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Il potere psicologico della scrittura

Il potere psicologico della scrittura
Scrivere è avere un potere fra le mani

L’altro giorno ho letto un interessante articolo su Edge, Scrivere nel 21° secolo, una conversazione con Steven Pinker, psicologo all’Università di Harvard. Da qui il titolo un po’ enigmatico del mio post, che parte proprio da quella lunga conversazione in cui Pinker spiega alcuni meccanismi della scrittura a cui non avevo mai pensato.

La scrittura genera idee in altre menti

Writing is inherently a topic in psychology. It’s a way that one mind can cause ideas to happen in another mind. Steven Pinker

Quando ho fatto il raffronto fra scrittura e pittura, ho scritto una frase trovata nel libro Proust e il calamaro: non siamo nati per leggere. Ebbene, non siamo neanche nati per scrivere. Se il nostro cervello ha dovuto adattarsi a leggere, ha dovuto farlo anche a scrivere.

La forma più antica di scrittura, in fondo, è proprio la pittura. Una narrazione per immagini di ciò che caratterizzava il preistorico mondo dei nostri antenati. La storia dello storytelling parte proprio da lì, dalle immagini dipinte nelle grotte di Lascaux e che risalgono a quasi 18.000 anni fa.

Che cosa è successo, in realtà, con quella primitiva forma di scrittura? La mente di un uomo, dell’autore dei dipinti, aveva creato immagini, ricordi, sensazioni nella mente di altri uomini. Idee, quindi.

Magari, proprio alla vista di un primo dipinto, altri uomini, artisti embrionali, sono stati ispirati e hanno contribuito con altre opere.

Erano nati i primi filoni letterari.

La scrittura è cognitivamente innaturale

Writing is cognitively unnatural. Steven Pinker

Lo psicologo, a questo punto, dice una cosa importante sulla scrittura. Quando parliamo con una persona, possiamo controllarne le espressioni, i movimenti delle sopracciglia, dello sguardo, dei muscoli facciali, sappiamo se si tratta di un adulto o di un bambino, se è un esperto nel campo o meno.

Ma con la scrittura, dice Pinker, noi non abbiamo tutti questi vantaggi. Possiamo soltanto lasciare le nostre tracce e sperare di essere seguiti.

Qui, forse, sta il vero potere della scrittura, una forza psicologica reale, perché riesce a catturare il lettore pur non sapendo nulla di lui, di lei, di loro, noi non sappiamo nulla dell’età dei nostri lettori.

E anche se scrivessimo per un pubblico di riferimento, noi staremmo sempre scrivendo per un ipotetico pubblico, che in realtà è fatto di individui con mille gusti differenti, con livelli culturali diversi, con caratteri opposti e aspettative personali.

Pinker lo definisce un pubblico invisibile e inconoscibile. E è davvero così. Ma quanto potere ha la scrittura quando riesce a far suo quel pubblico?

Assaporare e decodificare la scrittura altrui per migliorare

The first step to being a good writer is to be a good reader. Steven Pinker

E è proprio quello che sappiamo tutti, che dicono in tutto il mondo, che Stephen King sostiene da tempo come unici requisiti per diventare uno scrittore. Ma Pinker è andato oltre e ha scritto qualcosa di profondamente vero.

Pinker è partito dal linguaggio e dai suoi misteri e ha fatto delle considerazioni sulla lingua inglese che vi consiglio di leggere. Possiamo fare noi la stessa cosa con quella italiana.

Il passato di “dire” è “detto” e quello di “udire” è “udito”. Perché? C’è una logica, oltre quella che fa derivare il tutto dal latino? E lo stesso discorso vale per la punteggiatura, gli accenti e altre regole.

Dove vuole arrivare Pinker? Al fatto che la buona scrittura non si ottiene soltanto imparando le giuste combinazioni di parole, ma assorbendo – usa proprio questo verbo – le infinite costruzioni e gli idiomi e le irregolarità che leggiamo sui libri.

Ma la frase più bella è quando ci dice che assaporiamo la buona prosa: possiamo infatti sentire il sapore di una scrittura perfetta, anche se non esiste, imparandone il codice segreto per farlo nostro.

Eccolo ancora qui il potere psicologico della scrittura: quello di migliorare altre scritture. È un codice, ci dice in pratica Pinker, ma sappiamo tutti che quel codice non può essere decifrato da tutti.

E voi, che ne pensate? Credete in questo potere della scrittura?

24 Commenti

  1. Seme Nero
    18 giugno 2014 alle 06:21 Rispondi

    Ho sentito dire nel subconscio, non riconosciamo l’ironia o gli scherzi, nemmeno quelli che diciamo noi. Non distinguiamo insomma la fantasia dal reale, se non ho capito male. Detto ciò, se quando leggiamo diamo una voce al narratore e creiamo immagini di ciò che leggiamo nella nostra mente ecco che allora si può concludere che forse, in parte, un po’ ci stiamo psicanalizzando, stiamo immettendo infatti idee non originali ma rielaborate dal nostro cervello, per di più credendo, a livello subcognitivo, a ciò che leggiamo. Se non ricordo male avevi scritto qualcosa riguardo il “patto” tra lettore e scrittore di “sospensione della realtà”.

    • Daniele Imperi
      18 giugno 2014 alle 15:45 Rispondi

      Sì, ho scritto un post sulla sospensione dell’incredulità, che secondo me, però, non esiste.

  2. Seme Nero
    18 giugno 2014 alle 06:23 Rispondi

    “Ho sentito dire CHE, nel subconscio…”
    scusate

  3. Emanuele
    18 giugno 2014 alle 08:32 Rispondi

    Concordo perfettamente sul fatto che i lettori sono inconoscibili, in quanto hanno gusti differenti.
    Se dovessi scrivere un libro e pubblicarlo, potrebbe piacere a 20 persone, ma ad altre 3 potrebbe sembrare noioso o per nulla adatto ai propri gusti.

    Forse all’inizio uno scrittore non ha la capacità di attrarre sempre più persone con le proprie storie, ma col tempo e l’esperienza potrebbe anche diventare l’esempio da seguire per altri futuri scrittori.

    • Daniele Imperi
      18 giugno 2014 alle 15:46 Rispondi

      Forse neanche dopo 100 libri potrai sapere quali lettori di preciso leggeranno il tuo prossimo romanzo.

  4. Tenar
    18 giugno 2014 alle 10:03 Rispondi

    Che la scrittura non sia naturale lo sperimento ogni volta che mi ci applico, con la mia incapacità di associare morfema e fonema. Che la narrazione attraverso parola non sia naturale, invece, è tutt’altro che dimostrato. Gli uomini si raccontavano storie ben prima di saper scrivere, forse, in alcune forme, anche prima di dipingere. L’esigenza di narrare nasce probabilmente con la necessità di tramandare e spiegare tecniche di caccia in gruppo e quindi, secondo gli ultimi studi, potrebbe essere pre Sapiens.
    Tutto questo per dire che il tuo post, Daniele, mi ha incuriosito, andrò ad approfondire le tesi di Pinker perché il discorso mi affascina parecchio.

    • Daniele Imperi
      18 giugno 2014 alle 15:48 Rispondi

      La narrazione anche secondo me potrebbe essere nata prima della pittura. Gli uomini vivevano in gruppi e dovevano per forza comunicare.

      Pinker ha sollevato questioni interessanti.

  5. LiveALive
    18 giugno 2014 alle 10:48 Rispondi

    La cucina ha un lavoro facile, perché non deve creare qualcosa di universalmente buono, ma solo rispondere a una richiesta specifica. La scrittura questo non può farlo, deve creare senza poter rispondere al desiderio singolo. Per capirci, in cucina se uno ti chiede carne di manzo gliela fai, se ti chiede carne ben cotta la fai ben cotta… La letteratura invece è fare maiale al sangue e sperare piaccia a tutti.
    …eppure, ci sono tanti critici gastronomici che tentano di dare un giudizio assoluto, tra forchette fiori e stelle. Come si fa? Si applica un canone, si parte dal presupposto che, magari, il cibo non debba essere bruciato, duro da masticare, con bucce o altre parti da togliere, e via così. Problema: forse questo è utile a comprendere la qualità generale, ma al singolo fruitore importa solo la qualità specifica. Se a me non piace il pesce, non piacerà né fatto dalla nonna né fatto da un ristorante a tre stelle. Se oggi un ristorante serve ghiro al miele, lo guardano male, ma nell’antichità era uno dei piatti più raffinati. Il cervello è buono, ma in pochi sono disposti a mangiarlo. In altre parole, un giudizio basato su un canone non è utile e non per io critico stesso che vuole apparire arguto; al fruitore, importa solo il gusto. Quello che pare un giudizio obiettivo è, proprio per la sua obiettività, un giudizio falso: i canoni infatti possono essere più o meno condivisibili, non più o meno veri. Questo almeno dal punto di vista estetico: possiamo sempre negare la natura estetica dell’arte, ma non mi pare sano, in quanto qualsiasi scopo si vuole applicare, lo si fa sempre perché pare realizzi qualcosa di bello, e se non è percepito come bello, non interessa alla gente, tutto qui.

    è stato dimostrato che, quando sentiamo un discorso di livello, nel cervello degli ascoltatori si attivano le stesse aree di quello dell’oratore. Curioso: Jack Kerouac basava tutta la sua scrittura su questo. Non correggeva mai le bozze perché, diceva, se il suo cervello funzionava come quello del lettore, allora qualsiasi cosa si scrive con la giusta emozione, il lettore la sentirà, anche se pare roba illogica. Scrivi qualcosa da felice, e il lettore lo sentirà. …non so se crederci, ma rifletterci è stimolante.

    Leggere può aiutare a scrivere, ma per diminuire i tempi, è bene farlo in modo consapevole. Bisogna avere le conoscenze per fare le analisi: com’è la sintassi? Ci sono subordinate? Qual è la concentrazione degli aggettivi? Degli avverbi? Sono generali o precisi? Sono astratti o concreti? La focalizzazione è a destra o a sinistra? …e questo per una singola frase! Quando si va a vedere il contenuto diventa tutto ancor più complesso.

    Interessante l’idea di sentire il sapore della prosa perfetta anche se non esiste. So che è strano, ma a me non interessa scrivere bene, ma scrivere in modo nuovo. Molti vogliono scrivere come Dio. Io voglio scrivere come un alieno: uno stile che faccia dire “che stramberia, non può averlo scritto un umano”. È un’idea, non so come realizzarla, eppure, ogni tanto, mi appaiono questi flash, queste parole sparse, con quel sapore.
    Cosa simile mi è capitata con D’Annunzio. Lo ho conosciuto tramite una caricatura, e ho pensato a come doveva essere la prosa di un tilo con quell’aspetto… Quando poi l’ho letto, il suo stile mi è piaciuto lo stesso, ma non aveva il sapore di quella caricatura. Da molto cerco di realizzare lo stile che avevo immaginato. Mi sembra quasi di vedere la pagina, di leggerne le parole, ma poi di non riuscire a scrivere ciò che ho letto.

    è vero, c’è bisogno di un manuale davvero moderno. Attenzione: i manuali di stile come quello di Shrunk&White non sono manuali di scrittura creativa. Sono testi che ipotizzano un uso logico ed efficiente della comunicazione linguistica. Tipo di comunicazione, però, che se può andare logicamente bene in un saggio, non è detto vada bene in un romanzo. In altre parole: ciò che va bene per la logica non è detto che vada bene per l’estetica, né per la psicologia. Molti scrittori di manuali di scrittura creativa fanno l’errore di basarsi si manuali che di scrittura creativa non sono. Dicono “è logico, ergo è giusto”… No, qui non siamo hegeliani. C’è bisogno di una nuova base, e, secondo me, l’unica è la neuroestetica. In verità la neuroestetica stessa dimostra il relativismo, ma se esiste una qualsiasi base estetica biologica, quindi universale o oggettiva, questa è la via.

    • Daniele Imperi
      18 giugno 2014 alle 15:53 Rispondi

      Ti dico che non intendo minimamente fare un’analisi del genere quando leggo: focalizzazione e a destra e a manca, avverbi astratti o concreti e via dicendo :)

      • LiveALive
        18 giugno 2014 alle 16:25 Rispondi

        No? Secondo me può essere divertente. A volte ho anche riscritto dei paragrafi di autori famosi tentando di migliorarli. Secondo me può essere utile, se non altro per capire che caratteristiche hanno i paragrafi che ci fanno un così buon (o cattivo) effetto.

  6. Chiara
    18 giugno 2014 alle 14:01 Rispondi

    Se ci credo?
    Assolutamente si! :)
    La scrittura (in particolare quella narrativa) esercita un potere psicologico sul lettore tramite meccanismi di immedesimazione e identificazione che non sono tanto pratici ma, piuttosto, emotivi e spirituali.
    Rappresentando emozioni universali, si crea il giusto equilibrio fra evasione e sicurezza: si può raggiungere qualunque parte del mondo, pur rimanendo ancorati a sentimenti riconoscibili.

    • Daniele Imperi
      18 giugno 2014 alle 15:53 Rispondi

      Meccanismi di immedesimazione e identificazione: vero, ma ci riusciamo sempre a crearli?

      • Chiara
        18 giugno 2014 alle 16:09 Rispondi

        Secondo me si. Molti di essi si creano senza pilotarli. In qualunque romanzo compaiono elementi “universali”, anche nei fantasy: basti pensare a valori come la solidarietà, l’amicizia, la lotta per il raggiungimento dell’obiettivo e così via…

  7. Enzo
    18 giugno 2014 alle 14:38 Rispondi

    Terapeutica. Sì, forte energia terapeutica [specie se buona scrittura]!

    • Daniele Imperi
      18 giugno 2014 alle 15:54 Rispondi

      Ha anche quel potere, è vero, sia in chi scrive sia in chi legge.

  8. ferruccio
    18 giugno 2014 alle 15:23 Rispondi

    L’idea per un post mi hai dato: quanti di noi leggerebbero un Hemingway o un McCarthy se li avessimo conosciuti da ragazzini e se fossero o fossero stati da sempre i nostri vicini di casa?

    • LiveALive
      18 giugno 2014 alle 15:50 Rispondi

      “conosciuti da ragazzi” in che senso? Conosciuti come “letti”, o proprio conosciuti fisicamente, magari pure compagni di banco?

    • Daniele Imperi
      18 giugno 2014 alle 15:54 Rispondi

      Bene, sono curioso di leggere il post :)

      • ferruccio
        18 giugno 2014 alle 16:10 Rispondi

        Fisicamente, Hemingway per me è un dio letterario, ma se fossi cresciuto con lui magari lo avrei visto allo stesso modo una volta famoso?

        • LiveALive
          18 giugno 2014 alle 16:29 Rispondi

          In genere, gli artisti è meglio non conoscerli.
          Pensaci. Tu non ami Hemingway quanto l’idea mitica di Hemingway. Ma immagina se dovessi incontrarlo di persons, tu che gli dici “signor Hemingway, sono un suo grande fan”, e lui “vai al diavolo, idiota, non ho tempo da perdere” XD
          Non è solo il carattere però, ma l’umanità stessa. Se non conosci una persona, ti pare senza debolezze, e così ci pare impossibile che Michelangelo potesse soffiarsi il naso. Ma quando conosciamo una persona, come notiamo la sua umanità, notiamo anche la sua infinita debolezza.

          • ferruccio
            18 giugno 2014 alle 17:23

            Infatti è questa l’idea del post

  9. Ulisse Di Bartolomei
    20 giugno 2014 alle 01:08 Rispondi

    Il potere della scrittura è “immenso”, in quanto si presta ad essere strutturata per trasmettere non soltanto dei messaggi, ma delle sensazioni subliminali che stimolano la mente ad una condiscendenza faziosa. Spesso un effettivo “plagio scientifico”! Negli anni ’80 studiavo la psicologia di vendita per persuadere i potenziali clienti e mi sembrava tutto sommato “veniale”. Negli anni, o meglio nei decenni, mi sono poi accorto di come la mente inesperta può venire manipolata, senza che la “vittima” lo sospetti. La scrittura specialistica è talmente denotata di “persuasione passiva”, da essersi normalizzata nella psiche sociale, che quando lo si fa notare si viene facilmente presi per “psicotici”… Meglio farlo indirettamente… magari scrivendo dei libri…

    • Daniele Imperi
      20 giugno 2014 alle 07:46 Rispondi

      Sì, purtroppo la mente può essere manipolata con le parole giuste.

  10. Luca.Sempre
    28 giugno 2014 alle 12:25 Rispondi

    Avevo letto l’intervista qualche settimana fa. Direi che in linea teorica lo psicologo ha ragione, anche se gli psicologi sono molto bravi (troppo) a parlare in termini astratti. La pratica, però, è un’altra cosa.

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