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Individuare il potenziale del libro

Individuare il potenziale del libro

Nel corso degli anni ho abbandonato tantissimi progetti editoriali. In realtà chiamarli tutti “progetti editoriali” è eccessivo: diciamo piuttosto idee per romanzi e saggi di varia natura.

Nel 1994 ho scritto un romanzo drammatico in forma di diario: allora mi pareva una buona storia, ora so che era spazzatura. Nel 2009 ho scritto un libro tecnico sul blogging che ho proposto a 3 editori almeno, ora so che non è utile, perché ne esistono tanti simili nel mercato e fatti anche meglio, ma soprattutto sono informazioni che si possono trovare gratis in rete ovunque.

Delle molte idee rimaste tali ben poche sono sopravvissute fino ai giorni nostri. Delle prime avute nessuna. Ma alcune resistono. Quelle, ancora oggi, mi sembrano buone idee e mi spingono a scriverle.

Quello che voglio dire è che, nelle idee scartate e nei progetti abbandonati, non avevo individuato il potenziale del libro o dell’idea del libro. Semplicemente quelle idee non funzionano.

L’impatto del libro nel mercato editoriale

Hai scritto qualcosa di nuovo?

Il mio primo libro sul blogging non diceva nulla di nuovo. Il mio secondo libro sul blogging, pubblicato, parlava di blogging in modo diverso: non c’era nulla di simile su quell’argomento in editoria.

Il mio primo romanzo fantasy (fermo alla trama) era una scopiazzata de La spada di Shannara: poche letture in generale e poche in particolare sul fantasy. Il mio secondo romanzo fantasy (fermo alla trama) era una scopiazzata de Il signore degli anelli: ancora poche letture in generale e poche nel fantasy.

Il mio terzo romanzo fantasy, su cui avevo iniziato a lavorare e che per ora è fermo a trama, world building e schede personaggi, è invece un fantasy nuovo, specialmente per la sua ambientazione. Mescola storia, avventura e epica. Parte da due racconti bonsai scritti nel 1994. Nel 2010, più o meno, ho iniziato a ragionare su come ampliare la storia e da allora quella storia mi piace ancora.

Quale sarà l’impatto del vostro libro nel mercato editoriale? Avete scritto qualcosa di nuovo?

Non è facile rispondere a questa domanda, perché ogni schifezza è bella agli occhi del proprio autore (parafrasando una vecchia canzone).

La forza dell’idea e la sua resistenza nel tempo

Ti stuzzica ancora quella storia dopo un anno?

Il romanzo di fantascienza a cui sto lavorando mi stuzzica ormai da 3 anni, da quando ho iniziato a metterci le mani. Abbandonato almeno due volte, l’ho sempre ripreso e ancora adesso non voglio abbandonarlo.

Quello è il primo romanzo che voglio scrivere. Non voglio iniziare con un altro. Non ho scelto una trama semplice, anzi è complessa, e potrei iniziare con altri romanzi che mi interessa scrivere, più facili da gestire e anche più lineari.

Ma a me interessa iniziare con quello. Se non ci riesco, allora scrivere narrativa non fa per me e è inutile continuare a sognare di fare lo scrittore. Io la penso così.

Riassumere il libro in una frase

Ovvero individuarne la tagline

Se non sai spiegare il tuo progetto riassumendolo in una frase, allora significa che non lo conosci bene. Può un autore non conoscere bene il romanzo che vuole scrivere? Sarebbe ridicolo.

Nella tagline è condensato il messaggio del libro, tutta la sua forza: in quella frase possiamo convincere un lettore a comprare il nostro libro. E senza barare.

È davvero convincente? Riusciamo davvero a riassumere il nostro libro in una frase?

Riconoscere il pubblico del libro

Per chi stai scrivendo il libro?

Facile rispondere: se è un fantasy, allora lo stai scrivendo per i lettori di fantasy. No, risposta sbagliata. Il fantasy si compone di tanti sottogeneri e sfaccettature.

I miei 2 romanzi fantasy dell’età giovanile si rivolgevano ai lettori del fantasy epico, ma se fossero stati pubblicati sarei stato accusato di plagio. Il mio terzo romanzo fantasy si rivolge ai lettori amanti dell’avventura classica, delle atmosfere esotiche e delle novità.

A chi si rivolge il mio romanzo di fantascienza? A chi ama le storie sulle realtà parallele e vuole qualcosa di nuovo nella fantascienza.

Voi per chi state scrivendo il vostro libro?

Twilight, 50 sfumature di grigio e il potenziale che smuove il pubblico

Ovvero: le eccezioni alla regola

Questi due romanzi sono stati abbondantemente criticati. Non posso dire nulla al riguardo, perché non li ho letti, né ho intenzione di farlo. Non sono il mio genere di lettura. Su Amazon il secondo ha avuto più critiche negative che positive. Il contrario invece per Twilight.

Come si spiega questo successo? Critiche negative a parte, quei romanzi hanno venduto.

Le autrici hanno osato, credo. Oppure sono state abili a trovare una nicchia forte per i loro romanzi. O entrambe le cose. O, ancora, c’è stato un buon marketing. Ma per finire al cinema e per vendere così tanto dev’esserci anche qualcosa di più consistente del marketing.

Quei romanzi contengono qualcosa che smuove i lettori (il sesso, più o meno esplicito). Il vostro romanzo cosa contiene che smuoverà i lettori?

Nei miei romanzi non c’è di mezzo il sesso, nemmeno velato. Ma non credo che basti il sesso per smuovere un pubblico di lettori. Almeno mi auguro che non sia così, altrimenti la letteratura è messa davvero male.

Concludo qui: individuare il potenziale del libro è il primo passo da compiere appena avuta l’idea del libro. A scrivere c’è tempo. Prima dobbiamo capire se vale la pena scrivere quel libro.

70 Commenti

  1. silvia
    19 maggio 2016 alle 09:11 Rispondi

    Per quanto riguarda 50 sfumature di grigio, l’ho letto per curiosità, anche se, ammetto, non l’ho finito. Proprio non mi interessava. Tuttavia sono dell’idea che il successo che ha ottenuto derivi dal fatto che l’autrice è riuscita a sdoganare un tema (il sesso sadomaso) portandolo all’interno di un classico romanzo rosa. Ha fatto cioè un’operazione rischiosa ma vincente perché nuova. E’ probabile che sia stata aiutata dall’argomento che tira (cibo e sesso funzionano sempre) e da un buon marketing, ma è anche vero che avrebbe potuto facilmente ritorcersi contro.
    Secondo me il suo merito è stato quello di creare una cosa nuova e di utilizzare i toni giusti, tali da attirare un pubblico non abituato al sesso sadomaso (infatti ha ricevuto molte critiche invece dai cultori del genere), sebbene incuriositi da esso. E’ riuscita a superare un tabù e farne la sua forza.

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 12:27 Rispondi

      Puntare su qualcosa di forte e tabù è sempre un rischio, hai ragione. A lei è andata bene :)

  2. Salvatore
    19 maggio 2016 alle 09:45 Rispondi

    Tutto giusto e non ho osservazioni da fare al riguardo. Una sola domanda: hai capito il perché continui a fermarti ogni volta che ti metti a scrivere un romanzo?

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 12:28 Rispondi

      Forse ho capito perché mi fermo scrivere questo: è complesso, almeno per me, è anche lungo. Inoltre ci sono altri fattori, più personali, che mi allontanano dallo scrivere. Cioè non mentalmente concentrato ora sullo scrivere un romanzo.

  3. Nadia
    19 maggio 2016 alle 09:57 Rispondi

    Riguardo ai due libri citati ho letto solo 50 sfumature, cercando di capire cosa avesse destato tutta questa bagarre, anche sentendo i commenti delle amiche. Credo di aver dedotto che fosse un Harmony un po’ più spinto, che dava il giusto piacere a donne poco felici e soprattutto curiose. Da chiunque non è stato definito un buon libro, ma di certo un prodotto commerciale produttivo.
    Ecco chi scrive non dovrebbe farlo per soldi, pensando di avere il best seller tra le mani, ma io sono un’utopista, quindi una voce fuori dal coro. Chi scrive lo dovrebbe fare per comunicare quello che dentro la testa gli preme di dire e in un piacere immenso lo mette su carta, infatti dovrebbe essere un lavoro in scioltezza, senza blocchi e senza tabù.
    Ma il dovrebbe non va a braccetto con la realtà, ben cosciente e quindi si pensa al target a cui indirizzare il libro, il tipo di scrittura da usare, il sistema pubblicitario migliore per reclamizzarlo, distorcendo quell’iniziale spinta priva di tutto.
    Il potenziale del libro o sta nell’idea innovativa mancante sul mercato o nell’indubbia bravura del suo scrittore, o ancora nella corretta dose di fortuna che accompagna il tutto. Questo il mio pensiero.

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 12:30 Rispondi

      Da altro utopista ti capisco benissimo :)
      Al target ci puoi sempre pensare, anzi dovresti farlo, ma solo avendo in mente il modo migliore per comunicare la tua storia.

  4. Chiara
    19 maggio 2016 alle 09:58 Rispondi

    Mi rivedo molto in ciò che scrivi sulla forza dell’idea e la sua resistenza nel tempo, perché mi trovo a vivere la medesima situazione: ho scelto un’opera prima complicata, che a volte mi fa venire la voglia di mollare tutto per dedicarmi a una storia più semplice ma, nonostante l’eventualità di riprendere in seguito, mi sento motivata ad andare avanti. Anche io ho deciso che il mio primo romanzo sarà quello, e non torno indietro. Tra l’altro alcune persone che conoscono bene l’editoria hanno detto che ha un potenziale, perché ha un pubblico. E ormai ci ho lavorato così tanto che riesco a riassumerlo facilmente in una sola frase. Quindi che senso avrebbe mollare? :D

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 12:31 Rispondi

      Bene, un’altra che ha scelto un’opera complicata come opera prima :D
      Mollare non ha senso, infatti, sia perché c’è la volontà sia perché secondo me ti farà capire se devi continuare a scrivere o meno.

  5. Valentina
    19 maggio 2016 alle 10:04 Rispondi

    Ciao Daniele, anche io sono d’accordo quasi su tutto. L’unica precisazione la farei sulla “resistenza dell’idea nel tempo”: anche secondo me venire punzecchiati costantemente da un’idea, sentire che ti ritorna nel tempo nonostante tu l’abbia più volte abbandonata, indica in un certo senso che “quella storia deve essere scritta”. E penso anche come te se non ci riusciamo la soluzione non è scriverne una che ci riesca più facile.
    Sul fatto però che questa stessa storia debba interessarci nel tempo anche dopo che l’abbiamo scritta non sono così sicura: penso che possano esserci certe storie che hanno un senso se scritte in un determinato momento, che in un certo modo se fossero state scritte prima o dopo non sarebbero la stessa cosa. Penso che si possa rileggere qualcosa di proprio e non esserne così convinti come quando l’abbiamo scritto ma questo non significa necessariamente che quel qualcosa non era buono. In sostanza, sono d’accordo con McCarthy quando dice “Certe cose di cui ho scritto ormai non rivestono più alcun interesse per me, ma certamente mi interessavano prima di scriverle. C´è qualcosa, sul fatto di scrivere di determinate cose, che le appiattisce. Le hai consumate.” :)

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 12:34 Rispondi

      Ciao Valentina, neanche io so se quella storia, se dovessi finirla e se sarà pubblicata, continuerà a piacermi dopo qualche anno. Di solito, dopo che ho scritto un racconto, è raro che a me quella storia mi piaccia ancora dopo qualche tempo.
      Ma ormai è scritta e pubblicata, quindi che bisogno c’è che continui a piacermi? :D
      D’accordo quindi con McCarthy, anche se non so dove hai scovato quel suo pensiero.

      • Valentina
        19 maggio 2016 alle 12:36 Rispondi

        In effetti, considerato che ha rilasciato soltanto due interviste in tutta la sua vita, non è stato semplicissimo, ma almeno quelle due ho dovuto leggerle :D

        • Daniele Imperi
          19 maggio 2016 alle 12:46 Rispondi

          Soltanto 2 interviste? Vedi tu se mi tocca andare fino a Santa Fe per intervistarlo :D

          • Valentina
            20 maggio 2016 alle 08:43

            Magari! Vengo anch’io!! (Io ascolto e basta ti prego :D )

          • Daniele Imperi
            20 maggio 2016 alle 09:09

            E io che speravo di aver trovato un’interprete :D

          • Valentina
            20 maggio 2016 alle 08:45

            Ah, e non si è mai presentato a ritirare nessuno dei premi che ha vinto. Mai stato in tv o alla radio. Sostiene che quando uno pensa così tanto a come scrivere un libro, una volta scritto non ne deve parlare più. Bisogna solo leggerlo. :)

          • Daniele Imperi
            20 maggio 2016 alle 09:10

            Su quello ha ragione: non puoi chiedere a un autore che cosa aveva voluto dire. Ognuno ne tragga le considerazioni che vuole.

  6. Gianfranco
    19 maggio 2016 alle 11:19 Rispondi

    Parlo da lettore, anche se anch’io ho scritto un romanzo e sto ancora cercando di capire il valore letterario del mio libro. Sto leggendo a tappeto le anteprime dei libri che partecipano al concorso “Il mio esordio” del sito “ilmiolibro.it”, a cui io stesso partecipo. Dopo aver letto più di cento anteprime (circa il 15% delle pagine) solo uno mi ha spinto a continuare la sua lettura oltre l’anteprima e farne una recensione. Riflettendo su che cosa mi a spinto a continuare la lettura di questo libro e a scartare tutti gli altri mi rendo conto che sono tre gli argomenti:
    1° La scrittura: la forma corretta e il ritmo che mi aggancia come a un amo e non mi molla più.
    2° L’intrigo, che mentre sto leggendo mi spinge a chiedermi: e adesso che è successo questo, quel personaggio come reagirà, sapendo che si aspettava tutt’altro?
    3° L’argomento, ma se funzionano bene i primi due, basta che non sia qualcosa di già letto.
    Ho riletto anche l’anteprima del mio libro e mi sono reso conto che ha superato solo gli ultimi due punti e quindi, pur essendone orgoglioso, l’ho scartato.

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 12:36 Rispondi

      I 3 punti che hai elencato li prendo anche io in considerazione quando leggo un libro. Riguardo al tuo libro, l’hai scartato perché lo reputi scritto male?

      • Gianfranco
        19 maggio 2016 alle 13:45 Rispondi

        Non penso sia scritto male. Ho eseguito lunghe e ripetute fasi di editing, facendo attenzione alla forma, ma non ho saputo dargli quel ritmo che ti aggancia e ti da quel particolare piacere della lettura.

  7. Elisa
    19 maggio 2016 alle 11:43 Rispondi

    ciao Daniele, 2 riflessioni:

    – quella che tu chiami tagline non è forse la logline? Sarebbe interessante capire l’etimologia dei 2 termini…

    – parli di “novità editoriali”: non è che per caso la novità sia anche stilistica e non solo relativa alla trama? Mi riferisco ad uno stile che ricalchi i pensieri dell’autore, scorrevole, che ci faccia immedesimare nella sua testa. Anche se non racconta chissà che storia. Ciò ad es. che mi affascina in scrittori come Poe, Lovecraft e Céline (ma potrei citarne anche altri) non è tanto la trama dei loro racconti/romanzi (anche se spesso non è niente male ;) ) ma come scrivono. Il finto delirare di Poe in certe sue storie horror o il flusso ipnotico di Lovecraft nella saga di Chulu e non solo, la frenesia anch’essa delirante del Viaggio al termine della notte non sono forse un valido esempio di quanto sostengo?

    • Valentina
      19 maggio 2016 alle 11:52 Rispondi

      Ciao Elisa, piacere di conoscerti :)
      Sono assolutamente d’accordo con te: credo che lo stile debba essere messo sullo stesso piano della trama. Ovvero, alcune storie mi piacciono per quello che raccontano, altre senza dubbio per come vengono raccontate. Anzi (e qui Daniele mi ucciderà :D) considero quasi il “come si scrive” più importante del “ciò che si scrive”.

      • Elisa
        19 maggio 2016 alle 11:58 Rispondi

        piacere mio :)
        Nessuno “ci ucciderà” perchè penso che possano diventare best seller storie banali o spoglie ma scritte divinamente, mentre non sia possibile il contrario. Cioè non credo che una trama ricca di spunti ma scritta in modo banale e piatto possa prenderti il cuore.

        • Valentina
          19 maggio 2016 alle 12:17 Rispondi

          Esatto, anche io. (Daniele siamo due contro uno!!! ;) )

        • Valentina
          19 maggio 2016 alle 12:20 Rispondi

          Con questo non capirò mai il caso di Cinquanta Sfumature perché non credo che la trama, per quanto possa essere “nuova”, possa bastare per decretare il successo di un libro scritto in maniera (a mio parere) orribile.

          • Daniele Imperi
            19 maggio 2016 alle 12:44

            Adesso ti leggi la pappardella che ho scritto a Elisa, così vedi che non siamo in disaccordo :D

        • Daniele Imperi
          19 maggio 2016 alle 12:44 Rispondi

          Neanche io leggerei mai una bellissima storia ma scritta in modo sciatto o con uno stile che non mi prende.
          Ti faccio l’esempio di certe canzoni italiane, ma ci metto in mezzo anche i film italiani: io non ascolto musica italiana e non vedo film italiani, perché entrambi mi deprimono. Da più persone mi è stato detto: “ma hai sentito le parole? (per le canzoni)” e “ma sai che che storie erano? (per i film)”.
          Può essere anche poesia, ma se ci metti una musica deprimente per le mie orecchie, non riesco a sentirla.
          Possono essere storie uniche e forti, ma se per me quei film sono recitati male e hanno colonne sonore deprimenti e sono anche storie che mi deprimono, io quei film non riesco a vederli.
          Come non riesco a leggere i manga, perché non sopporto quel tipo di disegno.
          Quindi per me conta un po’ tutto, lo stile anzi è la prima cosa che noto in un romanzo, non la storia, che posso conoscere solo dopo averlo letto.

        • Alessandro C.
          19 maggio 2016 alle 13:46 Rispondi

          il successo di autori come la Gamberale dimostra che il marketing ormai conta più dello stile e dei contenuti :)

          • Daniele Imperi
            19 maggio 2016 alle 13:55

            Quindi hai letto qualcosa di lei? :)

          • Alessandro C.
            19 maggio 2016 alle 15:13

            quanto è bastato ad annoiarmi a morte, Daniele. E quell’obbrobrio chiamato “Adesso” prima o poi lo recensirò

          • Daniele Imperi
            19 maggio 2016 alle 15:45

            Bene, aspetto la super recensione, allora :D

      • Daniele Imperi
        19 maggio 2016 alle 12:40 Rispondi

        Non è importante ciò che dici, ma come lo dici :D
        Per me anche lo stile è importante, ma penso che sia necessario come la trama.

        • Valentina
          19 maggio 2016 alle 12:47 Rispondi

          Ok, d’accordo su quasi tutto, soprattutto sulla tua ultima cit.
          Disaccordo totale sulle canzoni italiane: ma hai sentito le Parole?? :D :D

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 12:39 Rispondi

      Ciao Elisa, la tagline è uno slogan, alla fine. “Tag” significa etichetta e “log” discorso, quindi la tagline è più breve, se queste sono le due etimologie.
      Sugli autori che hai citato, ho letto tutto Poe e Lovecraft e ho qualcosa di Celine ancora da leggere, ma in quel caso non penso che sia solo lo stile, c’erano anche storie nuove.

      • Elisa
        19 maggio 2016 alle 17:40 Rispondi

        forse più che lo stile in sè (lunghezza delle frasi, uso della punteggiatura, lessico, ecc…) è il messaggio che gli scrittori da me e da te citati vogliono far passare nei loro testi. Un messaggio che ci tiene incollati alle pagine scritte facendoci dimenticare tutto il resto. Forse è questo il segreto: ti mostro, caro lettore, un’emozione, un problema, un enigma o tutte e 3 le cose messe insieme e ti mostro un’emozione, un problema, un enigma o tutte e 3 le cose messe insieme che abbiano in particolare valenza universale (o quasi). Voglio in sostanza che tu, lettore, rimanga “invischiato”, piacevolmente “invischiato” nella mia mente. Se ciò che ho dentro di me è in parte condiviso da tutti (“homo sum, humani nihil a me alienum puto” diceva il grande Terenzio) vuoi che tu non mi voglia seguire in questo vortice d’amore, di vuoto, di orrore, di desiderio, di mistero che sono i miei pensieri?
        Se son vera e non posticcia, se parlo di me stessa e non copio la voce altrui, se vivo drammi e non sono assuefatta al mondo, posso parlar d’amore e di morte. E davanti a questo nessun lettore mi sa dire di no.

        • Daniele Imperi
          19 maggio 2016 alle 17:59 Rispondi

          Sì, forse potrebbe essere anche essere un certo messaggio dell’autore. O forse è solo la sua capacità a farti sentire i problemi del personaggio.

  8. Ulisse Di Bartolomei
    19 maggio 2016 alle 15:24 Rispondi

    Salve Daniele

    Come accennato, credo che tu sia un “vero” tecnico della scrittura, che ambisce di assiemare un romanzo. Un po’ come se un meccanico o ingegnere automobilistico, volesse pilotare una “formula uno” in una gara. Sono cose troppo diverse, seppure attengono al medesimo consesso tecnico. Un romanzo va scritto “di pancia” o di passione e se in ogni frase ti vengono dei dubbi sulla tecnica o di come hai impostato, il compito primario (una storia interessante, ben descritta e circostanziata), diviene improbo. Se ben ricordo, il Manzoni faceva impazzire il suo tipografo, tempestandolo di richieste di modifiche. Uno scrittore così si era certamente premurato di soddisfare l’urgenza di riportare il suo messaggio e poi di controllare dove e come avesse “toppato”… Se vuoi rimanere uno che sa scrivere e acquisire anche le qualità del romanziere, dovrai educare la tua psiche a questa ambivalenza e non è facile. Comunque ricordo un tuo racconto e quelle qualità le hai, ma per rimanere in allegoria automobilistica… percorrere bene una curva, va bene, ma farlo in un intero gran premio è altra cosa.

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 15:48 Rispondi

      Ciao Ulisse, non mi definisco un tecnico della scrittura, però la tua analisi è interessante :D
      Scrivere di pancia sarà pure un bene, però io devo avere quasi tutto chiaro in mente, specialmente se la storia è complessa. Forse è anche vero che devo educare la mia psiche.
      A quale mio racconto ti riferisci?

      • Ulisse Di Bartolomei
        19 maggio 2016 alle 16:06 Rispondi

        A quello su una montagna innevata. Mi sembrava veramente ottimo. Se fai uno sforzo come quello moltiplicato almeno per dieci volte, ottieni un romanzo coi fiocchi.

        • Daniele Imperi
          19 maggio 2016 alle 16:27 Rispondi

          Dici questo: http://pennablu.it/racconto-dinverno/?
          Non mi sembrava questo gran racconto :)

          • Ulisse Di Bartolomei
            19 maggio 2016 alle 19:09

            Esatto, quello! Mi ricorda i mini racconti o condensati (“strizzati” e parecchio…) che leggevo (’77) sulla rivista mensile “Selezione dal Reader’s Digest” e comunque erano piacevoli, si leggevano in fretta e lasciavano un “messaggio” ben definito. Se il tuo ti pare un “non un gran racconto” allora probabilmente scrivi per dei linguisti! A te serve un pragmatismo utile! (Mercificati un pochino…) Se trovi una rivista che ti pubblica raccontini così, risolvi le questioni economiche e di autostima (puoi comporre pure capolavori ma se nessuno te li paga… parlare si fa gratis) e nell’affrontare ogni mese una tematica diversa, impari l’arte della descrizione circostanziale e infine puoi raggiungere quella confidenza necessaria per scrivere un testo importante. Va evidenziato comunque che un argomento fantascientifico è piuttosto arduo se non si padroneggia la fisica teorica. Di per sé già complicata, poiché soggetta a opinamenti estremi.

          • Daniele Imperi
            20 maggio 2016 alle 08:12

            Non credo che ci siano riviste che ti pubblicano racconti pagandoteli. O almeno non ne conosco, ma sarebbe interessante.

  9. L'Anonimo Scrittore
    19 maggio 2016 alle 15:44 Rispondi

    Per quanto riguarda il riassumere il proprio lavoro in una frase sola, ok.
    Per quanto riguarda mantenere la propria idea nel tempo, ok.
    Quando, invece, cominciamo a parlare di identificare il proprio target mi si chiude la vena. E’ un mio limite (forse) ma credo che debba essere l’esatto contrario. Si, lo so, sono un idealista ma credo che sia il lettore a dover cercare il proprio libro e non che lo scrittore debba pensare ad un probabile target di mercato e scrivere di conseguenza.
    50 sfumature di Grigio ho cominciato a leggerlo per curiosità, per cercare di dare un senso a quell’isteria collettiva che si era creata qualche anno fa. Dopo qualche pagina l’ho chiuso: certe cose non le capirò mai. Twilight non l’ho letto quindi non mi pronuncio.
    Come dice Ulisse, lo scrivere è un mix di pancia e di rigidità. Se, a questo, dobbiamo aggiungere anche skill di altri settori (l’editing o il marketing li reputo qualcosa di diverso) allora, mi dispiace, ma la cosa non mi stimola più, non mi interessa.
    Trovo giusto, poi, quanto dice Valentina: alcune cose sono valide solo “qui ed ora”. Io, ad esempio, non riuscirei mai a tornare con la mia ex eppure c’è stato un periodo in cui ci frequentavamo assiduamente. Lo stesso, credo, valga per i propri scritti (con il vantaggio che un tuo scritto puoi sempre stracciarlo o dargli fuoco…con le ex il discorso si complica un po’ eh eh).

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 15:49 Rispondi

      Individuare il target non è facile, e io lo individuo in generale, non mi metto certo a fare calcoli.
      Sono d’accordo che deve essere il lettore a trovare il suo libro. Il paragone con le ex lo appoggio in pieno :D

  10. Barbara
    19 maggio 2016 alle 17:13 Rispondi

    Ho letto tutte le 150 sfumature, Grey, e tutto Twilight e compendi. Ed ho avuto modo di valutare le diverse opinioni di chi li ha letti e amati/schifati.
    Dei 4 libri delle sfumature ho apprezzato la leggerezza. Sono libri “da ombrellone”, un po’ più di un Harmony (almeno chè negli ultimi 10 anni Harmony non abbia fatto un salto di qualità notevole). Al di là dell’aspetto pruriginoso, il protagonista maschile affascina e intriga (il bello e dannato è un vecchio clichè, e funziona sempre), la storia d’amore è ben orchestrata. Ma occorre arrivare al terzo libro per apprezzarla (oltre a non schifare tout court il genere romance, e quindi non c’è discussione che tenga).Mi sarei aspettata una caduta nel 4 libro, la voce di lui, invece devo ammettere che quasi quasi era quello scritto meglio in toto.
    Quel che traspare è che la scrittrice si è divertita. Ha imbastito una storia per divertire lei e le amiche, e questo si sente. Voi non scrivete mai semplicemente per divertirvi? O per forza dovete inseguire il Nobel alla Letteratura?
    E dal momento che ho letto Chiara Gamberale, il suo Per 10 minuti è scritto peggio delle sfumature (e non c’è la scusa della traduzione). Non ho letto Adesso, ma ho appena acquistato La zona cieca e vi saprò dire.
    Twilight. Anche lì c’è il gioco del bello e dannato, è innamorato di te ma il suo istinto vuole ammazzarti. Però c’è la creazione di questo mondo parallelo, con nuove regole, totalmente diverse eppure verosimili. E questo piace (anche a qualche mio amico purista fantasy). Non ho capito perchè King se l’è tanto presa con Meyer: le ha contestato di vendere troppo scrivendo male. Cioè le stesse cose che per 20 anni la critica ha scritto di King stesso. E lui rispondeva saccente: eppur vendo!
    Poi, considerate il mercato italiano: si legge sempre meno, ci sono sempre più stimoli al divertimento molto più immediati di un libro (e si ha pure proprio voglia di evasione istantanea dalla quotidianità). Il che si traduce nella vendita di testi “alla portata di tutti”, per voi “scritti male”, per gli utenti “una bella storia” (che quella si ricordano, prima di tutto).
    E statisticamente le donne leggono di più… :)

    • Daniele Imperi
      19 maggio 2016 alle 17:23 Rispondi

      Oh, ecco una che può parlare con cognizione di causa :D
      Sei riuscita a sorbirti tutti quei romanzi? Complimenti, non penso che durerei oltre la prima pagina.
      Sono d’accordo però su quanto hai detto, hanno saputo giocare con alcuni ingredienti e hanno puntato su una certa massa.

      • Barbara
        19 maggio 2016 alle 17:42 Rispondi

        La prima pagina c’è solo lei che esce di casa :D
        Comunque, vale sempre De gustibus non est disputandum. Anche la mia reazione di fronte ad alcune quarte di fantascienza mi fa esclamare: “Perchè cavolo dovrei leggere sto pippone galattico?!” Che poi io leggo di tutto, ma ci sono momenti in cui davvero sento bisogno di “staccare” in frivolezze.

        • Daniele Imperi
          19 maggio 2016 alle 17:59 Rispondi

          Bisogna staccare in frivolezze, infatti, e ognuno trova le sue :D

    • Valentina
      19 maggio 2016 alle 21:09 Rispondi

      Ciao Barbara e piacere di conoscerti :) So che intervieni spesso e leggo sempre volentieri quello che scrivi. In questo caso però ti faccio davvero i complimenti perché sei riuscita a leggere quei libri… ma come hai fatto?? Cioè l’ hai fatto a fini “scientifici”?? :D Io a pagina 32 (per cui ho impiegato una settimana) ho abdicato, e l’ho nascosto dietro i libri della libreria perché mi vergogno di averlo tra i titoli :D :D
      Per il resto, condivido la tua riflessione sui testi più o meno alla portata di tutti..

      • Barbara
        19 maggio 2016 alle 22:57 Rispondi

        Ciao Valentina e grazie di leggermi! :)
        E’ andata così: mia zia lo legge e per tutta la lettura della saga chiama mia madre dicendo che da quando c’è quel libro non mangia più, non stira più, non lava più, deve leggere perchè ti prende! Arriva Natale e penso di regalare la saga completa a mia madre, per vedere se legge almeno questo, senza averli letti io stessa ma avendo un’idea del contenuto. Mia madre arriva a pagina 21 che vuole diseredarmi. Più o meno alle pagine del “contratto” che lei ha visto come un’offesa al mondo femminile (ognuno ha i suoi tabù e forse dovevo spiegarle un paio di cose prima). Per sbaglio, cade nelle mani di mio padre. Che ha divorato la saga in 3 settimana nette (al massimo in vita sua ha letto la gazzetta sportiva). Lì è scattata la curiosità scientifica. Ma sinceramente l’ho letto divertendomi, probabilmente con lo stesso spirito di chi l’ha scritto. Alle pagine del contratto io ero alle lacrime dal ridere. Pure la trasformazione di Grey in uno zerbino è spassosa. Ed al Rosso ci arrivi rendendoti conto che è una bella storia d’amore e basta.
        Ah, poi mio padre è passato a Dan Brown…ma Grey gliel’hanno regalato a lui e lui me l’ha prestato! ;)

        • Valentina
          20 maggio 2016 alle 09:09 Rispondi

          Ok! Interessante. Grazie per la risposta Barbara!

    • Nani
      20 maggio 2016 alle 14:34 Rispondi

      Beh, dai, Barbara, Stephen King ha ragione sulla Meyer. Io ho letto Twilight e, sebbene sia arrivata alla fine anche abbastanza presa, ogni venti pagine mi veniva da mangiarmi le mani per quanto era prolissa e banale e maldestra. :) Non sa scrivere, come la maggior parte degli autori della letteratura per femminucce degli ultimi tempi. E Stephen King, beh, e’ un modo completamente diverso di “non saper scrivere”: diciamo che King sta a Sciascia (autore dalla scrittura asciutta che pero’ con una frase ti descrive perfettamente non solo il paesaggio, ma anche la sensazione che quel paesaggio provoca nell’animo dell’osservatore) come la Meyer sta a King. King raramente ti fa sbattere la testa al muro perche’ il romanzo sarebbe migliorato da morire, avendolo scritto nel modo giusto.

      • Barbara
        20 maggio 2016 alle 14:48 Rispondi

        Se permetti, anche questo è un De gustibus.
        Per me Meyer non è nè prolissa, nè banale (a meno che tu non voglia descrivere come banale un amore adolescenziale, che si concede più romanticismo dei successivi) e nemmeno maldestra. Se poi teniamo conto che King, per sua stessa ammissione, ha scritto romanzi sotto sostanze psicotrope e non ricorda nulla di quelle stesure, c’è da riconsiderarlo parecchio. Confrontarlo a Sciascia mi sembra azzardato. Opinione mia.

        • Nani
          20 maggio 2016 alle 17:39 Rispondi

          Il confronto non era alla pari, naturalente. E’ logico che non c’e’ gioco tra i due, come non c’e’ tra la Meyer e King. Ma non lo dico perche’ mi piace l’horror piu’ del romance. Anche a me piacciono le storielle con l’innamoramento. Ci vogliono, sono rinfrescanti, come dicono da queste parti.
          Eppure ricordo bene la sensazione di pesantezza del brano zeppo di pippe mentali che la ragazzina si fa poco prima di essere attaccata dai malviventi della cittadella vicino. E non parlo della “banalita’ “, se cosi’ si puo’ definire, dei sentimenti di una adolescente innamorata che tutto sommato, essendo un’adolescente a esternarli, ci sta, ma proprio della forma in cui questi venivano raccontati: pesanti, ripetuti fino alla noia. Non e’ la storia che, secondo me, fa acqua, ma e’ la scrittura maldestra. In King non mi e’ mai capitato di dirmi “Ma quante volte me lo dice? E perche’ me lo dice?”. King non lavorera’ piu’ di tanto alla ricerca della parola giusta, ma di sicuro c’e’ una pulizia nell’esposizione che rende ogni frase e scena indispensabile e unica. Nella Meyer, invece, questa attenzione non c’e’. La sensazione che ho avuto e’ quella di avere una scrittrice che ha confezionato poche scene buone e poi le ha collegate con lunghe elugubrazioni che tentavano di chiarire un panorama di emozioni che non avevano bisogno di essere chiarite, perche’ gia’ mostrate in altri modi. Poi, certo, il lettore che punta sulle emozioni e’ anche disposto a passare sopra a certe ingenuita’, ma quello piu’ attento li sente questi difetti. E King non e’ solo un lettore attento, e’ anche uno scrittore di mestiere. Ecco perche’, probabilmente, si e’ sentito di criticare la scrittura della Meyer.

          Per quanto riguarda l’uso di droghe durante la stesura dei lavori, anche io condanno King. Ma non per il fatto che non si ricordi le trame, ma perche’ non ci si droga, punto e basta. :)
          E perdonate la bacchettona che c’e’ in me. :D

          • Barbara
            20 maggio 2016 alle 18:07

            Ed è sempre un De Gustibus. Perchè le “pippe mentali” e le “eluCubrazioni” di Bella sono proprie sia della sua età, sia della persona insicura come viene mostrata. E mentre tu le hai disprezzate, io (ed altre persone che so hanno letto la saga) le hanno adorate. Un amico, purista del fantasy a veder la sua libreria, mi ha addirittura detto con aria trasognata “Si sente pure il suo respiro, la Meyer è stata bravissima!” (e questo ha superato i 40, altro che adolescenza).
            Semplicemente c’è a chi piace la scrittura asciutta e chi no.
            Eppur vende!

          • nani
            21 maggio 2016 alle 05:09

            Barbara, perdonami, non volevo offendere i tuoi gusti o quelli del tuo amico. Ognuno di noi, per fortuna, trae piacere da quello che gli pare, e a tale scopo e’ disposto a chiudere quanti occhi vuole sulle imperfezioni dell’opera. Che poi, per inciso, anch’io sono una quarantenne che si diverte a leggere young adult di tanto in tanto.
            Quello che, pero’, volevo sottolineare, e’ che io non sto parlando di gusti. Sto parlando di tecnica, di mestiere, e questo, per quanto uno possa affezionarsi al romanzo, al protagonista o alla situazione, l’opera della Meyer non ce l’ha. E non solo a livello stilistico.
            Io ho riletto fino alla noia Valiant, opera young adult urban fantasy (e chi piu’ ne ha piu’ ne metta) di Holly Black in cui una ragazzina allo sbando incontra i personaggi di un folklore nordico ormai mimetizzati nella vita di citta’ e si innamora di un troll. Ecco, la Black manipola la mitologia nordica, trasforma un pochino anche la figura del troll per farla entrar meglio nella storia d’amore, ma il tutto funziona a meraviglia e uno non sobbalza sulla sedia chiedendosi se l’escamotage che ci infila per far funzionare la storia decido di accettarlo o no (nel caso della Meyer, il vampiro che risplende al sole: assunto irrinunciabile perche’ se brucia, come tutta la letteratura dice, non ha nemmeno una chance di vivere una normale vita da adolescente e incontrare la protagonista). Io, ad esempio, non ho potuto far a meno di sorridere alla trovata, anche se poi ho continuato la lettura. Evidentemente, altri non hanno sorriso e non hanno continuato la lettura, visto che ce ne sono di voci che non osannano l’opera.
            Questa considerazione, legata a tutti i difetti di scrittura che ci sono (e una persona che scrive o anche solo legge assiduamente, non puo’ non notarli. Puo’ decidere di ignorarli, perche’ ritiene che cio’ che riceve dalla storia sia maggiore dei difetti della narrazione, cosa che non biasimo, visto che anche io lo faccio a volte), questa considerazione, dicevo, non e’ un mero fatto di gusti. Sono considerazioni oggettive.

            Ps: grazie per la correzione. :)

          • Barbara
            21 maggio 2016 alle 14:00

            “Il vampiro che risplende al sole: assunto irrinunciabile perche’ se brucia, come tutta la letteratura dice, ”
            Vedi, quello che tu dai come un peccato di tecnica (ma è costruzione dell’ambientazione) per me (e per parte di critica e marketing, oltre che lettori) è la forza della Meyer. Che non sia “possibile” per l’ALTRA letteratura NON ME NE PO FREGA DE MENO. Meyer ha disegnato il SUO mondo, ed uno scrittore dovrebbe per sempre fare altrettanto, libero da cliche, tabu, stereotipi e precedenti. Ed è quella novità lì che l’ha fatta emergere da milioni di altri libri triti e ritriti sui vampiri.

          • Nani
            22 maggio 2016 alle 04:16

            Scusa, Barbara, faccio fatica a capire se ti stai incavolando o se semplicemente e’ un modo personale di enfatizzare il discorso. Ma ti sei arrabbiata perche’ io considero la trovata del vampiro non tanto un difetto di tecnica, quanto un argomento deboluccio?
            Uno scrittore, oltre a costruire il suo mondo, deve anche risultare convincente. Se non ci riesce, non e’ un buono scrittore. Tu mi dirai: a me e a milioni di lettori ha convinto. E io ti rispondo… che tte devo di’? (inflessione dialettale volutamente esasperata). Probabilmente i lettori che lo adorano non vogliono leggere un bel romanzo, ma provare facili emozioni. A fare quello la Meyer ci riesce, non dico di no. Mi pare sbagliato pero’ cercare di convincere il pubblico che basti l’una cosa, il saper stimolare queste emozioni, per rendere grande un lavoro, perche’ non e’ cosi’.

          • Barbara
            22 maggio 2016 alle 14:57

            Si, mi sto parzialmente incavolando, perchè mi sembra di ripetermi all’infinito (l’argomento “innovazione vampiri vegetariani” è già stato trattato qui, come in altri blog). Io continuo a dire de gustibus, cioè “i gusti non di discutono”, ho evidenziato che quello che per te è mancanza per me è forza. Anche i critici del settore hanno riconosciuto a Meyer di aver costruito un mondo vero-simile e con-vincente, AL DI FUORI di ciò che era già stato scritto. Più di così non saprei che altro aggiungere. Soprattutto io esprimo la mia opinione, differente dalla tua, ma non sono qui per convertire nessuno.

          • Nani
            23 maggio 2016 alle 03:39

            Barbara, la sensazione di parlare con il muro ce l’ho anch’io, sai? :) Ripeto anch’io, per l’ultima volta: questi non sono gusti. I difetti ci sono, e rimangono anche se il mondo della Meyer ti soddosfa completamente, anche se tutti gli esperti mondiali del settore dicono il contrario.
            Dicendo questo, non sto criticando il fatto che qualcuno provi piacere nel leggere la Meyer, non e’ un attacco ai gusti di nessuno, ne’ tanto meno ai tuoi. Sto semplicemente dicendo che un po’ di sano spirito critico fa bene non solo a sostenere una conversazione piu’ tranquilla, ma anche ad allargare gli orizzonti e ad imparare il mestiere, naturalmente. Ora, non mi ritorcere l’argomento contro, dicendo che dovrei allargare i miei, di orizzonti, accettando universi paralleli che, a mio parere, fanno acqua da piu’ parti, perche’ va da se’ che ci provo costantemente. Ad allargare orizzonti, non ad accettare cio’ che non mi convince. Lo dimostrano le porcate che mi leggo fino in fondo, al solo scopo di fondare le mie opinioni sul concreto.
            Detto questo, io mi faccio una camomilla. Se ti va, ce la beviamo virtualmente insieme e seppelliamo l’ascia di guerra. :)

  11. Mara Cristina Dall'Asen
    19 maggio 2016 alle 22:00 Rispondi

    Concordo con gli altri sulla Gamberale, ma con un altro titolo: 4 etti d’amore, grazie. E’ veramente un mistero come possa avere una grande casa editrice e tutto il successo che ha. Sulle 50 sfumature posso dire che hanno riavvicinato mia figlia alla lettura… io non le ho lette, però sicuramente l’autrice ha saputo toccare i tasti giusti. Tornando al post: io contrariamente a Daniele sono una che scrive le storie di pancia… e dopo, in fase di rilettura… le sventra! La tag line dei primi miei due romanzi non riesco a identificarla… in una frase non ci riesco proprio, però le storie mi piacciono ancora. ciao

    • Daniele Imperi
      20 maggio 2016 alle 08:14 Rispondi

      Forse anche quell’autrice ha trovato la sua nicchia perfetta. Una volta scrivevo anche io di pancia, ma erano racconti. Adesso per scrivere i racconti ho comunque bisogno di una scaletta.

  12. Elisa
    21 maggio 2016 alle 15:22 Rispondi

    Non ho mai letto nè visto in TV le serie sui vampiri e più in generale non amo gli young adult, forse per età forse perchè quando quella c’era non ne sono mai stata attratta. Quindi, non so come siano state contestualizzate le creature mostruose nei romanzi della Meyer.
    Però sui “vampiri di luce” un’idea ce l’avrei. Non è che per caso siano parte di uno struggente linguaggio simbolico?
    Il vampiro, secondo la leggenda (ovvero, secondo una tradizione consolidata), odia la luce al punto che di giorno deve nascondersi nella bara per evitare la distruzione. Nella serie da voi citata invece – se non ho capito male – il vampiro alla luce del sole non solo soppravvive ma addirittura diventa “qualcosa di diverso”.
    E in mezzo a tutto questo ci sono gli adolescenti.
    La cosa non potrebbe essere letta in chiave metaforica? Il vampiro fuor di metafora rappresenta un giovane che – in base a consolidate tradizioni, come la leggenda del vampiro – non avrebbe proprio tutte le carte in regola per essere frequentato. Quello che un’adolescente sogna e con cui vorrebbe scappare di casa. Quello che ogni madre, invece, sogna di poter allontanare dalla figlia al più presto. L’amore impossibile.
    Di esempi ce ne potrebbero essere tanti (es. il vampiro-ragazzo seguace dell’Isis; il vampiro-ragazzo bisessuale; il vampiro-ragazzo affetto da patologia psichiatrica, ecc…).
    Il vampiro – sia ben chiaro – rimane sempre un vampiro. Ambivalente, misterioso, controverso e – in una sola parola – pericoloso. Non tanto per l’incolumità fisica, ma per quella psicologica dell’adolescente (e anche di qualche donna adulta). Eppure… Eppure vampiro (o il diavolo) non è così brutto come lo si dipinge. Ogni ombra nasce dalla luce. E la luce quante ombre incolla agli oggetti?
    In questi romanzi si vuol ribaltare qualsiasi luogo comune: come il vampiro può diventare “di luce” così il seguace dell’Isis può essere un ragazzo affidabile e sincero, il bisex può farti vivere emozioni da favola, il bipolare/schizofrenico può rivelare una sensibilità unica. Sono forse esempi banali ma penso che ognuno di noi (soprattutto ognuna di noi) nel vampiro può vederci qualsiasi cosa possa generare l’umana fantasia.
    E l’umano, disperato bisogno d’amore.

  13. Nani
    22 maggio 2016 alle 04:54 Rispondi

    Sai, Elisa, il vampiro nella letteratura non nasce come il cattivo ragazzo che le madri aborrono, nasce come il seduttore, il don giovanni che si prende la verginita’ della ragazza, le succhia la sua purezza adolescenziale e la lascia morta nel migliore dei casi (sverginata, smaliziata, etc, etc), la trasforma in sua simile nel peggiore (seduttrice etc etc). E’ un essere che degrada. La notte gli e’ congeniale perche’ agisce nel buio,di nascosto, contro le convenzioni sociali.Trasformarlo in un essere che combatte contro questa sua natura e’ un tema che molti hanno tentato perche’ e’ un tema affascinante: si parla di una lotta interiore feroce e dolorosa. Se lo trasformi in essere di luce, che rinnega senza conflitti interiori tutta la sua natura (il belloccio non muore alla luce del sole, anzi risplende; non succhia nemmeno il sangue umano), il vampiro non ha motivo di essere tirato in ballo. Meglio identificarlo con uno sbandato, un drogato, uno dell’ISIS, uno appartenente a qualche banda. Facendo cosi’, non devi stiracchiare piu’ di tanto la credulita’ del lettore e puoi aggiungerci una miriade di implicazioni parallele.
    Ma la Meyer non voleva assolutamente arrivare al punto che tu sospetti. Nel romanzo non c’e’ traccia di simili considerazioni. Il fatto che il vampiro se ne vada in giro di giorno (ma bada bene, solo quando piove, perche’ altrimenti risplende troppo alla luce e gli altri subodorano il trucco) e’ necessario per far evolvere la storia con la brava ragazzina liceale.
    Adesso ti dico cosa ne penso io: la Meyer ama le storie di vampiri e lupi mannari, ama il romance e ha pensato che, come lei, molti altri sono affascinati da questi due generi. Li ha allora mescolati un po’, edulcorati dei dettagli che avrebbero reso impossibile una loro convivenza e ha tirato fuori il romance soprannaturale che tanto ha fatto furore. L’operazione in se’ non e’ nuova, per tutta la storia letteraria i nuovi generi sono nati proprio dal miscelare un po’ di qui e un po’ di li’. La Meyer non e’ stata nemmeno la prima. Se non sbaglio la Ann Rice gia’ faceva furore dagli anni ’80 – ’90. Io non biasimo il tentativo. Ma non posso dire che secondo me sia un tentativo riuscito cosi’ bene da giustificare il successo avuto.

  14. Ventoh
    22 maggio 2016 alle 21:11 Rispondi

    “Riconoscere il pubblico del libro”.
    Personalmente ritengo la chiave maggiormente trascurata dagli autori.
    Nella mia esperienza noto che si scrive senza pensare di rivolgersi a un pubblico. Come se la purezza dell’arte della scrittura bastasse a vendere un libro e il pubblico fosse un dettaglio puramente relativo al marketing e quindi spettante necessariamente all’editore.

    • Daniele Imperi
      23 maggio 2016 alle 08:13 Rispondi

      Ciao Giovanni, benvenuto nel blog. Forse è così perché a volte non è facile pensare al pubblico di riferimento. Però ci devi pensare, perché, per esempio, se vuoi scrivere romanzi per adolescenti, allora non puoi usare lo stesso linguaggio di un romanzo per adulti.

  15. Nuccio
    23 maggio 2016 alle 15:38 Rispondi

    Hai punzecchiato l’ego degli scrittori! Eh, eh, eh.

  16. Luisa
    24 maggio 2016 alle 10:08 Rispondi

    Ciao Rodolfo il tuo post mi ha incuriosito, ciò che scrivi però non lo trovo realistico, dubito che si possa vendere il proprio libro con le tirature che hai detto quando non si è un minimo fatti conoscere. Mi è piaciuto il pensiero di Grilloz mi sembra molto concreto.
    Ehi! ma quanti post interessanti

  17. luisa
    24 maggio 2016 alle 16:26 Rispondi

    Nello sbagliare …ho avuto l’opportunità di leggere anche questo post.Ognuno di voi mi ha dato modo di riflettere sul mio manoscritto,alcuni mi hanno dato conferme, altri informazioni e altri dubbi. Una volta finito il manoscritto qual’è la fase seguente? Qual’è la prima persona a cui farlo leggere?

    • Daniele Imperi
      24 maggio 2016 alle 16:31 Rispondi

      Appena finito il manoscritto, lascialo stare per almeno un mese, poi rileggilo e revisionalo.

  18. Luisa
    24 maggio 2016 alle 21:14 Rispondi

    ottimo consiglio grazie

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