il self-publishing il numero di pubblicazioni è triplicato, se va bene. Ora, in un Paese dove già si stenta a leggere – per una semplice legge della domanda e dellʼofferta: più quantità di un certo prodotto è presente in un dato mercato, minore è il valore monetario di quel prodotto lì – ha davvero senso introdurre altra merce? Quindi, il self, buono o cattivo, ha avuto comunque il demerito di far abbassare il valore (monetario) della scrittura. Se i prezzi in libreria non si sono abbassati di conseguenza (ma neanche i distributori di benzina seguono pedissequamente le quotazioni del greggio), è perché non se lo possono permettere.

La percezione che si ha, cioè, verso i prodotti letterari oggi è che valgano poco. In un mondo in cui puoi collegarti a internet e non smettere di leggere a gratis per tutto il giorno, o in cui puoi scaricarti tonnellate di macerie radioattive a 0,99 euro, che percezione si può avere della narrativa? Che valore (monetario) diamo ai libri? Possiamo ancora guardare a quelle pubblicazioni da 20 euro e non storcere il naso? Eppure quei 20 euro lì sono giustificati. Spendiamo tonnellate di euro in robacce (andando dal McDonald ad esempio, o acquistando ammennicoli di cui non ci facciamo nulla) e storciamo il naso per venti miseri euro da spendere per un buon libro?

Ci lamentiamo tanto della mega Mondazzoli, creata da poco con l’acquisizione di Rizzoli libri da parte del gruppo Mondadori, inneggiando all’indipendenza intellettuale e paventando un mondo dominato da libri approvati dal sistema, eppure non ci accorgiamo che con il self abbiamo avvantaggiato solo Amazon a danno delle nostre Case Editrici native; quelle, cioè, che pubblicano buona narrativa e che lo fanno con tutta l’indipendenza intellettuale di cui sono capaci. Amazon è un colosso che ingurgita i vostri fallimenti; che si nutre delle vostre speranze. Nel self l’unico a guadagnarci è un colosso ancora più grande di Mondazzoli. Perché, come autori, non penserete davvero di guadagnare qualcosa attraverso il self-publishing, vero? I singoli autori guadagnano briciole; è Amazon a ingrassare. E lo fa a scapito della nostra Editoria.

A che serve il filtro editoriale?

A distinguere un prodotto valido da uno scadente. A pubblicare buona narrativa, quella che al di là dei gusti personali vale comunque la pena leggere, scartando le macerie radioattive. A monte del lettore c’è già chi fa questo lavoro di scrematura, si chiama: editore. Ma il ruolo dell’editore non è solo questo. Il suo ruolo è anche quello di cullare gli scrittori in erba, permettendogli di crescere senza dover fare due lavori per mantenersi. La buona editoria è quella che screma il potenziale dalla spazzatura, lo imbelletta per renderlo gradevole al lettore e paga (PAGA!) l’autore.

E ma anche in libreria c’è tanta merda…!

In libreria c’è tanta merda perché esistono anche i lettori coprofagi, quelli cioè a cui la merda piace. Però è merda di qualità. È merda scelta con cura. È merda filtrata e raffinata. Ben altra storia rispetto alla merda che potreste trovare su Amazon a 99 centesimi (o aggratisse).

E ma anche nei libri degli editori ci stanno i refusi!

E certo! Ci stanno i refusi perché nessuno è esente dall’errore, ma anche perché, in Italia, il lavoro che prima facevano in tre adesso lo fa uno solo e pure sottopagato. Questo non vale solo nell’editoria. Lo vedo anche nell’industria. Io, ad esempio, lavoro con grandi gruppi industriali (Ferrari, Alcoa, Zanussi, per citarne alcuni), e la storia non è diversa. Si deve risparmiare e il costo più alto nell’industria è quello umano. Quindi, uno degli altri prodotti del self è stato anche quello di far entrare ancora più in crisi l’industria del libro (processo che, però, c’è da dire, era già cominciato ben prima), costringendo le Case Editrici a tagliare personale e sottopagare (pagare?) gli stagisti che sono costrette ad “assumere”.

E ma se non mi auto-pubblico non mi pubblica nessuno!

L’universo se ne farà una ragione. Prova a fartene una ragione anche tu. Capisco che pubblicare il proprio “romanzo nel cassetto” sia il sogno più grande dell’italiano medio (non meno che vincere la Coppa dei Campioni immaginandosi cannoniere, o la coppa Davis a suon di racchettate), ma sei sicuro che è davvero quello che vuoi dalla vita? Sicuro sicuro? Ok! Allora, se ne sei così sicuro, perché non smetti di scrivere boiate, non inizi a ripassarti la grammatica, e non leggi magari anche un pochino di più? Forse, un giorno, qualcosa di bello potresti scriverlo anche tu e allora magari qualcuno che ti pubblica lo trovi.

Essere pubblicati in Italia

Dicono che in Italia sia difficile non farsi pubblicare. L’ho letto più volte e da più parti in questi ultimi tempi. Non so se sia vero. Io non c’ho ancora provato. So, però, che quando mi sentirò pronto per pubblicare (e avrò un libro pubblicabile), sceglierò la strada del filtro editoriale. Sono due anni ormai che mi occupo a “tempo pieno” di scrittura creativa. Un po’ poco per avere grandi pretese, ma a sufficienza per essermi fatto un’idea precisa di cosa voglio:

  1. Non voglio pubblicare a tutti i costi
  2. Non voglio pubblicare per auto-affermarmi
  3. Voglio pubblicare con un editore che stimo
  4. Voglio pubblicare narrativa buona, che valga la pena d’essere letta
  5. Voglio, soprattutto, scrivere bene cose che mi piacerebbe leggere

Dei perché e dei percome ne parlerò in un altro post, a casa mia. In questo mi sono già dilungato parecchio. E voi, che volete voi?

Il guest blogger

Vendo sogni, ma vorrei scrivere certezze. Leggo da prima di avere imparato a farlo e scrivo da prima di aver imparato a leggere. Mi sono lanciato da un’altezza di 4000 metri svariate volte e sono sempre sopravvissuto. Ho frequentato lettere all’Università, un corso alla Holden e un corso da Giulio Mozzi e sono sopravvissuto pure a quelli. Ho avuto un cane che non era mio, una compagna che mi ha mollato e un’insana passione per il Roquefort ormai scaduta. Adesso sto lavorando al mio ennesimo romanzo (quello buono), solo che gli altri non li ho mai conclusi. Restate in campana dunque, non si sa mai. Nel frattempo vi invito a leggere i miei post e i miei racconti. Alcuni sono davvero brutti, ma qui e là qualcuno si salva. Soprattutto, però, sono convinto di una cosa, una soltanto: «Credere nei sogni, li fa realizzare!».

166 Commenti

  1. Rodolfo
    20 ottobre 2015 alle 07:15 Rispondi

    Com’è noto, Daniele, non sono d’accordo con tale posizione.

    Ritengo che il self-publishing abbia fatto più bene (molto più bene) che male. Naturalmente c’è self e self e bisogna essere professionali e non pubblicare le prime cose che ti vengono in mente senza un editing, senza un’impaginazione professionale, eccetera.

    Ma siamo sicuri sicuri che un certo dilettantismo che si trova in certe pubblicazioni self-publishing non si trovino anche in certe pubblicazioni con case editrici (anche rinomate)?

    E perché un autore dovrebbe ringraziare di essere pubblicato da una casa editrice quando la percentuale all’autore è risibile e ridicola? Senza, tra le altre cose, nessun piano di marketing, nessuna comunicazione, in molti casi anche senza distribuzione?

    Insomma, perché uno scrittore dovrebbe dare il 90% degli incassi del suo libro quando la casa editrice (e non parlo dell’ultima casa editrice, ma anche di Mondadori, a meno che non ti chiami Saviano) fa un editing scarso, Marketing zero e distribuzione vicina al nulla?

    In questo caso, se si vuole vivere di scrittura e non vederla come un hobby, la soluzione migliore è attualmente ancora il self-publishing. Anche se, ribadisco, deve essere fatto in maniera professionale distinguendosi dal dilettantismo (quindi: editing, impaginazione, marketing, eccetera).

    Ciao.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 09:08 Rispondi

      Esattamente come c’è self e self, c’è editoria e editoria. Tuttavia, in Italia – visto che il nostro mercato di riferimento è questo e non un altro – conosci qualcuno che con il self è diventato famoso (nel senso di conosciuto) o si è arricchito (nel senso di aver portato a casa almeno uno stipendio)? Certo: la differenza tra il fare una cosa bene, professionalmente, o male, da dilettante, è una differenza valida tanto nell’editoria quanto nel self… ma il punto non è questo, il punto è: se di dovessi operare di cuore preferiresti farti operare da un professionista, correndo il rischio che possa non essere professionale, o farlo da solo perché così dimostri tutto il tuo disprezzo per le aziende sanitarie pubbliche? La differenza tra un prodotto professionale e uno dilettantesco è che il primo ha dovuto passare il filtro editoriale, il secondo no. Certo che può esserci anche buona narrativa nel self, ma per giungere al lettore non ha comunque passato alcun filtro. Si potrebbe obbiettare che il filtro lo fa direttamente il lettore, ma il lettore non può leggere tutto quello che viene pubblicato in self e poi dire: «Ok, questo è bello e questo è uno schifo…». Anche se scrivi un capolavoro finirà per essere sommerso e nascosto da tutto il resto. L’idea che mi dà il self è della solita scorciatoia un po’ facilona. Non è così per tutti, potenzialmente l’idea era molto buona, ma in Italia è così che è andata a finire.

      • Rodolfo
        20 ottobre 2015 alle 14:53 Rispondi

        Al di là che il self non è solo narrativa…e dunque…sì li conosco (ad esempio la grand parte dei marketer che tutti conosciamo hanno iniziato a incrementare la loro autorevolezza proprio attraverso il self).

        Detto questo io non condivido assolutamente e contesto il fatto che la professionalità sia data dalla casa editrice (se vedessi alcuni che vi lavorano cambieresti idea…ieri) mentre chi pubblica in self…no.

        Perché quando dico che devi realizzare un prodotto professionale (per l’editing, l’impaginazione, eccetera) dico che devi affidarti a dei professionisti (che siano freelance o meno). E questo sarebbe operarsi da solo? Non mi sembra.

        E poi a proposito di professionismo… diciamocelo tra i denti… la maggior parte tra le case editrici italiane è un misto di improvvisazione e dilettantismo.

        La differenza, l’unica differenza che io vedo, sono le percentuali che do alle case editrici avendo in cambio, nella maggior parte dei casi, nulla (poi se uno è fortunato e trova Einaudi che vuole puntare su di te, ovviamente, deve accettare, io parlo nella maggior parte dei casi).

        Ciao.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 16:46 Rispondi

          Ci sono anche case editrici che lavorano male, certo, così come ci sono meccanici che lavorano male, carrozzieri che lavorano male, pizzaioli che ti sformano certe pizze non lievitate… Però potenzialmente sono dei professionisti per ché lo fanno per lavoro. Se io mi auto-pubblico, non lo faccio (plausibilmente) per lavoro. Magari faccio l’impiegato, ma con il pallino del romanzo nel cassetto. E se devo rivolgermi a qualcuno che mi faccia l’editing, e poi l’impaginazione, e poi la copertina, e poi la correzione di bozze… quella percentuale in più che guadagnerei pubblicando in self la spendo così (e forse anche di più), mi spiego? Inoltre posso rivolgermi ai migliori professionisti, ma se scrivo spazzatura: spazzatura rimane. La casa editrice, invece, che fa? mica si mette a migliorare il mio manoscritto; semplicemente non mi pubblica evitandomi una figuraccia. Il discorso è tutto qui.

  2. Serena
    20 ottobre 2015 alle 07:18 Rispondi

    Mamma che noia. Il solito rant contro il self Publishing privo di logica e lucidità. Ho trovato almeno tre grosse… Come chiamarle? Cavolate? Sì, potrebbe andare. Solo che adesso non ho proprio tempo perché tra poco porto mio figlio a scuola. Mi tocca tornare stasera con calma. Ma adesso che ci penso, magari anche no. Devo finire con urgenza una piastrella all’uncinetto. Yawn.

    • Serena
      20 ottobre 2015 alle 07:25 Rispondi

      …il solito rant, privo di logica e lucidità, contro il Self Publishing. Così è più chiaro.

      • Rodolfo
        20 ottobre 2015 alle 07:27 Rispondi

        Si capiva Serena ;)

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 09:09 Rispondi

      Occhio, Serena, le piastrelle è meglio se le fai installare da un professionista, o preferisci il self pure in quello?

      • Serena
        20 ottobre 2015 alle 10:17 Rispondi

        Leggi bene, Salvatore: parlo di piastrelle all’uncinetto. Le installo su una bella coperta e sì, lo faccio da sola. Sono pure piuttosto brava, stasera posto una bella foto su Facebook, pubblica, così se vuoi la vedi pure tu.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 11:07 Rispondi

          Hai ragione: non ho letto bene. Non so neanche cosa sia una piastrella all’uncinetto. Proverò a buttare un occhio questa sera. ;)

    • Gas
      22 ottobre 2015 alle 01:05 Rispondi

      Peraltro senza alcun dato a supporto. Questo è tutto ranting per autoconvincersi di qualcosa (senza aver mai provato nulla nè di una cosa nè di altra).
      PROUST fu in self publishing.
      Lo fu perfino HUGO.
      Lo fu PIRANDELLO.
      Non erano professionisti?

      Anfuso, hai confuso XD.

      • Salvatore
        22 ottobre 2015 alle 09:14 Rispondi

        Lo fu anche Montale, se è per questo, ma almeno loro sapevano scrivere. :)

  3. Rodolfo
    20 ottobre 2015 alle 07:24 Rispondi

    Un piccolo p.s: per essere self-publishing non è necessario andare su Amazon. Anzi, personalmente lo sconsiglio. Basta avere un proprio blog e una “lista”. Sì io ritengo che, oggi, casa editrice o self-publishing ha poca importanza, uno scrittore (che sia un romanziere o un saggista) debba essere anche imprenditore di sé stesso e marketer.

    p.p.s: Avendo lavorato per anni nel mondo editoriale, ma ne parleremo quando scriverai un post apposito, ti assicuro che (purtroppo) la realtà è un po’ diversa da quella che racconti. E non è un destino cieco e baro né colpa del selfpublishingbbbrutto l’incapacità, la totale mancanza di voglia di promuovere i loro libri, di un editing ridicolo della maggior parte delle case editrici italiane. Senza fare sempre l’esempio degli Stati Uniti, ma lì vi è un caso esemplare, da ogni punto di vista. Lì il self publishing (di qualità e per ogni genere) ha successo e, al tempo stesso, hanno successo anche i libri pubblicati da case editrici (dove mai ho trovato strafalcioni come succede nel caso italiano). A dimostrazione che possono convivere e che non bisogna fare nessuna guerra o prendere nessuna posizione. Né da una parte né dall’altra.

    Ciao.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 12:18 Rispondi

      Tempo fa, Rodolfo, avevo invitato nel mio blog Narcissus, per parlare dei servizi offerti a chi si vuole auto-pubblicare. È stata un’esperienza interessante, ma già allora nutrivo dei dubbi.
      Ti aspetto nel mio blog. Sicuramente scriverò altri post che parlano della mia fantasia più ardita: pubblicare con una CE che stimo. 

      P.S. poi il buono e il cattivo stanno ovunque, per carità.

    • Giuseppe
      13 marzo 2016 alle 18:21 Rispondi

      Salvatore, nn voglio addentrarmi sull’inutile diatriba sul self e sulle Case Editrici, ma tengo a rimarcare questo importante detto: De gustibus non disputandum est. Perché è così scontato che un prodotto che è uscito dopo un ‘filtro editoriale’ debba essere così bello e piacere per forza? Ovviamente nn sto parlando di estetica, correzioni e di come si presenta uno scritto, perché è naturale che sia tutto perfetto se si decide che sia ‘degno’ di stare in libreria, ma di contenuto, trama ecc. Io nn andrò mai a comprare un libro di narrativa solo perché edito da Rizzoli o Mondadori, perché se si ha questa presunzione qualitativa dettata solo dal nome si insulta la personalità di chi ti legge. Non siamo pecoroni. Per me l’autrice di un romanzo rosa (esempio!) che riceve complimenti da tutti perché ha scritto un best seller pubblicato da un grosso nome, può fare comunque una figuraccia ai miei occhi perché potrei ritenere il suo un argomento insulso e stupido.. Quindi chiunque corre il rischio di male esporsi . . . . Cordialmente!

  4. Nuccio
    20 ottobre 2015 alle 09:00 Rispondi

    Dopo la prima pubblicazione della silloge poetica (a cui avrei potuto apportare delle limature prima della pubblicazione se solo fossi stato ben consigliato, invece che buttato all’arrembaggio) ho rifiutato e rifiuto ancora (dal 2007) le altre proposte (con modica spesa) di altre case editrici. Partecipo solo a concorsi senza tassa di lettura per puro divertimento. Per essere pubblicati occorre crearsi un “entourage” ben addentro all’editoria, cosa che si può raggiungere se si fa parte dell’ambiente “allargato” (professori universitari, giornalisti editorialisti e compagnia allegra) che costituisce una bella famiglia. Questa è la mia esperienza che vi sottopongo. Cordialmente.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 09:13 Rispondi

      Ciao Nuccio, non hai torto a dire che quella dell’editoria è una comunità e come in ogni comunità bisogna entrarci dentro, facendosi conoscere. Questo però vale in tutti i settori e non è un male. Anzi, secondo me il male è l’assenza di gavetta verso cui ci si muove nell’epoca contemporanea. L’idea che si possa fare tutto, d’essere in grado di fare ogni cosa da soli e senza apprendimento, è un0idea egocentrica. Poi ci possono essere esperienze negative, come mi pare di capire essere stata la tua, e esperienze positive. Come si dice: è questione di fortuna.

  5. Grazia Gironella
    20 ottobre 2015 alle 09:07 Rispondi

    Mi sembra difficile risolvere la questione pro-contro il self-publishing, a mio parere mal posta fin dall’inizio. Quello che è bene per il singolo – quindi un discorso di io-ho-il-diritto-di far conoscere le mie storie, non essere sfruttato eccetera – non implica necessariamente un bene per la collettività. C’è del vero nelle parole “l’universo se ne farà una ragione, prova a fartene una ragione anche tu”. Certo, a chi non piace l’idea di avere il massimo delle possibilità di essere conosciuto e apprezzato? Ma da qui a dire che il mondo ha bisogno dei nostri scritti… no, qui mi dissocio. Come lettrice, non faccio esperimenti su autori autopubblicati, a meno che non li conosca per qualche motivo, e sinceramente schivo anche gli editori più sconosciuti, perché spesso la selezione dei testi non è ottima e l’editing è carente o del tutto assente. So bene che anch’io posso essere penalizzata da atteggiamenti come il mio, in quanto scrittrice poco conosciuta, ma lo considero normale. La proporzione tra testi buoni e testi carenti, tra gli autopubblicati, è troppo sbilanciata verso i secondi. I filtri servono, e se le maglie sono fitte, per la collettività è meglio, anche se per il singolo no. Se poi si vuole inventare un filtro diverso dall’editoria tradizionale, magari è pure possibile. Senza filtri, secondo me l’autopubblicazione somiglia troppo al vanity press in versione gratuita.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:02 Rispondi

      Grazie Grazia, siamo allineati.

    • Chiara Mazza
      18 luglio 2016 alle 12:34 Rispondi

      Trovato molto d’accordo anche me.
      Penso inoltre, facendo un passetto oltre, che il filtro sia ottimo anche per il singolo oltre che per la collettività: sapere che la tua opera è stata giudicata valida da lettori comprovati e professionisti seri dà motivazione oltre che valore all’opera. Se nessuno ti valuta oppure ti valuta qualcuno senza professionalità o serietà (questo ovviamente succede anche dentro a molte case editrici) la tua scrittura ne esce molto screditata principalmente tra te e te. Potresti sempre dirti: “certo, me l’hanno valutato bene, ma avrebbero valutato bene chiunque”. Per me è un po’ come uscire con quello che ci prova con tutte… sì, ti trova carina, ma… come le altre 800 mila che ti hanno preceduta… Vuoi mettere uscire con quello che ti corteggia perché trova che sei cento volte meglio di tutte le altre in circolazione e non vorrebbe che te?
      Non so…
      Per me personalmente, al di là di far conoscere la mia opera, questo feed-back è vitale, per sentire che la mia opera ha valore e per questo si fa naturalmente conoscere, non per altro.

  6. Chiara
    20 ottobre 2015 alle 09:14 Rispondi

    Anche se non c’erano indicazioni che facessero pensare a un guest-post, ho riconosciuto Salvo dopo tre righe. Io sinceramente non mi sento così ostile nei confronti del self-publishing, purché si tratti di un self guidato: l’autore non sbatte il manoscritto su Amazon senza nemmeno averlo riletto ma INVESTE per renderlo un prodotto di qualità. In questo modo, l’autore mantiene la propria libertà. Anche io, come sai, ho ripreso a scrivere da poco. Il romanzo – considerando il poco tempo che ho a disposizione – non sarà concluso a breve. E perché aspettare ancora che qualcuno dall’altro lo ritenga idoneo alla pubblicazione? Se riesco a mettere su un buon team (beta, grafico ecc) posso intanto farmi conoscere. E magari con il secondo romanzo sarà più facile agganciare una CE….
    Al momento questa è solo un’idea, che potrebbe essere messa in discussione. Però ogni possibilità merita di essere valutata. :)

    • Daniele Imperi
      20 ottobre 2015 alle 09:35 Rispondi

      Sotto il titolo c’è scritto “Guest post di Salvatore Anfuso” :)

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:06 Rispondi

      Ma se scrivi qualcosa di bello perché una casa editrice non dovrebbe essere interessata a pubblicarti, e magari anche bene? Non voglio scadere nella banalità del tipo: “chi sceglie il self è perché non se lo fila nessuno”; il self può essere una risorsa, ma per chi è già conosciuto e se fatto bene. Alla fine, però, la questione era un’altra: a te cos’è che darebbe maggiore soddisfazione: pubblicare e basta, o pubblicare attraverso il filtro editoriale, cioè con un editore che stimi e di cui leggi i libri? A me, il secondo. :)

      • Chiara
        20 ottobre 2015 alle 11:22 Rispondi

        @Daniele, non l’avevo visto!

        @Salvo: tu pensi davvero che scrivere un bel libro sia sufficiente per essere pubblicati con una casa editrice? Le dinamiche in ballo non sono controllabili. I miei beta dicono che sto scrivendo una bella storia, e che quella storia ha un target abbastanza definito. E credimi che a me piacerebbe molto pubblicare con una casa editrice, specialmente. Ma questo ha i suoi pro e i suoi contro. E forse solo con il romanzo concluso riuscirò a capire cosa sia meglio farne. Di una cosa però sono certa: se deciderò di auto-pubblicarmi, non lo farò ad minchiam come molti, ma sarà un’operazione curata in ogni minimo dettaglio.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 12:10 Rispondi

          Ecco, vedi Chiara, che hai delle preferenze editoriali? Allora perché non provarci? E poi, sì: ritengo che basta scrivere bene una bella storia per essere pubblicati da un editore. Sarò un romantico… È esclusa dal ragionamento la letteratura di nicchia, che ha effettivamente delle dinamiche diverse.

          • Chiara
            20 ottobre 2015 alle 12:26 Rispondi

            @Salvo: io non ho mai detto che non ci proverò. Non so ancora cosa farò, però sto vagliando diverse possibilità perché – anche se manca ancora un po’ di tempo prima che il romanzo sarà pronto – quando verrà il momento voglio avere le idee chiare. Per questo dico che non escludo a priori il self-publishing. Solo con l’opera conclusa fra le mani potrò decidere la sua sorte, ma intanto cerco di informarmi il più possibile.

          • Chiara Mazza
            18 luglio 2016 alle 12:37 Rispondi

            Anche io penso che una buona storia scritta bene trovi un editore. Un editore serio però ;)

      • Simona C.
        20 ottobre 2015 alle 11:54 Rispondi

        Tutti vorrebbero pubblicare con un grande editore per i servizi professionali che offre, ma da lettrice non guardo il marchio sulla copertina. Seguo e stimo gli autori, non gli editori. Se un libro mi interessa, non m’importa se lo pubblica Mondadori, Edt o Feltrinelli. Autori che mi piacciono hanno spesso cambiato casa editrice e ho comprato lo stesso i loro libri.

        • Chiara
          20 ottobre 2015 alle 12:00 Rispondi

          Lo so, ma un esordiente magari ha dei riferimenti “ideali”: c’è una casa editrice di cui ho apprezzato quasi tutti i libri letti. Ovviamente, al piacere della pubblicazione in sé, si aggiungerebbe una soddisfazione aggiuntiva se decidessero di inserire un mio romanzo in una della loro collana. Nessuno snobismo, in questo assunto.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 12:11 Rispondi

          Be’, Simona, come autore, se posso permettermelo, ho certamente delle preferenze tra le case editrici… In fondo non vorresti anche tu pubblicare con quella casa editrice che pubblica quasi tutti i libri che leggi?

          • Simona C.
            20 ottobre 2015 alle 15:41 Rispondi

            Io non ho preferenze, ma se puntassi a un genere particolare cercherei ovviamente una casa editrice che tratta principalmente quello. Mondadori e Feltrinelli pubblicano quasi di tutto, non so se nella mia biblioteca personale ho più libri dell’uno o dell’altro, insieme a una marea di altri editori.

        • Federica
          21 ottobre 2015 alle 12:13 Rispondi

          Sono d’accordo con te Simona C.
          Mi piace valutare i contenuti più che le copertine e i nomi. Sicuramente nel self publishing ci sono tante porcherie, come nelle edizioni Mondadori and co. del resto.
          Alcuni libri comprati da case editrici indipendenti (magari auto prodotte) mi hanno fatto scoprire tesori che forse diversamente non avrei mai scoperto.

  7. Grilloz
    20 ottobre 2015 alle 09:18 Rispondi

    Caro Daniele, mi sa che con questo guest post ti attirerai un po’ di ire ;)
    Caro Salvatore, mi sento di condividere quasi tutto ciò che hai scritto, tranne una cosa: “Il suo ruolo è anche quello di cullare gli scrittori in erba, permettendogli di crescere senza dover fare due lavori per mantenersi”. Ne ha parlato anche Daniele qui da qualche parte, temo che al giono d’oggi in italia gli autori che possono davvero vivere solo di scrittura siano davvero pochi, e quelli che vivono di sola letteratura (che sono comunque pochi) lo fanno con attività parallele (organizzazione di corsi, presentazioni, altre attività editoriali etc.)
    Per il resto io sono un lettore e ragiono da lettore, e come lettore ho deciso di non leggere self, proprio perchè non ho tempo di perdermi in mille cose inleggibili per trovare un testo passabile (e non basta aver pagato qualcuno per fare l’editing per far diventare automaticamente un testo terribile un capolavoro, sarà semplicemente un testo terribile con pochi strafalcioni).
    Quanto il self publishing abbia danneggiato l’editoria tradizionale creando quel rumore di fondo che rende difficile peril lettore trovare un buon libro, o quanto l’abbia invece aiutata, spostando sul self testi che avrebbero altrimenti affogato le redazioni delle case editrici, non lo so dire, ma sono convinto che il suo effetto lo abbia.
    Oltre tutto il self publishing non è neanche un mondo meritocratico dove il testo migliore alla fine emerge, emerge il più furbo, chi ha più amici su facebook, chi riesce a “comprarsi” più recensioni positive per scalare le classifiche.
    Ciò che mi spaventa di più è che a rimetterci non siano le grandi Mondazoli o Feltrinelli, ma proprio i piccoli e grandi editori indipendenti che fanno bene il loro lavoro a fonte di tanti sacrifici.

    • Daniele Imperi
      20 ottobre 2015 alle 09:36 Rispondi

      Qui vale la regola della libertà di parola, diritto di ogni individuo :)

      • Grilloz
        20 ottobre 2015 alle 14:31 Rispondi

        E lo so ;) Però devo dire che ne è uscita una bella discussione, tema caldo, oserei dire

        • Daniele Imperi
          20 ottobre 2015 alle 14:40 Rispondi

          Sì, infatti, immaginavo sarebbe finita così. Meno male che ancora non si è arrivati ai coltelli :D

          • Grilloz
            20 ottobre 2015 alle 14:53 Rispondi

            No, anzi, direi che per ora i toni sono abbastanza pacati :D

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:13 Rispondi

      Bravo Grilloz e grazie, condivido il tuo pensiero. Sul fatto che molti manoscritti “da gettare” si siano spostati sul self evitando di affollare le redazioni: non ci avevo mai pensato. Sarebbe interessante verificarlo. Fosse così, un merito allora il self lo avrebbe in effetti. :)
      Per quanto riguarda “il guadagnare della propria scrittura”, fare lavori collaterali non è un male. La figura del romanziere di fine Ottocento forse si è estinta. È non ci vedo nulla di male a pubblicare per riviste, a scrivere articoli per il web (pagati) e a pubblicare (se ci si riesce) romanzi. Ogni goccia riempie il vaso… E non è umiliante, anzi.
      Per quanto riguarda le ire: non è detto che sia un male. Le iscrizioni alla mia newsletter questa mattina sono schizzate…! (C’è uno spettro che si aggira per Pennablu, si chiama: marketing) XD

      • Grilloz
        20 ottobre 2015 alle 14:36 Rispondi

        Ecco, voglio essere ottimista, ma (faccio il “lettore” per una piccola casa editrice e ho valutato un po’ di manoscritti) temo che ancora tanti scrittori in erba spammino prima per bene i siti delle case editrici e solo dopo si autopubblichino :P
        No, non penso che sia male fare lavori collaterali, anzi, fortunato chi ci riesce, ma conosco scrittori, anche bravi, che prima fanno le loro otto ore in ufficio e poi si dedicano alla scrittura.

        P.S. hai ragione :D sono andato a iscrivermi anche io ;)

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 16:50 Rispondi

          eheheh funziona sempre un po’ di polemica. :)

          Anch’io, che non sono un bravo scrittore, faccio le mie dodici ore in ufficio. Poi viaggio per visitare i clienti (direttamente nelle loro “fabbrichette”, visto che non hanno mai voglia di muovere il c***) e, infine, cerco di scansare le proposte di matrimonio. Tra tutto questo trovo anche il tempo per scrivere (male).

          • nani
            21 ottobre 2015 alle 03:53 Rispondi

            :DDD

            Scansare le proposte di matrimonio e’ la parte peggiore, scommetto!
            :D

          • Samantha
            22 ottobre 2015 alle 10:48 Rispondi

            Salvatore se tu dovessi sfondare come scrittore metti queste quattro righe nella biografia. Tu sei questo personaggio.

  8. SimonB
    20 ottobre 2015 alle 09:54 Rispondi

    Ciao a tutti.
    Credo che, come al solito, la verità stia nel mezzo. L’editoria deve seguire l’evoluzione, deve modernizzarsi e stare ai tempi, giusti. Gli editori classici sono diventati troppo lenti rispetto al mercato. Il self-publishing serve a rendere tutto più rapido e nel futuro prossimo credo che possa essere il trampolino di lancio per autori veri. Cioè le case editrici tradizionali andranno a selezionare i loro nuovi autori da chi si è reso visibile con l’auto-pubblicazione. Poiché, in realtà, i veri scrittori devono pensare a leggere, a sviluppare la loro creatività e, soprattutto, a scrivere, il marketing non è il loro vero lavoro, ma quello delle case editrici. Perciò i due mondi possono coesistere e aiutarsi.
    Ciao

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:18 Rispondi

      Ciao Simo, è stato già fatto un tentativo nella direzione che dici: le case editrici sono andate a pescare nel self. I risultati però, tranne casi rari, non sono stati soddisfacenti. L’idea del self, in potenza, è più che buona; è il mondo in cui si è realizzato a non esserlo. Tuttavia, e lo dico agli aspiranti, tutto dipende da cosa si vuole dalla vita. Io, ad esempio, non sento alcuna esigenza a pubblicare a ogni costo. Non devo portare a casa la pagnotta; già lo faccio. Se devo pubblicare, voglio farlo come piace a me. E a me piace attraverso il filtro editoriale con una casa editrice che stimo (nel qual caso, nel mio cassetto dei sogni, in cima a tutto spicca Einaudi). E non è egocentrismo, intendiamoci. Se non dovesse succedere: amen.

  9. nani
    20 ottobre 2015 alle 10:00 Rispondi

    Che colpo!
    Non mi ero accorta che era un Guest post fino all’ultimo e durante la lettura mi sono ritrovata con questa faccia: O_O” Daniele e’ impazzito! Da dove l’ha tirato fuori un tono cosi’ aggressivo? :D
    Onestamente, non credo che il self stia uccidendo chicchessia. Tutt’al piu’ fa guadagnare due soldi a chi se li merita e fa sputtanare chi non se lo merita.
    Salvatore, a me viene un dubbio: quale considerazione hai, tu, del lettore? Come pensi che un lettore scelga i libri da leggere?
    Il tempo e’ poco, i libri tanti. Ma se i lettori sprecano il loro tempo a leggere opere di insulso valore, la colpa non e’ di chi li scrive e li pubblica da se’. Di certo lo scrittore non obbliga nessuno a leggerli. La colpa e’ di quel lettore che non ha speso cinque minuti a considerare il libro che si e’ trovato sotto il naso.
    E qui sottolineo che parlo da lettrice che ha scoperto dei gioiellini tra i self pub. che nessuna casa editrice avrebbe mai il coraggio di pubblicare perche’ non troverebbero un mercato tanto vasto da giustificarne il costo di produzione.
    Anzi, se posso stiracchiare un poco la speculazione, potrei anche tentare di convincerti che il cercare la pubblicazione tramite casa editrice potrebbe nuocere alla spinta innovativa di una nuova generazione di autori dalle idee talmente rivoluzionarie da risultare incomprensibili ai markettari delle case editrici (bella la parola di Rodolfo Marketer: a meta’ tra musketter e marchettaro :D ). E che l’unica speranza per questi giovani autori di diventare i nuovi pilastri della letteratura sia il self pub. E tu, correresti il rischio di dire ad un novello Manzoni: “Non meriti di essere pubblicato nemmeno dalla stampante di casa tua?”. ;)

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:29 Rispondi

      Ciao Nani, grazie per il commento. Trovi davvero che il tono del post sia aggressivo? Grazie, è interessante. Forse il tono aggressivo mi riesce facile. Il realtà lo scherzetto è del padrone di casa e credo anche che fosse del tutto imprevisto… 
      Se il self fosse utilizzato come dici tu, cioè in modo nobile, per pubblicare quelle cose che hanno un mercato troppo ridotto per le case editrici (vedi le poesie, ad esempio), allora avrebbe un senso. Ma nella pratica non è così. Chi cerca determinata narrativa di nicchia probabilmente è facilitato. Ma un lettore che vuole semplicemente passare un paio d’ore di buona lettura, attraverso il self – tranne nel caso di spendere giorni a scavare fra l’immondizia e a tapparsi il naso per evitarne l’odoraccio – non credo ci riesca. E questa è una valutazione di buon senso; non centra nulla con la mia opinione del lettore. Secondo me il lettore non ha voglia di passare ore a scartabellare file e leggere incipit per trovare qualcosa di suo gusto e scritto pure bene.
      Tuttavia, ripeto, dipende molto da cosa uno vuole. Se il novello Manzoni è davvero un novello Manzoni, non avrà difficoltà a trovare chi lo pubblica, al di là di quanto innovativa sia la sua letteratura. Inoltre nel self tutta sta innovazione io non l’ho notata, ma è possibile che non sappia cercare…

      • nani
        20 ottobre 2015 alle 13:49 Rispondi

        Forse partiamo da un diverso modo di cercarci i nostri testi.
        Io, ad esempio, leggo di preferenza classici. Se mi viene voglia di cercare qualcosa tra i nuovi, non seguo gli elogi, ma le recensioni negative. Tipo: vatti a leggere De Carlo, mi dice la mia amica. Io vado a cercarmi le recensioni e non mi leggo quelle positive, ma esclusivamente le negative. Se dicono qualcosa di sensato che sembra davvero un buon motivo per non leggerlo, allora non lo leggo.
        Per i self, naturalmente parto prevenuta anch’io: in linea generale non mi ci avvicino di mia spontanea volonta’ prendendo le liste di Amazon. Sarebbe masochistico. Io compro i self di chi gia’ conosco. Non personalmente, certo, ma tramite i blog d’autore. Sono una lettrice esigente, quindi non li compro perche’ mi stanno simpatici, ma perche’ dimostrano di saper fare il loro lavoro, di capirne qualcosa di scrittura (volevo dire letteratura, ma forse e’ un po’ pretenzioso). Insomma, me li seleziono, come seleziono i romanzi che trovo in libreria.
        Ci perdo quei cinque minuti.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 16:38 Rispondi

          Carina come idea, quella di guardare solo le recensioni negative. Anch’io leggo volentieri i classici (ma non solo). Però, lo vedi da te, hai appena scritto che sarebbe masochistico avvicinarsi di propria spontanea volontà alle liste di Amazon… Alla fine mi dai ragione, ma hai comunque (mi pare di capire) un occhio di riguardo verso il self per le possibilità che “potenzialmente” potrebbe offrire. Potenzialmente.

          • nani
            21 ottobre 2015 alle 04:10 Rispondi

            Si’, ma riguardo alle liste di Amazon non discrimino: self o meno, io li considero allo stesso modo. Sono una lettrice parecchio diffidente. :D
            Chiariamo, non sono cosi’ sciocca da pensare che il self dia solo prodotti di qualita’. Ma sono convinta che se un autore che vale preferisca l’auto pubblicazione, non puo’ essere etichettato come sfigato scrittore di m**** solo perche’ ha scelto questa via. Questo discorso mi suona addirittura piu’ snob del mio snobbare la produzione mainstream. ;)

    • Daniele Imperi
      20 ottobre 2015 alle 12:26 Rispondi

      Ma possibile che nessuno abbia visto il sottotitolo? :|
      Al prossimo guest post si torna come ai vecchi tempi: una riga mia che lo annuncia :)
      Riguardo al lettore, Nani, ho visto robaccia sgrammatica ricevere plausi a volontà. Purtroppo ci sono lettori stupidi e lettori intelligenti.

      • nani
        20 ottobre 2015 alle 14:06 Rispondi

        Si’, anch’io vedo osannare schifezze senza capo ne’ coda, anche pubblicate da casone editrici. E non solo per via della grammatica. Ma alla fine mi dico: ad ognuno il suo vestito. Se quei lettori si divertono a leggere porcherie, non e’ un problema mio. Non per questo posso togliere di mezzo quelle porcherie. Sarebbe come se volessero togliermi Supernatural (che ormai e’ da un po’ di stagioni che e’ inguardabile, ma io continuo imperterrita a subirmelo) o i drammi coreani (avete mai visto un bel dramma coreano in lingua originale? Fatelo una volta, e sara’ come averli visti tutti. Eppure io non posso farne piu’ a meno! Aigooooo!!! :D). Insomma, ognuno sceglie di che morte morire. Ma per fare la scelta c’e’ bisogno di varieta’.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 16:40 Rispondi

          Infatti esistono i lettori coprofagi: è una realtà. (Io sto seguento Salem… non sono appassionato di telefilm, però mi ha preso).

  10. Silvia
    20 ottobre 2015 alle 10:01 Rispondi

    Premetto che dal mio punto di vista il male non sta quasi mai nel mezzo, ma nel come lo si usa.
    Tuttavia, la mia esperienza di self-publishing mi fa ritenere che non sia un mezzo adatto a me. Ne venni a conoscenza per la prima volta nel 2005, appena terminato di scrivere il mio primo romanzo. Ero talmente entusiasta di essere riuscita a portarlo a termine (questo già mi sembrava un’impresa) che appena conobbi http://www.ilmiolibro.it mi ci buttai a capo fitto, senza nemmeno prendere in considerazione che potevo provare a inviarlo ad una casa editrice, dando per scontato che nessuno l’avrebbe preso in considerazione.
    Il mio obiettivo non era certamente né il guadagno né la notorietà, ma vedere il mio manoscritto sotto forma di libro era già il massimo della soddisfazione.
    Tuttavia, se sei in ballo, devi ballare, per cui cercai, con le mie scarse competenze di allora, di promuoverlo un po’, sebbene fossi ben consapevole di essere poco auto-promozionale e piuttosto timorosa di infastidire le altre persone, tanto nella vita privata quanto nel web.
    Al di là del valore reale dell’opera (oggi so che a fronte di alcuni spunti positivi, per il resto era in gran parte da buttare), mi sono fatta un po’ l’idea che, almeno sul portale che ho usato io, se non sgomiti, se non inondi le bacheche altrui, se non rilasci decine di commenti (per lo più posticci) per averne altri in cambio, non sei visibile. A meno di essere realmente esperto di marketing editoriale, cosa che però è un altro mestiere, diverso da quello dello scrittore o aspirante tale.
    Forse proprio per questo ci sono le case editrici: per fare ciò che l’autore di un libro, da solo, non può fare. Anche a costo di sentirsi dire che quel testo non merita di essere pubblicato.
    E’ pur vero che, come dice qualcuno anche in questi commenti, ci si può autonomamente circondare di persone esperte che sopperiscano alle nostre carenze individuali e permetterci un’auto-pubblicazione ben fatta.
    E allora ritorna vero il mio assunto iniziale: il problema non sta nel mezzo, ma nel come lo si usa. MA, dirò di più, anche nel come lo si dipinge. Il far credere ad un inesperto autore che davvero il self-publishing gli permetta di auto-pubblicarsi, senza mettere in luce i limiti di una pratica resa troppo semplice per avere un vero valore, è una piccola truffa.
    Forse un peccato veniale in un mondo di squali, ma comunque uno sfruttamento dell’ingenuità altrui.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:36 Rispondi

      Grazie Silvia, non lo volevo dire io stesso, perché mi ero già sbilanciato parecchio nel post, ma anch’io credo che certa pubblicità sul self sia una truffa non dissimile dalla pubblicazione a pagamento. C’è chi offre servizi a pagamento per gli autori che si vogliono auto-pubblicare, ma quei servizi – e non intendo discutere del loro valore – come ha detto qualcun altro nei commenti: non trasforma la spazzatura in un capolavoro.
      Il tuo commento mi fa pensare che tu abbia ritentato ma seguendo altre strade. È esatto? hai provato a inviare a una casa editrice? Perché anche l’idea che le case editrici non ti prendano in considerazione “per partito preso” potrebbe essere essa stessa una di quelle leggende metropolitane che circolano tanto sul web…

      • Silvia
        20 ottobre 2015 alle 13:30 Rispondi

        Non vorrei essere fraintesa. Il fatto che non ritenessi di poter essere presa in considerazione da una casa editrice derivava più che altro da una mancanza di autostima verso la mia opera e, probabilmente, dalla paura del rifiuto.
        Tutti noi aspiranti scrittori siamo tentati di affidarci alla convinzione che le case editrice scelgano “i soliti raccomandarti”, idea che, tra l’altro, credo stia alla base della scelta di affidarsi al self.
        Diciamolo, è più facile screditare la casa editrice che accettare che il nostro lavoro non sia sufficientemente valido per essere pubblicato o che semplicemente venga scartato a causa dell’oggettiva difficoltà da parte di un editore nel valutare le decine di opere che riceve ogni giorno.
        Detto questo, per rispondere alla tua domanda, ti dirò che più che alla fallimentare promozione della mia opera o alla ricerca di una casa editrice (anche questo, se ben fatto, è quasi un lavoro), in seguito ho dedicato il mio tempo a scrivere, leggere, studiare, nella speranza di colmare quel gap che mi rendevo conto ci fosse tra il mio romanzo e un romanzo degno di pubblicazione.
        Ho scritto il secondo e sto lavorando al terzo.
        Poiché amo sperimentare nuove vie, ho partecipato ad una campagna di crowdfunding con bookabook.it, che mi ha selezionata e sostenuta, e, poiché sono riuscita a portare a termine la mia campagna positivamente, mi sta segnalando alle case editrici che potrebbero essere interessate alla pubblicazione. Aspetto senza illudermi perché sono ancora consapevole che, nonostante gli innegabili progressi che ho fatto, c’è ancora molto da migliorare nel mio modo di scrivere.
        Il mondo del crowdfunding legato all’editoria, secondo me, in questo momento può essere un’opportunità. Presto, quando cioè questa pratica sarà più conosciuta e diffusa, diventerà un’altra piccola truffa, perché il guadagno facile fa gola a tutti.
        Tu o Daniele potreste scriverci un post. Sarebbe interessante avere altri pareri.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 16:54 Rispondi

          Di crowdfunding avevo già parlato nel mio blog, un po’ di tempo fa. Mi hai tolto le parole di bocca comunque, perché: la poca autostima è la condizione più diffusa fra “quelli bravi”, quelli che leggono i classici e non reggono emotivamente il confronto. Mentre, come dici tu, è più facile screditare il lavoro delle case editrici che accettare il fatto che il proprio manoscritto non sia all’altezza.

          • Silvia
            20 ottobre 2015 alle 17:21 Rispondi

            Benissimo, vado a leggerti sul tuo blog!! ;)

        • Daniele Imperi
          20 ottobre 2015 alle 17:19 Rispondi

          Non conosco l’argomento, quindi non potrei scriverci nulla, ma comunque a me non piace chiedere soldi agli altri per creare un mio progetto. Se ho i soldi, lo metto in piedi, altrimenti no :)

          • Salvatore
            20 ottobre 2015 alle 17:37 Rispondi

            Avevi risposto la stessa cosa sul mio post… XD

          • Silvia
            20 ottobre 2015 alle 17:51 Rispondi

            Quando io ho utilizzato la formula del crowdfunding non l’ho interpretata come il chiedere agli altri dei soldi per portare a termine un progetto mio. Anche perché la cifra da raggiungere era abbastanza alla portata di qualsiasi portafoglio anche senza il supporto di altri (€. 2.000). In realtà, ho vissuto il lato economico semplicemente come un pretesto.
            Lo spirito con cui nasce il crowdfunding, almeno nell’editoria, secondo me è un altro. Cioè quello di testare la possibilità di avere un certo pubblico prima di pubblicare il libro.
            Una specie di analisi di mercato dalla quale viene fuori se l’aspirante scrittore sia in grado poi di vendere o no, almeno su piccola scala.
            Anche in questo caso molto dipende dalla scelta del servizio con cui lavorare.
            Per quanto riguarda bookabook.it fa una selezione dei testi per i quali fare una campagna e restituisce interamente le cifre versate se la campagna non ha esito positivo. Quindi l’investimento è, per così dire, sicuro. So di altre piattaforme che invece prendono qualsiasi testo inviato e che non restituiscono le cifre versate anche se la campagna non ha esito positivo. E questo per me è scorretto.
            Certo il rischio è che la capacità di portare a termine una campagna sia più legata all’abilità nel marketing che all’abilità nello scrivere, ma quando si tratta di vendere questo è un rischio che vale universalmente.

          • Silvia
            20 ottobre 2015 alle 18:12 Rispondi

            Comunque mi sono letta il post di Salvatore e tutti i relativi commenti, per cui mi sono chiare le vostre rispettive opinioni. :)

  11. gabriele
    20 ottobre 2015 alle 10:22 Rispondi

    Questo articolo dice cose condivisibili, come il fatto che il self-publishing “ingenuo” favorisce le piattaforme, più che gli autori. Così come è accaduto per la musica, come ricorderà chi anni fa parlava della “coda lunga”. Però a questi punti positivi l’autore aggiunge tonnelate di arroganza e luoghi comuni, perché esiste anche il self-publishing che utilizza gli stessi strumenti ed esperti della piccola editoria.

    Non esiste un modo perfetto di fare letteratura, sia le case editrici che il self-publishing possono avere influenze positive e negative. Ad esempio, solo le case editrici pubblicano libri di celebrità, che altrimenti non sprecherebbero certo i propri soldi e tempo per pubblicarseli da sè.

    L’autore, come molti altri prima di lui, confonde la ristrettezza di output con il controllo di qualità e da questo deduce che le case editrici filtrino i cattivi libri. Questa è solo una delle tante considerazioni che precedono una pubblicazione. Le case editrici sono anche aziende e per questo, in maniera del tutto ragionevole, non pubblicano buoni libri se ritengono che non esista un mercato sufficiente per essi. Un settore in qui questo avviene sono i libri del genere fantasy e fantascienza, per cui molti appassionati, come me, non hanno altra scelta che leggere autori indipendenti se vogliono trovare qualcosa di interessante.

    Non vorrei dilungarmi oltre, ma segnalo anche che l’autore, quando parla della svalutazione del valore della scrittura, confonde i libri con i meloni. Come dimostrano le differenti percentuali di lettori tra i diversi Paesi, nel mercato della cultura l’offerta può stimolare la domanda, se la qualità della prima crea nuovi lettori. Per tanto il self-publishing può essere vantaggioso per tutta la letteratura, se fatto bene.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:47 Rispondi

      Ciao Gabriele, grazie per il commento. L’arroganza non era prevista nel pacchetto, ma tant’è… E i luoghi comuni sono comuni per una ragione.
      Vero che non esiste un modo perfetto di fare letteratura, ma hai letto molta letteratura nelle auto-pubblicazioni? Gli autori come Totti, Fabio Volo, e i vari VIP che di tanto in tanto si alternano in libreria servono a pagare la pubblicazione di autori meno noti ma più validi. Anche questo è un luogo comune, no? Non per questo non è meno vero. Poi si può semplicemente evitare di leggerli i libri di quei VIP; così come si può evitare di leggere la letteratura auto-pubblicata. Tuttavia qualcuno agli aspiranti scrittori lo dovrà pur dire che il self potrebbe non essere una soluzione alle loro speranze, no?
      Sulla narrativa di nicchia: hai ragione. Il self in questo caso è effettivamente una risorsa. Ma, mettiamo, tu scrivi – e lo dico senza conoscerti – un buon romanzo fantasy. Lo pubblichi in self perché nel mercato editoriale non c’è spazio: come fai a emergere in mezzo alle tonnellate radioattive di altri romanzi fantasy non proprio leggibili, o innovativi, o interessanti? L’offerta stimola la domanda solo se è una buona offerta.

      • Serena
        20 ottobre 2015 alle 12:29 Rispondi

        ” E i luoghi comuni sono comuni per una ragione.” Quale ragione?
        Tipo, “non ci sono più le mezze stagioni” e “l’hanno violentata perché aveva la minigonna, quella cretina”?
        Scusa, spiegami meglio questa cosa dei luoghi comuni.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 16:56 Rispondi

          Se un parere sul self è diffuso è perché l’esperienza comune è andata in quella direzione. … e, permettimi, il luogo comune di tirar fuori cose tipo: “l’hanno violentata perché aveva la minigonna, quella cretina”; non solo è fuori luogo ma anche di cattivo gusto.

          • Serena
            20 ottobre 2015 alle 17:30 Rispondi

            Il cattivo gusto te lo puoi tenere tutto, Salvatore. Di cattivo gusto è chi spara giudizi in modo arrogante senza argomentare e denotando anche una certa ignoranza dei fenomeni. I luoghi comuni spesso, se non sempre, sono frutto di pregiudizi che vengono smentiti dalle esperienze. E con questo chiudo definitivamente questa penosa discussione.

      • gabriele
        22 ottobre 2015 alle 11:03 Rispondi

        Come ho detto sono d’accordo nel evitare facili entusiasmi per il self-publishing, ma mi sembra anche esagerato esaltare la pubblicazione tradizionale, ognuna ha il suo spazio.

        Ad esempio è vero che è difficile emergere nel self-publishing, ma sappiamo bene che lo stesso vale per i libri degli editori, la tiratura media è sempre di poche centinaia di copie, in Italia come all’estero. I grandi editori pubblicano libri di una certa qualità, ma poi investono solo su quelli le cui vendite iniziali promettono bene. Non c’è nulla di nefasto in questo, è il tipico caso di diversificazione degli investimenti, ma credo sia sbagliato illudere che la pubblicazione tradizionale sia una via facile e l’unica giusta.

    • Daniele Imperi
      20 ottobre 2015 alle 12:31 Rispondi

      Non è vero che gli editori non pubblicano buoni libri e allora bisogna trovarli tra il self-publishing. Dipende. Io trovo tanti buoni romanzi nelle librerie.

      • gabriele
        22 ottobre 2015 alle 10:54 Rispondi

        Di autori italiani di fantasy e fantascienza c’è molto poco in libreria. Esistono buoni autori tradotti, ma mi pare che si stesse parlando della prospettiva italiana per cui gli editori nostrani non hanno merito. Peraltro preferisco leggere in lingua originale, anche perché vista la bassa considerazione di cui gode il genere c’è il rischio che vengano trattati male. Ad esempio, la serie “A Song of Ice and Fire” di George R. R. Martin è stata spezzetata in più libri per motivi commerciali, alzando i costi e creandomi una certa confusione su quale fosse l’ordine corretto (mi pare che se ne fosse parlato anche su questo sito).

        Comunque mi pare assodato che anche gli editori tradizionalmente dediti ai generi fantasy e fantascienza, come Editrice Nord e Fanucci, ultimamente si stiano dedicando più ad altro, proprio per (legittimi) motivi commerciali.

  12. Simona C.
    20 ottobre 2015 alle 10:25 Rispondi

    Sono dell’idea che i lettori non siano stupidi. Sei libero di pubblicare il tuo tema sulle vacanze sgrammaticato e pieno di refusi, ma nessuno lo comprerà. Si capisce già dalla sinossi su Amazon se un libro è una boiata, come si capisce dalla quarta di copertina in libreria.
    I pregiudizi sul self-publishing sono una prerogativa italiana, all’estero non si discriminano gli autori a seconda degli editori. Il film The Martian è tratto da un libro che inizialmente era stato auto-pubblicato, poi notato da un editore e infine da Hollywood. In Italia l’avrebbero snobbato. Ho già raccontato come un editore tradizionale (non a pagamento) mi abbia delusa in quanto a cura del prodotto e distribuzione, eppure, solo per il fatto di avere il suo marchio in copertina, godevo di maggior considerazione rispetto a quando mi auto-pubblico. Questo è giusto? Sono la stessa scrittrice di allora, anzi, sono migliorata tantissimo con lo studio e l’esperienza, ma sono una sfigata solo perché ho scelto di pubblicare senza un editore.
    Siamo circondati da ignoranti in ogni campo e non sono sempre i migliori e i più competenti a fare carriera, lo vedo in ufficio come in libreria, ma questo non fa di me una di questi ignoranti.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:54 Rispondi

      I lettori non sono affatto stupidi, ma la folla rende invisibili. Il lettore per trovare un capolavoro scartabellando nel self deve possedere davvero tanta, tanta pazienza e tanto tempo a disposizione.
      Con questo post, tuttavia, non era mia intenzione discriminare chi sceglie l’auto-pubblicazione, soprattutto se è una scelta consapevole, ma l’auto-pubblicazione stessa, o, se preferisci, una certa auto-pubblicazione. Poi, Simona, la tua storia la conosco. Nella vita può anche andare male: è un fatto. In genere, però, fortuna e sfortuna si alternano. Oggi, dici, sei più sgamata e brava di prima. Bene, allora perché non tentare di nuovo con l’editoria tradizionale scegliendo meglio l’editore questa volta?

      • Simona C.
        20 ottobre 2015 alle 12:10 Rispondi

        Quello che devo superare è la paura dei contratti. :)
        Non mi piace sentirmi legata legalmente a un editore e dover accettare clausole imposte perché non ho il coltello dalla parte del manico. Potrei superarla in cambio dei servizi di una grande casa editrice, ma al momento preferisco la mia piccola libertà.

        Da lettrice, tornando sul pescare nella melma, non ho tutta questa difficoltà a trovare un libro interessante su Amazon. Cerco per genere, scelgo titolo e copertina che mi attirano, leggo la sinossi e poi decido. Non ci metto delle ore perché distratta da brutti libri.

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 12:14 Rispondi

          Anche pubblicando con Amazon firmi una sorta di contratto, Simona… :D Magari di tipo molto diverso, per carità, ma comunque accetti delle condizioni.

          • Simona C.
            20 ottobre 2015 alle 15:38 Rispondi

            Certo, ma è di tutt’altro tipo. L’esclusiva dura solo 90 giorni, non ho scadenze da rispettare, non c’è un vincolo di prelazione su lavori futuri, posso ritirare la pubblicazione senza spese… tante cose che mi lasciano una libertà che, come ho detto, restringerei solo per un grande editore.

  13. Lia
    20 ottobre 2015 alle 10:32 Rispondi

    Il mio pensiero è che il danno più grosso ai buoni scrittori non lo fa tanto il self-publishing (i lettori come già è stato detto, non pescano a caso negli ebook autopubblicati), quanto piuttosto le grandi case editrici quando pubbblicano roba scadente. Accade, purtroppo.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:55 Rispondi

      Vero, nessuno è esente da colpe. Ma è un fatto che nel self c’è tanta spazzatura e che i lettori, anche quelli forti, leggano nei ritagli di tempo.

  14. Lia
    20 ottobre 2015 alle 10:33 Rispondi

    Errata Corrige: (i lettori, come già è stato detto, non pescano a caso negli ebook autopubblicati)

  15. sandra
    20 ottobre 2015 alle 10:39 Rispondi

    L’idea che mi dà il self è della solita scorciatoia un po’ facilona. Non è così per tutti, potenzialmente l’idea era molto buona, ma in Italia è così che è andata a finire-

    Questa frase riassume alla perfezione il mio pensiero in merito. Anche se capisco bene che gli autori non ne possano più di un’editoria allo sfascio.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 11:56 Rispondi

      Grazie del commento Sandra, la pensiamo allo stesso modo. L’idea era buona, la sua realizzazione un po’ meno. Comunque io preferisco l’editoria tradizionale, anche quando pubblica strafalcioni.

  16. Ivana Daccò
    20 ottobre 2015 alle 11:17 Rispondi

    Mi è piaciuto quanto scrivi perché mi appassiona l’argomento, e ringrazio sempre quando su questi temi viene attirata l’attenzione e la riflessione.Poi si possono avere opinioni diverse o meglio, credo sia il caso, non necessariamente le opinioni diverse si escludono a vicenda. Da lettrice, concordo d’istinto con quanto scrivi e confesso una forte riluttanza a leggere self publishing (spero si scriva così); da lettrice pasturo ampiamente Amazon acquistando soprattutto copie di libri cartacei voluminosi per leggere più comoda a letto, ad esempio Il signore degli Anelli, senza che il librone mi spezzi il polso, e per segnare il libro senza rovinare il cartaceo che, altrimenti, distruggo. Va detto anche che, per il viaggio, specialmente all’estero, il Kindle è stato la mia salvezza, la possibilità di portare con me una piccola biblioteca o quasi e di procurarmi qualcosa di nuovo da leggere nella mia lingua in ogni momento. Ora, le cose che scrivi sull’autopubblicazione sono tutte vere; è vero soprattutto che la letteratura universale sopravvive senza il mio contributo, e che c’è qualcosa di peggio che non pubblicare ed è pubblicare un libro morto. Sono vere, e non si escludono a vicenda, anche alcune note positive sul self-publishing, credo. Ci stanno molte cose, nell’argomento. E le case editrici (e necessariamente parlo di quelle italiane, le grandi, e non delle piccole, tra le quali ci sono dei gioielli) mi spiace dirlo ma non sono incolpevoli, anzi, della massa di m**** che invade il mercato e, nella foresta di ecrementi, nasconde e rende introvabile il gioiello. Anche perché, con una certa frequenza, decide di mettere le sue capacità di promuovere il libro proprio sulla m**** – certo, editata bene, con il dovuto limite di refusi, e testi rivisti e corretti.
    Il problema è davvero serio perché, diciamocelo, i cosiddetti lettori forti tutto sommato si orientano, ma la letteratura di evasione, la buona narrativa senza pretese di immortalità, è quella che fa nascere e crescere una base ampia di lettori di cui la cultura, la lingua, la capacità di pensiero di un popolo si nutrono.Il capolavoro, quello, sarò illusa, ma penso si salvi sempre, o qualsi, non credo tanto alla favola dei capolavori perduti perché non riconosciuti.
    Grazie, in ogni modo, per questi tuoi post e per la possibiità di riflessione che offrono, oltre a fornire importanti informazioni. Ti seguo sempre con attenzione, anche se, solitamente, non commento perché, dopo aver letto i commenti altrui, trovo che qualcuno ha già detto ciò che avrei detto io. Buon lavoro

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 12:05 Rispondi

      Grazie a te per la lettura e il commento Ivana. Come dicevo nel post: esistono anche i lettori coprofagi. È un fatto che esistano. Se nessuno si filasse le barzellette di Totti (e mi scuserà il Totti per la citazione, magari c’è anche di peggio), nessuna casa editrice pubblicherebbe quel libro. Non bisogna confondere il self con il digitale. Io leggo in digitale – oggi un po’ meno – e lo trovo davvero comodo per tutti i motivi che hai menzionato, ma i libri che scelgo di leggere in digitale sono sempre pubblicati attraverso il filtro di un editore. Si può apprezzare o meno, gli editori possono sbagliare a loro volta o pubblicare a loro volta della “m****”, ma il filtro dell’editore è spesso efficace nello scartare la m****, quella vera, dal potenziale.

  17. Andrea Torti
    20 ottobre 2015 alle 12:43 Rispondi

    Come sempre, il tema del self-publishing scatena un putiferio! :P
    La questione è piuttosto delicata, ogni situazione andrebbe valutata singolarmente: ci sono autori e autori, piattaforme e piattaforme.
    L’autopubblicazione potrebbe essere una possibilità per chi tratta generi davvero di nicchia, trascurati dalle Case Editrici; oppure per chi desidera un feedback di massima prima di avventurarsi per i canali tradizionali.
    Credo poi che un altro fattore da non sottovalutare sia la selezione naturale dei prodotti: il mercato può anche essere invaso da milioni di proposte, ma solo coloro che si sono impegnati in termini di scrittura, promozione, ecc. hanno davvero qualche chance.

    • Daniele Imperi
      20 ottobre 2015 alle 12:49 Rispondi

      Il problema non è il self-publishing in sé, ma come viene usato. Se da una parte è un ottimo strumento per staccarsi dall’editoria, dall’altra ha creato tantissima spazzatura. Il fatto che sia alla portata di tutti ha fatto sì che tutti possano definirsi scrittori. Ma non è così, mi dispiace. La scrittura è un’arte e come tale non è per tutti. Non ci sono 6 miliardi di artisti sulla terra.
      Ovvio che chiunque possa tentare, ma ciò non significa che la stragrande produzione italiana, almeno, avrebbe fatto bene a restare nei cassetti dei rispettivi autori.
      Io continuo a vedere testi che dimostrano la piena ignoranza della grammatica. Non tutti, sia chiaro, ma fatti un giro su Ilmiolibro, quando hai tempo.

      • Andrea Torti
        20 ottobre 2015 alle 13:01 Rispondi

        Sì, sicuramente una maggiore autocritica da parte degli aspiranti autori non guasterebbe: se i tuoi lettori sono in media una decina – e hai una famiglia numerosa – forse è il caso di esplorare altre strade e individuare altri talenti.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 13:03 Rispondi

      Ciao Andrea, grazie per il tuo commento. Certo, il self è una risorsa. Usato bene, poteva portare vantaggi. Bisogna però prendere atto che non è andata così. Ho una domanda un po’ cattivella però: sicuri che non facesse comodo il self così come si è realizzato? Voglio dire: alle piattaforme cos’è che conviene di più: tanta spazzatura, o poca ma buona letteratura?

      • Andrea Torti
        20 ottobre 2015 alle 15:12 Rispondi

        Persone disposte a lucrare sulle ambizioni – o illusioni – altrui ci sono e ci saranno sempre, così come non mancheranno mai aspiranti scrittori disposti a tutto pur di vedere il proprio nome in bella vista su qualche pubblicazione; proprio questi ultimi dovrebbero dimostrare maggiore capacità di autovalutazione.

  18. CogitoErgoLeggo
    20 ottobre 2015 alle 12:53 Rispondi

    A questo proposito ho in programma un post relativo a come vorrei pubblicare (con editore tradizionale) e perché. Senza dubbio, come te, voglio pubblicare con un editore che stimo, voglio pubblicare narrativa buona e, soprattutto, voglio scrivere cose che mi piacerebbe leggere (tenendo conto del fatto che, mirando alla pubblicazione, il mio parere non è certo l’unico in campo).
    Concordo sul fatto che il self-publishing abbia introdotto una gran quantità di spazzatura nel panorama letterario ma non credo che la messa sul mercato di un ebook pubblicato in self a 99 cent (o gratis) faccia perdere il valore monetario del prodotto librario (magari mi sbaglio, purtroppo non ho dati sufficienti per dirlo). Di sicuro la presenza di spazzatura causa una sfiducia dei lettori nei confronti del self-publishing, o almeno la mia, per cui non mi avvicino a un libro pubblicato in self a meno che non conosca l’autore.

    Per Daniele, vedo che non sono l’unica ad aver avuto qualche scompenso nella lettura e approvo le due righe di introduzione ai guest-post.
    Arrivata a “l’effetto radioattivo” sono tornata in cima a vedere se mi ero persa qualcosa :)

    • Daniele Imperi
      20 ottobre 2015 alle 12:56 Rispondi

      E allora modifico il post e scrivo le due righe come prima :D

      • Salvatore
        20 ottobre 2015 alle 13:06 Rispondi

        Conviene, anche se è stato un esperimento interessante e un’esperienza “palpitante” per i tuoi lettori, Daniele. :D

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 13:09 Rispondi

      Forse non ha deprezzato il libro in quanto oggetto, ma il valore di uno scrittore? magari in erba? Se posso leggere gratis, perché pagare? Se prima i giovani scrittori venivano pagati già molto poco, adesso non vengono pagati affatto. E forse non sarà tutta colpa del self…

      • CogitoErgoLeggo
        20 ottobre 2015 alle 14:00 Rispondi

        Su questo concordo in pieno, il valore di uno scrittore è stato deprezzato.
        Il gran numero di aspiranti scrittori, unito alla possibilità di autopubblicarsi, probabilmente ha dato l’idea che “insomma, che ci vuole a scrivere un libro?”
        Questo, però, non è colpa del self, che senz’altro è una grande possibilità per chi vuole affrancarsi dalla case editrici (a questo proposito ricordo di aver letto un bell’articolo sul blog animadicarta), ma di chi ne fa un uso sbagliato.
        Inoltre, ci sono tanti modi per leggere gratuitamente testi che magari qualcuno ha editato, se solo la gente si ricordasse che esistono le biblioteche (sigh).

        • Salvatore
          20 ottobre 2015 alle 17:29 Rispondi

          Io la biblioteca la frequento (molto più volentieri di Amazon) e sto preparando un post anche su questo argomento. :)

          • CogitoErgoLeggo
            20 ottobre 2015 alle 19:22 Rispondi

            Anche io ho in lavorazione un post sull’argomento.
            Quando pubblichi, fammelo sapere che m’interessa :)

  19. Seme Nero
    20 ottobre 2015 alle 13:45 Rispondi

    Non discuto sulla scelta di Salvatore, sulla sua opinione, ma credo che il tema sia stato affrontato in maniera errata, cioè nell’ottica del modo giusto o sbagliato, partendo da presupposti non verificabili, come la qualità di un testo. Vediamo se riesco a spiegare con ordine.
    Nei commenti sono state fatte giuste osservazioni: non va condannato il mezzo, quanto come lo si usa. Il self publishing è un’opportunità. Che possa finire in vendita qualsiasi schifezza è assodato, che tutto ciò che è SP sia schifezza è falso, ed è assodato pure questo, per quanto si avvicini di molto alla realtà. Il sistema non è meritocratico, infatti vende molto chi fa un marketing migliore. Come per le case editrici. Cosa compro quando compro SP? A scatola chiusa è impossibile dirlo, ma è molto probabile che troverò una schifezza. Esistono però gli estratti. Un ebook non da la possibilità di leggere l’estratto? Non lo compro, semplice. Acquisteresti in libreria un cartaceo incellofanato senza poter sfogliare l’incipit? Io no. Ci sono i commenti, le recensioni. Molte sono inaffidabili o false, ma credo che una persona attenta riuscirebbe a filtrarle. Di una cosa bisogna dare atto al prodotto editoriale: è pressoché impossibile trovare testi del tutto sgrammaticati, piccola o grande che sia la CE.
    Vediamo il lato autore. Chi vive di sola scrittura? Nessuno. Che percentuale di guadagno ha un autore SP? Il 90%? il 70%? Di sicuro non un 20% di una major (sono mooooolto ottimista) o percentuali ridicole tipo il 7% per le piccole-medie CE.
    Distribuzione. Da SP puoi essere in decine di store online. Purtroppo la percentuale di acquisto di ebook è ancora scarsa nel nostro paese (in aumento, sì, ma ci vorranno anni per risultati paritari) e l’acquisto della versione cartacea impone prezzi scoraggianti. (16 euro per un esordiente?). Le piccole-medie CE hanno distribuzioni spesso locali e comunque una parte della promozione è da imputare all’autore stesso. Alla favola di arrivare in ogni libreria credeteci solo se vi chiamate Vespa Bruno o Re Stefano.
    Questo quanto ho capito finora del fantastico mondo editoriale. Potrei aver capito male o non aver capito nulla, vi prego correggetemi in ogni parte lo riteniate opportuno.
    In sostanza, cosa è bene e cosa è male? Ritengo che sia da autore che da lettore la scelta sia stettamente personale. Ci sono pessimi autori e pessimi lettori, e viceversa. Se da domani esistessero solo scritti di qualità la gente leggerebbe di più? Io non credo. Se da domani tutti i libri costassero un euro leggeremmo di più? Sì, ma leggerebbero quelli che leggevano prima, travolti però da un orgasmo letterario. (Sarebbe una bella soddisfazione).
    Che un testo sia meritevole di pubblicazione, aldilà della correttezza grammaticale, a giudicarlo è il lettore, ogni lettore per conto suo. Un editor è un filtro migliore di due o tre beta reader? Chi può dirlo? L’autore si affida a persone in cui ripone fiducia. Punto.
    E io? Io per il momento niente, ma sono orientato verso l’editoria tradizionale, per un motivo molto semplice: sono un pessimo imprenditore. Domani forse vincerò un fracco di soldi e cambierò idea, nel caso ve lo farò sapere. ;)

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 17:08 Rispondi

      In realtà il post non l’ho impostato nell’ottica di giusto o sbagliato, ma di presenza o meno di un filtro a monte. Poi sono partito con il preconcetto, e questo lo ammetto, che chi fa un lavoro per lavoro lo faccia professionalmente (proprio perché è il suo lavoro). Chi si auto-pubblica difficilmente fa questo per lavoro. Ci sono anche loro, certo, alcuni li conosciamo entrambi e sono bravissimi. Però non sono la maggioranza. E questo post si rivolge a tutti gli altri. Infine, io sono orientato verso l’editoria tradizionale perché mi piace l’editoria tradizionale! ;)

      • Alessia Savi
        20 ottobre 2015 alle 22:05 Rispondi

        Salvatore come dice Paolo il tuo approccio è pieno di inesattezze, privo di dati confutabili e palesemente fazioso.
        Ci sono decine di autori indie, là fuori, che lavorano con editor, traduttori, grafici e strateghi di markeing.
        L’autore indie – quello che vuole vivere di scrittura, non quello che pubblica due libri e tanti saluti – credimi che si fa un mazzo a capanna per ottenere dati decenti.
        Questo implica non scendere a compromessi, rimanere fedeli a sé stessi, lavorare a tempo pieno e poi dedicare ogni minuto libero a strategie comunicative e scrittura.
        E con questo tuo post denigri il lavoro di chi fa l’autore indipendente… per lavoro.

  20. Grilloz
    20 ottobre 2015 alle 14:52 Rispondi

    A leggere un po’ i commenti degli scrittori mi sembra che si stia creando un pericoloso cortocircuito, per cui per l’autore l’editore è una sorta di mostro, di nemico da combattere. Ecco, vorrei spezzare una lancia a favore di tanti editori indipendenti che fanno bene il loro lavoro, accollandosi un sacco di rischi imprenditoriali, che tentano di vendere prodotti di qualità non per mero calcolo monetario ma perchè credono in quello che fanno e lo fanno con passione e che anzi spesso lavorano in perdita o sono costretti anche loro a un secondo lavoro per potersi mantenere.

    • Luciano Dal Pont
      20 ottobre 2015 alle 15:06 Rispondi

      Da parte mia assolutamente nessuna demonizzazione degli editori, ci mancherebbe, sarò anzi sempre grato alla piccola casa editrice che mi ha dato modo di esordire, ma resta la realtà vera e inconfutabile del fatto che comunque quelle piccole case editrici non hanno gli strumenti economici e organizzativi per poter promuovere i loro autori e i loro libri, e questo è un puro e semplice dato di fatto che ho vissuto e sto vivendo sulla mia pelle. E in libreria il mio libro non si trova, con buona pace dei costi per il distributore…

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 17:47 Rispondi

      Non credo che Luciano abbia demonizzato la figura dello scrittore, ma anch’io ho la sensazione che la maggior parte di chi pubblica in self veda gli editori come dei mostri e magari senza neanche avere una reale esperienza con gli editori alle spalle. Conosco persone che sono passate dalla pubblicazione con piccoli editori a pubblicazioni in self e l’hanno fatto coscientemente. Loro, hanno tutta la mia stima. La consapevolezza fa la differenza. :)

      • Salvatore
        20 ottobre 2015 alle 17:47 Rispondi

        Scusate: la figura *dell’editore. :P

      • Grilloz
        21 ottobre 2015 alle 08:10 Rispondi

        Non mi riferivo a Luciano, il mio era un commento generale. Poi chiaro, ci sono editori ed editori.

  21. Luciano Dal Pont
    20 ottobre 2015 alle 14:19 Rispondi

    Ciao Salvatore, allora, per una volta nella vita voglio provare a rimanere avulso da concetti e da considerazioni di carattere generale e a fare invece un ragionamento molto pratico, molto terra – terra e che si basa anche sulla mia personale esperienza. Lasciamo per un attimo da parte la letteratura di scarsa qualità, la spazzatura, la m**** che si trova peraltro pubblicata sia nel self che attraverso l’editoria tradizionale, e soffermiamoci invece sulla narrativa di alta qualità. Parliamo solo di questo, il resto non mi interessa molto. Parliamo cioè di quegli autori magari ancora sconosciuti, di quegli autori esordienti o emergenti che siano davvero degni di essere definiti Scrittori, con la S maiuscola. Bene, per questi, essere presi in considerazione dalle case editrici maggiori è un’utopia, una cosa in pratica assolutamente impossibile, lo sappiamo, perché le grosse case editrici snobbano gli autori sconosciuti e non si degnano certo di leggere nemmeno una sola riga di ciò che ricevono, e forse è anche giusto così. Quindi lo scrittore – o meglio, lo Scrittore – sconosciuto ma talentuoso deve per forza di cose ripiegare sui piccoli editori, e magri riesce anche a farsi pubblicare. Bene. Perfetto. A quel punto è esattamente la stessa cosa e si trova esattamente nella stessa posizione in cui si troverebbe se si fosse autopubblicato. Nessuna promozione da parte delle piccole case editrici, nessuna forma di pubblicità, nessuna presentazione organizzata, nulla, niente di niente. Ripeto, lo so per esperienza personale perché ho esordito proprio con una piccola casa editrice e tutta la promozione e tutte le presentazioni me le sono organizzate da me, in maniera del tutto indipendente. Certo, ti ritrovi nella medesima situazione se ti autopubblichi, ciò è indubbio e scontato, anzi, a maggior ragione in questo caso devi fare tutto da solo, ma almeno, se non altro, quel poco di riscontro economico che puoi avere è decisamente maggiore rispetto a quello che hai attraverso i diritti d’autore pagati (sempre e comunque a fatica) da un piccolo editore. Siamo nella proporzione di uno a sette: 10% sul prezzo di copertina pagati (forse e se va bene con notevole ritardo) dalla casa editrice, 70% nel caso di Amazon, pronti cassa. Su ipotetiche (e si spera sempre iniziali) 100 copie vendute, la differenza è sostanziale. Ergo: se mi devo trovare nella stessa situazione tra piccolo editore e self, tanto vale che mi autopubblichi, almeno guadagnerò un poco di più. Ciò senza considerare il fatto che mi risulta che in questi ultimi tempi le case editrici maggiori tengono d’occhio le classifiche di vendita su Amazon, e se vedono che un libro vende bene (molto bene) sono loro stesse a farsi avanti con l’autore con serie proposte editoriali…

    • Grilloz
      20 ottobre 2015 alle 14:47 Rispondi

      Se ne fai una questione prettamente monetaria, supponendo di vendere 100 copie (come hai scritto tu) l’editore ti da il 10% del prezzo di copertina, facciamo 14 euro, mentre amazon ti da il 70% di, facciao 0,99 centesimi, quindi alla fine in un caso hai guadagnato 140 euro e nell’altro circa 70 euro, sempre lordi. Però forse è più facile vendere un prodotto a 1 euro piuttosto che a 14, ma forse in Italia è ancora più semplice vendere in cartaceo che in digitale.
      In ogni caso con amazon tu stai dando il 30% all'”editore” per il solo fatto di ospitarti sulla sua piattaforma, nell’altro in quel 90% c’è il guadagno e le spese del librario, il guadagno e le spese del distributore, il costo del prodotto (carta, stampa, magazzino, etc.), i costi fissi dell’editore (editing, impaginazione, grafica, etc.) e il guadagno dell’editore (che alla fine non credo sia molto diverso da quanto guadagna l’autore per lo stesso libro).

      • Luciano Dal Pont
        20 ottobre 2015 alle 15:01 Rispondi

        Be’, piuttosto di mettere in vendita il mio libro a 0,99 lo lascio in un cassetto a marcire. Sinceramente quello è un prezzo che può andare bene per un racconto, non certo per il mio secondo romanzo, che sarà una roba da 600 e passa pagine, e poi quello a cui ti riferisci tu è un ipotetico prezzo valido solo per la versione e-book, poi c’è comunque anche il cartaceo. Conosco autori che hanno pubblicato su Amazon libri da circa 200 pagine a 3,99 in versione e-book e a 15,00 in versione cartacea, e stanno vendendo decisamente bene

        • Grilloz
          20 ottobre 2015 alle 15:16 Rispondi

          0,99 è un prezzo medio che vedo su amazon, a 3,99 già ti avvicini al prezzo per un ebook di un editore tradizionale (anche se ultimamente stanno aumentando).
          Sul cartaceo non so su amazon, ma su il mio libro la percentuale non è poi tanto diversa da quella che ti da un editore.
          Comunque l’unico vero vantaggio che vedo nel self è la libertà di manovra che ti da nella promozione, essendo tu l’unico titolare dei diritti.

          • Daniele Imperi
            20 ottobre 2015 alle 17:21 Rispondi

            A 0,99 euro secondo me puoi mettere in vendita un racconto medio-lungo, non un romanzo.

          • nani
            21 ottobre 2015 alle 04:30 Rispondi

            Se metti il tuo romanzo a 0.99 io non te lo compro. Perche’ mi stai dicendo: siccome non sono sicuro della bonta’ dell’opera, io te la propino a due stracci, compramela per favore, tanto non ti costa niente.
            Un autore che crede davvero alla validita’ del prodotto non te lo deprezzera’ mai in questo modo.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 17:23 Rispondi

      Ciao Luciano, grazie per il tuo commento. Se la scelta è tra una minuscola e sconosciuta casa editrice e il self, potresti avere qualche ragione. Dico: potresti. Provo, però, a farti vedere la cosa dal mio punto di vista: tu sei uno scrittore con la S maiuscola. Bene, le case editrici sbavano per uno scrittore così, a maggior ragione se è sconosciuto. Sai perché? Perché è più facile fare marketing su un buon libro d’esordio che su un secondo o terzo libro. Potresti prendere in considerazione l’idea che ostinarsi a dire che le case editrici snobbano gli autori sconosciuti sia una leggenda metropolitana? Anzi, è molto più probabile che a essere snobbato sia l’autore che ha già pubblicato uno o due libri ma senza grandi vendite. Il primo libro non è importante, di più! Ora, personalmente, tra la scelta: pubblico in self o pubblico con una piccola CE?, personalmente sceglierei di non pubblicare affatto e, se proprio ritengo che questa debba essere la mia strada nella vita, mi sforzerei di migliorare. Pubblicare è davvero così essenziale? Per me no, ad esempio. Molto meglio non pubblicare, che pubblicare male. E, se sei un genio, tranne casi sfortunati, tranquillo che vieni notato e anche alla svelta. Per me, pubblicare bene significa pubblicare con una CE che stimo. Non è destino? Amen. Non muore mica nessuno.

      • Luciano Dal Pont
        20 ottobre 2015 alle 20:41 Rispondi

        Potrei anche essere abbastanza d’accordo con te nel merito, Salvatore, però io ho invece la sensazione che non sia affatto la classica leggenda metropolitana quella della estrema difficoltà, per non dire impossibilità, di esordire con una grossa casa editrice, anche se sei un genio. Per contro, ci sono casi di autori che hanno pubblicato in self e il loro libro ha avuto un tale successo di vendite che sono stati in effetti contattati da case editrici famose, con vantaggiose proposte editoriali. Be’, non so, io ci provo col mio prossimo romanzo e vediamo che succede. Ovvio che poi anch’io detesto il self artigianale, poco curato, per nulla professionale, su questo hai non una ma un milione di ragioni.

  22. Luciano Dal Pont
    20 ottobre 2015 alle 14:24 Rispondi

    Ah, dimenticavo una ulteriore considerazione: è pur vero che se ti autopubblichi poi il tuo libro non si trova nelle librerie fisiche, ma credi forse che lo si trovi se pubblichi con una piccola casa editrice? Se vuoi ti do il titolo e l’editore del mio romanzo già pubblicato, prova a fare un giro per le librerie di tutta Italia, e vedi in quante lo trovi… :-(

  23. Tenar
    20 ottobre 2015 alle 18:14 Rispondi

    Su questo argomento in un attimo la discussione da accesa diventa infuocata.
    Per certi versi concordo con Salvatore, il self ingenuo ha fatto più male che bene. Almeno per la narrativa ci sono ancora tante case editrici di medie dimensioni che fanno bene il loro lavoro e non lasciano solo l’autore con la promozione e sono quelle, per altro, più danneggiate dal self selvaggio. Chi pubblica King viene letto comunque, chi viene pubblica Pinco Pallo di qualità viene facilmente assimilato alla spazzatura e allora il lettore si chiede perché dovrebbe pagare 20€ per Pinco Pallo se può avere Pallo Pallino a 0,99 (salvo poi scoprire che Pallo Pallino piazza tre errori in due righe).
    Detto questo non mi sento neppure di criticare chi sceglie il self con onestà intellettuale e professionalità. Vi sono dei casi, poi, in cui mi sento di consigliare il self. Generi molto di nicchia, poesia, saggistica di nicchia, produzioni che hanno una ragione di esistere per un pubblico limitato.
    So che sembro cerchiobottista e forse lo sono.
    Personalmente per la narrativa ritengo che l’editoria di qualità abbia ancora una marcia in più data dall’esperienza e dalla visibilità e sopratutto per l’esordiente puro che non ha troppo tempo e denaro da investire in promozione possa essere un’ottima scelta. L’unica certezza è che è stata la mia scelta e che non ne sono pentita.

    • Daniele Imperi
      20 ottobre 2015 alle 18:27 Rispondi

      Sono d’accordo sull’esperienza in più dell’editore rispetto all’autore esordiente. Parecchi ebook in self che ho visto erano in uno stato pietoso sotto tutti i punti di vista e lì capisci che quella gente neanche ha mai letto un libro.
      Sui costi da sostenere sto per scrivere un post.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 20:05 Rispondi

      Ciao Tenar, grazie. Se il self è la conseguenza di una scelta onesta e professionale, magari anche per narrativa di nicchia, sono d’accordo anch’io. Molto spesso, però, non è così.

  24. Tenar
    20 ottobre 2015 alle 18:18 Rispondi

    PS: c’è un particolare di tanti commenti che non mi è chiaro. Si critica l’editore per la scarsa promozione. Ma se non si parla in modo chiaro e circostanziato di promozione in sede di firma di contratto non si firma quel contratto e non si pubblica. Prima di dare la mia opera a chicchessia voglio sapere in quanti esemplari verrà stampata, chi la distribuirà, su quale territorio, se esiste il digitale e in quali store sarà accessibile e come verrà promossa. Se le risposte non mi convincono non firmo.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 20:06 Rispondi

      Brava, questo è l’atteggiamento giusto. Pubblicare a ogni costo è come non pubblicare affatto.

    • Luciano Dal Pont
      21 ottobre 2015 alle 09:23 Rispondi

      Ciao Tenar, tu parli di contratti e il tuo ragionamento è molto corretto e, come si dice, non fa la classica grinza, ma che mi dici dei contratti non rispettati? In quello che ho firmato io per il mio primo romanzo, tra l’altro con una casa editrice piccola, si, ma nemmeno del tutto sconosciuta, era specificato molto chiaramente e in modo più che esaustivo ogni particolare per quanto riguarda l’impegno promozionale, pubblicitario, organizzativo (presentazioni) e distributivo che la casa editrice stessa si sarebbe dovuta accollare, così come erano specificati altrettanto chiaramente i tempi e i modi del pagamento dei diritti d’autore. Era tutto quanto molto soddisfacente, prima di firmare ho persino fatto leggere il contratto a un mio legale di fiducia che mi ha dato il suo parere positivo, e dunque ho firmato. Perfetto. Risultato? Niente promozione, niente pubblicità, niente presentazioni, e a oggi, a oltre un anno e mezzo dall’uscita del libro (che non si trova in nessuna libreria fisica, solo su quelle online) non ho incassato uno straccio di centesimo di diritti d’autore. Non solo, ma non sono nemmeno mai riuscito a sapere con esattezza quante copie sono state vendute. So comunque che, in linea di massima, non sono state molte, forse meno di 100, ma almeno la soddisfazione di avere un riscontro esatto e di incassare i relativi diritti… che faccio? Ricorro alle vie legali? Faccio causa all’editore? Metto tutto in mano agli avvocati? Io non sono ricco, non ancora almeno…

  25. Marina
    20 ottobre 2015 alle 19:45 Rispondi

    Mamma mia, ci ho messo un’ora per leggere tutti i lunghissimi e articolati commenti sopra questo mio!
    Hai scatenato un putiferio, Salvatore! Diciamo che non le hai mandate a dire… E io non dirò cose che già ho trovato scritte in risposta al tuo articolo. In tante occasioni mi sono espressa sul self-publishing, è un mondo verso il quale mi approccio guardinga; dico solo che è difficile scovare la bella opera tra quelle autopubblicate, ma non impossibile. Io, per esempio, così prevenuta e piena di pregiudizi, continuo a ostinarmi a leggere gli esordienti indie perché provo una masochistica soddisfazione nel trovare fra tante schifezze ciò che ha meritato di essere letto e che meriterebbe anche le attenzioni che non ha.

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 20:09 Rispondi

      Grazie Marina, è stata una scelta consapevole concordata con Daniele. I miei follower sono aumentati e questo mi fa pensare che tanta gente, pur non commentando, la pensa come me. Poi, fare polemica è facile, non serve talento. :)
      Fai bene a leggere autori indi, è molto nobile. Tuttavia, quanti ne devi leggere prima di trovare quell’unica opera meritevole? Sarebbe un dato interessante da conoscere.

      • Marina
        21 ottobre 2015 alle 07:36 Rispondi

        In un anno ne leggo circa due al mese, dunque facciamo una ventina per arrotondare. Ecco, ne trovo si e no un paio degni! :)

        • Salvatore
          21 ottobre 2015 alle 10:45 Rispondi

          Be’, non è male come media. Pensavo peggio. :)

  26. Ulisse Di Bartolomei
    20 ottobre 2015 alle 19:57 Rispondi

    Salve Daniele
    un saluto a tutti e un grazie a Salvatore per il post. Da una prospettiva tecnica l’autopubblicazione è resa possibile dalla tecnologia e qui c’è nulla da fare. Prendo l’esempio della fotografia. Sino a venti anni addietro, le foto perfette erano poche, faticose e costose e quando si vedeva la foto di un passero in volo con l’occhio un po’ sfocato, ma nonostante premiata in un concorso, si pensava che era una condizione particolare e andava bene così. Oggi che si fotografa a raffiche di dodici fotogrammi al secondo, qualsiasi “orbo” riesce a ottenere capolavori, in quanto la fotocamera fa il lavoro tecnico e al “fotografo” basta inquadrare. Tra le mitragliate, lo foto corretta ci scappa. Questa situazione fa arrabbiare i fotografi capaci, poiché la foto decente e diventata ottenibile (quasi) da chiunque, che talvolta non si esime dall’invadere il lavoro professionale rovinando il rapporto impegno/guadagno di chi ci campa. Nell’editoria e una situazione simile! Confezionare un libro è diventato alla portata di chiunque sappia usare una tastiera, un correttore automatico e pubblicare è altrettanto facile, grazie a quelli come Amazon, furbi è vero, ma che offrono un servizio eccellente in ogni prospettiva. Più che bene o male è una diversa situazione a cui “scrittori” e lettori si devono adattare, sfruttandone al meglio le prerogative. Se è facile acquistare del “marcio” nell’autopubblicazione, lo si può parimenti con un libro cartaceo in negozio fisico. Il fulcro della questione sta che l’autopubblicazione è una “roba” americana a cui noi italiani non siamo abituati. Dal lato funzionale è più facile scegliere un testo confacente in Amazon, che farlo in un negozio di libri, in quanto dagli Yankees si sfogliano le numerose pagine di anteprima ed è facile “distinguere il letame dalla paglia nuova”… (è un’espressione che uso in una mia poesia) Il punto dolente però, è che non siamo abituati a valutare un soggetto immateriale e che ci viene “sbattuto in faccia” a decine di pagine, per farcelo saggiare… In libreria leggiamo una o due pagine o soltanto la sinossi, ma quel mezzo chilo di carta comunica alla psiche il mistero, che lì dentro c’è roba che pesa, che ci cambia la vita… se non è vero, ce ne accorgiamo dopo averlo finito di leggere. Forse è questo il difetto peculiare dell’autopubblicazione, mostrarsi “trasparente”, quando la maggior parte dei lettori, soprattutto di romanzi, desidera venire stupita, sconcertata… (si aggiunga a piacere…)

    • Salvatore
      20 ottobre 2015 alle 20:18 Rispondi

      Ciao Ulisse, grazie per il commento. Molto interessante quello che dici sulla fotografia e, hai ragione, in un certo senso la situazione è parallela alla scrittura creativa. Tuttavia non concordo su questo passaggio: «Se è facile acquistare del “marcio” nell’autopubblicazione, lo si può parimenti con un libro cartaceo in negozio fisico». In edicola puoi trovare prodotti al di sotto delle attese e un professionista può sbagliare come tutti, è vero; nonostante questo, il prodotto che trovi in libreria è stato filtrato dall’editore, che tra l’altro ci mette la faccia, e se quell’editore pubblica sempre e solo libri imbarazzanti alla fine non venderà più nulla. Mentre la massa di manoscritti autopubblica già da sola è in grado di danneggiare il mercato. E puoi benissimo dare la colpa al singolo autore indi che pubblica senza criterio o esperienza per non leggerlo mai più, nel frattempo la massa di scoria radioattiva il danno l’ha prodotto lo stesso.

      • Ulisse Di Bartolomei
        20 ottobre 2015 alle 20:32 Rispondi

        Salvatore hai ragione per quanto riguarda il filtro editoriale, ma di contralto l’acquisto su Amazon (non conosco altri venditori) consente di restituire un testo che non piace. Una volta mi è successo che un mio testo elettronico venisse rimborsato all’acquirente, e sebbene non mi sia informato nei dettagli, credo che vi stia questa possibilità. Si aggiunge che la pubblicazione elettronica costa pochissimo e fare un errore da pochi euro invece che dieci o quindici, è differente. Comunque concordo quando scrivi che con l’autopubblicazione non si vive e quindi mi sto “attrezzando” per trovare un editore… Per il resto questa è la palta!

  27. Alessia Savi
    20 ottobre 2015 alle 21:33 Rispondi

    Non ho letto tutti i commenti, ma questo articolo era una di quelle cose che o la si ignorava e la si identificava come un rant di tutto rispetto, come sottolineato da Serena, oppure la si prende per le corna e se ne evidenziano le falle.
    Ho optato per la seconda, se non altro perché la disinformazione non paga nessuna delle due parti.

    Partiamo da un presupposto: il self-publishing non ha infettato un bel niente. Il mercato editoriale non si sa rinnovare e, pertanto, si sta affossando con le sue stesse mani. I dati alla mano ci sono. E, guarda caso, sono potenzialmente pilotati dalle Case Editrici che dettano leggi del mercato e cosa e chi pubblicare in base a trend generati da loro (quelli che tu, più sotto, reputi “m**** selezionata”. Ma lì ci arrivo tra un po’, vorrei andare con ordine). La verità è che NON ESISTONO statistiche che riguardano l’editoria digitale. I campioni presi si limitano alle piccole realtà editoriali digitali: il resto è un abisso, e sono quei dati sommersi che dovrebbero far riflettere.

    Di recente si è tenuto il Women Fiction Festival di Matera, una due giorni di incontri con le Case Editrici e gli Agenti. Insomma, pezzi grossi, anche provenienti dall’estero. Sai che è emerso? Che la case editrici non investono nella promozione degli autori, e gli autori devono farla da sé. Che le case editrici non vogliono più pubblicare paranormal romance ma che continueranno a farlo solo per gli stranieri. Il motivo? Sanno che venderanno per il solo fatto che è un prodotto non italiano. Potrei andare avanti per ore, ma solo questo dovrebbe bastare a portare alla ribalta alcuni fattori.
    1) Esci dai cataloghi delle Case Editrici al massimo dopo un paio d’anni, se sei fortunato;
    2) Le Case Editrici non ti promuovono;
    3) A parità di vendite, le royalties ti fanno campare con il self, non con una casa editrice;
    4) Spesso l’editing non viene fatto;
    5) La Sperling (ad esempio) ha traduzioni imbarazzanti. A dimostrazione della qualità sempre più scadente di prodotti che costano tanto, troppo.
    Comunque, ho parlato meglio di queste cose nel mio ultimo articolo, quello che vi ha linkato Andrea su Twitter.
    Ora, alla luce di ciò, quali sono i PRO di essere pubblicati da una CE?
    Perché se io da autore self ho un editor, ho un traduttore, ho un grafico e un social media manager, non ho proprio nulla da invidiare a una casa editrice. E se ci sputo il sangue, su quel romanzo, sono fautore del suo successo dall’inizio alla fine.

    I prezzi li fanno gli autori, questo è vero, ma i lettori sono esigenti. Spesso, un prodotto da .99 cents non attira. I prezzi in Germania e USA sono più alti per il digitale, e si aggirano tra i 2,99 e i 4,99. Come al solito, in Italia non abbiamo capito niente. E perdonami, ma ho letto libri di 3,00 euro nettamente migliori di libri da 20,00 euro, di autori italiani e stranieri.

    La Mondazzoli è un monopolio, il problema è solo quello.
    Certo, l’indipendenza intellettuale viene meno nell’esatto istante in cui tu dichiari ”

    Amazon, a differenza di Mondadori o altre grandi CE italiane, sponsorizza e promuove gli autori che vengono scelti per essere pubblicati con loro come Casa Editrice (sì, Amazon fa anche questo! Figo vero? Amazon è una Casa Editrice con le Maiuscole). E li traduce all’estero. Altra pecca disinformativa non da poco. Per inciso, l’unico autore italiano che vive di scrittura è Camilleri, e un paio d’altri.
    “Però è m**** di qualità. È m**** scelta con cura. È m**** filtrata e raffinata.”
    Okay: io, la m**** che leggo, pretendo di selezionarla da sola dato che ne ho le capacità.
    Non me ne faccio nulla di avere qualcuno che mi propina 50 sfumature di m****, parliamoci francamente. Se il tuo fighissimo thriller psicologico non verrà pubblicato, non te la prendere: è perché la Casa Editrice ha raffinato la m**** e scartato qualcosa di meglio. Sai com’è, deve camparci con il suo lavoro.

    Se vuoi pubblicare, oggi, non ti basta scrivere.
    Devi sbatterti per la promozione (da solo, la tua Casa Editrice non farà marketing nemmeno a pagarla); devi sbatterti per scrivere roba buona che piaccia e farti conoscere. Non ti basterà scrivere il tuo romanzo e metterlo fuori a 0,99 cents. Quella è tutta roba destinata a chiudersi nel breve tempo. Proprio come l’autore che pubblica con la Casa Editrice e che, dopo tre mesi, viene dimenticato. Perché ci sono altri autori che devono cavalcare il momento e tu sei già passato di moda. Non dimentichiamo poi, che la Casa Editrice può dirti che il tuo primo romanzo è fortissimo, ma che se cambi genere ti silurerà senza troppi problemi.
    Vincolato alle scelte di mercato di una Casa Editrice a vita.
    Come King, che ormai scrive romanzi tutti uguali gli uni altri altri.

    Curiosità personale:
    “Voglio pubblicare narrativa buona, che valga la pena d’essere letta” e “Voglio, soprattutto, scrivere bene cose che mi piacerebbe leggere”.
    La prima chi la decide? Chi ti assicura che quello che stai scrivendo sia il tuo “romanzo buono?”
    La seconda: lo pensiamo tutti!

    Ho conosciuto diverse persone che hanno frequentato la Scuola Holden: mi risulta che l’unica pubblicata sia stata la Ghinelli con “Il Divoratore”, un romanzo che ho amato e che la critica ha prontamente stroncato. Gli altri, sono finiti a insegnare scrittura o a collaborare con i teatri di Torino. Il mio insegnante di scrittura creativa, ha solo scritto per il teatro, ad esempio. Ed era della Holden.
    Alcuni numeri di self, invece:
    1) Michele Laurenzana è stato un caso editoriale. Self publisher con “La segreta verità” e il creatore del primo open book italiano su Amazon;
    2) Carla Monticelli è sotto contratto con Amazon con un suo thriller, pubblicato in self e ora tradotto da Amazon in inglese. Un caso editoriale, dato che è entrata nella classifica best seller internazionale la scorsa settimana. Carla è – e resta – un’autrice indie, che si è tradotta da sola i suoi romanzi in inglese e per anni si è promossa senza l’aiuto di nessuno;
    3) Adele Vieri Castellano, con la sua saga “Roma AD” ha rinunciato all’editoria tradizionale per pubblicare in self, anche lei con ottimi risultati;
    4) Giulia Beyman è la numero uno dei thriller Amazon. Romana, felicemente self, pubblica in italiano e in inglese.

    Sai, secondo me la differenza risiede in questo: nel volersi mettere in gioco a ogni costo.
    Io non aborro l’editoria tradizionale, ma ne riconosco i grossolani limiti.
    Articoli come questo non fanno altro che alimentare dicerie e falsità su un panorama che invece ha nomi di spicco e di rilievo.
    Esempi di persone che si guadagnano da vivere scrivendo.
    Questi, per me, sono esempi da seguire.
    Persone di cui ho stima e rispetto per le loro scelte e la tenacia dimostrata.

    Vale la pena scendere a compromessi e cambiare il finale per vedersi pubblicati, perché così “Venderesti di più”?
    Vale la pena attendere mesi per un buon prodotto, per una misera risposta NO, perché non hai scritto l’ennesimo urban fantasy con il vampiro figo?
    Il tuo “romanzo buono” non varrà NIENTE davanti a un profitto troppo basso per la Casa Editrice.
    Forse bisognerebbe chiedersi se sia davvero così importante il lustro del nome Mondazzoli sotto il nostro nome, o se valga la pena curare in ogni minimo dettaglio la nostra opera.

    Certo, non sarà perfetta, ma l’hai detto anche tu: siamo esseri umani, dopo tutto.
    Questo articolo non mi è piaciuto.
    Riporta dati inesatti, non ha statistiche a suo supporto e denigra per partito preso un settore chiaramente sconosciuto a chi l’ha scritto. Mi spiace, ma mi aspettavo qualcosa di più e prove incofuntabili a supporto della propria tesi un po’ più forti della parola “m****”.
    Che sta bene ovunque, alla fine, ma va dosata con cura.

    In fondo, i racconti che pubblichiamo sui nostri blog – gratis – non sono altro che questo: self publishing, promozione e nessuna Casa Editrice a supporto del nostro lavoro.
    Insomma: tanta m****!
    Eppure, mi sembra che nessun lettore si sia mai permesso dalle tue parti – o dalle mie, o da Serena o da Daniele, per esempio – di utilizzare a sproposito una parola che non muove nessuna critica costruttiva, ma solo fa incazzare (e questo termine passamelo, l’ho tenuto sino alla fine) per la superficialità con cui viene utilizzata.
    Chissà che penseresti, se dei tuoi racconti venisse detto “è m****, Salvatore, è solo una grandissima m****!”.
    Ah.
    Ovviamente senza aver letto il racconto (^.-)

    • Ulisse Di Bartolomei
      21 ottobre 2015 alle 00:31 Rispondi

      Salve Alessia Savi

      Il tuo commento è carico di sano e onesto pragmatismo ed è stato un piacere leggerlo. Non sapevo che con Amazon si possono stipulare contratti. Ovviamente saranno loro a interpellare gli autori validi. Alcuni mesi fa gli proposi un documentario autobiografico tradotto (da me) in inglese e mi risposero che le sponsorizzazioni riguardavano soltanto autori domiciliati negli stati uniti.
      Questa dissertazione e stata interessante… pace e bene…

      • Alessia Savi
        21 ottobre 2015 alle 21:21 Rispondi

        Grazie Ulisse (^^)
        Sì, Amazon fa scouting tra gli autori indipendenti che pubblicano sulla piattaforma, sulla base deduco delle vendite e delle potenzialità del titolo in paesi dove potrebbe essere apprezzato. Come nel caso di Carla.

    • Daniele Imperi
      21 ottobre 2015 alle 08:45 Rispondi

      Sulle traduzioni secondo me sono carenti anche altre case editrici.
      Per quanto riguarda campare scrivendo narrativa e usando il self quanti italiani ci sono riusciti? Hai fatto qualche nome, ma sono pochi. Metti in conto che è qualcosa che capiterà a pochissime persone.

      Una casa editrice produce un cartaceo, che io non posso permettermi. Tu parli di grafico, editor, traduttore e social media manager: quanto ti costano? Perché io sto preparando un post proprio sui costi, visto che vorrei pubblicare qualcosa in self e ho quindi bisogno di sapere se posso permettermelo.

      Per il resto sono d’accordo, un editore vede prima di tutto se può ricavarci dalla tua opera.
      Il senso del post secondo me è un altro, non una battaglia contro il self. Ma casomai una battaglia contro il self fatto a cavolo. Tu hai citato dei nomi, anche Carla che conosco perché ci seguiamo su Twitter. Quel self è di qualità, siamo d’accordo, ma per un’opera di qualità come quelle quante ce ne sono di pessime sotto tutti i profili?

      Su Amazon ho cercato “blogging” per vedere in che posizione era il mio libro e ne ho trovato uno che stava sopra di me, un ebook autopubblicato di un autore sconosciuto che non ha un blog e ha pubblicato un ebook su come avere un blog di successo! Ho letto l’anteprima, quel tipo non sanno neanche scrivere in italiano, però vende il suo ebook a quasi 5 euro.
      Ecco, a me queste cose fanno imbestialire. Quel libro nessun editore lo avrebbe pubblicato.
      Quindi, per concludere, non è il self-publishing che ha rovinato il mercato editoriale, ma il self-publishing selvaggio. E quello secondo me ci sarà sempre.
      Ormai con qualcuno di voi ci si conosce da un po’. Io so che i tuoi ebook in self saranno di qualità, come quelli di Serena e di Maria Teresa, ecc. Lo so perché leggendo i vostri blog so come lavorate. Ma poi arrivano le recensioni di Obbrobbrio e lì vedi che sul self c’è tanta, tanta ignoranza. Produrre quelle porcherie dimostra che gli autori non hanno mai nemmeno letto un libro, anzi nemmeno aperto.

      • Alessia Savi
        21 ottobre 2015 alle 21:40 Rispondi

        In Italia anche gli autori più affermati non vivono di scrittura. Uno dei pochi che riesce (perché amatissimo all’estero) è Camilleri. Gli altri o hanno progetti paralleli (vedi ad esempio scuole di scrittura, spettacoli teatrali, programmi tv).
        Se cerchi un po’ di informazioni sugli autori esordienti ti accorgerai che fanno un altro lavoro rispetto allo “scrivere a tempo pieno”.
        Ti posso citare Aislinn e il suo “Angelize” pubblicato da Fabbri, o Virginia De Winter con la sua trilogia di “Black Friars” pubblicata da Fazi.
        Non fanno le scrittrici di mestiere.
        Io metto in preventivo che vivere di scrittura sia difficile a prescindere dalle scelte editoriali fatte. Come diceva Paolo, gioca un ruolo determinante quanto saremo bravi a venderci e vendere ciò che scriviamo.

        Sui costi di un team se ne può discutere.
        Hai diverse opzioni:
        1) investire su te stesso per poterti arrangiare senza cadere in errori e riuscire a gestire tutto ciò che concerne la tua attività extra-scrittoria;
        2) Farti aiutare da qualcuno più bravo in qualcosa che possiamo definire social-sharing o, lo preferisco, sano networking. Io, ad esempio, so di cavarmela benissimo con Photoshop. Ci ho investito tempo nello studio e nella formazione. So che se non posso permettermi un grafico professionista (su DeviantArt trovi artisti di tutto rispetto che fanno cover a partire dai 40,00$) quello che faccio io è comunque di buon livello. Magari ringrazierò il mio editor o i miei beta reader con una copertina per il loro romanzo, se ne avranno bisogno. Dare – prima di desiderare di ricevere a tutti i costi – comporta che gli altri si mettano nel medesimo atteggiamento nei tuoi confronti. Non è detto che tu debba pagare un editor, un grafico, un impaginatore (Scrivener converte in .mobi, epub e pdf. Prezzo del tool $40,00 e ce l’hai per tutta la vita, per esempio). Una buona strategia marketing tra blog e social dovresti saperla organizzare, considerando che sono anni che ti occupi di questo.
        Costa la traduzione? Sì, moltissimo.
        Ma puoi decidere di iscriverti a un sito di traduttori e dividere le royalties delle vendite del romanzo tradotto con lui.
        Come vedi, basta conoscere gli strumenti e molto probabilmente un ottimo prodotto a livello tecnico lo puoi avere investendo molto poco.
        Una cifra che con un po’ di marketing ben fatto e il giusto prezzo di copertina (quindi NO 0,99 cents) puoi recuperare in un paio di mesi di vendita.

        Io ho toccato con mano la Sperling in diverse situazioni, mi viene in mente “La Spada della verità”, per esempio. Che, se non erro, era sempre della Sperling. In altre traduzioni ammetto di non aver avuto grossi problemi.
        Secondo me la legge dei numeri è equivalente in libreria: quanti titoli immondizia incontri? Se entri da Feltrinelli nelle nuove uscite trovi cloni di Twilight e Hunger Games. Non mi sembra molto differente da quello che trovi attraverso il self publishing. Forse dovrai cercare di più, ma tra i lettori di self si sono creati circoli “puliti” in cui trovare recensioni di titoli self che non hanno nulla da invidiare ai pubblicati con case editrici.
        Anzi, spesso si trovano originalità e uno stile fluido e scorrevole, senza errori grossolani.

        L’esempio che porti tu lo comprendo, ma è la medesima cosa di chi ha un blog sul web design e non realizza siti internet. Che differenza c’è? Che uno è a pagamento e l’altro no? Quel romanzo è destinato a sparire.
        Quello su cui si deve puntare – da autori indipendenti ma anche autori pubblicati con CE – è la longevità nel lungo periodo.
        Se si ha un buon lavoro alle spalle, il self regge al tempo.
        La pubblicazione in CE no.
        Perché i romanzi di autori famosi finiscono fuori catalogo dopo un paio di anni, figuriamoci quelli di un esordiente.

        L’articolo di Salvatore, se noti dai commenti qui sul blog ma anche su altre condivisioni sui social, ha avuto un impatto negativo: moltissimi l’hanno valutato come il classico articolo sputa-sentenze. Per cui, se l’intento era di evidenziare le falle di un certo tipo di self, il messaggio non è arrivato. Perché ha parlato solo di tanta immondizia e non ha apportato anche l’altro aspetto della tesi. Gli aspetti positivi del self. E questo perché per Salvatore, probabilmente, non ce ne sono, dato che ha dichiarato espressamente che non ritiene il self una scelta papabile per i suoi standard.
        E ci sta.
        Ma purtroppo non credo sia stato il modo migliore per esporre il suo pensiero (^^)”

        Grazie della fiducia ma ammetto che… non sono così certa sul risultato finale! =P

        • Daniele Imperi
          22 ottobre 2015 alle 08:54 Rispondi

          Sì la traduzione costa, ma io vorrei provare a far circolare qualcosa di mio in inglese e testare quel mercato.
          Sul lavoro di squadra mi è venuta un’idea, aspettatevi un’email tu e Serena :)

        • Salvatore
          22 ottobre 2015 alle 09:24 Rispondi

          Infatti, come dici Alessia, per me il self non è pubblicare. Pubblicare è farlo, per me, attraverso una casa editrice tradizionale. Alla fine il significato del post era semplicemente questo. Chi riversa le proprie aspettative sul self l’ha interpretato come uno sputa sentenze, ma sono solo le mie opinioni sul self e sulla pubblicazione in senso lato. Piuttosto che pubblicare in self, preferisco non pubblicare affatto. Questo non significa che non dovreste provarci tu, o Serena, ecc. Non significa neanche che non ci sia gente in gamba che ci prova attraverso il self o prodotti di qualità. Ci sono, e nel post l’ho detto, ma c’è anche tanta spazzatura; anzi, di spazzatura ce n’è di più e, secondo me, il prodotto di qualità ne viene penalizzato. Poi, per quanto riguarda l’impatto negativo, se basta un post su Pennablu a creare impatti negativi sul self: c’è qualcosa che non va.

      • Alessia Savi
        22 ottobre 2015 alle 07:56 Rispondi

        Attento al giudicare l’ebook sul blogging. Magari l’autore è un consulente e non ne ha uno personale ma gestisce quelli di terzi. Il problema è che si potrebbe dire lo stesso di me, te o Salvatore. Ed i tutti quegli aspiranti scrittori che hanno un blog in cui si parla di scrittura e non hanno pubblicato nulla.
        “Ehi, scrivete di scrittura e non avete pubblicato un solo romanzo?”
        Questa deve essere una cosa transitoria o nel lungo periodo si perde di credibilità agli occhi del lettore.
        E il lettore del nostro blog si farà le stesse domande che ti sei fatto tu davanti a quell’ebook da 5 euro.

  28. Salvatore
    21 ottobre 2015 alle 03:37 Rispondi

    Alessia, hai fatto bene a optare per la “seconda” e ad aggiungere un po’ di informazione in più: risulta utile per tutti. Tuttavia, parli di “dati alla mano”, però non li fornisci. Dici che il mercato editoriale si sta affossando con le sue stesse mani, ma non ne spieghi il motivo e non dai dati. Dici che sull’editoria digitale non esistono statistiche (e non si capisce se con editoria digitale intendi il self, quella delle case editrici, o entrambe) e che i dati forniti dall’editoria (tradizionale?) sono pilotati e dettano leggi, ma non ne fornisci le prove (e sa anche un po’ di complottismo). Tuttavia sostieni che sia il mio post a essere inesatto. Certo, lo è, non è facile scrivere di queste cose e vale per tutti. Però non ho affermato il contrario, e soprattutto non è stato scritto questo post, come puoi rendertene conto se lo rileggi con un ottica più oggettiva, per dimostrare alcuna verità. Senza passare per esperto, quale non sono (e non mi pare di averlo affermato), esprimo un mio parere e tu, giustamente, il tuo. Riguardo al tuo: porti degli esempi interessanti di autori indi che “ce l’hanno fatta”. Non li conosco, ma mi fido. Tuttavia, quanti altri non ce l’hanno fatta? E quanta spazzatura, o se preferisci: m****, è stata invece pubblicata in self? Nel mio articolo, lo troverai, dico chiaramente che esiste l’élite nel self, manoscritti meritevoli, affermazione ribadita nei commenti. Molti li conosciamo entrambi. Ragazzi/e validi, in gamba, che fanno narrativa e si auto-pubblicano per scelta, ma sono la minoranza e quelli che conosco io, con il self, non sopravvivono. Ma non sono dentro questo campo tanto quanto lo sembri essere tu e potrei non conoscere bene le cose. Dire che qualcuno ce l’ha fata è portarne esempi è tanto pericoloso quanto affermare che è tutta spazzatura; anzi, è peggio. Rischi di illudere. Di lustrare per bene le maniglie del Titanic. L’editoria (tradizionale) sta passando un periodo difficile, ma non credo che la colpa sia della “m****” che pubblicano; con quella m**** semmai sopravvivono. L’editoria sta passando un periodo difficile per fattori congiunturali. Non vuoi dare la colpa al cattivo self? Ok… Ma tutti quei manoscritti pieni di errori e sgrammaticati, che sono la maggioranza, non li si può mica ignorare e basta. Porti quattro esempi di autori meritevoli, io porto tonnellate di Kbyte di autori immeritevoli… Parli di royalty… Ok, senza fare della matematica: se sei un professionista del self, sai che non puoi fare tutto da solo, giusto? Quindi dovrai avere un editor, un grafico per l’impaginazione, uno per la copertina, un correttore di bozze, dei beta-lettori, eccetera. O lo fanno per amicizia, o li devi pagare. Io non sono informato su quanto abbiano guadagnato quei quattro ragazzi che porti come esempio, e non ho idea di quanto possano essere le tariffe per dei professioni dell’editing, però la royalty più alta che l’autore prende da Amazon (per citarne uno), rispetto al misero 7% dell’editoria tradizionale, rischia di andare a finire tutto lì. Diciamo, piuttosto, che la royalty presa da un autore che pubblica con un editore tradizionale è netta. Quella guadagnata pubblicando in self: no… Se si vogliono abbattere quei costi, bisogna fare da soli. Se si fa da soli, i risultati (spesso in negativo) si vedono. E questo, Alessia, devi dirlo, altrimenti rischi di illudere un sacco di gente che passa di qua e legge. E la spazzatura aumenta. Io, preferisco rivolgermi all’editoria tradizionale. È il mio sogno, se vuoi metterla così. Mi piacciono un certo piccolo numero di editori, dai quali acquisto quasi tutti i libri che leggo e possiedo, e pubblicare per me significa questo: cioè passare tra le mani di chi questo lavoro lo fa di professione ed essere scelto da loro per la pubblicazione. Non succederà perché, come dici tu, scrivo racconti di m**** e quindi, presumibilmente, anche romanzi di m****? Alessia: l’universo se ne farà una ragione. Quello che invece non comprendo è la foga, quasi la rabbia, che viene riversata in questa cosa del pubblicare. A te piace scrivere? A me, ad esempio, piace. Per me scrivere è anche fare questa cosa qui che stiamo facendo adesso, o pubblicare i miei raccontini di m**** sul mio blog. Se ti piacciono li leggi, se no: no. Ma non puoi definirli self-publishing: non hanno quella pretesa, né vanno in cerca di lettori, o di vendite. Stanno semplicemente lì, in un quaderno virtuale. Io però, non ho mica paura di definirli “m****”… Tu, hai paura di dirlo dei tuoi? Perché la differenza sta nella convinzione. E hai tutto il mio sostegno; ma alla fine, pubblicare, ad ogni costo, è davvero quello che vuoi? Perché è un atteggiamento simile a chi arriva addirittura a pagare, per pubblicare.
    Naturalmente, con il mio post, non volevo denigrare chi, anche nel self, ci mette impegno. Anzi, ci fossero solo loro, probabilmente questo post non esisterebbe o sarebbe un post molto diverso. Mi dispiace che sia stato interpretato in questo modo, perché non è quello che c’è scritto.
    È la consapevolezza a fare la differenza e se la scelta è consapevole, quella del self – quindi grazie per le informazioni aggiuntive (ad esempio non sapevo che Amazon fa da editore, anche se non credo di aver ben capito cosa significa) – ben venga.
    Ah, dimenticavo, il vantaggio di venire pubblicato da una Casa Editrice tradizionale è quello di essere scelti da chi questo mestiere, con passione, lo fa da cinquanta o cento anni. E di portare il loro marchio, un marchio nobile (per me), un marchio nostrano, sulla copertina. Magari di vederlo impilato nella propria libreria in mezzo a tutti gli altri volumi pubblicati da quella stessa casa editrice. E, scusami, ma sì: ne vale la pena! Pensa, lo preferisco perfino al marchio Amazon…
    A proposito di Amazon: ho letto male o è proprio di questi giorni la notizia che Amazon ha denunciato un migliaio di utenti per recensioni false a pagamento? Perché il self è anche questo. Non solo, certo, ma anche.

    • Alessia Savi
      21 ottobre 2015 alle 22:17 Rispondi

      Credevo avessi letto l’articolo sul mio blog, scusami (^^)
      E’ uscito in questi giorni un dato aggiornato sulle vendite digitali su Il fatto quotidiano, prova a dare un’occhiata.
      Il mercato editoriale non investe: per questo si sta affossando. Il prezzo per un ebook a 7,00 euro è un furto. Era il prezzo di un’edizione cartacea economica un paio d’anni fa. Non investe in nuovi autori. Non investe in nuovi generi. Spremerà il mercato YA sino allo sfinimento. Le CE si sono già orientate verso i New Adult e non pubblicano più paranormal romance di autori italiani, ma ancora di stranieri. Significa che le Case Editrici nostrane in cui tu credi, non credono in te ma in quel nome anglofono che attira di più sulla copertina.
      Quando parlo di editoria digitale priva di statistiche, è perché quelle fornite non tengono conto del mercato del self publishing, ma solo dai libri pubblicati da piccole e grandi Case editrici. Per questo parlavo di dato sommerso: il digitale potenzialmente supera l’editoria tradizionale, ma la mole selvaggia di cui parli anche tu non è quantificabile.
      Sui dati pilotati, be’… hai detto tu stesso che i titoli vengono selezionati attentamente.
      Questo è pilotare il mercato e i gusti dei lettori dunque, di conseguenza, le statistiche sulle vendite. Dopo l’uscita del New Adult “After”, per vendere i classici come “Orgoglio e pregiudizio” hanno replicato la trovata alla Twilight, ricreando copertine moderne e a tema della nuova uscita in questione. Questo è marketing. Ed è pilotare le vendite.
      Nessun complotto: solo strategia.

      Il tuo parere lo rispetto, Salvatore, ma hai posto la questione in termini errati. Dal tuo post si evince il tuo odio per il self publishing, facendo di tutta l’erba un fascio. Un articolo oggettivo avrebbe apportato il tuo punto di vista ma anche qualche dato positivo. Probabilmente per te non ne esistono nel self publishing, ma come avrai notato in molti hanno pensato che la tua fosse l’ennesimo articolo di denigrazione di tutti quegli autori che hanno scelto questa strada.
      Quando parli di “m**** di qualità” svilisci il lavoro di altri autori.
      E’ questo che non va proprio.
      Se l’intento era provocatorio, non ha funzionato: ti ha messo su un pulpito a gridare a tutti quelli che non sono pubblicati con una casa editrice che non valgono nulla.
      Non è carino ed è molto poco professionale.
      Non hai scritto questo articolo sul tuo blog, ma qui, da Daniele dove la tua voce arriverà più lontano rispetto ai tuoi lettori abituali: questo significa che a chi non ti conosce hai offerto un’immagine di te forse non pertinente perché, credimi, quello che passa è una sparata su chiunque pubblichi in self.
      Per il semplice motivo che nel 98% del tuo articolo sostieni che il self publishing sia il male assoluto.
      Non puoi credere che chi lo legge pensi che per te non sia un assioma.
      Scusami, ho divagato, ma ci tenevo a sottolineare che – davvero – il messaggio è passato in modo ben peggiore di quello in cui lo volevi porre tu.

      Come dicevo a Daniele, il principio del “non farcela” vale per qualsiasi autore esordiente, a prescindere dal mezzo: self o casa editrice. Con la differenza che con costanza con il self continui a pubblicare e con un po’ di buon marketing puoi rendere costanti le vendite. Con una CE non è così. Se il tuo secondo romanzo a loro non interessa, sei fuori dal mercato.
      Idem per il principio del vivere di scrittura: in Italia nessun esordiente ci riesce.

      Nel mio intervento (e nel mio articolo) ho detto espressamente che per essere scrittori oggi occorre essere imprenditori. E anche questo esula dal contesto di pubblicazione. Non ti basta scrivere, perché la tua CE non ti promuoverà. Dovrai farlo da solo. Avrai forse un editing mediocre, ammesso ti venga fatto. Per cui davvero sì, scrivere oggi è farsi veramente il mazzo e sputare sangue.
      Lo scrivere nella tua vita di scrittore è un 40%.
      Il resto è marketing e strategia imprenditoriale.
      Se non lo fai… o impari, o sei fuori al primo giro di boa.
      Dunque no, non ho mai detto che è facile, semmai il contrario considerando che tutti quelli che sono arrivati (e che ho citato) hanno un altro lavoro e si sono costruiti da zero. Chi crede il contrario è un illuso e solo il sefl fatto con i crismi paga, nel lungo periodo.

      Leggi i libri tradotti con i piedi: il risultato degli errori è identico a quello di un autore self che non sa scrivere. E non crederemo che Moccia sappia farlo, vero?

      In genere i beta-reader sono martiri volontari che amano e apprezzano ciò che fai.
      Un editor può essere o un beta reader figo, o un altro scrittore particolarmente dotato.
      Un illustratore lo trovi su DeviantArt dai 40$. Altrimenti impari a usare Photoshop.
      Per l’impaginazione ci pensa Scrivener: 40$ e hai tutto a portata di click appena finita la scrittura.
      Non mi sembra che le royalties se ne siano volate via, specie con un prezzo di vendita non fisso ai 99 cents.
      E’ la stessa cosa che ho detto a Daniele più sopra: occorre fare squadra, e molti autori self che ce la stanno facendo lo devono a un team di persone che si danno la mano in mutuo soccorso. Chi è più bravo a fare qualcosa aiuta l’altro. A volte gratuitamente, altre con uno scambio di favori, altre pagando.
      Se vuoi fare da solo investi nella tua formazione. Anziché andare ai workshop di scrittura, te ne fai tre di Photoshop e due di InDesign per imparare a impaginare e farti le copertine da solo. Anziché comprare manuali di scrittura ti studi due buoni manuali di marketing, tra cui il Kotler, e poi un bel manuale di SEO.
      Questo significa che anziché leggere romanzi, studi manuali tecnici.
      Significa che torni sui libri per poter capire i meccanismi che muovono il tuo mercato e non aspettare che altri lo facciano per te.
      Questo significa tornare a casa da nove ore in ufficio, scrivere e studiare sino alle due di notte. Per anni, mica due mesi.
      Questo è scrivere nel 2015, almeno per quello che mi riguarda.

      Il sogno di pubblicare con una casa editrice è di chiunque, ma ci sono condizioni molto forti che mi fanno dubitare di loro. Purtroppo non è il tuo talento che conta, ma se potresti vendere o meno. E a quel punto, se il tuo prodotto vale davvero (e vale), devi partire dal punto 1: informarti, studiare, cercare collaborazioni, diventare imprenditore. Quando altri l’hanno già fatto e sono arrivati prima, afferrando un po’ di lettori che potevano essere tuoi.

      Io sono certa che, tra dieci anni, ci troveremo qui a parlare delle stesse e degli stessi problemi. E mi piacerebbe vederti felice e pubblicato con una casa editrice.
      Quello che voglio dire io, però, è di non lasciar perdere tutta quella fetta di cose che non trovi belle, fighe, dannatamente suadenti.
      Quelle cose lì, che fanno il self-made-author, tornano utili anche a te.
      Non sputare su quello che fanno gli altri, non additare senza prima conoscere.
      Sii curioso sul digitale, su come funzionano le piattaforme, il crowfounding, i siti di traduzione.
      Un giorno potresti averne bisogno anche tu.

      A me scrivere piace, o non avrei perso l’ultima ora a rispondere a te e Daniele anziché andare a editare il romanzo.
      Ma ci tenevo a dirvi ciò che pensavo.
      Scrivere è una forma di liberazione e creazione.
      Ma i tuoi racconti, i miei, belli o brutti che siano hanno lo stesso effetto: li leggerà qualcuno a cui piaceranno o a cui faranno schifo, ma molti – semplicemente – non commenteranno nemmeno quello che farai. Resterai nel dubbio di essere un buon o pessimo scrittore per questo?
      Dissento, però: i tuoi racconti, sul tuo blog, sono il tuo biglietto da visita. Che tu lo faccia volontariamente o meno, sono marketing. Sono copie gratuite di qualcosa che potresti vendere. Sono self publishing hostato sulla tua piattaforma.
      Io non ho paura di ciò che scrivo, o penso, o faccio.
      Ci sarà sempre qualcuno per cui quello che faccio, dico o scrivo sarà m****.
      Non siamo tutti uguali, non abbiamo tutti gli stessi gusti: me ne sono fatta una ragione da tempo.
      Dovresti chiederti qual è la scelta più difficile: se affrontare la diffidenza di decine di Salvatore che odiano il self o il rifiuto di 20 case editrici perché preferiscono il nuovo Young Adulto con i vampiri.
      Se è più facile snaturare la tua opera per poter vendere o restarle fedele e non stare nel circuito degli autori di Mondazzoli, probabilmente nell’oblio di migliaia di self.
      Sono scelte, reversibili per altro.
      Io valuto ma per farlo devo informarmi: tu lo stai facendo?

      Amazon seleziona autori, fa praticamente scouting tra gli indipendenti e propone loro contratti, spesso per l’estero. Se vendi in UK, USA, Australia, inizi a vedere la luce. E’ il caso di Carla, puoi leggere una sua intervista a tal proposito su Tiscali.

      Sulle recensioni tutto vero, ma quelle non dipendono da Amazon, ma da autori disgraziati.
      Però c’è anche l’altra faccia della medaglia: agenti, editor, scouter (si chiamano così? Ho qualche dubbio) e persino autori affermati che pubblicano recensioni negative ai danni degli autori self della loro stessa categoria di genere, se li superano in classifica. Come vedi, nessuno è immune dalla pratica della poracceria.
      E, come si suol dire, spesso la verità sta nel mezzo.

      E continuo a pensarlo: che tra dieci anni ci troveremo qui, da Daniele, a dirci a che punto siamo arrivati. E spero con tutto il cuore che siano solo traguardi tagliati e grandi soddisfazioni per tutti (^^)
      E scusa la lunghezza, è un papiro!

      • Gas
        22 ottobre 2015 alle 01:51 Rispondi

        Il guest post lo dovevi scrivere tu, non un arruffapopoli che non sa nemmeno di cosa parla.

        • Alessia Savi
          22 ottobre 2015 alle 07:51 Rispondi

          Grazie, ma questa è la visione di Salvatore ed è giusto che si trovi qui. Ha espresso le sue idee, con cui possiamo o meno essere d’accordo. Se Daniele ha ritenuto di pubblicarlo è perché probabilmente ci sono affinità di pensiero. O avrebbe rifiutato il post. Io, non mi sono mai offerta per farlo (^^)

          • Daniele Imperi
            22 ottobre 2015 alle 08:42 Rispondi

            Ho ritenuto di pubblicarlo perché dice cose che condivido. Io sono a favore del self-publishing, come sapete visto che seguite il mio blog, ma per come la vedo io il post di Salvatore attacca il self spazzatura, la cui esistenza è comprovata. Certa roba che ho visto su Amazon e su Ilmiolibro non mi è mai capitata di trovarla nell’editoria classica.

          • Salvatore
            22 ottobre 2015 alle 09:27 Rispondi

            Io e Daniele ci siamo confrontati prima della pubblicazione. Il post non voleva essere un attacco al self in toto, ma un punto di vista diverso dal solito. Naturalmente è scomodo… per questo Pennablu è un bel blog, perché non ha paura di pubblicare post “scomodi”.

        • Salvatore
          22 ottobre 2015 alle 09:26 Rispondi

          Un arruffapopoli di classe, se permette. Superati i 140 commenti e scommessa vinta. Grazie a tutti. XD

          • Alessia Savi
            22 ottobre 2015 alle 09:34 Rispondi

            Dopo questa mi ritiro e considero ogni mio commento tempo perso, regalato all’impennata del bouncint rate di PennaBlu.

          • Salvatore
            22 ottobre 2015 alle 10:09 Rispondi

            Scehrzavo per smorzare, Alessia. :)

      • Grilloz
        22 ottobre 2015 alle 08:20 Rispondi

        Giusto un paio di appunti:
        Il mondo editoriale non è solo i grandi gruppi, ci sono anche tanti editori indipendenti che fanno bene il loro lavoro (vero, per 10 che lo fanno bene ce ne sono 1000 che lo fanno male) ma questi piccoli editori bravi sono quelli che rischiano di più.
        Lamenti che le grandi case editrici fanno solo marketing, ma poi dici che un buon self deve puntare molto sul marketing, quindi alla fine si cade sempre lì. E la letteratura di qualità dove va a finire? Ho anche un po’ paura che alla fine sia premiato il libro dell’autore che ha saputo vendere meglio il suo prodotto piuttosto che l’autore più bravo a scrivere, sempre partendo dal presupposto che nessuno bari http://www.illibraio.it/sunday-times-amazon-recensioni-258214/
        Per finire, Amazon è il più grande editore del mondo, la sua politica è quella di eliminare gli altri concorrenti (e neanche la nasconde più di tanto), alla fine si comporta proprio come i grandi gruppi editoriali di cui sopra, cosa ti fa credere che il suo talent scouting non sia una semplice operazione di marketing?

        Comunque ti riconosco il merito di aver risposto con argomenti concreti alimentando un dibattito che trovo comunque interessante, a differenza di altri qui…

      • Daniele Imperi
        22 ottobre 2015 alle 08:49 Rispondi

        I classici venduti con la copertina che menziona After sono una porcheria. Come Il piacere di D’Annunzio con un modello a torace scoperto in copertina.
        Su Fiverrr trovi copertinisti a 5 dollari :)
        Sono d’accordo che conviene leggere libri di marketing per autori che non manuali di scrittura.
        Scouter: talent scout :)

        PS: perché non prepari un bel guest post Alessia, su questi dati e sull’andamento del self? :)

      • Salvatore
        22 ottobre 2015 alle 10:08 Rispondi

        Troverò il tempo per leggerlo, giuro. Ad ogni modo, per scrivere un post veramente oggettivo, e non era il mio intento, avrei dovuto scrivere un post da 6000 parole. Su questo argomento c’è molto, forse troppo da dire. Ma non era questa l’intenzione; l’intenzione non era neanche fare di tutta un’erba un fascio, nel post dichiaro (ma nessuno si ferma a leggerlo, evidentemente) che c’è self di qualità; l’intenzione, invece, era di dare un punto di vista diverso dal solito. Pubblicare in self, anche fatto bene, rappresenta al momento un tentativo di prendere una scorciatoia. Se il self vince la sua scommessa per il futuro (ma per farlo deve trovare comunque un modo per filtrare la “m****” dalla “qualità”), magari non sarà più così, per ora invece lo è. Un dato oggettivo a conferma di questa tesi è che tutti quelli che si auto-pubblicano (o la maggior parte) lo fanno nella speranza di essere notati, e infine pubblicati, da una casa editrice tradizionale… eh!, ma allora non siamo sempre lì? Si denigra desiderando segretamente? C’è dell’ipocrisia in tutto questo, ti pare? Poi rispetto chi ci prova seriamente, rispetto di più chi riesce a proporre prodotti di qualità, ma questo mi sembrava scontato.
        Parlando di m**** di qualità, parlavo di quella prodotta dalle case editrici. Se le case editrici preferiscono pubblicare un certo tipo di narrativa è perché c’è un mercato per quella narrativa lì. Forse oggi Dostoevskij, o Manzoni, o Calvino non verrebbero pubblicati e dovrebbero arrangiarsi. Viviamo qui e ora, non altrove e in un altro tempo. Va accettato. Questo non significa che le cose non cambino. Tuttavia, io preferisco passare direttamente dalla porta principale. Il self, e dici bene, non mi interessa. Ma con questo non sto mica giudicando tutti gli altri. Nel post non c’è scritto: smette di pubblicare in self. Semmai, tra le righe, può essere letto: se lo fate, fatelo bene. Può essere, però, che il messaggio non sia passato come volevamo io e Daniele. Questo mi dispiace.
        Vivere di scrittura non significa fare i romanzieri. La figura del romanziere, se è mai esistita davvero, è probabilmente morta a fine Ottocento. Oggi vivere di scrittura significa vivere di ciò che si scrive: cioè anche di libri pubblicati, ma non solo. In questo non ci vedo nulla di male. Come sai sul self e sul crowfounding ho parlato, e bene, anche sul mio blog. Sul mio blog ho invitato, ad esempio, Narcissus (all’epoca si chiamava così) a parlarne. Quindi non ho sputato sentenze (anche se ho dato quest’impressione a chi aspira ad avere successo con il self). Come vedi dai commenti, c’è anche chi ha interpretato bene il messaggio.
        «E mi piacerebbe vederti felice e pubblicato con una casa editrice». Grazie, ci sto lavorando. Fra qualche giorno farò un annuncio sul mio blog proprio a questo proposito. :)
        Hai fatto benissimo a dire la tua e lo hai fatto a dovere, arricchendo la discussione e portando un punto di vista diverso dall’autore del post (il sottoscritto) e da chi ne ha permesso la pubblicazione. Ma sui racconti pubblicati sul blog, che sono senz’altro marketing e un biglietto da visita, secondo me hai torto: non è self-publishing. L’intenzione che ne sta alla base è diversa, a meno che tu non intenda con self l’idea di farti semplicemente conoscere per poi entrare nel mondo dell’editoria tradizionale. Ma allora questo confuta tutte le altre affermazioni fatte finora. Se l’editoria tradizionale, e in questo gli articoli di chi inneggia il self non sono mai coerenti, è il “male assoluto”, allora il self, come lo hai dipinto tu o tanti altri, deve essere intesa come “un’alternativa assoluta”. Non un’altra strada per entrarci (nell’editoria tradizionale). E temo che ci sia, in questo, un po’ di confusione. Tu sei tanto addentro all’argomento e quindi potresti essere poco obbiettiva, ma guardando dal di fuori io vedo:
        1. Chi fa seriamente il self per fare il self, e sono pochi;
        2. Una stragrande maggioranza che pubblica in self perché ritiene di avere talento senza neanche rendersi conto di quanto è brutta la roba che scrive;
        3. Una certa quantità (e non so dire se è piccola o grande) di persone che tentano la strada del self solo per entrare dalla porta “laterale” – e non vuole essere questa una sentenza, ma una constatazione – dell’editoria tradizionale.
        Ecco, per me, il self buono, quello di qualità, dovrebbe limitarsi al punto uno. Se si sceglie il self per una questione, diciamo, ideologica allora bisogna farlo fino in fondo. Altrimenti, le lamentele espresse al mio post, sono tutte chiacchiere.
        Sono curiosissimo di vederci tra dieci anni, ma potremo incontrarci anche prima. Un’idea che Chiara aveva posto qualche tempo fa…

  29. Ulisse Di Bartolomei
    21 ottobre 2015 alle 13:43 Rispondi

    Salve. Comincio riferendomi alle ultime due righe di Salvatore… pur avendo una decina di testi pubblicati, di cui due in inglese, non ho neppure una recensione. Una ricevuta due anni fa, si è persa in quanto ho dovuto cambiare il titolo per favorirne l’indicizzazione. Ho pensato di chiedere agli amici, ma mi vergogno… Comunque i punti dolenti in cui si imbatte l’editoria “fai da te” sono anzitutto due: pubblicare il proprio pensiero è una delle forme “democratiche” di espressione e le vie della truffa sono infinite… È ovvio che al pari degli annunci in rete e delle vendite porta a porta, anche l’editoria libera diviene un ambito per fare la “cresta” sulla credulità della gente e la oggettiva difficoltà di appurare la qualità del prodotto, aggrava. Alcune sere fa ho cercato in Amazon un testo sulle mitologie, intenzionato ad acquistarlo. Ne ho trovato uno con una bellissima copertina, edito da un editore di prima grandezza. Sfogliando l’anteprima ho assaporato lo stile argomentale dell’autore… “c’è gente che crede a boiate del genere… la storia va riscritta” atteggiandosi come se lì ci fosse stato e sempre esponendo con il piglio “non sia fesso, segua me”. Quel libro non l’ho acquistato ma quell’autore vorrei che vivesse al tempo delle leggende, quando chi la “cantava” troppo male non rischiava soltanto di non guadagnare! Se avessi cercato in una libreria fisica probabilmente l’avrei acquistato soltanto per la copertina, in quanto scorrere le anteprime come si può fare in una libreria virtuale è una peculiarità funzionale venuta in sussistere con la facilità di pubblicare in elettronico, di cui anche gli editori classici hanno parecchio approfittato. Piccolo dettaglio: in una libreria fisica si sta in piedi… io ho “sfogliato” quell’anteprima perdendoci venti minuti, seduto e maneggiando un semplice maus. La questione in tema sta che il difetto di approccio tra lettore e libro cartaceo come avveniva prima dell’era digitale, oggi è moltiplicato per la menzionata facilità di agire con il mezzo virtuale. Assodato che l’acqua del fiume scorre sempre a valle e fargli cambiare direzione l’è impresa imbroba, rimane la maturità dei lettori a decidere quanta qualità trovi il giusto approdo e quanta fuffa rimanga ignorata. Non questo non intendo confutare la problematica in questione, ma ribadire che l’approccio utile è di utilizzare la risorsa internet al meglio possibile e fare come un tipo in passato consigliava… non ti curar di loro, ma guarda e passa… Qui c’è una morale preziosa e mai così attuale come in questi tempi.

  30. Mara Cristina Dall'Asen
    22 ottobre 2015 alle 00:39 Rispondi

    Scusate, ma i concetti espressi nel post mi sembrano proprio anacronistici, Io sono una che si è auto pubblicata e non una volta, ho anche insistito e sono arrivata al secondo romanzo. Le case editrici, per come la vedo io, sono lontane anni luce dalla descrizione data sopra. A meno che la Littizzetto, Belen o Volo siano degli alti esponenti della letteratura contemporanea. Le case editrici grandi vendono il “nome, il personaggio” non il libro. Questo è assodato, e purtroppo sono anche le uniche che fanno una reale distribuzione e una pubblicità efficace. Le piccole e medie fanno quello che possono in base alla loro serietà, ma per un esordiente non garantiscono né vendite, né visibilità nella maggior parte dei casi. Il motivo è presto detto: nessuno investe su un esordiente che venderà sì e no 300 copie. Altro piccolo particolare… i tempi di attesa con gli editori. Se mando il manoscritto a dieci editori dovrò aspettare circa 18 mesi… e se nessuno risponde affermativamente… altri 18 mesi con altri editori. Senza contare poi che non 1 su 1000 ce la fa, ma 1 su 10.000 visto il fiorire di scrittori.
    Per mia esperienza personale ho aspettato 20 anni per veder pubblicato (non a pagamento) un lavoro di ricerca sul dialetto della mia zona, libro che in una provincia piccola come Belluno ha venduto 2000 copie in un anno e sarebbe richiesto ancora oggi a 15 anni dalla pubblicazione.
    Allora spiegatemi che male faccio all’editoria o alla letteratura se mi pubblico i miei romanzi? Ho 50 anni suonati, non ho tempo di aspettare i tempi dell’editoria tradizionale e forse neanche lo voglio. Mi assumo il rischio totale di quello che pubblico (non ho editor, impaginatori e grafici per la copertina), non sono ricca lo faccio con un finanziamento. Ci metto la mia faccia, quello che penso, il mio lavoro e non voglio ingannare nessuno, non mi nascondo dietro una casa editrice. Chi mi cerca trova anteprime dei miei romanzi on-line, se non vi piacciono e ritenete che non hanno nessun valore… non comprate i miei libri. Ma se alcuni lettori mi dicono che leggono parti del mio libro quando si sentono tristi, se tre persone che non avevano mai letto un libro in vita loro hanno deciso di leggere il mio, chi è che può decidere che questo è un male? Io sono un’autrice, non sono una scrittrice, non ho il bollino certificato dell’editore e probabilmente i miei libri finiranno nel dimenticatoio, ma sino a quando qualcuno sarà disposto a pagare con soldi veri un mio libro io continuerò a scrivere e a pubblicarli. Io non ho la pretesa di fare “cultura”, anche perchè ciò che sarà la “cultura” del domani non lo stabiliscono gli editori ma i lettori.
    Non voglio poi entrare nella questione della qualità dei libri perchè vedo che si dà per scontato che un autore self rilegga poco, legga meno e abbia una visione approssimativa della grammatica. In compenso ha un ego smisurato ovviamente.
    Solo un consiglio: se volete trovare dei self che valgano la pena (e vi assicuro che ce ne sono), ma anche esordienti tra le case editrici minori, evitate chi ha 50 commenti (ci sono capolavori che ne hanno molti di meno), cercate chi mette l’anteprima, andate su googlebooks e controllate l’impaginazione, evitate quelli pubblicati solo in ebook, controllate la lunghezza del testo (moltissimi sono racconti), informatevi bene su quelli pubblicati solo da amazon. Ovviamente capisco benissimo che ci vuole tempo per questo, ma se non siete disposti a cercare non lamentatevi di ciò che passa l’editoria tradizionale.
    Per finire vi dico quello che penso io del self publishing: è una opportunità, una forma di libertà intellettuale e anche un sogno. Inoltre solo dal caos nascono nuove idee.

    P.s. Tutto questo discorso non vuole essere incentrato su di me e i sui miei libri ma sulla mia esperienza di self che è simile a quella di tanti altri. Scusate lo sfogo…

  31. Gas
    22 ottobre 2015 alle 02:05 Rispondi

    Da uno che produce contenuti letterari su un blog, ha una newsletter, insomma usa un mezzo di AUTOPUBBLICAZIONE… ci ragionate anche?

    • Alessia Savi
      22 ottobre 2015 alle 07:47 Rispondi

      Salvatore sostiene che pubblicare racconti sul blog non è self publishig.
      Forse perché non sono in vendita ma free… Come molti libri pubblicati su Amazon.

      • Daniele Imperi
        22 ottobre 2015 alle 08:39 Rispondi

        Neanche secondo me si può definire self-publishing, perché con questo termine si identifica la pubblicazione di opere da mettere in vendita. Altrimenti sarebbe self-publishing anche un semplice blog.

        • Alessia Savi
          22 ottobre 2015 alle 09:29 Rispondi

          No perché il self publishing comporta anche opere gratuite messe sugli store.
          E il tuo blog può essere uno store se fai vendita diretta.
          Ti faccio l’esempio di Stephen King. Ha pubblicato a puntate un romanzo sul suo sito. Ogni settimana pubblicava e i lettori potevano pagare volontariamente i 99 cents della lettura. O non pagare niente. Quando ha provato ad alzare il prezzo, i pagamenti si sono dimezzati. Questo per dirti che si, a mio avviso è self publishing a prescindete dal pagamento.
          Per incison King si è anche autopubblicato su Amazon con un inedito.
          Come ha detto Mara il self publishing è un’opportunità e viene visto solo come una discarica.

      • Salvatore
        22 ottobre 2015 alle 09:29 Rispondi

        Confrontare i racconti sul blog alle pubblicazioni in self (su Amazon o altri portali) è come confrontare una cena al ristorante con il pranzo domenicale dalla nonna.

  32. Simona C.
    22 ottobre 2015 alle 14:28 Rispondi

    L’inizio di questo articolo mi ha fatto ripensare al tuo post
    http://cronacheletterarie.com/2015/10/22/tutte-le-fasi-del-self-publishing/
    Il mercato self si ripulirà da solo anche in Italia?

  33. Andrea Cabassi
    23 ottobre 2015 alle 11:18 Rispondi

    C’è da dire che le case editrici a pagamento costituivano un bel filtro: prima dell’avvento del self gli incapaci dovevano essere danarosi, ora invece possono pubblicare anche gli incapaci poveri :-) (ovviamente non è riferito a nessuno dei presenti, sia chiaro!)

  34. Sabrina
    23 ottobre 2015 alle 18:16 Rispondi

    Bisogna mettersi in testa che il mestiere dell’editore esiste per un motivo, e non tutte le persone che si alzano al mattino e decidono di diventare scrittori, sono tagliati per farlo.
    Secondo me è impossibile scrivere davvero bene qualcosa senza avere una guida e un secondo parere che corregga il testo. Anche per i professionisti. Per questo secondo me è necessaria e fondamentale essere affiancati da una casa editrice e dal suo editor.
    Poi io scrivo da dodici anni e di anni ne ho solo venti, per cui non ne so praticamente niente di tutto questo.
    Ma scrivo, e quello che scrivo mi piace adesso e dopo una settimana mi fa letteralmente schifo e me ne vergogno come un ladro, e questo è incredibile perché una settimana prima ne ero davvero soddisfatta! Non avrò mai la competenza di un buon editor, perché essere editor non è essere un bravo scrittore, e non è neanche sapere la grammatica. E’ riuscire a lavorare sulla storia senza l’istintività e la passionalità tipica dello scrittore. E’ quello che differenzia una storia bella, da una storia bella e ben costruita. Quando pubblicherò, lo farò con una casa editrice. E prima o poi succederà, quindi perché pubblicare da sola cose di cui poi mi vergognerò? (Il che è pure successo)

  35. FULVIO
    25 ottobre 2015 alle 11:20 Rispondi

    Ohhhhh…cercavo la fine della discussione non trovandola mi stavo per scoraggiare. Poi ho detto: mica posso leggere tutto solo per dire la mia.
    Con la massima possibile sintesi (che sarebbe buona norma in un blog, nel quale invece spesso si leggono poemi), la mia idea é che il filtro editoriale rappresenti una mia esigenza più che una garanzia. Ho già raccontato in passato di aver ricevuto un paio di proposte di pubblicazione (non a pagamento) e nonostante ciò di aver deciso di non pubblicare perchè l’editing non mi convinceva. Matto? Può darsi. Però condivido quanto affermato da Daniele: il mondo può sopravvivere anche senza di me. Quanto a quello che si trova in libreria (m****) self o non self, ci arriva lo stesso. E questo fornisce credo una valutazione circa la qualità del filtro applicato dalle case editrici (con le minuscule).

  36. nino carmine di rubba
    15 gennaio 2016 alle 17:45 Rispondi

    Complimenti è novità e, sempre piacevole leggere le sue notizie. (ninocardir)

  37. Massimiliano
    24 agosto 2016 alle 11:38 Rispondi

    Ciao a tutti,
    sono nuovo in questo blog ma sto leggendo con piacere tutti gli articoli e le discussioni, molto interessanti e per questo faccio i complimenti a tutti.
    Sono anche io uno “scrittore del futuro”, scrivo il mio romanzino da anni e sono quasi sicuro che prima del 2100 sarà finito!!
    A tal proposito, ed essendo una persona molto previdente (ho ancora più o meno 80 anni di tempo), ogni tanto lancio un’occhiata ai siti e ai servizi che le varie case editrici offrono. Personalmente non sono contrario al Self, anzi, piuttosto che essere fregato dalle varie case editrici che ti “cedono” solamente il 10% del prezzo di copertina, oltre a farti comprare i libri, preferirei investire qualche soldino (senza esagerare) ed arrangiarmi da solo con le vendite. Il mercato dell’editoria è sicuramente saturo e offre i più svariati servizi, dal poter pubblicare una sola copia del libro (?), al pubblicare solo ebook (cosa che non condivido), ci sono anche case editrici che rilasciano il 100% agli autori (offerta che potrebbe essere interessante) a quelle che lavorano sul venduto (ma ritengo si tratti più di aziende di stampa che vere e proprie case editrici).
    Vengo al punto, secondo voi cosa dovrebbe avere il Self Publishing per essere davvero “convincente”? Penso che nel futuro la gran parte degli autori, a parte pochi eletti, prenderanno questa strada ma in effetti manca ancora qualcosa.
    Mi scuso per essermi dilungato e ancora complimenti per il blog!!!

    • Daniele Imperi
      1 settembre 2016 alle 11:29 Rispondi

      Ciao Massimiliano, benvenuto nel blog.
      Come fa una casa editrice a dare il 100% dei diritti all’autore? Intendevi questo? In quel caso è impossibile, perché la casa editrice spende dei soldi per pubblicare un libro e se dà tutto all’autore, alla fine fallisce.
      Per me il self-publishing per essere convincente deve avere le stesse caratteristiche dei libri delle case editrici. Versioni cartacee e ebook, copertine professionali, editing professionale, ecc.

  38. Nicola Adorni Fontana
    13 gennaio 2017 alle 02:53 Rispondi

    Sono un esordiente, ho da pochi giorni pubblicato in self su Amazon il mio romanzo (che non sarebbe il primo, ma è il primo che ho deciso di pubblicare).
    E’ una via, quella del self, che non avevo mai voluto prendere in considerazione, per la mia ferma convinzione che si deve essere editi, se ce lo meritiamo, e non se paghiamo o se, come è con il self, sappiamo usare un pc e caricare un pdf su un sito.
    Il mio romanzo è passato attraverso una agenzia letteraria, con editing e impaginazione e copertina.
    Nulla di paragonabile a cio’ che fa una major, ma neppure (spero) una cosa pane e salame.
    Ovvio che quel che conta, per me, è il testo; puoi avere l’editor migliore al mondo e la copertina fatta da un genio della grafica pubblicitaria, ma se il tuo romanzo è una cagata, tale resta.
    Tuttavia, inizio a pensare che il self publishing sia comunque un filtro, al pari di quello che sicuramente sono le CE.
    Un filtro a maglie comunque molto strette, perchè l’offerta ormai è ampia, e la domanda scarsa.
    Direi che è come la massa di ragazzini che giocano a calcio nelle squadrette di provincia: ovvio che chi viene individuato da società importanti, o da talent scout, ha un percorso piu’ guidato ed ha maggiori possibilità di sfondare.
    Ma anche chi rimane in provincia, se è davvero un campione, pur nella massa alla fine sfonda.

    Io non so scegliere bene i libri come l’altra ragazza che ha postato su, che dice di sgamare i libracci in rete in due minuti.
    Tuttavia so che un libro in qualche modo si vende anche da solo, se lo merita.
    Con il passaparola, soprattutto. Perchè se una cosa ti piace, la consigli, la regali, la presti anche.
    E puo’ darsi che alla fine arrivi nelle mani giuste, del giornalista locale che te lo presenta, o del piccolo editore che crede in te.
    Io credo che la massa di self, sia un bene per il self, ma il tempo ci dirà se è vero o meno.

    • Daniele Imperi
      13 gennaio 2017 alle 08:39 Rispondi

      Ciao Nicola, benvenuto nel blog. Se hai contattato un’agenzia letteraria, perché non l’hai usata per mandare il tuo manoscritto a un editore? Di solito si contattano per questo le agenzie letterarie.
      Ho visto la copertina del tuo libro e te lo dico sinceramente: si vede che è fatta in casa. Non è un lavoro fatto da un grafico.

      • Nicola Adorni
        13 gennaio 2017 alle 12:47 Rispondi

        Salve Daniele e grazie per l’accoglienza e la risposta.
        La storia è un poco lunga e non ritengo sia particolarmente interessante, quindi cerco di riassumerla.
        Sono un esordiente; in tutto. Non si è esordienti solo nello scrivere, lo si è nello scegliere, nel valutare, nel capire le strategie giuste, nel fidarsi o meno dei consigli.
        Sono stato esordiente in molte cose, come tutti: nello sport, nel lavoro, nei sentimenti, nella genitorialità.

        Essere esordienti significa soprattutto due cose, mettersi in gioco e accettare che non si sia subito all’altezza.
        Che forse non saremo mai all’altezza.
        L’agenzia letteraria mi ha fornito dei servizi, impaginazione, editing e copertina. Spero che tu non pensi che me la sono disegnata io e che stia mentendo su questo. Sarei un demente.
        Io ho scelto il soggetto, la foto; tra tante ho scelto questa perché mi comunicava qualcosa.

        Dopo una lunga revisione il libro è stato inviato ad una lista di CE.
        Dopo qualche tempo, per me la questione era chiusa. Amen.
        Ma alcune persone mi hanno invogliato a provare lo stesso la via del self.
        Ho ripreso la mia editor, ce lo siamo rilavorato tutto, ci stiamo provando.
        Da esordiente (io, non la editor). Un self publisher esordiente spera che ci sia qualcuno, un giorno, che ti noti, e che ti proponga di migliorare il tutto, migliorare te stesso, di renderti prima emergente, poi scrittore con la S.

        Da esordiente ho sottovalutato la questione copertina, che vedo avere un ruolo e un peso.
        Sarebbe stato bello leggere che avevi letto, che so, fino a pagina 2 dell’estratto.
        A quel punto sì, la mia giornata poteva diventare terribile, se tu mi avessi scritto: “te lo dico sinceramente, scrivi con i piedi…”
        Perché ho sempre pensato che scrivere con i piedi sia una colpa che uno scrittore, pur esordiente, non può commettere.
        Ho invaso il tuo blog, perdonami!
        (e grazie per la schiettezza)

        • Daniele Imperi
          13 gennaio 2017 alle 13:07 Rispondi

          Un’agenzia letteraria, a quanto ne so, ha degli editori con cui lavora, quindi, almeno come penso, se valuta bene un manoscritto, è quasi sicuro che diventi un libro.
          Per quanto riguarda la copertina, il problema non è la foto in sé, ma come è stata realizzata la copertina: è un lavoro amatoriale, non di un grafico.

  39. Nicola Adorni
    13 gennaio 2017 alle 14:34 Rispondi

    Da ogni cosa, nella vita, si impara.
    Sul discorso agenzia letteraria non so che dirti, sembrava molto fiduciosa del mio romanzo, anche se mi aveva messo in guardia sul fatto che il mondo “esordio” è comunque difficile.

    Sulla questione copertina, sono già al lavoro, e ti ringrazio.
    Senza stravolgimenti, ma indubbiamente si è visto di meglio.

    A presto.

  40. von Moltke
    29 maggio 2017 alle 12:31 Rispondi

    Arrivo tardi, ma sono complessivamente d’accordo con l’autore. Purtroppo gli aspiranti scrittori sono sempre una marea eccessivamente vasta, specie se rapportata al numero di chi, fra di essi, non solo ha effettivamente qualcosa da dire di interessante, ma è anche capace discriverlo. Colpa dell’alfabetizzazione di massa? Probabilmente sì. Anche a causa di essa, ormai chiunque pensa di poter scrivere un romanzo e farlo leggere a decine di migliaia (o milioni…) di lettori. Le case editrici sono però complici della spazzatura che ci sommerge. Il Codice da Vinci, un pessimo romanzo, con una storia ridicola, scritto da cani e privo di qualsiasi interesse, non sarebbe divenuto il libro più venduto al mondo (almeno per quel periodo) se non avesse avuto dietro le case editrici maggiori, avide di lucrarci sopra, che lo hanno ammannito ad un pubblico che si è così visto confermato in gusti volgari, o per lo meno scadenti. Tuttavia, nel self-publishing si vede persino di peggio: gente che non sa neppure scrivere in italiano, che ammette di non leggere, che pubblica pappardelle improponibili sotto a tutti gli aspetti, ebbene, questa gente, pur se letta da pochi, contribuisce ad abbassare la media di quanto viene pubblicato.
    Io sono arrivato alla scrittura da pochissimo, e anche anagraficamente tardi. 40 anni, proprio da gennaio. Ho passato i 35 precedenti a leggere avidamente, divenendo sempre più selettivo (se a 16 anni ero ancora capace di leggere ed apprezzare King, Wilbur Smith, Shakespeare e Dostoevskij allo stesso tempo, ora i primi due non li prenderei più in mano neppure se mi pagassero). Paradossalmente, più leggevo i classici, e meno mi sentivo idoneo a scrivere io stesso: mi dicevo: ma cosa vuoi scrivere di più degno della pubblicazione, dopo di loro? E poi, per motivi opposti, non pensavo che ci fosse molta gente interessata a ciò che potessi raccontare.
    Dal 2 gennaio, ho iniziato a scrivere romanzi. Ne ho finiti due. Non ho alcuna illusione sul loro futuro successo, né sul loro valore letterario, ma mi sono divertito un mondo a scrivere, quando pure non sono stato preso come da un demone che mi ha costretto a mettere nero su bianco le mie storie in modo frenetico.
    Ho contattato, e contatterò, solo case editrici. So che ci vogliono i mezzi e i soldi di un grande editore, se voglio sperare che più di cento persone mi leggano e apprezzino. So che la carta stampata sta entrando in un’era di declino, ma sono un tradizionalista reazionario, e il digitale non mi avrà, costi quel che costi. Al più, se proprio nessuno mi vorrà pubblicare, mi farò stampare una ventina di copie a mie spese, che regalerò alle persone a cui tengo, giusto per il piacere di vedermi “pubblicato” in qualche modo.
    Trovo ingiusta l’aggressività con cui alcuni hanno reagito al post. Pur non prendendosela con nessuno in particolare, la durezza della tesi di fondo, e cioè che non bisogna illudersi di essere dei grandi, perché solo pochissimi lo sono (persino pochissimi di quelli pubblicati anche dalle grandi case), è solo qualcosa di salutare, e le reazioni astiose, probabilmente nascondono una certa coda di paglia. Poi, per carità, ci sono anche dei geni incompresi, e Poe, per dirne uno, divenne un best seller appena dopo la morte. Ma se si è coscienti di essere degli scrittori validi, non si dovrebbe provare astio verso chi cerca di fare un’operazione di chiarezza come l’autore dell’articolo.

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