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Pioggia di fuoco

Un racconto di 300 parole

Si tappò le orecchie per non sentire la pioggia di proiettili che si stava scatenando contro i ruderi della casa in cui si era rifugiato assieme ai suoi compagni. Schegge di roccia e calcinacci schizzavano ovunque. Polvere. Aveva gli occhi chiusi, i denti stretti e le mani premute con forza sulle orecchie, il fucile in terra.

Il sergente gli urlava invano di prendere l’arma e sparare contro il nemico, ma in quell’inferno nessuno avrebbe potuto sentire la sua voce.

Era un vento di piombo che infuriava sui muri sgretolati dell’edificio, senza lasciare un attimo di tregua alla pattuglia già decimata. L’ufficiale, il sottotenente Vanin, giaceva senza vita pochi metri più in là. Era stato il primo a cadere. Aveva fatto entrare i suoi uomini nella casa semi-distrutta, coprendogli le spalle, ma qualche secondo dopo era crollato a terra in una pozzanghera di sangue e fango.

La mano del sergente lo scosse, invano. Quei rumori assordanti lo paralizzavano. Si azzardò ad aprire gli occhi verso il sottufficiale, in tempo per vedere quel viso barbuto esplodere in frammenti di ossa, sangue e cervello. Urlò. Urlò quanto più poté, imprecando e bestemmiando contro quella follia distruttiva che continuava a mitragliare i muri e ad ammazzare i suoi compagni.

Poi si alzò. Non ne poteva più di quella pioggia di fuoco che li teneva inchiodati lì ormai da oltre due ore. Non ne poteva più di stare fra quelle rovine a guardare i suoi commilitoni morire. Non ne poteva più di quella maledetta guerra.

I richiami degli altri soldati che gli urlarono di stare giù non giunsero mai alle sue orecchie. «Basta! Basta! Basta!» gridò contro il nemico che sparava a ripetizione, offrendo il suo corpo sudato come bersaglio alle mitragliatrici che lo travolsero con una scarica spaventosa.

E fu allora che quell’incubo finì.

6 Commenti

  1. Romina
    6 novembre 2011 alle 08:29 Rispondi

    Bellissimo! Sembra proprio di essere lì (questo non è poi così bello, però, vuol dire che il brano è ben scritto). Mi piace soprattutto il paragrafo con la ripetizione voluta di “non ne poteva più…” dà davvero la senzazione di rassegnazione e sconforto della situazione.

  2. Daniele Imperi
    6 novembre 2011 alle 16:50 Rispondi

    Grazie, Romina :)

  3. luigi leonardi
    6 novembre 2011 alle 21:20 Rispondi

    E’ un’ottima descrizione di battaglia. Tuttavia non posso fare a meno di vederci un’allegoria: (come quasi sempre mi capita) l’ansia della vita, la sua infernale quotidianità, di chi ogni giorno è costretto a subire. Alla fine preferisce il proprio annientamento all’assurdo divenire umano.. oppure è un sogno? Ricordo che negli anni ’80 – c’era l’incubo dell’olocausto nucleare – sognavo, non solo io, missili che brulicavano nel cielo, andavano e venivano in tutte le direzioni. Aspettavo le esplosioni.

    Ciao Daniele.

  4. Daniele Imperi
    7 novembre 2011 alle 09:08 Rispondi

    Ciao Luigi :)
    grazie per l’apprezzamento.

  5. Franca
    17 novembre 2011 alle 00:36 Rispondi

    Semplicemente sensazionale.
    Grazie, Daniele.
    Franca da Faenza

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