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Personaggi indimenticabili

Protagonisti di storie senza tempo

Personaggi indimenticabili

Quello di oggi è un lungo viaggio letterario attraverso i protagonisti di storie che continuano a sopravvivere nonostante i secoli. Alcuni di loro sono ancora giovani, ma hanno tutte le caratteristiche per vincere sul tempo e sui tempi, altri sono ormai veterani e fanno parte del tessuto della nostra memoria.

In questo viaggio attraverseremo epoche storiche e continenti, ripescheremo dai ricordi letture fatte da giovani, rivedremo nella mente scene di film che non abbiamo mai dimenticato. Volti, nomi, storie, ma soprattutto sensazioni, perché tutto questo concorre a rendere un personaggio veramente indimenticabile.

L’articolo, lungo 29.750 parole, è disponibile anche in ebook:

Gilgameš

Scritto anche Gilgamesh, e in origine Bilgamesh, è l’eroe principale del poema accadiano l’Epica di Gilgamesh. È anche, e soprattutto, la prima grande opera letteraria della storia. Le date in cui fu scritto questo poema sono incerte e online possiamo trovare diverse fonti. Sembra comunque che sia stato scritto fra il 2100 e il 1400 a.C.

Ma chi era Gilgameš?

Era il re semi-mitico di Uruk, figlio del Re Sacerdote Lugalbanda e della dea Ninsun (Sacra Madre e Grande Regina). Era anche un semi-dio, che visse a lungo (si dice che regnò per 126 anni) e aveva una forza sovrumana. Leggenda a parte, Gilgameš è accettato come il 5° re di Uruk, antica città dei Sumeri.

Poema epico dell’antica Mesopotamia, l’Epica di Gilgameš è una serie di leggende e poesie in lingua cuneiforme, poi riunite in un unico corpus come poema accadiano, che comprende 12 tavolette d’argilla.

La storia parla di Gilgameš e del suo amico Enkidu, protagonisti di avventure pericolose, e della ricerca del segreto dell’immortalità da parte di Gilgameš dopo la morte dell’amico.

Alcuni studiosi ritengono che quest’opera abbia influenzato Omero nella stesura della sua Odissea, mentre alcuni aspetti dell’Epica ricordano l’episodio biblico di Noè.

Il poema inizia con questi versi:

Di colui che vide ogni cosa, voglio narrare al mondo;

di colui che apprese e che fu esperto in tutte le cose.

Di Gilgamesh, che raggiunse la più profonda conoscenza,

che apprese e fu esperto in tutte le cose.

Ulisse

Sembra strano, ma Ulisse non compare la prima volta nell’Odissea (in greco Ulisse si dice Odisseo), bensì nell’Iliade. Omero, secondo le ultime scoperte, scrisse quest’opera nel 762 a.C. Sono quindi oltre 2700 anni che il nome di Ulisse circola. Anzi, a dire la verità il nome di Ulisse gira dal III secolo a.C., poiché fu Livio Andronico a chiamare così Odisseo nella sua traduzione dell’opera greca.

Ulisse è il re d’Itaca. Il suo nome dovrebbe significare “odiato dai nemici”. Il ritorno in patria di Ulisse avviene attraverso 12 tappe, fra questa possiamo ricordare l’arrivo alla terra dei Lotofagi, l’incontro col ciclope Polifemo, l’isola di Eolo, l’avventura dalla maga Circe e l’Ade e le sirene.

Forse per la difficoltà di trasporre l’intera Odissea al cinema, sono pochi i film dedicati all’opera. Nel 1911 viene prodotto il primo film, L’Odissea. Un secondo, Ulisse, è del 1954 e uno sceneggiato televisivo italiano è del 1968. Sono state poi prodotte 3 serie televisive, l’ultima nel 2013. In campo musicale ci sono stati molti adattamenti fra album discografici, opere liriche e musicali e concerti.

Non dimentichiamo che fu Ulisse a ideare il famoso cavallo di Troia. In informatica, oggi, tutti conosciamo – o abbiamo avuto a che fare con… – il Trojan o Trojan horse, un malware che ci incasina il computer.

Ulisse – l’Odissea, anzi – ha ispirato l’opera omonima di James Joyce. Ma anche alcune storie de Le mille e una notte sono state riprese dall’opera omerica. In realtà sono davvero tante le opere letterarie ispirate a quella omerica.

Oggi la parola odissea è entrata nel nostro linguaggio per indicare, in senso figurato, una serie di avventure o disavventure, di disgrazie e problemi. Alla fine, sappiatelo, scrivere questo post è stata un’odissea, anche se piacevole.

Ma perché questo personaggio continua ancora a vivere, nonostante i millenni? Perché l’Odissea, a quanto dicono molti, è la storia per eccellenza, è il viaggio dell’eroe, è forse l’opera che ha posto le basi a gran parte di tutte le altre opere.

Ulisse è solo un personaggio mitologico? A dare all’Odissea un valore storico è il ritrovamento del palazzo di Ulisse, proprio nel nord dell’isola di Itaca come descritto da Omero. I resti sono del 1300 a.C. Ma questa nuova scoperta, più che fare luce sul mistero, dà inizio a nuovi studi.

Cenerentola

La versione più antica di Cenerentola risale alla metà del I secolo a.C. in Egitto. La ragazza si chiamava Rodopi o Rodope (in greco significa “guance rosa”) e era una cortigiana. È citata nelle Storie di Erodoto per la prima volta.

Gli elementi della classica fiaba che conosciamo sono già presenti:

  • una ragazza vittima della gelosia di altre ragazze
  • pantofole di oro rosso
  • perdita di una delle pantofole
  • ricerca della padrona della pantofola da parte del faraone
  • matrimonio fra Rodopi e il faraone

Un’altra versione di questa fiaba proviene dalla Cina a opera di Tuan Ch’eng-shih che la riportò su carta ametà del IX secolo. La ragazza si chiamava Ye Xian (oYeh-Shen) evisse tra la Dinastia Qin (221-206 a.C.) e la Dinastia Han (206 a.C.-220 d.C.).

Anche qui compaiono gli elementi principali della storia:

  • Yeh-Shen è orfana e ha una matrigna
  • Va a una festa con scarpette d’oro e un bel vestito
  • Mentre fugge dalla sua matrigna perde una scarpetta…
  • … che viene consegnata al Re…
  • … che cerca la sua proprietaria.
  • E il Re le propone di sposarla.

Fra gli Algonquin del Nord America esiste una versione simile aCenerentola, nel senso che compare il fuoco, ma come elemento che rovinò il volto della ragazza costretta dalle sorelle a badare continuamente al fuoco del villaggio.

Nell’Africa occidentale compare la zucca, ma non in veste di carrozza.Chinye è il nome della ragazza protagonista, orfana, che si accontenta di scegliere una piccola zucca offertale da una vecchia. Da quella zucca esce fuori un tesoro.

In Italia la fiaba è apparsa nell’opera di Giambattista Basile Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille (1634/1636) e il titolo era “La gatta cenerentola”. Fu ripresa anche da Perrault e dai Fratelli Grimm.

La storia di Cenerentola continua ancora oggi grazie alle tantissime trasposizioni, non solo cinematografiche ma teatrali e liriche. La prima opera lirica, Cendrillon, si ebbe nel 1810. Al cinema arriva nel 1911. Ricordiamo il film d’animazione della Disney del 1950 e il rifacimento del 2015 del regista Kenneth Branagh con Lily James e Richard Madden come interpreti principali.

Beowulf

Presente in un manoscritto anonimo e senza data di 3182 versi, è il poema più lungo in antico inglese, la lingua parlata nell’Inghilterra anglosassone prima della conquista normanna. La storia, ambientata nella Danimarca e nella Svezia del VI secolo, parla delle gesta di Beowulf, principe dei Geati, e delle sue battaglie contro il mostro Grendel, contro la vendetta della madre del mostro e contro un drago che custodiva un tesoro.

L’autore di questo poema epico resta un mistero, forse era un poeta di corte o un poeta monastico.

Anche la data di composizione è incerta. Si sa solo che è stato composto dopo la morte di Hygelac, avvenuta nel 521, e molto probabilmente dopo il 580, anno della morte di Beowulf. Pare che non sia comunque posteriore al 1000. Molti studiosi ritengono che il poema risalga al 600 o al 700. Di recente altri studiosi sostengono invece che sia stato composto attorno al 900.

Se è stato creato prima del 900, allora gli studiosi pensano che ci siano 3 possibilità riguardo al paese in cui l’autore lo ha composto:

  1. Northumbria, durante l’Età di Beda, nel tardo VII secolo e all’inizio dell’VIII
  2. durante il regno di Offa nella Mercia, nell’ultima metà dell’VIII secolo
  3. nell’Anglia orientale durante il 600

La leggenda di Beowulf ha ispirato film, serie TV (l’ultima è del 2016), opere teatrali, romanzi, fumetti e videogiochi. Ricordiamo il film del 1999 con Christopher Lambert e La leggenda di Beowulf realizzato in computer grafica nel 2007.

Beowulf ha ispirato Tolkien, che gli ha dedicato un’opera: uno dei suoi primi lavori è stato una traduzione in prosa del poema.

Re Artù

Quanto mistero c’è attorno alla figura di questo personaggio? Re Artù è leggenda o è realmente esistito? A dire la verità, Artù non fu re vero e proprio, ma dux bellorum, come scritto nella Historia Brittonum di Nennio (IX secolo, circa 829-30):

Tunc Arthur pugnabat contra illos in illis diebus cum regibus Brittonum sed ipse dux erat bellorum.

La prima menzione di Artù – anche se in realtà non fu mai veramente nominato e da molti quindi non considerata come fonte – si ebbe forse nel VI secolo nell’opera De Excidio et Conquestu Britanniae (La rovina e la conquista della Britannia) di San Gildas:

duce ambrosio aureliano uiro modesto, qui solus forte romanae gentis tantae tempestatis collisione occisis in eadem parentibus purpura nimirum indutis superfuerat, cuius nunc temporibus nostris suboles magnopere auita bonitate degenerauit, uires capessunt, uictores prouocantes ad proelium, quis uictoria domino annuente cessit.

Ma quando apparve Artù nella storia? Probabilmente Artù nacque attorno al 465, ma il suo nome risale a prima, al 184, quando un certo Lucius Artorius Castus comandò un distaccamento di militari di leva Sarmati di stanza in Gran Bretagna per sedare una ribellione in Gallia.

Le leggende di Artù pare siano state ispirate alla figura di Riotamo, forse un titolo e non un vero nome, che fra il 458 e il 460 comandò un contingente britannico.

Da tempo il nome di Re Artù è associato a temi come la tavola rotonda, la spada nella roccia e il Sacro Graal e le figure di Lancillotto, Ginevra, Tristano e Isotta e Percival sono ormai ben fisse nella nostra conoscenza.

Quanta letteratura è stata scritta attorno alla figura di Re Artù? Impossibile nominarla tutta. Cito volentieri, però,Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley eUn americano alla corte di re Artù di Mark Twain.

In cinematografia sono da segnalare il film d’animazione della DisneyLa spada nella roccia (1963) eIl primo cavaliere (1995) con Sean Connery. L’ultima apparizione di Re Artù in TV risale al 2012 con il film TVMerlin – Incantesimo d’amore.

Anche Tolkien si è dedicato a questo personaggio con La caduta di Artù (The Fall of Arthur), una riscrittura della storia a cui ha lavorato negli anni ’30, ma rimasta incompiuta.

Cappuccetto Rosso

Forse è una delle favole più conosciute, che impariamo fin da bambini. Ma quando apparve per la prima volta nella storia la figura di Cappuccetto Rosso? Era un racconto popolare narrato in Francia dai contadini nell’XI secolo. Nel nostro paese arriva invece nel XIV.

Tuttavia, la storia è più vecchia e risale alle antiche tradizioni orali asiatiche. Il cappuccio rosso fu aggiunto da Perrault e non fu soccorsa da un cacciatore, parte introdotta dai fratelli Grimm.

Un testo latino scritto da Egberto da Liegi (XI secolo), De puella a lupellis servata, presenta molte analogie con la favola che conosciamo:

Quidam suscepit sacro de fonte puellam,

Cui dedit et tunicam rubicundo vellere textam.

Quinquagesima sancta fuit baptismatis huius,
Sole sub exorto quinquennis facta puella
Progreditur vagabunda sui immemor atque pericli;
Quam lupus invadens silvestria lustra petivit

Et catulis praedam tulit atque reliquit edendam.

Qui simul aggressi, cum iam lacerare nequirent,
Coeperunt mulcere caput feritate remota.
‘Hanc tunicam, mures, nolite’, infantula dixit,
‘Scindere, quam dedit excipiens de fonte patrinus!’

– Mitigat immites animos deus, auctor eorum.

La prima versione stampata della storia di Cappuccetto Rosso si ebbe invece grazie a Charles Perrault, che nel XVII secolo pubblicò “Le Petit Chaperon Rouge” e la incluse nella raccoltaHistoires ou contes du temps passé, avec des moralités, poi chiamataContes de ma mère l’Oye.

I Fratelli Grimm pubblicarono la loro versione (Rotkäppchen) nel 1812 nella raccoltaKinder- und Hausmärchen.

Cappuccetto Rosso continua a interessare il pubblico, tanto che al cinema è stato da poco realizzato il film Into the Woods con Meryl Streep e Johnny Depp.

Sigfrido

In norreno era Sigurd, un eroe leggendario che apparve la prima volta nell’opera La canzone dei Nibelunghi (Nibelungenlied), un poema epico scritto fra il 1180 e il 1210 da un poeta dell’area del Danubio.

Sigfrido compare anche ne La saga dei Volsunghi (Völsunga saga), poema islandese del tardo XIII secolo, e nella Þiðrekssaga (Thidreksaga) scandinava dello stesso periodo. Le 3 saghe hanno comunque elementi che le differenziano una dall’altra.

  • Canzone dei Nibelunghi: nella prima parte del poema si parla di Sigfrido e Crimilde, del corteggiamento di Brunilde, della morte di Sigfrido per mano di Hagen e del tesoro dei Nibelunghi nascosto nel Reno da Hagen. La seconda è sul matrimonio fra Crimilde e Attila e sui progetti di vendetta di lei.
  • Saga dei Volsunghi: imperniata su 2 famiglie, i Volsunghi e i Nibelunghi, inizia con gli antenati di Sigfrido, mentre la parte centrale è dedicata tutta a Sigfrido. Nell’ultima parte, dopo la sua morte, si parla di sua moglie Gudrun e suo cognato.
  • Thiðrekssaga: è la saga di Thiðrek, nome dell’eroe germanico altrimenti detto Dietrich von Bern, basato sul personaggio di Teodorico il Grande, re ostrogoto d’Italia. Questa saga incorpora anche episodi di Sigfrido e della famiglia dei Burgundi.

Nella saga dei Nibelunghi Sigfrido, uccidendo il drago e bagnandosi del suo sangue, divenne invulnerabile, ma una foglia di tiglio gli cadde fra le scapole rendendo quell’area il suo punto debole. Hagel usò quel punto come bersaglio per uccidere a tradimento Sigfrido.

L’adattamento più importante da segnalare è senz’altro L’Anello del Nibelungo di Richard Wagner. Tolkien scrisse La leggenda di Sigurd e Gudrún (The Legend of Sigurd and Gudrún), pubblicata postuma nel 2009.

Non poteva mancare la Disney, che produsse la storia a fumetti Paperino e l’oro di Reno ovvero L’anello dei nani lunghi nel 1959.

Il Pifferaio di Hamelin

Storia ambientata nel 1284, nella città di Hamelin, nella bassa Sassonia. Più o meno conosciamo tutti questa fiaba: la città era infestata dai topi e un pifferaio promise di eliminarli a pagamento. Liberata dai ratti, la città decide di non pagare e il pifferaio, allora, fa scomparire tutti i bambini.

La prima testimonianza di questa storia, conosciuta anche col titolo Il pifferaio magico (quello originale tedesco è Rattenfänger von Hameln), proviene proprio da Hamelin, rappresentata per una vetrata della chiesa della città attorno al 1300. La chiesa fu distrutta nel 1660, ma per fortuna ne sopravvissero molti resoconti, il più vecchio dei quali è un manoscritto di Luneburgo che risale al 1440-50.

Alcuni pensano che la storia sia stata creata in memoria di bambini scomparsi a quel tempo, quindi come testimonianza di un evento realmente accaduto, ma non è un fatto accreditato. Tuttavia, nelle cronache della città si menziona questo evento nel 1384:

Sono 100 anni che i nostri figli ci hanno lasciato.

Il racconto fu ripreso anche dai fratelli Grimm, che lo pubblicarono nella loro raccolta Deutsche Sagen del 1816.

Robin Hood

Personaggio leggendario – o semi-leggendario? – Robin Hood, scritto in alcune antiche fonti come Robyn Hode, ma conosciuto anche come Robin di Loxley o perfino riconosciuto in Robert Earle of Huntington, è un fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri. Ecco la vera essenza di Robin, il suo marchio divenuto famosissimo.

Sono tanti comunque i riferimenti alla figura di Robin. Alcune fonti riportano il latitante William Robehod, a cui erano stati confiscati i beni immobili. Stessa sorte toccata a un certo William figlio di Robert le Fevere. Ma i due potrebbero essere la stessa persona. Altre fonti citano i nomi di Robehods o Robynhods, sempre fuorilegge.

Il 25 luglio 1225 ci fu un’assise a York e venne registrato il nome del latitante Robert Hod, che l’anno successivo prese il soprannome di Hobbehod.

Dalle ballate popolari – il personaggio apparve la prima volta nella ballata Robin Hood and the Monk, scritta attorno al 1450– il ladro vestito di verde, abile arciere e spadaccino, è arrivato fino ai nostri giorni attraverso racconti di ogni tipo. Tra il 1492 e il 1534 appare nella ballata A Gest of Robyn Hode.

Sulla sua storia possiamo segnalare l’opera postuma di Alexandre Dumas Robin Hood, non un vero romanzo, ma piuttosto una serie di racconti ripresi dalle ballate.

Fra i personaggi della banda di Hood soltanto Little John e Will Scarlet comparirono fin dall’inizio, mentre Marian, Frate Tuck a Alan-a-Dale furono aggiunti più tardi.

Al cinema ricordiamo il film di animazione della Disney e quelli interpretati da Kevin Costner (Robin Hood, principe dei ladri, 1991) e Russell Crowe (Robin Hood, 2010). L’ultima apparizione è grazie alla Warner Bros, con Tom and Jerry: Robin Hood and His Merry Mouse del 2012.

In letteratura citiamo la trilogia ispirata alla vita e alle avventure di Robin Hood (The King Raven Trilogy, 2006-2009) scritta da Stephen R. Lawhead. I titoli dei 3 volumi sono Hood, Scarlet e Tuck.

Hood va quindi avanti da diversi secoli e i lettori e gli spettatori di tutte le età sembrano non essere ancora sazi di questo personaggio. Ma perché?

Forse perché incarna un ideale comune a tutti, un eroe che combatte contro la tirannia e i soprusi e si mette dalla parte della gente, del popolo, dei più deboli, ma che è anche in grado di animare le persone, di portarle a sé e creare così una comunità di ribelli.

Orlando (furioso)

Questo personaggio, protagonista del famoso poema cavalleresco di Ludovico Ariosto e pubblicato in una prima edizione di 40 canti il 22 aprile 1516, è una sorta di seguito dell’Orlando innamorato, opera incompiuta di Matteo Maria Boiardo pubblicata nel 1483. L’Orlando furioso di Ariosto divenne più famoso di quello innamorato di Boiardo.

Entrambe le opere si ispirarono comunque a un personaggio realmente esistito, un prefetto della marca di Bretagna conosciuto anche come Rolando o Hruodlandus. È l’eroe della Chanson de Roland (appunto la canzone di Rolando) dell’XI secolo.

La trama dell’opera è complessa: un intreccio che permette all’autore di passare da un personaggio all’altro – e quindi da una storia parallela all’altra – lasciando il lettore nell’attesa. A queste storie si alternano degli intermezzi, talvolta sviluppati come racconti a sé.

Il poema contiene 3 temi principali: la guerra fra cristiani e saraceni, gli amori fra i paladini, specialmente quello di Orlando per Angelica, e la celebrazione della Casa d’Este, il cosiddetto motivo encomiastico, attraverso le vicende di Ruggiero, capostipite leggendario della casata.

Pochi gli adattamenti di quest’opera, alcuni al teatro e un unico sceneggiato televisivo italiano nel 1975.

Il gatto con gli stivali

Non sappiamo chi abbia scritto questa favola, ma sappiamo chi l’ha diffusa per la prima volta: Giovanni Francesco Straparola, che nel 1550 la inserì nella raccolta Piacevoli notti. Nella Notte XI è infatti presente la prima favola che rappresenta l’antesignana de “Il gatto con gli stivali”.

Dopo di lui, inevitabilmente, furono pubblicate le versioni di Charles Perrault e dei Fratelli Grimm.

Il fatto curioso è che la favola pubblicata dallo Straparola si intitolava inizialmente Costantino Fortunato e che il gatto non solo non aveva gli stivali, ma non era nemmeno un maschietto, bensì una gatta. Pare che sia stato Perrault a usare il maschile, mentre altri autori non hanno fatto distinzione di genere sul gatto.

La favola è stata rinvenuta in molte zone europee, fino ad arrivare persino in India, Indonesia e nelle Filippine.

Come sappiamo tutti, il gatto con gli stivali è ricomparso nella nostra epoca grazie alla serie di film d’animazione Shrek (compare a partire dal secondo film) e nel 2015 è stato dedicato al gatto stivalato un film tutto suo dalla DreamWorks.

Romeo e Giulietta

È la prima delle 4 coppie di personaggi indimenticabili. Non possiamo farne 2 personaggi separati, perché l’uno non esisterebbe senza l’altra e viceversa. Romeo e Giulietta (Romeo and Juliet, in originale) è una tragedia scritta dal poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare.

Non è ben chiaro quando il poeta scrisse quest’opera, tuttavia si pensa che sia stata iniziata nel 1591 e completata forse nel 1595.

La tragedia fu pubblicata la prima volta in due edizioni in quarto, prima di uscire nell’edizione chiamata dagli studiosi Firts Folio, che conteneva 36 opere dell’autore, nel 1623. Ma la prima edizione stampata risale al 1597.

Romeo Montecchi è un ragazzo sedicenne e Giulietta Capuleti è l’unica figlia tredicenne della famiglia. La storia è ambientata a Verona.

Dobbiamo sapere, comunque, che un certo Luigi da Porto, scrittore italiano che visse vicino Vicenza, scrisse questa storia nel 1524 (anche se fu pubblicata postuma nel 1531) in un libro dal titolo Historia novellamente ritrovata di due Nobili Amanti, ispirata a un breve racconto del poeta Masuccio Salernitano, i cui personaggi si chiamavano però Mariotto e Giannozza. Fu da Porto a chiamarli Romeo e Giulietta.

Questa storia ha diverse analogie con altre storie dell’antichità, come quella di Piramo e Tisbe, contenuta nelle Metamorfosi di Ovidio, amanti di due famiglie rivali, con Piramo che si suicida credendo Tisbe morta e lei che, per il dolore, si uccide a sua volta.

Romeo e Giulietta è diventata ormai la storia d’amore più famosa al mondo, tanto che ispirò numerosi registi, come il nostro Franzo Zeffirelli (la sua versione è del 1968). Tanti altri adattamenti arrivarono per il teatro, la televisione, la musica e il fumetto. A questo proposito non posso non menzionare la parodia che ne fece Jacovitti, Giulietto e Romea, due amanti che non riescono a trovare un posto per starsene in pace.

Amleto

Altra tragedia shakespeariana, l’Amleto (titolo originale The Tragedy of Hamlet, Prince of Denmark), ambientato nel XVI secolo, presenta ben 3 edizioni antiche, ognuna diversa dall’altra. La prima è comunque del 1603, una pubblicazione in quarto. L’opera fu scritta da Shakespeare fra il 1599 e il 1602.

Amleto è il Principe di Danimarca, figlio del Re Amleto. La storia proviene dalla leggenda di Amleth, la Vita Amlethi contenuta nell’opera Gesta Danorum di Saxo Grammaticus, un cronista del XIII secolo. Successivamente fu ripresa nel XVI secolo da François de Belleforest.

Ci sono anche analogie con la Saga di Hrolf Kraki, islandese, e con la leggenda romana di Lucius Junius Brutus. Molti studiosi sono comunque convinti che una delle principali fonti a cui attinse Shakespeare fu Ur-Hamlet, forse scritta da Thomas Kyd 10 anni prima.

La prima apparizione di Amleto al cinema si deve a Sarah Bernhardt e al suo corto di 5 minuti Le Duel d’Hamlet. Da quel momento tanti altri registi di differenti paesi si sono cimentati con la tragedia shakespeariana, senza contare le numerose opere liriche che si sono succedute fin dal 1706.

Don Chisciotte

È ormai proverbiale la frase “lottare contro i mulini a vento”. Proprio all’inizio dell’opera dello scrittore, poeta e drammaturgo spagnolo Miguel de Cervantes, al capitolo VIII della prima parte, si narra l’avventura della lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento. E da quel momento la frase divenne un richiamo ai nemici immaginari contro cui combatté, valorosamente, il prode cavaliere.

Ma quando è nato il famoso Don Chisciotte, questo cavaliere errante dalla triste figura, questo eroe che vive in un suo mondo immaginario, frutto delle letture di romanzi cavallereschi? La prima parte, in 52 capitoli, fu scritta dall’autore nel 1605; la seconda, in 74 capitoli, nel 1615.

L’avventura cinematografica del Don Chisciotte inizia nel 1903 e l’ultima è del 2009. Ricordiamo il nostro omaggio all’opera del de Cervantes con il film Don Chisciotte e Sancio Panza (1968) interpretato da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Perché questo personaggio, quest’uomo comune, continua a essere presente ai nostri giorni? Forse perché quell’opera ha consacrato l’autore come uno dei più grandi romanzieri. O forse perché si tratta di un uomo come tutti che non si ferma davanti a nulla, che lascia la sua vita per inseguire un sogno, per quanto impossibile, per quanto ridicolo, per quanto privo di significato.

Ma ciò che conta è il significato che diamo noi ai nostri sogni. Esattamente come ha fatto Don Chisciotte della Mancia.

La bella addormentata

Pubblicata da Charles Perrault nella sua raccolta Histoires ou contes du temps passé nel 1697 con il titolo La Belle au bois dormant (La bella addormentata nel bosco), la storia proviene dalla fiaba di Giambattista Basile Sole, Luna e Talia del 1634. Questa, a sua volta, è una versione della più antica storia Perceforest del 1340.

La bella addormentata non ha un nome, Perrault la chiama semplicemente principessa.

Noi la consideriamo una fiaba per bambini, ma la vera storia della bella addormentata avrebbe scioccato perfino gli adulti. Nella trama originale sono presenti temi come l’adulterio, la bigamia, l’omicidio, lo stupro di una donna in coma e anche il cannibalismo.

Un po’ diversa dalla simpatica storia in cui il bel principe risveglia la bella principessa addormentata in un bosco. Nella versione di Basile la bella principessa (Talia) era addormentata nel suo castello e fu violentata da un altro re, entrato a forza in quel castello.

Questa fiaba ha avuto numerosi adattamenti a partire dal 1830. Ricordiamo il recente Maleficent con Angelina Jolie del 2014 e il cartone animato del 1959 della Disney Sleeping Beauty.

Pollicino

Chiamato anche con il nome di Buchettino, Pollicino (Le petit Poucet) è una fiaba di Perrault, pubblicata nel 1697 nella raccolta Histoires ou contes du temps passé, avec des moralités.

La fiaba di Pollicino presenta analogie con quella di Hänsel e Gretel e ha come tema dominante la carestia. Il nome del personaggio deriva, come tutti sappiamo, dalle ridotte dimensioni del bambino, grande come un pollice.

Nella fiaba sono presenti elementi come l’Orco e oggetti magici come gli stivali delle sette leghe, stivali stregati in grado di far compiere grandi distanze a chi li indossa.

Nelle fiabe norvegesi (Norske Folkeeventyr) è presente un personaggio chiamato Pollicino. Si tratta della fiaba “Tommeliten” (Pollicino, appunto) di Peter Christen Asbjørnsen, scrittore norvegese che insieme a Jørgen Moe pubblicò una prima parte delle fiabe nel 1842-1843.

Al cinema è stato trasposto nel 2001 grazie al regista francese Olivier Dahan, ma la prima pellicola è del 1912, il film muto Le Petit Poucet.

Sindbad

Fu Antoine Galland a tradurre in francese il manoscritto delle storie di Sindbad il marinaio e a pubblicarle nel 1701. Il nome del personaggio viene anche scritto in altri modi: Sinbad, Simbad e Sindibad.

Le storie sui sette viaggi di Sindbad non facevano parte del corpus de Le mille e una notte, ma vi furono aggiunte da Galland. Il personaggio fu ispirato alle esperienze dei mercanti di Basra (Iraq) e ai rischi che incontravano viaggiando per mare nelle Indie orientali e in Cina, forse durante il periodo di ʿAbbāsid (750–c. 850).

Secondo un’altra fonte («The Silk Road Gourmet») i viaggi di Sindbad sono stati ispirati a quelli di Soleiman Siraf, marinaio dell’Asia occidentale che per primo navigò da Siraf, in Persia, fino all’India occidentale, intorno alle coste di Malabar e attraverso la Baia del Bengala fino in Birmania, in Tailandia e forse fino alla Cina meridionale attraverso lo Stretto di Malacca. I suoi viaggi furono descritti nell’851 da Abu Zaid al Hassan nella sua opera Siraf & Soleiman il Mercante.

Al cinema i viaggi di Sindbad sono iniziati nel 1919, grazie a un film americano. L’ultimo, di una serie di quasi 40 film, è molto recente: Sinbad: The Fifth Voyage (2014). Ma il personaggio ha avuto spazio anche nella musica e in altri ambiti della cultura popolare.

Alcuni studiosi pensano che le avventure di Sindbad abbiano influenzato Daniel Defoe nella stesura del Robinson Crusoe e Jonathan Swift in quella de I viaggi di Gulliver.

Aladino

Galland tradusse la storia di Aladino e la lampada magica dopo averla ascoltata in Siria, nella città di Aleppo, da uno studioso di nome Youhenna Diab e la pubblicò nel 1710. La storia di Aladino non compare nella versione originale de Le mille e una notte, ma fu aggiunta appunto da Galland.

Soprattutto, secondo molte fonti Aladino non era arabo, ma un ragazzo cinese. Nella storia si parla in effetti di “un regno della Cina”, ma non viene specificato quale. Il nome ha comunque origini arabe, non cinesi (significa “servo di Allah”, secondo altre fonti “fedele” o “modello di fede” o “nobiltà di fede”). Anche gli altri personaggi della storia hanno nomi arabi.

Resta quindi un mistero la vera origine di questa storia. Ma il suo successo, invece, è ben documentato: da libri e fumetti a film (che iniziano dal 1926) e pantomime (iniziate nel 1788) a cartoni animati (quello della Disney, Aladdin, è del 1992), siamo arrivati a parlare di Aladino fino al 2012 con Magi: The Labyrinth of Magic.

Robinson Crusoe

O il mito dell’isola deserta. Robinson Crusoe, come anche Don Chisciotte, è uno di quei personaggi che si conoscono senza averne mai letto.

Quando Daniel Defoe, scrittore britannico, pubblicò La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, di York, marinaio (The Life and Strange Surprising Adventures of Robinson Crusoe), il 25 aprile 1719, forse non immaginava il successo che avrebbe riscosso subito la sua opera, tanto che ebbe ben quattro edizioni lo stesso anno.

Il titolo intero dell’opera non era certo discreto: The Life and Strange Surprizing Adventures of Robinson Crusoe, of York, Mariner: Who lived Eight and Twenty Years, all alone in an un-inhabited Island on the Coast of America, near the Mouth of the Great River of Oroonoque; Having been cast on Shore by Shipwreck, wherein all the Men perished but himself. With An Account how he was at last as strangely deliver’d by Pyrates. Un tempo mica si scherzava coi titoli dei romanzi.

Defoe scrisse anche dei seguiti, il primo sempre nel 1719, Le ulteriori avventure di Robinson Crusoe (The Farther Adventures of Robinson Crusoe) e l’altro nel 1720, Riflessioni serie durante la vita e le sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, con la sua visione del mondo angelico (Serious Reflections During the Life & Surprising Adventures of Robinson Crusoe, With His Vision of the Angelic World).

Il romanzo fu comunque pubblicato come una storia vera occorsa a un uomo chiamato Crusoe, anche se il pubblico fu subito scettico. L’anno stesso della pubblicazione del romanzo vide l’uscita del libro Robinson Crusoe Examin’d and Criticis’d di Charles Gildon, che spiegava come il romanzo fosse appunto finzione.

Il cognome Crusoe, come Defoe stesso scrisse all’inizio del romanzo, è la forma corrotta del cognome tedesco Kreutznaer. Qualcuno invece sostiene che Defoe potrebbe aver preso il nome del personaggio dal suo compagno di scuola Timothy Cruso.

Si pensa che Defoe ebbe l’ispirazione del personaggio dal marinaio scozzese Alexander Selkirk, che per quattro anni visse nell’isola deserta di Más a Tierra, una delle isole Juan Fernández della costa cilena. Selkirk fu salvato dalla spedizione di Woodes Rogers nel 1709.

Secondo Tim Severin, invece, Defoe potrebbe essere stato ispirato dal naufragio e dalle disavventure di Henry Pitman, che Defoe stesso potrebbe aver conosciuto, poiché il libro di Pitman fu pubblicato dal padre dell’editore che pubblicò il Robinson Crusoe.

Che cosa incarna questo personaggio per restare così vivo nel tempo? Non c’è solo il mito del luogo selvaggio e lontano, disabitato, ma anche quello della sopravvivenza senza le comodità dell’era moderna. Crusoe ha dovuto mantenersi in vita in un ambiente quasi primordiale, perché vi mancava tutto ciò che l’uomo europeo era abituato a usare.

La sua fama continua a vivere ancora oggi. Ricordiamo tutti il film interpretato da Tom Hanks Cast Away, una sorta di Robinson Crusoe in chiave moderna. Successivamente, tra il 2008 e il 2009, è nata anche una serie TV della NBC. Prima ancora, nel 1997, il personaggio fu interpretato da Pierce Brosnan, ma la prima apparizione al cinema si ha con un film muto britannico nel 1927.

Gulliver

Chi non vorrebbe ritrovarsi in un mondo di esseri minuscoli e chi, invece, vorrebbe evitare di finire in un mondo di giganti? È quanto è capitato al povero Lemuel Gulliver, per la gioia dei tanti lettori che hanno amato il romanzo I viaggi di Gulliver.

A dire la verità il titolo dell’opera non è così corto, bensì Viaggi in vari paesi remoti del mondo. In quattro parti. Di Lemuel Gulliver, prima un chirurgo e poi capitano di varie navi (Travels into Several Remote Nations of the World. In Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships).

Jonathan Swift, scrittore irlandese, dà alle stampe quest’opera il 26 ottobre 1726. Abbiamo detto che è in 4 parti:

  1. Viaggio a Lilliput
  2. Viaggio a Brobdingnag
  3. Viaggio a Laputa, Balnibarbi, Luggnagg, Glubbdubdrib e in Giappone
  4. Viaggio nel paese degli Houyhnhnms

Erroneamente considerato un romanzo per bambini – tanto che ne sono state pubblicate versioni smezzate (i primi due capitoli e basta) – I viaggi di Gulliver è una storia che forse anche gli adulti faticano a comprendere appieno.

Lo ricordiamo sempre per i minuscoli abitanti di Lilliput e per quelli giganteschi di Brobdingnag, ma ogni viaggio del capitano è denso di avventure e l’intero romanzo contiene continui rimandi alla società dei tempi di Swift: una critica ai suoi costumi, alle istituzioni e alle convenzioni della sua epoca.

Si pensa che Swift fu ispirato dalle colline basaltiche di Cavehill a Belfast, il cui profilo ricordava all’autore un gigante dormiente. La sua opera è una parodia dei diari di viaggio avventurosi del tempo.

Nel 1939 viene prodotto un lungometraggio a cartoni animati sui viaggi di Gulliver e nel 1924 il primo adattamento al cinema, Gullivers Reisen, un film muto di produzione austriaca. L’ultima apparizione si ha nel 2010 con una versione modernizzata dell’opera si Swift, con Gulliver interpretato da Jack Black. Ricordiamo anche il cortometraggio a cartoni animati della Disney, Gulliver Mickey.

Nel 1995 il fumettista Milo Manara realizza a fumetti una versione in chiave erotica dell’opera, Gulliveriana.

La bella e la bestia

Pubblicata nel 1740 dalla scrittrice francese Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve come novella (era lunga quasi 400 pagine) nella raccolta La jeune américaine, et les contes marins, “La bella e la bestia” potrebbe aver tratto origine da una storia di Apuleio, “Cupido e Psiche”, contenuta nelle sue Metamorfosi.

La de Villeneuve si discostò comunque da quella storia, inserendo nella sua elementi personali, che riflettevano i problemi sociali del suo tempo, come i pochi diritti legali che avevano le donne: sposare l’uomo che volevano, per esempio.

La sua favola, quindi, fu pensata per criticare la società contemporanea e presentava molte sottotrame. La sua Bestia era inoltre bestia in tutti i sensi del termine francese: un animale feroce e stupido, non la persona gentile trasformata soltanto fisicamente in bestia.

Questa storia pose le basi a una sua rivisitazione, dovuta alla scrittrice Madame Jeanne-Marie Leprince de Beaumont, che ne diede una nuova versione apparsa nel 1756 in Le Magasin des Enfants, quella a noi conosciuta.

Il pubblico della de Villeneuve era formato da adulti, mentre quello della de Beaumont da bambini, quindi la scrittrice ridusse la novella della de Villeneuve, attenuandone i toni, specialmente i riferimenti sensuali e le critiche contro i matrimoni forzati. Questa sua versione divenne popolare e si diffuse arrivando fino a noi.

Sono numerosi gli adattamenti cinematografici e televisivi e le influenze di questa storia sulla letteratura, la musica e la cultura di massa. Il cinema ha iniziato nel 1945 grazie al regista Jean Cocteau. Il prossimo film apparirà nel 2017 e sarà un rifacimento in live action del film francese del 2014, con Emma Watson nella parte di Belle. La versione animata della Walt Disney è del 1991.

Il barone di Münchhausen

L’immagine immediata che ne abbiamo è quella di un gentiluomo settecentesco che vola a cavallo di una palla di cannone. È anche l’uomo che cavalcò un cavallo dimezzato che bevve a una fonte con l’acqua che fuoriusciva direttamente dall’addome aperto. Tutta fantasia? In parte.

Le storie di questo personaggio letterario si rifanno a un personaggio realmente esistito: Karl Friedrich Hieronymus von Münchhausen (1720-1797). Pare che il militare tedesco fosse diventato un narratore dalla fantasia senza limiti e raccontasse storie piene di enfasi ed esagerate, ma molti nobili amavano sentire i suoi racconti.

Rudolf Erich Raspe, bibliotecario, scienziato e scrittore tedesco, raccolse una serie di aneddoti ispirati alle storie del barone di Münchhausen e nel 1781 le pubblicò su «Vade mecum für lustige Leute», una rivista umoristica di Berlino, col titolo di M-h-s-nsche Geschichten (Storie di M-h-s-n). Per scrivere queste storie Raspe usò anche altre fonti. Nel 1783 ne pubblicò un seguito, Noch zwei M-Lügen (Due frottole in più di M), nella stessa rivista.

In queste prime pubblicazioni, entrambe in forma anonima, il protagonista era identificato soltanto come “M-h-s-n”, anche se non fu difficile per i lettori trovare un collegamento con Münchhausen.

Nel 1785 Raspe adattò quegli aneddoti in inglese, pubblicando il volume Baron Munchausen’s Narrative of his Marvellous Travels and Campaigns in Russia, rendendo finalmente noto il nome del protagonista, anche se lo anglicizzò da Münchhausen a Munchausen.

L’anno successivo il poeta Gottfried August Bürger tradusse in tedesco quell’edizione inglese, inserendovi anche una leggenda germanica, “I sei servi”, che fu raccolta anche dai fratelli Grimm. Questa edizione ebbe più successo di quella inglese e per molto tempo si credette che Bürger ne fosse l’autore.

Le avventure cinematografiche del barone di Münchhausen iniziano nel 1909 col film britannico How Cook Cooked Peary at the Pole e arrivano fino al 2012 con la pellicola televisiva tedesca Baron Münchhausen.

Da segnalare che nel 1943 il ministro Joesph Goebbels ingaggiò il regista Josef von Báky per realizzare un film ad alto budget, Münchhausen, in occasione del 25° anniversario della UFA, la compagnia di produzione cinematografica di Berlino.

Nel 1958 la Disney ha prodotto la parodia a fumetti Paperino di Münchhausen, pubblicata nel numero 180 di «Topolino».

Münchhausen ha ispirato anche la nomenclatura in alcuni campi:

  • la sindrome di Munchausen
  • il Trilemma di Münchhausen
  • il numero di Munchausen
  • asteroide 14014 Münchhausen

Biancaneve

Una delle storie più conosciute, Biancaneve è una fiaba tedesca pubblicata nel 1812 dai fratelli Grimm nella loro prima raccolta. Il titolo originale tedesco era Sneewittchen e figurava come il racconto numero 53. I Grimm ne pubblicarono una versione revisionata nel 1854.

Nel 1994 lo storico tedesco Eckhard Sander pubblicò il saggio Schneewittchen: Marchen oder Wahrheit? (Biancaneve: è una fiaba?), asserendo di aver trovato un resoconto che potrebbe aver ispirato la storia.

Secondo lo storico il personaggio di Biancaneve era basato sulla vita di Margarete von Waldeck, una contessa tedesca nata nel 1533 e figlia di Filippo IV. A 16 anni Margarete fu costretta dalla sua matrigna, Katharina di Hatzfeld, a partire da Wildungen e recarsi a Bruxelles, dove si innamorò del principe che divenne poi Filippo II di Spagna. Per il padre di Margarete e per la matrigna quel matrimonio era però politicamente scomodo.

La ragazza morì misteriosamente all’età di 21 anni, forse avvelenata. I resoconti accusano il re di Spagna, anche lui avverso alla relazione d’amore, che avrebbe inviato agenti a uccidere Margarete.

Fin qui, però, non appaiono ancora i nani, che hanno una parte non indifferente nella fiaba di Biancaneve. Il padre di Margarete aveva parecchie miniere di rame, in cui lavoravano bambini in condizioni di quasi schiavitù. Quelli che sopravvissero a quel lavoro massacrante mostravano una crescita rallentata e arti deformi per denutrizione. Venivano chiamati per questo i “nani poveri”.

Manca soltanto la mela avvelenata. Secondo Sanders questo elemento della fiaba proviene da un altro fatto storico, dove si menziona un uomo arrestato per aver dato mele avvelenate a bambini che pensava stessero rubando i suoi frutti.

Secondo altri studi effettuati a Lohr, in Baviera, il personaggio di Biancaneve proviene da Maria Sofia von Erthal, nata il 15 giugno 1729 a Lohr am Main, figlia del principe Philipp Christoph von Erthal e della baronessa von Bettendorff.

Quando morì sua moglie, il principe sposò Claudia Elisabeth Maria von Venningen, contessa di Reichenstein, che non amava i figliastri. Nel castello in cui visse c’era uno “specchio parlante” (che si può tuttora vedere nel castello, diventato un museo): un giocattolo acustico costruito nel 1720 a Lohr che permetteva di registrare voci e riascoltarle.

La fiaba ha avuto molti adattamenti. Ricordiamo il cartone animato della Disney del 1937 e il contributo italiano del 1965I sette nani alla riscossa, in cui recitava anche Ave Ninchi. L’ultimo film apparso al cinema è del 2015,Charming, un musical in animazione 3D.

Hänsel e Gretel

Seconda coppia di personaggi. Anche questa fiaba è stata pubblicata nel 1812 dai fratelli Grimm. Hänsel e Gretel sono due bambini, fratello e sorella, rapiti e mangiati da una strega che vive in una foresta, in una casa costruita con dolciumi.

I temi trattati nella fiaba riflettono il periodo medievale in cui è ambientata, primo fra tutti la carestia: erano frequenti i bambini abbandonati nei boschi nel tardo Medioevo. La Grande Carestia del 1315-1317 è alla base di questo racconto popolare: episodi di cannibalismo si verificarono in tutta l’Europa occidentale.

Inizialmente la gente, ridotta alla fame, si nutrì di cani e gatti, poi anche di topi e rettili e perfino di insetti, foglie ed escrementi di animali. Per quanto riguarda il cannibalismo, ci furono casi di gente che dissotterrò i cadaveri o tirò giù dalla forca i giustiziati per macellarli e mangiarli.

La strega che viene uccisa bruciata nel forno è legata alla pratica medievale – e anche dei secoli successivi – di bruciare al rogo le donne accusate di stregoneria. In Germania l’ultima esecuzione pubblica di una strega avvenne nel 1775.

Secondo i folkloristi Iona e Peter Opie (The Classic Fairy Tales, 1974) Hänsel e Gretel fanno parte di un gruppo di racconti molto popolari delle regioni baltiche.

Gli adattamenti di questo racconto iniziarono nel 1893 (l’opera Hänsel und Gretel di Engelbert Humperdinck). L’ultimo è del 2015, The Visit, un horror diretto da M. Night Shyamalan.

Curiosità: le briciole di pane lasciate dai due bambini per ritrovare la strada hanno influenzato un elemento del web design, la navigazione a briciole di pane, appunto, o breadcrumb.

Raperonzolo

Fiaba pubblicata dai fratelli Grimm nel 1812, Raperonzolo è una storia ben più antica: ragazze tenute prigioniere in castelli si trovano un po’ ovunque nella cultura di ogni paese. La più antica è quella di Santa Barbara, ragazza chiusa in una torre da suo padre nel III secolo, che divenne cristiana e fu per questo denunciata dal genitore e decapitata dopo essere stata torturata.

L’elemento dei capelli lunghi usati come scala apparve invece nel X secolo in un racconto di Ferdowsi, poeta persiano, in cui una donna in un harem abbassa i propri capelli per farvi salire il suo amante.

Ritroviamo la “scala di capelli” in una storia di Giambattista Basile, Petrosinella, nella raccolta Lo cunto de li cunti del 1634. Nel 1698 questa scala appare in Francia nella favola Persinette, raccontata da Charlotte-Rose de Caumont de la Force (che si firmò Mademoiselle X).

I capelli, comunque, furono un elemento importante anche nella storia di Santa Barbara: Dioscoro afferrò la treccia della santa prima di decapitarla, ma fu ucciso da un fulmine. Secondo la leggenda la treccia di capelli è visibile ai bambini nei pressi della fonte omonima.

Nel 1790 la storia fu rinarrata dal tedesco Friedrich Schulz, che ne fece una versione pressoché identica a quella di de la Force, ma ne cambiò il nome in Rapunzel. La versione dei fratelli Grimm divenne meno potente, meno misteriosa e meno carica di significati sessuali. I fratelli Grimm sostituirono anche la pianta scelta dal Basile: un raperonzolo invece del prezzemolo.

Da notare che Persinette, Petrosinella e Prezzemolina (nella versione di Italo Calvino) hanno lo stesso significato:

  • Persinette: dal francese persil, prezzemolo
  • Petrosinella: dal nome scientifico del prezzemolo Petroselinum crispum

Nel 1951 appare un primo film d’animazione. A questo seguirono altre serie animate, serie televisive e film, fino all’ultimo del 2014 Into the Woods.

(La creatura di) Frankenstein

O il moderno Prometeo. Così recitava il sottotitolo di questo bellissimo romanzo (Frankenstein; or, The Modern Prometheus) della scrittrice inglese Mary Wollstonecraft Shelley, pubblicato l’11 marzo 1818. Considerato un romanzo dell’orrore, in realtà il Frankenstein è un romanzo di fantascienza e drammatico.

Possiamo considerare la creatura di Frankenstein come un personaggio indimenticabile? Perché qualcuno, forse, non sa chi sia e che cosa abbia rappresentato nella letteratura e nell’immaginario culturale.

Frankenstein viene erroneamente assimilato alla creatura mostruosa: leggendo quel nome o sentendolo siamo portati a immaginare il mostro, mentre in realtà la creatura nata in laboratorio non ha nome.

Non è un errore, dunque, attribuire il mostro al dottor Viktor Frankenstein, perché è lui il vero mostro della storia. La creatura ne è solo una vittima, è mostro inconsapevole, non può che comportarsi come il suo creatore ha decretato.

Il primo adattamento del romanzo avvenne già nel 1826 con un’opera teatrale di Henry M. Milner, The Man and The Monster; or The Fate of Frankenstein. Il primo film è invece del 1910. In tutto sono comunque numerosi gli adattamenti per il cinema, la televisione e il teatro.

Forse il più fedele al romanzo è quello interpretato da Robert De Niro nel 1994, Mary Shelley’s Frankenstein. Celebre è l’interpretazione di Boris Karloff del 1931 (che tornò a interpretare il personaggio in due seguiti nel ’35 e nel ’39).

Frankenstein è tornato a far parlare di sé: è del 2015 un nuovo film con il dottore interpretato da James McAvoy (ricordate il fauno de Le cronache di Narnia?); nel 2016 ne appaiono due, una serie in chiave moderna, Second Chance, e un balletto.

In letteratura possiamo citare il romanzo per ragazzi scritto da Massimo Polidoro con lo pseudonimo di Max Keller: Il complotto di Frankenstein.

Ma perché questo nome continua ancora oggi a essere vivo? Perché rappresenta un’icona nella letteratura: la figura dello scienziato pazzo, la possibilità della vita eterna, la componente horror sul trafugamento di cadaveri e il laboratorio scientifico in cui dare vita a una creatura. Frankenstein è la versione umana e abominevole di Dio.

Renzo e Lucia

Terza coppia di personaggi. Possiamo considerare I promessi sposi come il romanzo perfetto: ci sono sottotrame, c’è stato uno studio sui nomi dei personaggi, c’è stata una dettagliata documentazione. Ci sono passi, come l’incipit e l’Addio monti, che resteranno per sempre impressi nella memoria.

Apparso per la prima volta nel 1827, I promessi sposi ha introdotto nella nostra lingua due termini nuovi: la perpetua, come badante del parroco, e l’azzecca-garbugli, a indicare avvocati di poco conto.

Renzo e Lucia sono i promessi sposi, i veri protagonisti del romanzo, anche se nella storia appaiono figure ben più forti, che più di loro, forse, spiccano negli eventi: Don Abbondio, Don Rodrigo, l’Innominato, la monaca di Monza, Fra Cristoforo.

Ma non possiamo non considerare il fatto che, quando parliamo de I promessi sposi, stiamo parlando di loro due, di Renzo e Lucia, della coppia di personaggi indimenticati e indimenticabili.

Cinema, teatro, opera lirica e televisione non potevano non cimentarsi con un’opera come questa, anche se non sempre con prodotti di valore. Inizia l’opera lirica nel 1856, per il cinema si deve attendere invece il 1909 con un film muto. L’ultima pellicola è del 1964.

Svariate anche le parodie, dal film di Totò Il monaco di Monza del 1963 ai fumetti Disney (I promessi paperi e I promessi topi) allo sceneggiato TV del 1990 del Trio Solenghi-Marchesini-Lopez.

Oliver Twist

Il titolo originale di questo secondo romanzo dello scrittore e giornalista britannico Charles Dickens è Oliver Twist, or The Parish Boy’s Progress. Fu pubblicato la prima volta a puntate nella rivista «Bentley’s Miscellany» a partire dal febbraio 1837 fino all’aprile 1839 (53 capitoli divisi in 24 pubblicazioni). Fu poi pubblicato in 3 volumi sotto lo pseudonimo di Boz.

Che cos’era un “parish boy”? Nell’Inghilterra ottocentesca era la Chiesa d’Inghilterra (anglicana) a occuparsi dei poveri. La Chiesa era divisa in comunità locali o distretti (parrocchie). Poveri, inabili al lavoro o orfani erano sotto le cure della parrocchia in cui erano nati. L’appellativo di parish boy o parish girl era usato in tono denigratorio.

Il termine progress sta invece a indicare una narrazione di tipo episodico, perché il romanzo narra appunto dei progressi di Oliver Twist attraverso gli avvenimenti della sua vita. È quindi un romanzo di formazione.

Oliver Twist è anche uno dei primi esempi di romanzo sociale: Dickens ha voluto mostrare al pubblico il lavoro minorile, i ragazzi di strada e l’impiego di bambini come criminali.

Nel marzo 1836 Dickens iniziò il suo primo romanzo, Il Circolo Pickwick (The Pickwick Papers, pubblicato a puntate fino all’ottobre 1837 e anch’esso firmato con lo pseudonimo di Boz) e nel 1837 si trovò quindi a scrivere le puntate di 2 romanzi.

Nel giugno di quell’anno, a causa di una grave perdita in famiglia – morì la sorellastra diciassettenne Mary Hogarth (che ispirò poi il personaggio di Rose Maylie in Oliver Twist) – Dickens non consegnò le puntate mensili dei 2 romanzi.

Il primo adattamento cinematografico del romanzo risale al 1909, diretto da James Stuart Blackton, e l’ultimo è del 2005, diretto da Roman Polanski. Su Oliver Twist sono nati anche musical, serie TV, canzoni.

La sirenetta

Famosa fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen, “La sirenetta” (Den lille havfrue) fu scritta nel 1836 e pubblicata per la prima volta il 7 aprile 1837 nel volume Eventyr, fortalte for Børn (Favole, raccontate per i bambini).

Il titolo iniziale della storia non era “La sirenetta”, ma probabilmente “Figlie dell’aria” (Luftens Døttre). Questo titolo viene menzionato in una lettera del 12 febbraio 1836 da Henriette Hanck, in cui la donna dice a Andersen che, se si vedranno la prossima estate, le farebbe piacere leggere i suoi ultimi 2 lavori (“Luftens Døttre”, la fiaba appunto, e “Renzos Bryllup”, Il matrimonio di Renzo, una ballata).

L’11 febbraio 1837, tuttavia, in una lettera a Bernhard Severin Ingemann, Andersen nomina la storia col titolo che conosciamo: “La sirenetta”.

Sebbene questa fiaba non provenga da narrazioni orali come molte altre, Andersen potrebbe essere stato influenzato da una serie di storie precedenti, prima fra tutte Undine di Friedrich de La Motte Fouque, pubblicata nel 1811, la storia di un’ondina che sposerà un uomo per ottenere un’anima immortale.

“La Sirenetta” ha avuto numerosi adattamenti. Il film d’animazione della Disney è del 1989, ma nel 1992 ce ne fu uno della Golden Film, poi uno australiano nel 1998 e quello del 2008 di Hayao Miyazaki.

Riccioli d’oro e i tre orsi

Favola molto popolare inglese, sulla cui origine non si sa molto. Inizialmente parlava di una vecchia senza nome entrata nella casa di 3 orsi, sostituita poi con Riccioli d’oro.

Il primo a pubblicare questa favola fu lo scrittore britannico Robert Southey nel 1837 nell’opera in 7 volumi The Doctor, uscita a partire dal 1834 e conclusa nel 1847 (la favola era presente nel IV), ma la storia è più antica. Il titolo originale era “The Story of the Three Bears”, cambiato poi in “Goldilocks and the Three Bears”. Eleonor Mure ne fece un libretto a mano per il suo nipotino di 4 anni nel 1831, scrivendo la storia in versi e illustrandola con disegni ad acquerello.

Il nome iniziale della bambina era “Silver Hair” (Capelli d’Argento), cambiato poi in “Golden Hair” (Capelli d’Oro) e infine in “Goldilocks” (Riccioli d’Oro). I nomi iniziali dei 3 orsi erano “Great Huge Bear”, “Middling Bear” e “Little Small Wee Bear”, cambiati poi in Father Bear, Mother Bear e Baby Bear.

Il numero 3 è molto comune nelle favole. Nelle versioni di Southey e della Mure la vecchia compie 3 azioni entrando nella casa: guarda dalla finestra, guarda dal buco della serratura e infine solleva il chiavistello.

Christopher Booker lo ha chiamato il “tre dialettico”: il primo è sbagliato, il secondo lo è in un altro modo o in maniera opposta e l’ultimo è quello giusto.

Da questa favola proviene il cosiddetto “principio di Goldilocks”, secondo cui in un dato campione ci sono entità che appartengono agli estremi, ma ci sarà sempre un’entità che appartiene alla media. Nella favola Riccioli d’oro testa i letti e il cibo e ne trova sempre 2 inadatti in un estremo o in quello opposto (troppo caldo o troppo freddo il cibo e troppo grande o troppo piccolo il letto) e infine un terzo giusto.

La Disney ne ha tratto una serie animata in 3D nel 2015 per il canale Disney Junior, intitolandola Goldie & Bear.

Il brutto anatroccolo

Storia concepita da Hans Christian Andersen durante un soggiorno alla tenuta di campagna di Bregentved nel 1842, ma pubblicata l’11 novembre 1843 nel volume Nuove favole (Nye Eventyr), “Il brutto anatroccolo” avrebbe dovuto intitolarsi all’inizio “The Young Swans” (I giovani cigni), ma l’autore scelse poi quello attuale per non rovinare la sorpresa ai lettori.

Andersen disse che questa storia era un “riflesso della sua vita” e quando il critico Georg Brandes gli chiese se avrebbe scritto una sua autobiografia, lui rispose di averlo già fatto.

La storia è interpretata come una ricerca della propria identità come alternativa all’assimilazione. La determinazione del piccolo anatroccolo incoraggia i bambini a non mollare mai, a non abbattersi di fronte alle sconfitte.

Non c’è comunque un messaggio del tutto positivo, poiché l’anatroccolo non è scacciato perché diverso, ma perché troppo brutto. Secondo alcuni studiosi i bambini potrebbero credere che il loro desiderio di essere accettati dagli altri sia più importante delle proprie azioni.

Della favola la Disney ha realizzato due cartoni animati, uno nel 1931 in bianco e nero e uno a colori nel 1939. La fortuna di questa favola continua ancora: è del 2015 un’app per bambini sviluppata in favore della Unicef in cui vene letta dall’attore Stephen Fry.

d’Artagnan

Chi non ha mai sentito nominare i tre moschettieri? Lo scrittore e drammaturgo francese Alexandre Dumas pubblicò I tre moschettieri (Les trois mousquetaires) a puntate sul giornale «Le Siècle» dal marzo 1844 fino al luglio e in volume nello stesso anno. Là introdusse il personaggio di d’Artagnan.

Ma d’Artagnan era una persona reale o un semplice personaggio letterario?

Il nostro è un personaggio realmente esistito, ma sulla sua nascita esiste una controversia: per alcuni è nato nel 1610-15 e per altri nel 1620-23.

Nella Bibilotheque Nationale è conservato il suo certificato di matrimonio e là compare il suo nome reale: Charles-Ogier Batz-Castelmore. Nacque comunque nel castello di famiglia, Castelmore appunto, situato nei pressi del villaggio di Lupiac, da Bertrand de Batz-Castelmore e Francoise de Montesquiou d’Artagnan. Castelmore fu acquistato nel 1565 da un suo avo, Arnaud de Batz. Il padre di d’Artagnan lo ereditò nel 1607.

Secondo alcuni studiosi d’Artagnan aveva 3 fratelli (Paul, Arnaud, Jean) e 3 sorelle (Claude, Henrye, Jeanne), secondo altri aveva 4 fratelli (Paul, Charles, Arnaud, Jean) e 3 sorelle (Claude, Henrye, Jeanne).

Grazie all’influenza di Monsieur de Treville, che divenne poi comandante dei moschettieri, riuscì a entrare nelle Guardie del Re. Morì il 25 giugno 1673 durante l’assedio di Maastricht.

Sono reali anche 2 dei compagni di d’Artagnan:

  1. Athos, il cui vero nome era Armand de Sillegue d’Athos d’Autevielle. Nato tra il 1615 e il 1620 in Guascogna, divenne moschettiere a 25 anni e morì a Parigi il 21 dicembre 1643, forse in duello (il suo nome fu trovato elencato nei duellanti caduti in un monastero). Era cugino di Monsieur de Treville. Probabilmente non ha mai incontrato d’Artagnan, poiché morì prima che questi entrasse nei moschettieri.
  2. Aramis, che si chiamava Henri d’Aramitz, nacque intorno al 1620. Era un abate guascone, che divenne moschettiere nel 1640, si sposò nel 1650, ebbe 3 figli e morì nel 1674. Era nipote di Monsieur de Treville.

Il personaggio di Porthos è invece liberamente ispirato a Isaac de Porthau (nato a Pau il 30 gennaio 1617 e morto il 13 luglio 1712). Era cugino di Athos.

Al romanzo I tre moschettieri hanno fatto seguito altre 2 opere che completano la trilogia: Vent’anni dopo (Vingt ans après) e Il visconte di Bragelonne (Le Vicomte de Bragelonne).

D’Artagnan iniziò a comparire al cinema nel 1909 e fu interpretato da vari attori, fra cui Gene Kelly (1948), Michael York (1973), Gabriel Byrne (1998). La Disney non poteva mancare all’appuntamento e nel 2004 trasmette Topolino, Paperino, Pippo – I tre moschettieri (Mickey, Donald, Goofy: The Three Musketeers).

Jane Eyre

Quando fu pubblicato il romanzo Jane Eyre, della scrittrice inglese Charlotte Brontë, era il 16 ottobre 1847. Jane Eyre è un romanzo di formazione, innanzitutto, in cui possiamo distinguere precise fasi della vita della protagonista: la fanciullezza a Gateshead, l’educazione alla Lowood School, il periodo come istitutrice a Thornfield, il periodo a Morton e a Marsh End e il matrimonio con Rochester a Ferndean.

Ma è anche un romanzo di critica sociale e politica nel contesto dell’Inghilterra vittoriana e fa riflettere sulla posizione della donna di quell’epoca, chiamando in causa anche altre istituzioni come la cristianità, la famiglia, l’educazione.

Il successo di questo romanzo e della sua protagonista è dimostrato anche dai numerosi adattamenti cinematografici, teatrali, letterari, radiofonici e televisivi. Dal primo film muto del 1910 arriviamo fino a una rielaborazione e a un rifacimento letterari del 2015 e a un programma radiofonico del 2016.

Al cinema si contano ben 8 film muti e 13 lungometraggi, l’ultimo dei quali del 2011. Alla radio sono 13 i programmi dedicati a Jane Eyre e 14 quelli televisivi. 9 gli adattamenti teatrali, l’ultimo nel 2013.

In campo letterario vari autori si sono cimentati in 6 seguiti, 11 rielaborazioni, 3 rifacimenti, 1 prequel, 4 spin-off e 7 rifacimenti con punti di vista di altri personaggi del romanzo. Jane Eyre è un personaggio che non ha lasciato indifferenti né autori né registi né impresari.

David Copperfield‎

Ottavo romanzo di Charles Dickens, David Copperfield apparve col discreto titolo The Personal History, Adventures, Experience and Observation of David Copperfield the Younger of Blunderstone Rookery (Which He Never Meant to Publish on Any Account). Uscì a puntate a partire dal maggio 1849 per concludersi nel novembre 1850, quando uscì anche in volume.

Parte del titolo è una sorta di scherzo di Dickens: Which He Never Meant to Publish on Any Account… ossia David non ha alcuna intenzione che questa sua storia sia pubblicata. Ma a pubblicarla sarà il suo autore, Dickens, anche se il vero autore è David, poiché il romanzo è scritto in prima persona: è David Copperfield stesso a narrare gli episodi della sua vita.

È considerato il romanzo più autobiografico dell’autore, poiché, anche se in maniera velata, vi sono presenti molti episodi dolorosi della sua vita. David Copperfield era comunque il suo personaggio preferito, come egli stesso scrisse nella prefazione al romanzo.

La storia è ambientata nei primi tempi dell’Inghilterra vittoriana, quando la rivoluzione industriale ha iniziato a modificare il paesaggio urbano e a fare la fortuna di molti capitalisti. Dickens si serve di questa nuova realtà per costruire il palcoscenico in cui farà muovere il suo David.

Al cinema questo personaggio ha fatto la sua prima apparizione con un film muto nel 1911, a cui sono seguiti altri 12 film, fra cui un cartone animato australiano nel 1983 e l’ultima pellicola nel 2000.

Moby Dick

Pubblicato per la prima volta in Inghilterra il 18 ottobre 1851 col titolo The Whale e il 14 novembre dello stesso anno in America con il titolo definitivo Moby-Dick; or, The Whale, è un romanzo dello scrittore americano Herman Melville. Fra le due edizioni ci sono tantissime differenze, censure operate dall’editore britannico: passaggi sacrileghi, riferimenti sessuali, critiche contro gli inglesi.

Moby Dick è divenuto un capolavoro della letteratura americana. La prima edizione italiana si deve a Cesare Pavese nel 1930.

Melville trasse ispirazione per il suo romanzo – la storia della baleniera Pequod comandata dal capitano Achab che va a caccia di balene, specialmente dell’enorme capodoglio (nel romanzo si parla di sperm whale, che significa appunto capodoglio e non balena bianca) – da una serie di episodi realmente accaduti.

Uno dei fatti che ispirò Melville avvenne nel 1820, quando un capodoglio albino (da qui la confusione con la balena bianca) affondò la baleniera Essex comandata dal capitano George Pollard Jr. a 2000 miglia a ovest del Sud America. Melville apprese questa storia quando la baleniera su cui navigava, a 100 miglia dal punto in cui la Essex affondò, ne incontrò un’altra in cui si trovava il figlio di Owen Chase, primo ufficiale della Essex.

Il nome di Moby Dick proviene invece da un altro drammatico episodio. Mocha Dick era il nome dato a un capodoglio albino lungo circa 21 metri, chiamato così perché avvistato per la prima volta al largo delle coste del Cile, vicino all’isola di Mocha. Era pratica del tempo affibbiare nomi comuni come “Dick” e “Tom” a balene pericolose.

Mocha Dick si era guadagnata una bella fama nell’oceano: nel corso di 28 anni ha attaccato almeno 100 baleniere, distruggendone circa 20. Secondo l’esploratore e scrittore Jeremiah N. Reynolds Mocha Dick fu uccisa nel 1838 nel tentativo di vendicare la morte di altre due balene, una madre con il piccolo. Una baleniera era riuscita ad arpionare il piccolo, nonostante la madre avesse cercato di allontanarlo dalla nave. Constatata la morte del figlio, la balena ha attaccato la nave, ma è stata uccisa. A quel punto Mocha Dick ha deciso di entrare in azione, distruggendo una delle barche baleniere, ma restando ferita a morte da un arpione.

Questa storia apparve in un articolo di Reynolds, “Mocha Dick: Or the White Whale of the Pacific”, pubblicato nel 1839 nella rivista «The Knickerbocker».

Il romanzo Moby Dick si basa su una reale esperienza di Melville a bordo di una baleniera, la Acushnet, durante il suo viaggio augurale iniziato il 30 dicembre 1840.

Innumerevoli gli adattamenti dell’opera, in tutto circa 90 fra cinema, televisione, radio, teatro, musica, fumetti, letteratura e altri media. L’ultimo film, anche se ispirato al romanzo sugli avvenimenti della Essex usati da Melville e non proprio su Moby Dick, è del 2015, con la pellicola In the Heart of the Sea.

Rocambole

Personaggio creato dallo scrittore francese Pierre Alexis Ponson du Terrail nel 1857, Rocambole apparve nel romanzo Les Drames de Paris, pubblicato a puntate nella rivista «La Patrie», a cui seguirono altri 8 romanzi, l’ultimo rimasto incompiuto per la morte dell’autore, avvenuta nel 1871 durante l’invasione tedesca della Francia.

Conosciamo tutti il termine rocambolesco (usato quasi sempre per descrivere la fuga di qualche detenuto). Rocambole era un avventuriero che intraprese una vita criminosa.

Da orfano fu allevato da Maman Fipart, una vecchia proprietaria di una locanda frequentata dalla malavita parigina. Nel 1843, da adolescente, incontrò “Sir Williams”, o Andrea de Kergaz (Junior), che prende Rocambole come suo protetto.

Da adulto lo troviamo a capo di un gruppo di assistenti ben selezionati, che lo vedono come un Maestro. In molti casi non partecipa direttamente alle operazioni, ma si muove solo dietro le quinte.

Le storie di Rocambole furono principalmente di genere thriller/avventura e rivestono una grande importanza nella letteratura perché segnano il passaggio fra il vecchio romanzo gotico e il moderno romanzo eroico. Da qui nascono i vari archetipi dei moderni supereroi e dei “cattivi”.

Pensando a Rocambole non si può non pensare ad altri indimenticabili personaggi che gli devono molto, come Arsene Lupin e Fantômas.

Ma era davvero un personaggio fittizio questo Rocambole? Ponson du Terrail, in uno dei capitoli finali del sesto romanzo (Le Dernier Mot de Rocambole), rivela che è realmente esistito e che le sue gesta sono solo narrate attraverso di lui, Ponson. Nasce così il primo personaggio metaromanzesco della storia.

La parte finale del libro, intitolata “La Vérité sur Rocambole”, diventa quasi biografica: Ponson du Terrail narra di se stesso e della vita di uno scrittore di romanzi periodici e spiega come sia diventato il biografo di Rocambole.

Rivelò infatti che, quando aveva scritto Le Dernier Mot de Rocambole, aveva sentito solo qualche voce riguardo Rocambole, ma poi fu contattato da Rocambole stesso che gli confidò le proprie avventure. I contatti si persero quando Rocambole fu arrestato. Ponson allora scrisse Les Chevaliers du Clair de Lune (I Cavalieri del Chiaro di Luna), riscritto nel 1865 col nuovo titolo La Résurrection de Rocambole.

I 2 tornarono in contatto dopo la fuga di Rocambole da Toulon. Da quel momento Ponson scrisse soltanto storie vere sul personaggio, trasmessegli da Rocambole stesso.

Dopo la morte di Ponson sono usciti 17 romanzi apocrifi a opera di vari autori. La prima apparizione al cinema si ha in Francia nel 1914, l’ultima è solo del 1965, sempre francese, con una serie televisiva durata 3 stagioni.

Alice

Anche se la prima pubblicazione del libro Alice nel paese delle meraviglie (Alice’s Adventures in Wonderland) apparve il 26 novembre 1865, la storia nacque in realtà il 4 luglio 1862, durante una gita in barca.

Quel venerdì Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Lutwidge Dodgson, professore di matematica presso il collegio universitario di Christ Church a Oxford, ma anche scrittore e fotografo) partì in barca lungo il Tamigi da Folly Bridge presso Oxford insieme all’amico Reverendo Robinson Duckworth e le figlie del decano di Christ Church Henry George Liddell – Lorina Charlotte (13 anni), Alice Pleasance (10) e Edith Mary (8) – e arrivò al paesino di Goldstow.

La data del 4 luglio è comunque controversa, perché Carroll parla di un “giorno assolato”, mentre i registri storici dell’ufficio meteorologico sostengono che fosse freddo e piovoso. Probabilmente, come si pensa, si era confuso con qualcun’altra gita in barca.

Le 3 bambine incitarono l’amico Lewis a raccontar loro una storia e Carroll improvvisò quella che divenne poi una delle favole più famose al mondo.

Inizialmente il titolo della prima versione manoscritta era Alice’s Adventures Under Ground (Avventure di Alice sottoterra). La sua Alice era ovviamente l’amichetta Alice Liddell, anche se nella realtà era scura di capelli e li portava tagliati corti, mentre l’Alice personaggio è bionda e li ha lunghi. Ma Carroll stesso inviò all’illustratore John Tenniel la fotografia di Mary Hilton Badcock da usare come modello.

Leggere oggi le due storie di Alice, Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò (Through the Looking-Glass, and What Alice Found There), senza note esplicative significa perdersi parecchi giochi creati dall’autore.

A un lettore dell’Inghilterra vittoriana non sarebbe sfuggito nulla di quella favola, ma a noi, italiani di un’altra epoca, i giochi di parole, le sottigliezze, i simbolismi, le critiche nascoste e i modi di dire di allora che farciscono la favola restano oscuri e incomprensibili. È consigliabile la lettura dell’edizione annotata da Martin Gardner, che comprende in un unico volume i due romanzi di Carroll.

Nel 1926 Alice Liddell, rimasta vedova e trovandosi in ristrettezze economiche, fu costretta a vendere all’asta il manoscritto di Alice’s Adventures Under Ground per 14.500 sterline (circa 360.000 euro di oggi). Negli ultimi anni della sua vita (morì nel 1934 a 82 anni) confessò di essere stanca di essere Alice nel paese delle meraviglie.

La prima edizione italiana del romanzo è del 1872, tradotta da Teodorico Pietrocòla Rossetti (fuggito in Inghilterra per evitare una condanna a morte per aver partecipato ai moti del 1848): “il mio amico italiano” lo chiamò Carroll in una lettera all’editore MacMillan.

La storia di Alice ha registrato numerosi adattamenti. La sua avventura al cinema inizia nel 1903. L’ultima è Alice in Wonderland del 2010, film diretto da Tim Burton, con Johnny Depp nella parte del Cappellaio Matto. La versione disneyana è invece del 1951.

Capitano Nemo

Nobile polacco di origini indiane, della classe privilegiata chiamata szlachta, il Capitano Nemo (conosciuto anche come Principe Dakkar) appare nel romanzo dello scrittore francese Jules Verne Ventimila leghe sotto i mari (Vingt mille lieues sous les mers) pubblicato a puntate a partire dal marzo 1869 fino al giugno 1870 nel periodico «Magasin d’Éducation et de Récréation» di Pierre-Jules Hetzel.

Uscì poi in volume, sempre per Hetzel, nel novembre 1871 con le illustrazioni di Alphonse de Neuville e Édouard Riou.

Il Capitano Nemo era l’enigmatico comandante del sottomarino Nautilus e il suo nome, che in latino significa “nessuno”, richiama il nome che si diede Ulisse parlando con Polifemo.

Ventimila leghe sotto i mari è il secondo romanzo di una trilogia iniziata con I figli del capitano Grant (Les Enfants du capitaine Grant: voyage autour du monde) e terminata con L’isola misteriosa (L’Île mystérieuse).

Il vero passato di Nemo fu reso misterioso dall’editore, per paura di censure del libro nel mercato russo (l’Impero russo era un alleato francese), poiché nel romanzo originale Nemo voleva vendicarsi della strage della sua famiglia avvenuta durante l’insurrezione polacca (o Rivolta di Gennaio), iniziata il 22 gennaio 1863.

Nel seguito, L’isola misteriosa, Verne rivela la passata identità di Nemo come il Principe Dakkar che ha organizzato la rivolta di Sanpoy nel 1857 contro il Raj britannico (Impero anglo-indiano).

Questo affascinante personaggio letterario, la sua vita così avventurosa e piena di mistero, la sua genialità e le sue conoscenze scientifiche ne hanno fatto uno dei primi antieroi: racchiude in sé qualità del buono e del malvagio. Appartiene comunque all’antieroe gotico-romantico, come sostiene Jess Nevins nella sua voce relativa al Captain Nemo nella Encyclopedia of Fantastic Victoriana.

Il romanzo di Verne è stato adattato per la prima volta come musical nel 1874 e al cinema nel 1907 in un cortometraggio muto, ma anche in questo caso gli adattamenti al cinema, nel fumetto, in televisione e in altri media sono veramente tanti. Ricordiamo 20.000 leghe sotto i mari del 1954 della Disney, con Kirk Douglas nella parte di Ned Land e James Mason in quella del Capitano Nemo.

Nel fumetto troviamo il Capitano Nemo come uno dei personaggi della graphic novel La Lega degli Uomini Straordinari (The League of Extraordinary Gentlemen) di Alan Moore e Kevin O’Neill.

Anna Karenina

Questo romanzo dello scrittore e filosofo russo Lev Nikolàevič Tolstòj apparve a puntate nella rivista letteraria «Russkij vestnik» nel gennaio 1875 fino all’aprile 1877, ma non vide una conclusione a causa di un disaccordo fra Tolstoy e l’editore Mikhail Katkov sulla fine della storia. In quello stesso anno 1877 il romanzo fu pubblicato in volume.

Nella sua opera Tolstoy ha usato una doppia trama: da una parte Anna, figura centrale e simbolica, e dall’altra Konstantin Levin, l’eroe della storia. Mentre Anna è legata alla civiltà urbana e al suo ruolo sociale, Konstantin è attaccato alla sua proprietà e alla vita di campagna.

Non solo una doppia trama, quindi, ma un dualismo quello creato da Tolstoy, che vuol mettere in contrasto i due stili di vita, quello urbanistico e quello pastorale.

Definito da molti storici letterari un romanzo psicologico per l’uso di Tolstoy del monologo interiore, in effetti in Anna Karenina i personaggi esprimono tra sé la propria vita interiore, le esperienze, le motivazioni e le aspettative del futuro.

Una curiosità: è definito “principio di Anna Karenina” la situazione in cui una qualsiasi insufficienza fra vari fattori porta al fallimento. È necessario quindi che ci sia stabilità fra tutti i fattori in gioco. Questo principio nasce dall’incipit del romanzo:

Le famiglie felici sono tutte uguali; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

L’opera di Tolstoy ha avuto diversi adattamenti cinematografici, a partire dal 1911 con un film russo fino all’ultimo del 2016, sempre russo. Al teatro è stata adattata solo due volte, ma all’opera è arrivata una decina di volte, 3 delle quali grazie a compositori italiani.

Tom Sawyer e Huck Finn

Altra coppia di personaggi (quasi) inseparabili. Tom Sawyer appare perfino in 4 romanzi dello scrittore e umorista americano Mark Twain (pseudonimo di Samuel Clemens): i due ben famosi Le avventure di Tom Sawyer (The Adventures of Tom Sawyer, pubblicato prima in Inghilterra il 9 giugno 1876) e Le avventure di Huckleberry Finn (Adventures of Huckleberry Finn, 1884) e i 2 meno conosciuti Tom Sawyer Abroad (1894) e Tom Sawyer, Detective (1896), quest’ultimo tradotto anche in italiano.

Twain iniziò a scrivere anche altre 3 storie con protagonista Tom, che rimasero incompiute: Huck and Tom Among the Indians, Schoolhouse Hill e Tom Sawyer’s Conspiracy.

La storia de Le avventure di Tom Sawyer è ambientata attorno al 1840 nella fittizia città di St. Petersburg, Missouri, ispirata alla città di Hannibal in cui viveva Twain. Le avventure dei 2 ragazzi hanno come sfondo il fiume Mississippi.

Mark Twain conobbe un Tom Sawyer nel giugno 1863, durante una visita di 2 mesi a San Francisco, che invece si protrasse per 3 anni. Quel pomeriggio, mezzo ubriaco ai bagni di vapore di Ed Stahle in Montgomery Street, giocò a poker con Stahle e Tom Sawyer, poliziotto speciale e vigile del fuoco volontario.

Le avventure di Tom Sawyer sono quasi un romanzo di formazione, ossia un romanzo in cui si assiste allo sviluppo morale, psicologico e intellettuale del giovane protagonista. Non un vero e proprio romanzo di formazione, comunque, perché Twain non mostra Tom fino all’età adulta.

Le avventure di Huckleberry Finn vedono invece come protagonista appunto Huck Finn. Il sottotitolo originario era Tom Sawyer’s Comrade: il nome di Tom spiccava nelle pubblicità del libro di Huck (visto il successo del precedente libro). Il romanzo è del tutto diverso dal precedente, anche per il fatto di essere narrato in prima persona dallo stesso Huck.

Secondo quanto detto da Twain, il personaggio di Huck si basa su un suo compagno di giochi dell’infanzia, Tom Blankenship. Twain scrisse il romanzo di Huck in due “sessioni”, la prima nel 1876, quando buttò giù 400 pagine, la seconda nel 1882, quando decise di revisionarlo dopo un giro nel battello a vapore da New Orleans al Minnesota. Nell’agosto 1884 scrisse di aver prodotto 8-900 pagine di manoscritto.

Il romanzo è stato censurato parecchie volte, la prima a Concord, Massachussets, nel 1885, quando fu definito “spazzatura, adatto per i bassifondi”. Nel 2011 fu perfino pubblicata da Stephen Railton, un docente presso la University of Virginia, una versione edulcorata, sostituendo la parola “negro” con “schiavo”.

Molti pensano che la storia sia un potente attacco contro il razzismo, mentre per altri è invece di per sé razzista. Nel 1950 gli afroamericani, guidati dal NAACP (National Association for the Advancement of Colored People), iniziarono ad attaccare il libro per l’uso ripetuto della parola “nigger” e il libro venne rimosso da alcune scuole del sistema scolastico di New York.

A dispetto delle chiacchiere e delle assurde censure il romanzo di Twain fu presto considerato un capolavoro. Hemingway sostenne che “tutta la letteratura moderna americana proviene da un libro di Mark Twain chiamato Huckleberry Finn”.

Non potevano mancare gli adattamenti cinematografici, teatrali e televisivi: l’ultimo è un film del 2014. Nella pellicola Tom Sawyer del 1973 recitò anche una giovanissima Jodie Foster nella parte di Becky e Johnny Whitaker (uno dei bambini della serie TV Tre nipoti e un maggiordomo) in quella di Tom.

Saturnino Farandola

Era intitolato Voyages tres extraordinaires de Saturnin Farandoul – Dans les 5 ou 6 parties du monde et dans tous les pays connus et même inconnus de Monsieur Jules Verne (Viaggi straordinarissimi di Saturnino Farandola – In 5 o 6 parti del mondo e in tutti i paesi conosciuti e anche sconosciuti a Jules Verne) il romanzo fantastico-avventuroso di oltre 800 pagine (con 450 illustrazioni in bianco e nero e a colori dell’autore) che lo scrittore francese Albert Robida pubblicò nel gennaio 1879, inizialmente a puntate.

Robida (illustratore, incisore, litografo, caricaturista e romanziere) fu definito il padre della fantascienza illustrata e uno dei più importanti scrittori di fantascienza che hanno seguito le orme di Verne nel XIX secolo. Il romanzo su Saturnino Farandola è una parodia de I viaggi straordinari di Verne.

Qualcuno pensa che l’opera di Robida possa aver influenzato Burroughs per il suo Tarzan. L’inizio del romanzo, infatti, vede un bambino naufragare, dopo la morte dei genitori, in un’isola del Pacifico, dove viene allevato da grandi scimmie, finché non ne diviene il re.

Il personaggio di Saturnino Farandola ha ispirato una parodia a fumetti di Bonvi Marzolino Tarantola, apparsa anche come cartone nel programma Supergulp nel 1979.

Al cinema il personaggio è arrivato ben prima, con un film muto nel 1913, Le avventure straordinarissime di Saturnino Farandola.

Heidi

Romanzo scritto da Johanna Louise Spyri (nata Heusser, assunse il cognome Spyri dopo aver sposato nel 1852 Johann Bernhard Spyri), scrittrice svizzera e autrice di storie per bambini, pubblicato nel 1880 e tradotto in tantissime lingue, Heidi si ricorda soprattutto per il celebre cartone animato giapponese.

In origine il romanzo fu pubblicato in 2 parti, Heidis Lehr- und Wanderjahre (Gli anni di formazione e di peregrinazioni di Heidi) e Heidi kann brauchen, was es gelernt hat (Heidi può servirsi di ciò che ha imparato).

Probabilmente la Spyri è stata ispirata dal romanzo di Hermann Adam von Kamp del 1830, Adelaide – das Mädchen vom Alpengebirge (Adelaide, la ragazza dalle Alpi).

La storia riflette in un certo senso le esperienze dell’autrice, che dopo il matrimonio andò a vivere a Zurigo dal villaggio di contadini di Hirzel in cui abitava. Là vide lo shock culturale e l’insicurezza di migliaia di operai trasferiti dalla Svizzera rurale nelle città moderne e in via di industrializzazione.

Fu incoraggiata a scrivere da un amico di famiglia e nel 1871 pubblicò il suo primo racconto (Ein Blatt auf Vronys Grab), che ebbe successo. Trattava di una moglie maltrattata dal marito alcolizzato. Anche questa storia sembra avere elementi biografici: il matrimonio della Spyri non fu felice, poiché il marito Johann Bernhard era un maniaco del lavoro e non si interessava a lei, e la donna soffrì di depressione durante la gravidanza.

È stata dipinta come una donna introversa, ma recenti analisi delle sue lettere hanno mostrato anche altri aspetti: era una donna molto sicura di sé e indipendente. Sembra che scrivere storie l’aiutasse a trovare la propria strada al di fuori del mondo tradizionale, così pieno di devozione nell’accettare la sofferenza come destino immodificabile.

Heidi è definito un “libro per bambini e per chi ama i bambini”. È divenuto uno dei libri più venduti e uno dei più famosi della letteratura svizzera.

Al cinema e alla televisione ha avuto parecchi adattamenti, comparendo la prima volta in un cortometraggio americano nel 1920. La sua ultima apparizione è recente, del 2015. La famosa serie di cartoni animati è invece un anime del 1974.

Pinocchio

Pinocchio è l’indimenticabile protagonista del romanzo Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi (pseudonimo di Carlo Lorenzini). Il titolo originale dell’opera era La storia di un burattino.

Fu pubblicato la prima volta a puntate a partire dal 7 luglio 1881 nel «Giornale per i bambini», parte del «Fanfulla della domenica». Nel 1883 ci fu l’edizione in volume, con le illustrazioni di Enrico Mazzanti.

In realtà Pinocchio non è un burattino, ma una marionetta. E al capitolo XV moriva impiccato. Le proteste dei lettori – che già avevano sollecitato con lettere il proseguo della storia – spinsero Collodi a continuare le avventure del suo personaggio.

Possiamo considerare Pinocchio una favola per bambini? Forse è più corretto dire che si tratta di una favola se letta da un bambino, ma se letta da un adulto Pinocchio si trasforma in un quadro critico e satirico della società del tempo di Collodi.

Alcuni personaggi della storia sono divenuti parte del nostro linguaggio: Pinocchio stesso è usato per indicare un gran bugiardo, come spesso avviene per chiamare questo o quel politico; il Gatto e la Volpe sono una coppia di furbi da cui stare alla larga e il Grillo Parlante è il saggio rompiscatole dispensatore di consigli.

Probabilmente è il libro più venduto e tradotto della storia della letteratura italiana. Si contano oltre 240 traduzioni. Molti illustratori si sono cimentati nell’interpretazione dell’opera collodiana, fra cui il grande Jacovitti, che ha illustrato ben 3 edizioni di Pinocchio: la prima nel 1945, la seconda tra il ’46 e il ’47 e l’ultima nel ’64.

Al cinema Pinocchio inizia ad apparire nel 1911 e un secolo dopo, nel 2012, è ancora lì, con un film d’animazione. Una menzione speciale va allo sceneggiato televisivo del 1972, Le avventure di Pinocchio, con la regia di Luigi Comencini, che vede Nino Manfredi nella parte di Geppetto, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia in quella del Gatto e della Volpe, Gina Lollobrigida che impersona la Fata e Vittorio De Sica il Giudice.

Ma Pinocchio ha anche influenzato il mondo della musica e della saggistica, senza contare monumenti e località dedicati al personaggio.

Sandokan

Il personaggio di Sandokan comparve nel romanzo La Tigre della Malesia pubblicato in 150 puntate su «La Nuova Arena» a partire dal 16 ottobre 1883, per concludersi il 13 marzo 1884. L’edizione definitiva in volume si ebbe nel 1900, con il titolo Le Tigri di Mompracem. Salgari scrisse altri dieci romanzi su questo personaggio.

La storia è ben conosciuta: Sandokan ha perduto le sue terre e la sua famiglia nel Borneo del Nord a causa dell’invasione britannica. Inizia quindi a combattere gli invasori come pirata, rifugiandosi nell’isola di Mompracem – isola oggi inesistente, ma presente nelle antiche carte che Salgari consultò.

Secondo alcuni studiosi, Salgari era contrario alle politiche espansioniste europee ed ecco il motivo dietro la creazione di un protagonista come Sandokan. Per altri resta il dubbio, e vedono nella letteratura d’avventura salgariana soltanto l’intento di intrattenere i giovani dell’epoca.

Sandokan personaggio letterario o anche storico?

Alcuni libri sulla storia del Sud Est asiatico rivelano che la bandiera rossa con la tigre, emblema di Sandokan, era la bandiera di Syarif Osman di Marudu (Malludu), un personaggio storico che combatté contro gli invasori britannici.

La dottoressa Bianca Maria Gerlich in una serie di viaggi in Malesia ha ritrovato l’albero genealogico di Sandokan. Il personaggio è presente nella forma “Sindukung”, ma viene menzionato in altre fonti storiche come Sandukung, Sandokong, Sandokan/Sandukan, Sandukur/Sandukung/Sandokong.

Tuttavia l’unica fonte di tutte queste informazioni è nel sito della dottoressa, che non fornisce immagini dettagliate delle antiche mappe che riporterebbero l’isola di Mompracem e consultando quelle antiche online non se ne trova traccia, né tanto meno di un personaggio storico di nome Sandokan. In una mappa del 1780 compare però un isolotto Monpiacem.

Negli anni ’70 Sandokan divenne molto popolare grazie allo sceneggiato televisivo interpretato da Kabir Bedi. Ma la prima volta che il personaggio salgariano comparve al cinema fu nel lontano 1941 nel film I pirati della Malesia, con Sandokan interpretato da Luigi Pavese (sì, proprio lui, l’omino baffuto che più volte abbiamo visto nei film di Totò).

Ovviamente, per un eroe come questo, non potevano mancare diverse trasposizioni cinematografiche, fumetti – non posso non citare Il Salgarone di Jacovitti – e cartoni animati.

Qual è la fortuna di questo personaggio del passato? È facile a dirsi: Sandokan incarna l’eroe che non vuole arrendersi, che combatte anche quando ogni buonsenso suggerirebbe il contrario. È un eroe vecchio stampo, magari anche pieno di cliché, ma è pur sempre una figura in cui ci si vuole identificare, o meglio ci si aggrappa, perché rappresenta l’eroe che si batte contro l’ingiustizia.

Allan Quatermain

Personaggio creato dallo scrittore inglese Sir Henry Rider Haggard e apparso nel romanzo Allan Quatermain e le miniere di Re Salomone (King Solomon’s Mines) nel settembre 1885, Allan Quatermain si basa sulla figura di Frederick Courteney Selous, cacciatore, esploratore e avventuriero dell’Africa imperiale, nato nel 1851.

Selous esplorò le terre fra il Transvaal e il bacino del fiume Congo, raccogliendo campioni di storia naturale per i musei e compiendo indagini etnologiche di valore. È stato ucciso da un cecchino sul fiume Rufiji nel 1917.

Haggard ha scritto 13 romanzi e 2 antologie di racconti fra il 1885 e il 1912 su Allan Quatermain. Il personaggio è stato poi usato in pubblicazioni apocrife da Alan Moore (La Lega degli Uomini Straordinari) e Thomas Kent Miller.

Allan Quatermain mantiene l’essenza del personaggio storico di Selous: cacciatore professionale che sostiene gli sforzi coloniali della Gran Bretagna.

Allan Quatermain e le miniere di Re Salomone è il primo romanzo inglese d’avventura ambientato in Africa e è anche considerato il capostipite del genere letterario chiamato “Mondo perduto”, sottogenere del fantasy e della fantascienza in voga tra fine ‘800 e inizio ‘900, ma nato come sottogenere del romanzo d’avventura tardo-vittoriano.

Questo nome proviene dal romanzo Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle e implica la scoperta di nuove terre. Si inserisce infatti in un’epoca in cui venivano ancora rinvenute nuove civiltà.

Allan Quatermain è anche il precursore di Indiana Jones: l’uomo d’azione giusto, benevolo con i nativi.

Tra i film ispirati a questo personaggio ricordiamo La Lega degli Uomini Straordinari (The League of Extraordinary Gentlemen, 2003) basato sul primo volume del fumetto omonimo di Alan Moore, con Sean Connery nella parte di Quatermain. Sul primo romanzo di Haggard fu creata nel 2004 una breve serie TV intitolata King Solomon’s Mines.

Henry Jekyll e Edward Hyde

Nell’autunno 1885 Robert Louis Stevenson, scrittore, poeta e drammaturgo scozzese, ebbe un incubo. Si svegliò con già 3 scene ben chiare in mente, una delle quali era quella della metamorfosi. In poche parole questa è stata l’ispirazione per il romanzo Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde), pubblicato il 5 gennaio 1886. E siamo alla quarta coppia di personaggi.

Il personaggio del dottor Henry Jekyll fu ispirato dalla doppia natura di William Brodie, rispettabile diacono durante il giorno e scassinatore di appartamenti la notte.

Un altro modello per i suoi 2 personaggi fu Louis Vivet, una delle prime persone che soffrirono di disturbi da personalità multipla verso la fine dell’800. Vivet era una persona mite e gentile, paralizzata dalla vita in giù, ma la sua seconda personalità era infida e arrogante e anche in grado di camminare.

Ma chi è veramente il signor Edward Hyde? Non una seconda personalità del dottor Jekyll, ma qualcosa di più. Hyde è Jekyll, il suo corpo, trasformato in qualcosa di irriconoscibile, in un uomo più giovane che agisce d’impulso e commette atti che non si addicono a una persona come il dottor Jekyll. Hyde incarna ciò che non può essere Jekyll, ciò che la società del tempo giudicherebbe indecoroso per un uomo nella sua posizione sociale.

Ecco perché Jekyll chiama questa sua seconda natura “Hyde”, perché è un suo travestimento, qualcosa che deve restare nascosto (Hyde da to hide, nascondere).

Jekyll e Hyde sono quindi un dualismo che va oltre la semplice duplice natura dell’uomo: una sola persona che si trasforma nel corpo e nel carattere di un’altra.

Il romanzo ebbe subito un grande successo: dopo 6 mesi aveva venduto quasi 40.000 copie.

Cinema, teatro, radio e televisione hanno prodotto tantissimi adattamenti dell’opera di Stevenson. Al cinema appare la prima volta in un film muto del 1908. L’ultima apparizione è del 2006 e in televisione è del 2015, in cui recitò l’attore Mickey Rooney.

Sherlock Holmes

Era il novembre 1887 quando uscì nel «Beeton’s Christmas Annual» il romanzo dello scrittore scozzese Arthur Conan Doyle Uno studio in rosso (A Study in Scarlet). La rivista aveva anche un titolo distintivo che rifletteva il contenuto principale dell’anno e nel 1887 fu intitolata “A Study in Scarlet”. Il romanzo fu illustrato da D.H. Friston (con le incisioni di W.M.R. Quick).

Il titolo del romanzo proviene da una frase pronunciata da Sherlock Holmes nel IV capitolo della I parte:

There’s the scarlet thread of murder running through the colourless skein of life, and our duty is to unravel it, and isolate it, and expose every inch of it.

Inizialmente il romanzo era intitolato A Tangled Skein (Una matassa ingarbugliata). Uscì in volume nel 1888, pubblicato da Ward, Lock & Co. e con le illustrazioni del padre dell’autore, Charles Doyle.

Anche i nomi dei due protagonisti furono cambiati. La genesi del nome di Sherlock Holmes è curiosa. Doyle scelse per il suo personaggio il nome di Sherrinford Hope, ma sotto consiglio della prima moglie, Louise, lo cambiò in Sherrinford Holmes.

Il cognome Holmes proviene dal medico americano Oliver Wendell Holmes, convinto che nella pratica medica fossero necessarie una meticolosa osservazione e buone qualità di deduzione. Doyle optò infine per un nome dal suono più britannico e nacque così Sherlock Holmes.

Secondo la Sherlock Holmes Society di Londra il nome Sherlock viene dal famoso violista Alfred Sherlock, ma secondo altri Doyle potrebbe averlo creato, da appassionato di cricket, unendo i cognomi di due giocatori di quello sport: Mordecai Sherwin e Frank Shacklock.

Il nome del biografo di Holmes era all’inizio Ormond Sacker prima di diventare John H. Watson (meglio conosciuto con il più semplice “dottor Watson”). Il cognome Watson proviene invece da un amico e collega di Doyle, il dottor Patrick Watson.

Holmes è ispirato a un’altra persona reale, il dottor Joseph Bell, un rinomato scienziato forense dell’Università di Edimburgo, presso cui aveva studiato Conan Doyle. Il dottor Bell aveva sviluppato con la pratica le sue capacità d’osservazione e aveva unito questa sua abilità di catturare i dettagli con i fatti avvenuti. Soltanto osservando i suoi pazienti riusciva a capire molto di loro ancor prima di parlargli.

Lo studente Conan Doyle restò impressionato da questo professore e 10 anni dopo lo usò come modello per creare il suo Sherlock Holmes.

In tutto Doyle scrisse quattro romanzi e 56 racconti su questo personaggio, che divenne molto popolare, forse perché rappresentava nella letteratura del tempo un poliziesco sui generis. Holmes è ancora oggi l’immagine della deduzione perfetta, irraggiungibile per i comuni mortali. È un tipo freddo, logico, eccentrico e apparentemente senza emozioni.

La fortuna di Sherlock Holmes dura ancora e conta qualcosa come 25.000 prodotti derivati dall’opera di Conan Doyle, tra film, fumetti, giochi, canzoni, programmi radio, senza contare tutte le opere apocrife che ancora vengono scritte e pubblicate.

Il numero di adattamenti sulle avventure del personaggio è impressionante. Nel 1900 è apparso il primo film muto. Dopo quasi 130 anni Sherlock Holmes continua a fare notizia: l’ultimo film è del 2015, l’ultima serie TV del 2012. Ma su Holmes sono nati videogiochi, librogame, fumetti, serie animate.

Dorian Gray

Questo romanzo filosofico dello scrittore, poeta, drammaturgo, saggista e giornalista irlandese Oscar Wilde (The Picture of Dorian Gray) fu pubblicato per la prima volta nel luglio 1890 nella rivista «Lippincott’s Monthly Magazine» e censurato prima della pubblicazione (furono eliminate 500 parole), perché ritenuto indecente e scandaloso. Nonostante questa censura, il romanzo fu comunque contestato e alcuni critici lo accusarono di violare le leggi sulla pubblica moralità.

L’anno successivo Wilde apportò modifiche all’opera, inserendo una prefazione e aggiungendo 6 capitoli. Soltanto nel 2011 fu pubblicata una versione del romanzo priva di censure.

Il tema portante del romanzo è la questione dell’eterna giovinezza. Conosciamo tutti il succo della storia: Dorian Gray resta giovane, mentre il suo ritratto invecchia al suo posto. È quasi il contrario di quanto accade nel racconto di Edgar Allan Poe “Il ritratto ovale” (The Oval Portrait), in cui, anche se per cause differenti, la donna deperisce man mano che il marito pittore porta a termine il suo ritratto.

L’opera di Wilde si rifà alla leggenda germanica di Faust. Qualcuno pensa che Wilde ebbe l’ispirazione per il personaggio dal poeta John Gray, che conobbe forse nel 1889.

Già dal 1910 il romanzo di Wilde iniziò a figurare al cinema, grazie a un regista danese (Dorian Grays Portræt). Da allora ha avuto numerosi adattamenti, anche teatrali, fino all’ultimo cinematografico del 2009 e a una serie TV del 2014.

Mowgli

Le storie riunite nel famoso romanzo dello scrittore americano Rudyard Kipling Il libro della giungla (The Jungle Book) apparvero come articoli a partire dall’agosto 1893 nel «National Review», ma Mowgli fu conosciuto già nel maggio 1893 nella storia “In the Rukh” raccolta nell’antologia Many Inventions. In questo racconto Mowgli è già adulto. Come ragazzo invece apparì nel racconto “Mowgli’s Brothers” pubblicato nel gennaio 1894 nel «St. Nicholas Magazine», e cronologicamente rappresenta la prima storia del personaggio.

La prima edizione del libro fu illustrata da John Lockwood Kipling (padre di Rudyard), insieme a W.H. Drake e Paul Frenzeny. Il secondo libro della giungla (The Second Jungle Book, 1895) fu invece illustrato solo da J.L. Kipling.

Nel 2010 è stata rinvenuta una copia autografata de Il libro della giungla: Kipling la dedicò a sua figlia Josephine, che al tempo aveva appena un anno. La bambina morì di polmonite 5 anni dopo. La dedica riportava le parole:

This book belongs to Josephine Kipling for whom it was written by her father. Tisbury, May 94

Le storie sono ambientate nella giungla diSeonee, ma agli inizi si svolgevano a Rajputana (oggi Rajasthan), una zona che Kipling conosceva bene. Lo scrittore spostò poi l’ambientazione nell’area che lui chiamò Seeonee, una foresta nelle vicinanze della città Seoni, nello stato federato del Madhya Pradesh, che non aveva mai visitato, ma in cui erano stati dei suoi amici.

Secondo quanto riportato da Angus Wilson nel suo libro The Strange Ride of Rudyard Kipling: His Life and Works, Kipling vide alcune fotografie di quella giungla scattate dai suoi amici Aleck e Edmonia “Ted” Hill e ascoltò le loro esperienze. Prese anche ispirazione dalle opere di Robert Armitage Sterndale, per esempio Mammalia of India, e secondo alcuni anche dal libro Seonee: Or, Camp Life on the Satpura Range.

Mowgli è un bambino selvaggio allevato da un branco di lupi e Kipling, per creare questo personaggio, si servì anche dell’opera di Sir William Henry Sleeman, che scrisse di bambini selvaggi allevati dai lupi nella sua opera Journey through the kingdom of Oude in 1848-1850, ristampata nel 1852 col titolo An Account of Wolves Nurturing Children in Their Dens, by an Indian Official.

Il primo caso di cui trattò fu un bambino di Husanpur, affidato al Rajah nel 1843. Lo stesso anno il Capitano Nicholetts ne trovò uno a Sultampur e nel 1848 ne fu trovato un terzo dal Colonnello Gray nella stessa zona. La maggior parte di questi bambini, riportati nella società, rifiutò di indossare abiti e preferì nutrirsi di carne cruda. Alcuni bevevano lappando l’acqua con la lingua.

I personaggi de Il libro della giungla sono usati dai gruppi scout per nominare la gerarchia di capi e aiuto-capi dei Lupetti: Akela e Raksha sono i capi del Branco (sottogruppo di un gruppo scout di cui appunto fanno parte i Lupetti), Hathi (l’elefante) è invece il capo dell’intero gruppo scout.

Una storia come questa non poteva sfuggire al cinema. L’ultimo adattamento è della Walt Disney (che aveva già prodotto un film d’animazione nel 1967), con un film uscito il 15 aprile 2016, ma ne è in programma uno per il 2018 per la Warner Bros.

Dracula

Sappiamo tutti ormai che il personaggio di Dracula ideato dallo scrittore irlandese Bram Stoker è ispirato a una persona reale, ma non tutti sanno, forse, che Dracula non aveva nulla a che vedere con la Transilvania né tanto meno coi vampiri.

Dracula è stato creato sulla figura di Vlad III, conosciuto anche col nome di Vlad Ţepeş (ossia Vlad l’impalatore), nato fra il novembre e il dicembre 1431 nella città di Sighişoara, che regnava come voivoda (principe) nella regione chiamata Muntania, nota anche con il nome di Valacchia, una provincia della Romania fra i monti Carpazi e il Danubio.

Il nome Dracula fu attribuito prima a Vlad II, padre di Vlad III, perché fu inserito nell’Ordine del Drago da Re Sigismondo d’Ungheria. Drac significava appunto drago e ul era l’articolo: quindi “il drago”.

Fra il 1460 e il 1470 iniziarono a circolare strane storie su Vlad III, alcune delle quali riunite dal monaco Efrosin in un volume intitolato Skazanie o Drakulě voevodě (Racconto del voivoda Dracula). Si parlava di Vlad l’Impalatore, poiché aveva fatto impalare alcuni ottomani che s’erano rifiutati di togliersi il turbante in sua presenza. Ma il caro Vlad III amava anche altri tipi di torture, come i chiodi infilati in testa, il taglio di arti, naso, orecchie e genitali, l’accecamento e lo strangolamento, lo scalpo e la scuoiatura, l’esposizione alle intemperie e agli animali selvatici, il rogo.

Il personaggio di Stoker è invece il Conte Dracula di Transilvania, il Non-Morto, che da secoli si tiene in vita succhiando sangue alle sue vittime. Magari meno cruento di Vlad Ţepeş, ma non certo uno stinco di santo (non a caso nel romeno moderno drac significa “diavolo”).

All’inizio il nome del personaggio era “Count Wampyr” e non Dracula. C’è un dibattito ancora aperto sul fatto che Stoker si sia ispirato o meno a Vlad III e molti sostengono sia stato soltanto attratto dal significato di Dracula in romeno.

Il romanzo Dracula uscì il 26 maggio 1897. Fino a qualche settimana prima della pubblicazione il manoscritto era intitolato The Un-Dead. Un altro titolo scelto fu The Dead Un-Dead.

La narrazione è in forma epistolare: lettere, messaggi, pagine di diario e trascrizioni di registrazioni da parte dei vari personaggi. Nonostante questo, Stoker è riuscito a creare un romanzo gotico e dell’orrore entrato nella storia.

Il romanzo non fu un immediato successo, anzi sembra che sia stato apprezzato più dai lettori moderni che da quelli vittoriani.

Molti sono i film che hanno diffuso il nome di Dracula nei cinema. Chi non ricorda le interpretazioni di Bela Lugosi del 1931, di Lon Chaney del 1943 e di Christopher Lee del 1958?

Dagli anni ’30 in ogni decennio fino al 2014 (Dracula Untold) ci sono stati film ispirati al personaggio creato da Bram Stoker. Ma anche il teatro, la radio, la televisione, i fumetti e i videogiochi hanno prodotto fino a pochi anni fa numerose opere su questo vampiro.

Bram Stoker non avrebbe mai immaginato che il nome Un-Dead fosse in un certo senso premonitore.

Il mago di Oz

Pubblicato il 17 maggio 1900, Il meraviglioso mago di Oz (The Wonderful Wizard of Oz,) dello scrittore americano Lyman Frank Baum ebbe subito un enorme successo. La prima tiratura di 10.000 copie fu venduta in 2 settimane. A questa seguirono una seconda di 15.000 e una terza di 10.000. Qualche mese dopo ce ne fu una quarta di 30.000 e a gennaio dell’anno seguente una quinta di 25.000. In totale 90.000 copie in 6 mesi.

Tuttavia educatori e ministri attaccarono questo romanzo e ne sconsigliarono la lettura perché rappresentava una donna in ruoli di comando. La città di Chicago lo vietò nelle biblioteche pubbliche nel 1928.

In tempi più moderni gli attacchi non si fermarono, anzi peggiorarono. Nel 1950 una bibliotecaria della Florida giudicò il romanzo moralmente dannoso per i bambini e fece pressioni per rimuoverlo da tutte le librerie dello stato. Nel 1986 sette famiglie cristiane fondamentaliste del Tennessee intentarono una causa contro l’inclusione del libro nei programmi della scuola pubblica per “aver rappresentato streghe benevole” e “aver promosso la convinzione che le qualità fondamentali umane erano sviluppate individualmente piuttosto che donate da Dio”.

Il nuovo millennio non ha portato aria di modernità. Nel 2004 sia Jerry Falwell sia Pat Robertson hanno tentato di far vietare il film nella televisione pubblica per “turpitudine morale”. Robertson giunse a dire pubblicamente: “l’Onnipotente mi ha detto che scimmie volanti e streghe sono un affronto a ogni buon cristiano”.

A dispetto di tutti questi tentativi di censura il romanzo è arrivato fino a noi e continua a vendere.

Ma come è nato il nome del Mago di Oz? Forse non tutti sanno che Baum non sapeva che nome dare alla magica terra in cui mandò la sua Dorothy. Un giorno, osservando il suo casellario, vide che i 3 cassetti erano segnati con “A to G,” “H to N,” e “O to Z.” E così nacque Oz.

La protagonista Dorothy Gale deve il suo nome a Dorothy Gage, la nipotina della moglie di Baum che morì nel novembre 1898. Fu una sorta di tributo di Baum alla piccola.

L’immediato successo del romanzo ha portato Baum a scrivere dei seguiti, ma alla fine l’autore iniziò a stancarsi di quelle storie e decise di porvi fine col sesto libro, La città di smeraldo di Oz (The Emerald City of Oz).

A causa, però, di problemi finanziari legati a un investimento sul costoso film muto The Fairylogue and Radio-Plays del 1908 (un tentativo di Baum di portare i libri di Oz sullo schermo) lo scrittore, dichiarando fallimento nel 1911, continuò a scrivere romanzi sulla serie di Oz, pubblicando un settimo romanzo nel 1913, La ragazza di pezza di Oz (The Patchwork Girl of Oz). L’ultimo romanzo della serie, il quattordicesimo, apparve nel 1920, un anno dopo la sua morte, con il titolo Glinda di Oz (Glinda of Oz).

Lo scrittore Ruth Plumly Thompson fu incaricato di continuare la serie e scrisse altri 19 libri su Oz. Altri autori si aggiunsero poi per scrivere nuove avventure della serie.

Il meraviglioso mago di Oz è davvero una favola per bambini? Secondo quanto scrisse Henry M. Littlefield in un suo articolo (“The Wizard of Oz: Parable on Populism”) il libro è una parabola sul Populismo: Baum sostenne la candidatura di William Jennings Bryan, che voleva la libera coniazione dell’argento, alla presidenza degli Stati Uniti. La favola sarebbe quindi un’allegoria dei loro sforzi di riformare il paese nel 1896. Oz, dunque, deriverebbe dall’abbreviazione di oncia d’oro (ounce of gold).

Lo storico Quentin Taylor trovò altre metafore:

  • Lo Spaventapasseri rappresentava gli agricoltori americani e le loro difficoltà in quel periodo
  • L’uomo di latta i lavoratori industriali, specialmente quelli delle industrie siderurgiche
  • Il Leone Codardo era William Jennings Bryan

Michael Patrick Hearn, uno studioso di Baum, scrisse di non aver trovato alcuna prova che il romanzo fosse un’allegoria populista e che gli argomenti di Littlefield non hanno alcun fondamento. Littlefield gli rispose un mese dopo dichiarandosi d’accordo che non ci sono prove che Baum fosse sostenitore di un’ideologia populista.

Di certo possiamo dire soltanto una cosa: Frank Baum, nella sua prefazione al romanzo, dichiarò di aver voluto scrivere un nuovo tipo di storie per bambini, modernizzate, americane, prive dei motivi e delle immagini del Vecchio Mondo e è riuscito nel suo intento, creando di fatto la prima vera fiaba americana.

Peter Pan

Il personaggio di Peter Pan creato dallo scrittore americano James Matthew Barrie apparve la prima volta nel novembre 1902 nel romanzo per adulti L’uccellino bianco (The Little White Bird). Nel 1906 i capitoli in cui compariva Peter Pan furono pubblicati in volume con il titolo Peter Pan nei Giardini di Kensington (Peter Pan in Kensington Gardens).

Il 27 dicembre 1904 Barrie usò il personaggio nell’opera teatrale Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere (Peter Pan, or The Boy Who Wouldn’t Grow Up), che ebbe subito successo e fu riadattata dall’autore nel romanzo Peter e Wendy (Peter and Wendy), pubblicato l’11 ottobre 1911. I diritti delle opere su Peter Pan furono donati da Barrie al Great Ormond Street Hospital.

All’inizio Peter Pan e i Bimbi Sperduti potevano volare senza alcun aiuto, ma in seguito a segnalazioni di bambini che si erano feriti tentando di volare dai loro letti Barrie inserì la polvere fatata come requisito per poter volare.

Dietro la creazione del personaggio di Peter Pan c’è una storia triste. Nel 1867 uno dei fratelli di Barrie, David, morì in un incidente di pattinaggio sul ghiaccio. La madre non si riebbe mai mentalmente da quella morte prematura e si consolò in parte col fatto che suo figlio sarebbe rimasto per sempre un ragazzo.

Il legame coi Giardini di Kensington nacque nel 1898, quando Barrie incontrò là due bambini di 5 e 4 anni, George e Jack Llewelyn Davies, e ne diventò amico. Più tardi conobbe anche i loro genitori, Sylvia e Arthur, e tempo dopo Barrie entrò appieno nelle loro vite quando nacquero alla coppia altri 3 figli, Peter, Michael e Nico, tanto che Barrie fu chiamato “Zio Jim”. Nel romanzo L’uccellino bianco il personaggio di David è basato su George Llewelyn Davies.

Barrie inventò la storia di Peter Pan per intrattenere i piccoli George e Jack (e questo ci ricorda Lewis Carroll e la storia di Alice inventata per divertire le sorelle Liddell). Barrie disse che il piccolo Peter poteva volare e che i bambini prima della nascita erano uccelli.

Come accadde per Carroll, anche Barrie fu considerato da qualcuno pedofilo, ma non esiste alcuna prova al riguardo (come per Carroll). Nico Llewelyn Davies, da adulto, negò queste accuse, sostenendo che Barrie non si fosse mai comportato in modo ambiguo con lui e i fratelli.

Come al solito le chiacchiere lasciano il tempo che trovano. A noi restano una storia e un personaggio indimenticabili. Forse Barrie fu per i piccoli Davies il padre che non aveva potuto diventare.

La Primula rossa

“Mi sembri la Primula rossa”: chi non ha mai sentito quest’espressione? Si usa quando è difficile trovare una persona. La Primula rossa (The Scarlet Pimpernel) è un romanzo scritto dalla scrittrice britannica di origine ungherese Emma Orczy – l’autrice ha in realtà un nome poco discreto: Baronessa Emma Magdolna Rozália Mária Jozefa Borbála “Emmuska” Orczy de Orci – e ambientato nel Regno del terrore (1792).

Il personaggio apparve prima in un dramma teatrale il 15 ottobre 1903, poi l’autrice ne fece il romanzo che uscì nel 1905. Grazie al grande successo di quel primo romanzo la Orczy scrisse numerosi seguiti nei successivi 35 anni: ben 11 altri romanzi, 2 antologie di racconti (per un totale di 19 storie), 2 romanzi incentrati invece su un antenato della Primula rossa e un ultimo su un discendente.

Ma chi era questa Primula rossa?

Formidabile spadaccino, genio del travestimento, artista della fuga e uomo dotato di grande immaginazione, dietro questo nome si celava il barone inglese Sir Percy Blakeney, che salvava gli aristocratici condannati a morte alla ghigliottina. Era solito lasciare ai suoi nemici un pezzo di carta su cui era disegnata, appunto, una primula rossa.

Per non destare sospetti nella vita di tutti i giorni il barone si mostrava come uno sciocco playboy (un espediente simile è usato in Superman/Clark Kent, per esempio, come anche in Don Diego de la Vega/Zorro). Soltanto una ristretta cerchia di amici, la cosiddetta Lega della Primula Rossa, conosceva la sua vera identità.

Già dal 1917 si ha il primo film muto sul personaggio della Primula rossa. L’ultima apparizione del barone è del 1982. Ma alla televisione gli adattamenti arrivano fino al 2006, anche se la Primula diventa nera (The Black Pimpernel). Numerose sono state le parodie, tra cui la disneyana The Scarlet Pumpernickel con Daffy Duck nel 1950.

Arsène Lupin

Il famoso ladro gentiluomo Arsène Lupin creato dallo scrittore francese Maurice Leblanc apparve nel racconto L’arresto di Arsène Lupin (L’arrestation d’Arsène Lupin) pubblicato il 15 luglio 1905 sulla rivista «Je sais tout».

Per l’ispirazione Leblanc potrebbe essersi riferito al personaggio A. J. Raffles, il prototipo del ladro gentiluomo, creato da Ernest William Hornung e apparso nel 1899 nel romanzo The Amateur Cracksman. Raffles era abile nei travestimenti. Hornung era il cognato di Conan Doyle per averne sposato la sorella Constance Aimée Monica.

Un’altra fonte di ispirazione proviene dall’anarchico Alexandre Marius Jacob, che visse una vita avventurosa a partire dai suoi 11 anni, quando si imbarcò come mozzo in una baleniera diretta in Australia, che si rivelò poi essere una nave pirata.

Anche Jacob era esperto nell’arte nei travestimenti, ma come ladro era superiore al personaggio di Raffles, poiché inventò numerose tecniche di furto. Aveva anche senso dell’umorismo, tutte caratteristiche che ritroviamo in Arsène Lupin.

C’è un altro collegamento che unisce Lupin a Conan Doyle: Leblanc aveva introdotto Sherlock Holmes in una storia di Lupin, nel racconto “Sherlock Holmès arrive trop tard” pubblicato nel numero 17 di «Je sais tout» del 15 giugno 1906. Questo e il primo racconto di Lupin furono pubblicati nel 1907 nell’antologia Arsène Lupin gentleman cambrioleur assieme ad altri 7 racconti.

Nel 1908 Leblanc crea un detective inglese da mettere contro il suo Lupin, Herlock Sholmes, ispirato al personaggio di Doyle. Appare in Arsène Lupin contre Herlock Sholmes.

In tutto Leblanc ha scritto 17 romanzi, 39 racconti e 5 opere teatrali dedicate al suo personaggio. Negli anni ’70 uscirono alcuni romanzi apocrifi scritti da Boileau-Narcejac, pseudonimo degli scrittori francesi Pierre Boileau e Pierre Ayraud.

Arsène Lupin ha ispirato a sua volta il mondo dei cartoni e dei fumetti. Chi non ricorda il famoso Lupin III giapponese? Creato da Monkey Punch, Lupin III è il nipote di Arsène Lupin, suo nonno paterno, e il figlio di Arsène Jean Lupin II. Appare la prima volta il 10 agosto 1967 sulla rivista «Weekly Manga Action», storia scritta e illustrata da Monkey Punch. Nel 1969 fu prodotto il film pilota del cartone animato.

In Italia Arsène Lupin ha ispirato Max Bunker nel creare uno dei nemici di Alan Ford e del Gruppo TNT: il suo personaggio appare nel numero 53 della serie con il titolo Arsenico Lupon, assai galante e molto ladron. Non proprio un gentiluomo come Lupin, visto il nome e la sua chiara allusione al potente veleno.

Al cinema Lupin debutta nel 1908 con il film The Gentleman Burglar. L’ultima apparizione occidentale è del 2004, nel film francese Arsène Lupin, ma l’ultima in assoluta è del 2011 con il film giapponese Lupin no Kiganjo.

Zanna Bianca

Il romanzo Zanna Bianca (White Fang) dello scrittore americano Jack London apparve a puntate a cominciare dal maggio 1906 nella rivista «The Outing Magazine» e si concluse nel numero di ottobre.

In una lettera al suo editore George Platt Brett, datata 5 dicembre 1904, Jack London spiegò di aver scritto Zanna Bianca come opera aggiuntiva al romanzo Il richiamo della foresta (The Call of the Wild). In questa nuova opera voleva invertire il processo, non più mostrare la decivilizzazione di un cane, ma il suo avvicinamento alla vita domestica e all’amore per l’uomo.

Ma chi è Zanna Bianca? Un cane o un lupo? Zanna Bianca era lupo per ¾. Nacque selvaggio e fu poi addomesticato. Ma prima divenne un cane da combattimento.

Il romanzo ebbe subito un grande successo, ma London fu accusato di essere un “falsificatore della natura” (nature faker). A quel tempo nacque una polemica contro tutti quegli scrittori che avevano iniziato a rendere gli animali protagonisti delle loro storie.

A iniziare questa polemica (nature fakers controversy) fu il naturalista e scrittore John Burroughs nel 1903, quando presentò all’«Atlantic Monthly» il saggio “Real and Sham Natural History”, in cui sosteneva che bisognava separare la storia naturale da quella falsa.

A fianco di Burroughs si schierò perfino il Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt che, a proposito di una scena del romanzo Zanna Bianca (la lotta fra un bulldog e un cane lupo) disse che era “la vera sublimità dell’assurdo”.

London rispose qualche anno dopo, nel 1908, quando la tempesta della polemica cessò, con un saggio intitolato “The Other Animals”. Disse di aver scritto i suoi 2 romanzi (Il richiamo della foresta e Zanna Bianca) come protesta contro l’umanizzazione degli animali.

Perché rispose così tardi London? Lo disse nell’incipit del suo saggio: “Il giornalismo americano ha i suoi momenti di fantastica isteria e quando dà in escandescenze, l’unica cosa che può fare un uomo razionale è arrampicarsi su un albero e lasciare che il cataclisma passi. E così, qualche tempo fa, quando fu coniato il termine nature-faker, io mi sono arrampicato sul mio albero e sono rimasto là.”

Vista l’autorevolezza di Burroughs e la forza di una figura come Roosevelt, a vincere fu la polemica, ma per la storia vinsero i cosiddetti falsificatori della natura. E questo è ciò che conta. Bellissime le parole che London rivolge a Burroughs alla fine del suo saggio: “You must not deny your relatives, the other animals. Their history is your history”.

Il romanzo è stato trasposto al cinema diverse volte, a cominciare dal 1973 con un film italiano. A quello seguirono altri film prodotti in Italia e infine un film della Disney nel 1991, che ebbe un seguito nel 1994.

Anna dai capelli rossi

Creata dalla scrittrice canadese Lucy Maud Montgomery, Anna dai capelli rossi è apparsa nel romanzo omonimo il 13 giugno 1908. Il titolo originale non menzionava il colore dei capelli di Anne Shirley, ma era Anne of Green Gables, ossia “Anna di Green Gables”. Green Gables era il nome della fattoria in cui andò ad abitare (a Cavendish, nell’isola del Principe Edoardo) e non va tradotto. Il gable è il timpano, la parte triangolare del tetto nel muro di facciata.

L’ispirazione per il suo personaggio arrivò all’autrice mentre leggeva un giornale. In un articolo si parlava di una coppia di anziani che voleva adottare un ragazzo, ma per errore gli fu mandata una ragazza. La scrittrice iniziò così a scrivere la storia di un’orfana dai capelli rossi, da sottoporre a puntate a un quotidiano.

Quando inviò il suo romanzo a diverse case editrici nel 1905, fu rifiutato da tutte, tanto che la Montgomery, scoraggiata, mise via il manoscritto. Ma due anni dopo decise di revisionarlo e spedirlo di nuovo e la L.C. Page & Company di Boston accettò di pubblicarlo.

Anna dai capelli rossi fu subito un bestseller. Il contratto prevedeva la scrittura di altri romanzi sul personaggio, se le vendite del primo fossero andate bene, ma la Montgomery non amava quest’idea. Infine però scrisse in tutto 8 romanzi, più una raccolta di racconti e poesie che spedì all’editore il giorno prima della sua morte, ma il manoscritto fu pubblicato interamente soltanto nel 2009.

Al cinema il personaggio arriva nel 1919 in un film muto di cui non resta traccia. In tutto sono 4 i film, l’ultimo un musical del 2016. In televisione arriva nel 1956 e si contano a oggi 18 programmi fra serie televisive, cartoni animati e film, l’ultimo trasmesso è del 2016, ma è prevista una serie di 8 puntate per il 2017.

6 gli adattamenti alla radio, più un’opera teatrale e 5 musical teatrali. Tra il 2014 e il 2016 appaiono online anche delle serie web dedicate ad Anna.

Fantômas

Il personaggio di Fantômas fu creato dagli scrittori francesi Marcel Allain e Pierre Souvestre e pubblicato mensilmente a partire dal febbraio 1911 (il primo titolo era Fantômas) fino al settembre 1913, per un totale di 32 romanzi. L’ultimo che scrissero insieme aveva un titolo profetico: La Fin de Fantômas.

Alla morte di Souvestre, avvenuta nel 1914, i romanzi furono continuati da Allain. Le pubblicazioni ripresero nel 1925 (con un titolo quasi d’obbligo: Fantômas est-il ressuscité?) e si conclusero nel 1963: in totale uscirono 43 romanzi su Fantômas.

Il primo romanzo inizia con questo dialogo, tanto per far capire al lettore cosa dovrà aspettarsi:

“Fantômas.”

“Che avete detto?”

“Ho detto: Fantômas.”

“E che significa?”

“Nulla… Tutto!”

“Ma che cos’è?”

“Nessuno… Eppure, sì, è qualcuno!”

“E cosa fa quel qualcuno?”

“Semina terrore!”

Ma in realtà chi è questo Fantômas?

È il Re del Terrore. È un criminale che commette i crimini più spaventosi. Sostituisce il profumo di un dispenser con acido solforico, libera topi malati di peste in un transatlantico, fa assistere una vittima alla sua esecuzione alla ghigliottina. Ma è anche un esperto di travestimenti – come Arsène Lupin, e presto scopriremo perché.

Fantômas diviene famoso proprio per l’efferatezza e la spettacolarità dei suoi crimini, commessi senza un motivo apparente.

Chi erano in realtà i suoi autori? Pierre Souvestre era un avvocato fallito che si diede al giornalismo automobilistico, mentre Marcel Allain divenne il suo assistente. I due iniziarono a lavorare per una serie di riviste producendo romanzi polizieschi ambientati nel mondo delle auto da corsa o in quello teatrale.

Quei romanzi a puntate attirarono l’attenzione dell’editore Arthème Fayard, che pubblicava una collezione di libri chiamata “Le Livre Populaire”. Fayard commissionò ai 2 una serie di romanzi fantastici. Il nome del personaggio venne loro in mente in metropolitana: Fantômus. Ma l’editore lesse male il nome e scrisse invece Fantômas. Nome che i 2 autori non corressero mai.

Il loro contratto prevedeva la scrittura di un romanzo al mese. I 2 scrittori, allora, crearono una sorta di catena di montaggio per poter produrre tante storie in continuazione:

  1. durante la prima settimana abbozzavano la trama, plagiando in modo spudorato le loro precedenti storie poliziesche e anche quelle di altri autori, fra cui Maurice Leblanc
  2. nelle 2 settimane seguenti Souvestre e Allain dettavano ai propri segretari la loro parte della storia
  3. nell’ultima settimana si scambiavano le copie, scrivevano i paragrafi per agevolare la transizione tra un capitolo e l’altro e inviavano il romanzo all’editore

Un personaggio del genere non poteva non apparire al cinema e in televisione. Già dal 1913 iniziarono le produzioni di una serie di film muti. Qualche anno fa era in produzione un nuovo film, di cui ancora non si sa nulla.

Tarzan

Quando lo scrittore americano Edgar Rice Burroughs pubblicò Tarzan nell’ottobre 1912 (Tarzan of the Apes ~ A Romance of the Jungle nella rivista pulp «All-Story»), non immaginava che dopo un secolo si sarebbe continuato a parlare del suo personaggio.

Ma come è nato Tarzan?

Da un fiasco, possiamo dire. Burroughs aveva pubblicato per quella rivista Sotto le lune di Marte (Under the Moons of Mars), meglio conosciuto con il titolo John Carter di Marte. Questa storia esotica d’amore, guerra e avventura divenne molto popolare fra i lettori della rivista e così il suo editore, Thomas Metcalf, pensò che Burroughs fosse adatto a “scrivere storie alla Ivanhoe della Vecchia Inghilterra” e lo scrittore, accettando la sfida, scrisse in 2 settimane The Outlaw of Torn, che Metcalf rifiutò.

Questo insuccesso portò Burroughs a credere che la scrittura non facesse per lui. Metcalf invece lo incoraggiò a scrivere ciò che voleva piuttosto che ciò che gli chiedeva l’editore. E Burroughs rispose così: “La storia su cui sto lavorando è quella del figlio di una casata nobile inglese – del tempo attuale – nato nell’Africa tropicale, dove i genitori muoiono quando lui ha un anno. Il piccolo viene adottato da una grossa scimmia femmina e cresce in mezzo a bestie antropoidi”.

Come è nato questo nome ormai immortale?

Il primo nome che venne in mente allo scrittore fu Zantar (l’anagramma di Tarzan), ma non ne era soddisfatto. Scelse quindi Tublat-Zan, ma fu peggio. E infine optò per Tarzan.

Metcalf rifiutò il seguito del romanzo, Il ritorno di Tarzan (The Return of Tarzan) e nuovamente Burroughs si scoraggiò. Infine inviò il testo a una rivista concorrente, la «New Story Magazine», che lo pubblicò.

Romanzi di successo come quelli di Tarzan non potevano restare confinati nelle riviste pulp, Burroughs lo sapeva: dovevano essere pubblicati in volume. Lo scrittore mandò le copie dei suoi romanzi a diversi editori, che li rifiutarono, nonostante le lettere di elogio dei fan che vi aveva allegato.

Ma Albert Payson Terhune, del giornale di New York «Evening World», fu interessato a pubblicare a puntate Tarzan delle scimmie e presto anche altri quotidiani del paese espressero lo stesso desiderio. Infine anche gli editori furono interessati. Fu così che nel giugno 1914 Tarzan delle scimmie apparve in volume per la casa editrice A.C. McClurg & Co.

Su come sia stato creato il personaggio c’è solo qualche supposizione. Tra il 1868 e il 1883 un nobiluomo inglese, William Charles Mildin Conte di Streatham, naufragò sulle coste africane, fu accudito dalle scimmie nella giungla e crebbe con loro vivendo mille avventure prima di poter tornare a Londra a riprendere il proprio titolo.

La notizia era nota all’epoca e Burroughs avrebbe potuto quindi conoscerla, ma se davvero abbia preso ispirazione da quella notizia si ignora. Di Tarzan Burroughs ha pubblicato ben 24 volumi.

A partire dal 1918 fra cinema, film per la televisione e documentari sono stati prodotti 70 film. Si ricordano facilmente le serie televisive in bianco e nero degli anni ’60 e ’70 e il film Greystoke, interpretato da Christopher Lambert. La Disney produsse un lungometraggio a cartoni animati nel 1999 e nel 2013 un film d’animazione in 3D. Ma il cinema ha in serbo un nuovo film, che uscirà l’1 luglio 2016: The Legend of Tarzan.

Sì, la leggenda di Tarzan continua ancora. Forse è il clima d’avventura che la giungla africana ispira, forse è il fascino per l’uomo bianco che primeggia sulle bestie feroci, che supera tutti per astuzia e forza, ad attirare ancora il pubblico verso un personaggio di quell’epoca.

Pollyanna

Può un romanzo sprigionare ottimismo? È quello che è successo con Pollyanna: The Glad Book della scrittrice americana Eleanor Hodgman Porter, un classico della letteratura per ragazzi.

Al momento della sua uscita, nel 1913, la lingua inglese si arricchì di nuovi termini: l’aggettivo Pollyannaish e il sostantivo Pollyannaism, per descrivere una persona ciecamente ottimista. Non proprio un complimento, comunque. Ma nacque anche un’altra parola, colloquiale, pollyanna, a indicare uno scambio di regali natalizi conosciuto come “Secret Santa”, specialmente nell’area di Filadelfia.

La protagonista di questo romanzo, Pollyanna Whittier, è il simbolo di un’estrema felicità, a prescindere dalla gravità della situazione. Da qui è nato il cosiddetto principio di Pollyanna, ossia la tendenza a trovare sempre il lato positivo in ogni cosa.

Ma da cosa è nato questo ottimismo? A Natale Pollyanna ricevette in regalo, per sbaglio, un paio di stampelle. Il padre, allora, per renderla felice, inventò quello che chiamò glad game (che possiamo tradurre con “il gioco della felicità”), che consisteva nel trovare qualcosa di cui essere felici. E riguardo alle stampelle appena ricevute… doveva essere felice perché non ne aveva bisogno!

L’apprezzamento del libro andò comunque declinando intorno alla metà del XX secolo, quando la critica lo giudicò noioso e datato. Mary Cadogan e Patricia Craig arrivarono a dire che il romanzo della Porter non divenne un bestseller per le sue qualità, ma solo per aver fatto presa sui livelli più bassi delle emozioni dei suoi giovani lettori. Resta il fatto che il nome di Pollyanna è conosciuto in tutto il mondo e ancora ricordato, a differenza di quelli di Mary Cadogan e Patricia Craig.

Eleanor Porter scrisse anche un seguito, Pollyanna cresce (Pollyanna Grows Up), pubblicato nel 1915. A opera di altri autori furono pubblicati altri 15 romanzi sul personaggio di Pollyanna.

Già nel 1915 iniziarono gli adattamenti, con una commedia in 4 atti, e poi nel 1920 un film muto che ebbe molto successo. La Disney ne rilascia uno nel 1960. L’ultimo film televisivo è abbastanza recente, del 2003. Pollyanna appare anche nel fumetto di Alan Moore La Lega degli Uomini Straordinari, Vol. 1.

Zorro

Molti lo ricordano per la serie televisiva in bianco e nero, con Zorro alias Don Diego de la Vega interpretato da Guy Williams.

Ma in realtà Zorro è un personaggio creato dalla penna dello scrittore americano Johnston McCulley, che a partire dal 9 agosto 1919 fino al 6 settembre dello stesso anno pubblicò settimanalmente a puntate il romanzo La maledizione di Capistrano (The Curse of Capistrano) – un titolo un po’ strano per un personaggio come l’inafferrabile Volpe – nella rivista «All-Story».

Da varie fonti sappiamo che Zorro significa “volpe”, cercando infatti nei dizionari spagnoli si trova questo significato. Ma secondo qualcuno etimologicamentezorro proviene dall’unione delle parole greche ζῶ (zo), vivo, e ρω (ro), che unito alla precedente la rafforza (il termine ρώμη significa “forza”). La parolazorro diviene quindi una locuzione col significato di “astuto”, più che volpe (anche se la volpe è il simbolo della furbizia). Ma c’è una probabile derivazione araba dalla parolazorzal, che significa anche “uomo furbo e scaltro”.

Un’altra fonte sostiene che il personaggio Zorro sia stato ispirato al bandito Joaquin Murrieta, visto dai pionieri della California come una sorta di Robin Hood messicano di El Dorado, ma da altri come un criminale.

Sul personaggio di Zorro McCulley ha scritto 65 storie, ma a causa di tante date parziali o accennate nelle varie avventure (scrisse per esempio “nel 17—” o “circa nel 1800”) e delle tante versioni nate è quasi impossibile stabilire un periodo storico preciso delle avventure del personaggio. Con certezza sappiamo comunque che le storie si svolgono in California, a Los Angeles, durante l’era coloniale spagnola.

Nel romanzoLa maledizione di Capistrano Frate Felipe si lamenta che la secolarizzazione delle missioni si è protratta per 20 anni e questo inserisce l’ambientazione a metà del 1850.Zorro’s Fighting Legion è ambientato nel 1824 e neLa maschera di Zorro (The Mask of Zorro) sappiamo che Diego de la Vega è diventato Zorro nel 1806.

Zorro ha avuto tantissime trasposizioni al cinema, alla radio, nel musical e in TV. Anche i fumetti e l’industria dei giocattoli e dei videogiochi si sono cimentati con le sue avventure. Al cinema inizia nel 1920, con Zorro interpretato da Douglas Fairbanks. Una versione interpretata da Anthony Hopkins e Antonio Banderas è apparsa nel 1998. L’ultima è del 2005. Per il 2016 è prevista una serie animata, Zorro: The Chronicles.

Nel campo del fumetto ricordiamo il nostrano Zorry Kid, nato dal pennino del Maestro Benito Jacovitti, e le strisce degli anni ’90 scritte da Don McGregor e disegnate da Tom Yeates (apparse in Italia nella rivista «Eureka Cult Comics»).

Hercule Poirot

Detective belga creato dalla scrittrice inglese Agatha Christie, Poirot apparve la prima volta nell’ottobre 1920 negli Stati Uniti e qualche mese dopo, il 21 gennaio 1921, in Inghilterra nel romanzo Poirot a Styles Court (The Mysterious Affair at Styles).

Il nome di Poirot nacque unendo i nomi di due altri detective letterari: Hercule Popeau di Marie Belloc Lowndes e Monsieur Poiret di Frank Howel Evans.

Agatha Christie iniziò a lavorare al primo romanzo del suo detective durante la Prima Guerra Mondiale. In quel periodo la scrittrice lavorava come VAD (Voluntary Aid Detachmen) a Torquay e aveva conosciuto diversi rifugiati belgi. Così ebbe l’idea per il suo personaggio: un ex poliziotto belga che era stato costretto a lasciare il suo paese.

E quel personaggio ebbe talmente successo che fu il protagonista di 33 romanzi e 54 racconti.

Alla fine Agatha Christie iniziò a non amare più il suo Poirot, tanto da dire: “Perché-perché-perché mai ho inventato questa detestabile, ampollosa, noiosa piccola creatura?” Provava per lui quello che chiamò un “affetto riluttante”. Scrisse queste parole nella sua introduzione al romanzo a puntate Appuntamento con la morte (Appointment With Death) nel 1938.

Infine decise di scrivere Sipario: L’ultimo caso di Poirot (Curtain: Poirot’s Last Case) negli anni ’40, ma il romanzo restò custodito in una cassetta di sicurezza fino al 1974 quando fu poi pubblicato. Il «New York Times» gli dedicò persino un necrologio: Poirot fu l’unico personaggio letterario a riceverne uno.

L’attore che più si ricorda ad aver impersonato Poirot è Peter Ustinov nel film Assassino sul Nilo del 1978, ma prima e dopo di lui vi furono altri attori che si cimentarono con il detective.

Alla radio furono trasmessi parecchi drammi sui casi di Poirot e in Giappone apparve sia una serie animata sia un manga sul personaggio.

Winnie-the-Pooh

Orsacchiotto antropomorfo creato dallo scrittore inglese Alan Alexander Milne, Winnie-the-Pooh apparve la prima volta in una storia natalizia il 24 dicembre 1925 nel giornale londinese «The Evening News», illustrata da J. H. Dowd.

Le sue storie, ambientate nella foresta di Ashdown del Sussex, furono poi pubblicate nella raccolta di 10 avventure Winnie-the-Pooh il 14 ottobre 1926, illustrata da E. H. Shepard, in cui il personaggio compariva assieme ai suoi amici: Piglet, un maiale giocattolo, Eeyore, un asino giocattolo, e Owl e Rabbit, rispettivamente un vero gufo e un vero coniglio. Nella 7° storia compaiono altri 2 amici giocattolo: Kanga e suo figlio Roo, due canguri (in inglese canguro si dice “kangaroo”).

Le storie di Winnie-the-Pooh furono tradotte in molte lingue, fra cui anche in latino (Winnie ille Pu) nel 1958, grazie ad Alexander Lenard, divenendo due anni più tardi il primo libro in latino segnalato nella lista dei bestseller del «New York Times».

Il nome del personaggio si scrive proprio con i trattini a separare le parole: Winnie-the-Pooh. Fu la Disney a toglierli quando ne trasformò le storie in cartoni animati.

Il nome Winnie-the-Pooh fu dato da Milne all’orsacchiotto del figlio, Christopher Robin Milne, che divenne poi anch’egli uno dei personaggi delle sue storie: Christopher Robin. Anche gli amici giocattolo dell’orsacchiotto erano i veri giocattoli del figlio, mentre il gufo e il coniglio furono inventati da Milne.

Nel 1928 escono altre 10 storie di Winnie-the-Pooh, raccolte nel volume The House at Pooh Corner e sempre illustrate da Shepard.

Il personaggio ha registrato svariati adattamenti al teatro, alla televisione, alla radio e al cinema. La Disney ha creato vari cortometraggi e lungometraggi animati, l’ultimo nel 2011.

Il nome di Winnie-the-Pooh è stato usato dal famoso gruppo pop italiano i Pooh. È diventato anche d’ispirazione per spiegare idee filosofiche.

Mary Poppins

Creata dalla scrittrice australiana Pamela Lyndon Travers, Mary Poppins, una tata che fa uso di magia, appare la prima volta nel racconto “Mary Poppins and the Match-Man”, pubblicato il 13 novembre 1926 nel periodico «The Sun» di Christchurch.

Questa storia divenne il secondo capitolo del romanzo Mary Poppins del 1934. A questo seguiranno altri 7 romanzi, fino al 1988.

Il personaggio fu ispirato a una persona reale, la zia dell’autrice, Helen Morehead, che la nipote chiamava Christina Saraset, o in breve Zia Sass. Era descritta come una donna irascibile, feroce esteriormente ma tenera di cuore.

Travers lavorò a stretto contatto con l’illustratrice Mary Shepard (figlia di E. H. Shepard, che illustrò Winnie-the-Pooh) per rendere al meglio il suo personaggio nelle illustrazioni dei libri. All’inizio non fu molto d’accordo sulla scelta di Julie Andrews per la parte di Mary Poppins nel film della Disney, ma poi disse che aveva il giusto naso per interpretarla.

È del 1964 il musical della Disney, un film che mescola attori reali con animazioni. Walt Disney tentò per 20 anni, fin dal 1938, di convincere la Travers per produrre un film sui suoi libri, ma l’autrice non accettò mai, pensando che un film non potesse rendere giustizia al suo personaggio. Finalmente nel 1961 Disney vi riuscì, anche se la scrittrice pretese di approvarne il soggetto. La Travers fu anche consulente nella produzione, ma non permise altri adattamenti cinematografici delle sue opere, poiché disapprovò l’attenuazione degli aspetti più duri del carattere di Mary Poppins e non apprezzò per nulla l’uso dell’animazione.

A questo film seguì un film russo per la televisione nel 1984. Pamela Travers concesse invece i diritti di trasposizione per un musical teatrale, a patto che vi fossero solo scrittori inglesi e non americani a scrivere il testo e nessuno che avesse preso parte alla produzione del film della Disney.

Nel 2015, comunque, la Disney annunciò un nuovo film su Mary Poppins, basato sugli altri 7 romanzi. Questa volta, purtroppo, Pamela Travers non potrà contestare nulla della realizzazione.

Miss Marple

Era il dicembre 1927 quando fu pubblicato il racconto “The Tuesday Night Club” nella rivista «The Royal Magazine» e i lettori conobbero Miss Marple, un altro personaggio di Agatha Christie che impararono ad amare. Questa storia divenne il primo racconto della raccolta Miss Marple e i tredici problemi (The Thirteen Problems) del 1932.

Il primo romanzo in cui apparve fu invece La morte nel villaggio del 1930 (The Murder at the Vicarage). 12 sono i romanzi dedicati a Miss Marple e alcune antologie per un totale di 20 racconti.

Agatha Christie si ispirò in parte alla nonna per creare Miss Marple: ciò che le due donne avevano in comune era aspettarsi il peggio da ognuno e da ogni evento e spesso avevano ragione. Fu proprio la vita passata da Jane Marple nel fittizio paesino di St. Mary Mead ad averle fatto conoscere il lato negativo della natura umana che, unito alla sua acuta intelligenza, le ha permesso di risolvere casi complicati.

Ma per creare Jane Marlple Agatha Christie sviluppò anche il personaggio di Caroline Sheppard del romanzo di Poirot L’assassinio di Roger Ackroyd (The Murder of Roger Ackroyd).

Perché un’anziana signora ha iniziato a risolvere casi?

Era un martedì sera quando Jane Marple era in casa sua con alcuni amici. Avevano iniziato a parlare di casi irrisolti e l’artista Joyce Lemprière propone di formare un gruppo: ogni martedì sera si riuniranno e uno dei membri, a turno, parlerà di un caso che insieme tenteranno di risolvere. Ecco nato il “Tuesday Night Club”.

Nonostante il successo del personaggio, Miss Marple ha dovuto attendere fino al 1961 per arrivare al cinema, interpretata da Margaret Rutherford nel film Assassinio sul treno (Murder She Said).

Le serie TV britanniche Miss Marple iniziano nel 1984 e vanno avanti fino al 1992, mentre le serie Agatha Christie’s Marple, 6 in tutto, iniziano nel 2004 e terminano nel 2013. Dal 2004 al 2005 il Giappone trasmette la serie animata Agatha Christie’s Great Detectives Poirot and Marple, adattata poi anche in manga. Dal 1993 al 2001 alcune storie su Miss Marple sono state adattate anche per la radio.

Cthulhu

Divinità creata dallo scrittore americano Howard Phillips Lovecraft, Cthulhu compare nel romanzo Il richiamo di Cthulhu (The Call of Cthulhu) pubblicato nel febbraio 1928 nella rivista «Weird Tales». Nel pantheon di Lovecraft fa parte dei Grandi Antichi, le divinità cosmiche che apparvero sulla terra prima della storia dell’umanità. Cthulhu vi arrivò dalla stella Xoth 350 milioni di anni fa.

Molti ricorderanno la frase scritta nell’arcana lingua:

Ph’nglui mglw’nafh C’thulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn

che tradotta suona come “Nella sua dimora di R’lyeh il morto Cthulhu attende sognando”. R’lyeh era la città-cadavere costruita da forme aliene provenienti dalle stelle.

L’etimologia del nome Cthulhu si fa forse derivare dalla parola in greco antico χθόνιος (khthonios), che significa “sotterraneo”, in riferimento alle deità e agli spiriti sotterranei della religione greca.

Cthulhu è una creatura mostruosa, descritta dallo stesso lovecraft ne Il richiamo di Cthulhu come un mostro vagamente antropoide, dalla testa di polpo, piena di antenne, con numerosi tentacoli dove si suppone abbia la bocca, un corpo squamoso e dall’aspetto gommoso, artigli prodigiosi nelle zampe e lunghe e strette ali.

Curiosità: una specie di ragno, Pimoa cthulhu, è stata chiamata così nel 1994 in onore del personaggio lovecraftiano e anche 2 microorganismi utili alla digestione del legno delle termiti: Cthulhu macrofasciculumque e Cthylla microfasciculumque. E su Plutone esiste la Regione Cthulhu.

Solomon Kane

Personaggio creato dallo scrittore americano Robert E. Howard, Solomon Kane, sul genere di “Spada e Magia”, apparve al pubblico nell’agosto 1928 con il racconto “Ombre rosse” (Red Shadows) su «Weird Tales».

Solomon Kane è un puritano del XVI secolo, maestro spadaccino. Non ha superpoteri, ma è in grado di combattere le forze del male senza sosta. Armato di spada e pistole, viaggiava in Europa e Africa combattendo il male nel nome di Dio, talvolta contro pirati e briganti e altre volte contro la magia nera.

Si pensa che l’origine del nome scelto da Howard provenga dal giudice biblico Salomone e da Caino, il primo assassino della storia dell’umanità: i due aspetti della personalità del personaggio.

In totale sono 9 le storie scritte da Howard su Solomon Kane e altre 4 come frammenti, completati poi da altri autori.

Nel 2009 esce in Francia l’unico film al cinema creato su Solomon Kane. Negli anni ’70 e ’80 la Marvel ha prodotto diversi comic book sul personaggio. Esiste anche un gioco di ruolo,The Savage World of Solomon Kane.

Simon Templar

Chiamato anche il Santo, Simon Templar è un personaggio ideato dallo scrittore inglese Leslie Charteris e apparso la prima volta nel romanzo Meet the Tiger pubblicato nel settembre 1928.

Non è chiaro perché sia stato soprannominato il Santo, forse per via delle sue iniziali T.S. (Templar Simon=The Saint). Forse per via del suo cognome, che significa templare (anche se i templari non erano certo dei santi)? O forse, cosa più plausibile, perché era un criminale alla Robin Hood?

O ancora per via del biglietto da visita che lasciava sempre come firma dei suoi crimini: una figura stilizzata con un’aureola?

Robin Hood è stato comunque preso come ispirazione e anche il marketing passava questo messaggio, chiamando Simon Templar “Il Robin Hood del crimine moderno”, e infatti i suoi obiettivi erano principalmente politici corrotti, guerrafondai e gentaglia del genere. Una delle frasi promozionali che venivano pubblicate nel Regno Unito era:

L’uomo che non ha mai sentito parlare del Santo è come il ragazzo che non ha mai sentito parlare di Robin Hood.

In tutto Charteris ha scritto 14 romanzi (due scritti in collaborazione con altri autori), 34 novelle e 95 racconti tra il 1928 e il 1971. 7 nuovi romanzi e 14 novelle sono stati scritti invece da altri autori fra il 1963 e il 1997.

I suoi adattamenti al cinema iniziano nel 1938 e arrivano fino al 1997, quando il personaggio è interpretato da Val Kilmer. Per le serie TV dobbiamo ricordare The Saint con Roger Moore, andata in onda fra il 1962 e il 1969.

Simon Templar apparve anche nei fumetti, con strisce e tavole domenicali scritte da Charteris. La serie durò dal 27 settembre 1948 al 16 settembre 1961.

Ellery Queen

Personaggio letterario o scrittore? O entrambi? Molto di più. Ellery Queen è il nome d’arte che unisce i cugini americani Daniel Nathan (conosciuto anche con lo pseudonimo Frederic Dannay) e Manford (Emanuel) Lepofsky (conosciuto anche con lo pseudonimo Manfred Bennington Lee), ma è anche il nome del loro principale personaggio letterario, uno scrittore di gialli e investigatore dilettante che aiuta il padre, l’ispettore della polizia di New York Richard Queen, a risolvere i casi.

Il primo romanzo in cui appare Ellery Queen fu The Roman Hat Mystery: A Problem in Deduction, pubblicato nell’agosto 1929. Nelle loro storie i due cugini trattarono temi attuali all’epoca, come il Proibizionismo e i problemi razziali.

I romanzi su Ellery Queen erano i classici polizieschi definiti whodunit – (dall’inglese “who have done it?”), gialli in cui viene data al lettore la stessa possibilità di scoprire il colpevole che ha il protagonista durante la sua investigazione, avendo a disposizione gli stessi indizi del detective, che è di solito un dilettante o un investigatore semiprofessionale – e appartengono all’età d’oro del poliziesco (fra il 1920 e il 1950).

Ellery Queen nacque per un concorso di scrittura creativa per la pubblicazione di un romanzo giallo, indetto dalla «McClure’s Magazine» nel 1928. I due autori vinsero il concorso, ma il libro fu pubblicato l’anno successivo da un altro editore, a causa della chiusura della rivista.

La critica accolse molto bene i libri di Ellery Queen, trovandoli unici e definendo il personaggio il logico successore di Sherlock Holmes. La logica gioca un ruolo importante nelle storie di Ellery Queen, perché nei suoi casi soltanto una persona può essere logicamente il colpevole.

Gli autori scrissero 35 romanzi, 12 antologie di racconti e 4 romanzi con lo pseudonimo Barnaby Ross sul loro personaggio. Dal 1948 al 1966 sono state pubblicate anche decine di opere apocrife, tutte firmate, per concessione di Dannay e Lee, con lo pseudonimo di Ellery Queen.

Le storie sul detective furono adattate per la radio, la televisione, il teatro, il cinema, il fumetto e perfino i giochi da tavolo. Alla radio gli adattamenti iniziano nel 1939, alla TV nel 1950 e al cinema nel 1935 con The Spanish Cape Mystery. Dal 1975 al 1976 è andata in onda la serie TV americana Ellery Queen, col personaggio interpretato da Jim Hutton.

Jules Maigret

Creato dal prolifico scrittore francese Georges Simenon, il commissario Maigret sbarca in via non del tutto ufficiale nella letteratura con il romanzo La casa dell’inquietudine (La maison de l’inquiétude), apparso a puntate nel settimanale «L’Œuvre» a partire dal 1° marzo 1930 fino al 4 aprile seguente.

Perché non proprio ufficiale? Perché fu pubblicato con lo pseudonimo di Georges Sim e poi perché in quella prima apparizione il commissario Maigret non era ancora protagonista. Come tale appare invece nel maggio 1931 con il romanzo Pietr il Lettone (Pietr-le-Letton). È infatti questo romanzo che viene comunemente considerato come il primo in cui appare Maigret.

La maison de l’inquiétude rappresenta il quarto dei 4 cosiddetti proto-Maigret. Il primo che scrisse, ma non il primo pubblicato, fuTrain de nuit, firmato con lo pseudonimo Christian Brulls e pubblicato nel 1930, in cui Maigret compare negli ultimi 3 capitoli. Il secondo, con lo stesso pseudonimo, fu La figurante, pubblicato nel 1932. La femme rousse è il terzo romanzo che scrive con questo personaggio, pubblicato nell’aprile 1933 con lo pseudonimo di Georges Sim.

Maigret fu influenzato da una conoscenza di Simenon, l’Ispettore capo Marcel Guillaume, uno dei più grandi investigatori francesi del tempo. Per quanto riguarda il nome, qualcuno pensa che sia una vecchia conoscenza dell’autore di quando lavorava alla «Gazette de Liège», il funzionario di polizia Arnold Maigret.

Nome completo Jules Amedée François Maigret, il nostro commissario era nato a Saint-Fiacre, nella Francia centrale, il 13 febbraio 1887. Fu promosso Ispettore nel 1922 e Commissario nel 1928.

Georges Simenon ha scritto ben 75 romanzi sul commissario Maigret e 28 racconti, pubblicati fra il 1931 e il 1972.

Maigret inizia a comparire al cinema nel 1932. In Italia è interpretato da Gino Cervi nella serie televisiva trasmessa fra il 1964 e il 1972. Simenon disse che forse fu la migliore interpretazione del suo Maigret. L’ultima serie TV sul personaggio è inglese, del 2016, e Maigret è interpretato da Rowan Atkinson (meglio conosciuto per Mr. Bean).

Conan

Pubblicato la prima volta sulla rivista pulp «Weird Tales» con il racconto “La fenice sulla lama” (The Phoenix on the Sword) nel dicembre 1932, Conan il Barbaro è un altro personaggio creato da Robert E. Howard. Le storie erano ambientate nell’era hyboriana (termine coniato sulla parola Iperborea, la terra nell’estremo nord) prima della civilizzazione e dopo la distruzione di Atlantide.

Conan proveniva dalla regione immaginaria della Cimmeria, era figlio di Corin, il fabbro del villaggio, e nacque durante una battaglia. Le storie appartengono al filone “Spada e Magia”, genere di cui Howard è considerato il padre, anche se il suo talento va ben oltre.

Il personaggio di Conan nacque nella fantasia di Howard senza alcuna ispirazione, come egli stesso confidò a un lettore: “Conan si sviluppò semplicemente nella mia testa alcuni anni fa quando mi ero fermato in una piccola città di confine sul Rio Grande”.

Molto probabilmente quella “piccola città di confine” è Mission, nel Texas, che l’autore aveva visitato agli inizi del 1932. Howard disse a Clark Ashton Smith che un qualche meccanismo del suo subconscio aveva mescolato le caratteristiche dominanti dei vari pugili, criminali, contrabbandieri, giocatori d’azzardo e onesti operai che aveva incontrato nella sua vita, combinandole insieme e producendo l’amalgama che chiamò Conan il Cimmero.

In tutto furono pubblicate 21 storie di Conan scritte da Howard, più 4 incomplete.

Alcuni soggetti e scalette furono affidati a diversi scrittori per essere completati, fra cui Robert Jordan. In tutto furono scritti 50 romanzi e decine di racconti su Conan firmati da altri autori. Terry Pratchett ne fece una parodia, Cohen il barbaro, ambientato nel suo Mondo Disco.

Il personaggio di Conan approda al cinema soltanto nel 1982 col film Conan il Barbaro, interpretato da Arnold Schwarzenegger, a cui seguì nel 1984 Conan il Distruttore. Nel 2011 uscì un altro film dal titolo Conan il Barbaro, interpretato da un altro attore e non legato a quello del 1982. Nel 2012 fu annunciato un nuovo film con Schwarzenegger, dal titolo The Legend of Conan. Negli anni ’90 la televisione mandò in onda due serie animate e una serie televisiva su Conan.

Nel fumetto ci sono stati invece numerosi adattamenti del personaggio di Howard da parte della Marvel, che iniziò nel 1970, e della Dark Horse, a partire dal 2003. Ma la prima storia a fumetti su Conan fu messicana, La reina de la Costa Negra, presa da “Queen of the Black Coast”, pubblicata nel 1952.

L’industria dei giochi ha creato giochi da tavolo, di ruolo, di strategia e videogiochi su Conan il Barbaro.

King Kong

Sesto animale presente fra i personaggi indimenticabili, dopo il gatto con gli stivali, il brutto anatroccolo, la balena Moby Dick, il cane lupo Zanna Bianca e l’orso Winnie-the-Pooh, il gigantesco gorilla King Kong vive nella sperduta Isola del Teschio dell’Oceano Indiano e è nato dalla fantasia del regista americano Merian C. Cooper.

Anche se la storia di King Kong nasce come film nel 1933, il personaggio appare invece per la prima volta nella letteratura grazie a una versione romanzata della sceneggiatura nel dicembre 1932, pubblicata per la campagna di marketing iniziata per promuovere il film.

I testi furono affidati a Delos Wheeler Lovelace, sebbene sulla copertina del libro avessero più spazio i nomi di Edgar Wallace e Merian C. Cooper e solo su un lato e a caratteri piccoli appariva “novelized by Delos W. Lovelace”.

Riguardo alla genesi del nome, Cooper amava molto le parole che iniziavano con la lettera K. Nella sua mente immaginava di catturare un gorilla del Congo e farlo combattere contro un drago di Komodo. Era inoltre affascinato dalle avventure del suo amico Douglas Burden, che aveva compiuto un viaggio nell’isola di Komodo e scritto il libro Dragon Lizards of Komodo, in cui parlava del drago come il Re di Komodo (King of Komodo). Non è difficile quindi immaginare come le parole “king” e “Congo” abbiano generato il nome King Kong.

King Kong ha poi avuto dei seguiti al cinema, il primo proprio lo stesso anno 1933 in cui uscì la prima pellicola, con The Son of Kong. Di recente, nel 2005, è stato realizzato un rifacimento e ci sono in programma altri due film, uno che uscirà nel 2017, Kong: Skull Island, e uno nel 2020, Godzilla vs. Kong.

King Kong apparve anche in televisione con diverse serie di cartoni animati (ricordiamo anche una puntata del Treehouse of Horror III intitolata “King Homer”) e altri film correlati al personaggio e parodie. Un gorilla del genere non poteva non sbarcare anche nei videogiochi.

Il personaggio ha avuto comunque anche un grande impatto nella cultura popolare fin dagli anni ’30 e il suo nome ancora oggi si trova citato in moltissimi contesti.

Doc Savage

Non uno, ma ben 3 autori americani hanno creato il personaggio di Doc Savage, la cui prima apparizione si ha nel romanzo The Man of Bronze pubblicato nel marzo 1933:

  1. Henry W. Ralston: editore
  2. John L. Nanovic: redattore
  3. Lester Dent: scrittore

Il vero nome del personaggio è Clark “Doc” Savage Jr. Fu chiamato “Doc” perché era uno scienziato. Riguardo al nome, a quel tempo la star del momento era Clark Gable e così fu deciso di chiamare Clark quel nuovo personaggio. Lo stesso illustratore Walter Baumhofer, che disegnò la prima copertina, disse di averlo fatto “molto simile a Clark Gable”.

Il personaggio ha ispirato Batman, poiché combatte il crimine con numerosi gadget. E proprio come Doc Savage è l’uomo di bronzo (per via del colore della sua pelle), così Superman è l’uomo d’acciaio. Prima di Superman Doc Savage costruì la Fortezza della Solitudine nell’Artico per continuare le sue ricerche scientifiche.

La squadra di Doc Savage ispirò anche i Fantastici Quattro (The Fantastic Four), dal nome con cui era chiamata: “The Fabulous Five”. Ma anche i personaggi stessi furono ispirati ad alcuni membri della squadra di Doc:

  1. Il Dr. Reed Richard si basa sul Dr. Clark Savage. Anche Reed è un brillante scienziato
  2. Ben Grimm (la Cosa) si basa su Monk Mayfair (che somiglia a un gorilla)
  3. Susan Storm (sorella di Johnny Storm) si basa su Pat Savage (cugina di Doc)
  4. Johnny Storm si basa su Johnny Littlejohn (di Littlejohn si disse che sotto quell’aspetto scarno bruciavano un fuoco e una forza incredibili)

Dent descrisse Doc Savage come un misto dell’abilità di deduzione di Sherlock Holmes, della muscolatura e del fisico di Tarzan, della conoscenza scientifica di Craig Kennedy e dello spirito cristiano di Abraham Lincoln.

Fu Clark Savage Sr., suo padre, a voler fare di Doc una specie di superuomo attraverso un intensivo allenamento e una buona istruzione.

In tutto furono pubblicate 181 storie su Doc Savage, quasi tutte scritte da Lester Dent, dal 1933 all’estate 1949. Fu il terzo personaggio pulp ad avere una propria rivista.

Già nel 1934 furono trasmessi alcuni episodi di Doc Savage alla radio e altri nel 1943. Un personaggio come questo non poteva non approdare anche nel fumetto: si iniziò nel 1940 e nel 2013 apparve l’ultima avventura di Doc nella letteratura disegnata.

Nel 1975 viene proiettato Doc Savage: The Man of Bronze, interpretato da Ron Ely (che aveva già “vestito” il costume di Tarzan nel 1966). Un secondo film, Doc Savage: The Arch Enemy of Evil, non fu invece mai completato. Probabilmente Dwayne Johnson interpreterà Doc in un film che uscirà nel 2017.

Nero Wolfe

Personaggio creato dallo scrittore americano Rex Stout, Nero Wolfe fa il suo ingresso nella letteratura il 24 ottobre 1934 con il romanzo La traccia del serpente (Fer-de-Lance). Stout scrisse 33 romanzi e 39 storie brevi su Nero Wolfe, l’ultimo, Un affare di famiglia (A Family Affair), finito un mese prima della sua morte, nel 1975.

Il personaggio presenta diverse analogie con Sherlock Holmes: i suoi casi sono descritti dal suo assistente Archie Goodwin, l’io narrante delle storie, come Watson lo era per Holmes. Ma a differenza di Holmes Wolfe era un “investigatore da poltrona”, poiché non abbandonava mai la sua abitazione di New York per risolvere i casi. Qualcuno ha notato che i due investigatori Sherlock Holmes e Nero Wolfe hanno le stesse coppie di vocali nel nome e nel cognome.

Nero Wolfe è nato nel Montenegro, anche se nel romanzo Nero Wolfe e sua figlia (Over My Dead Body) lui stesso dice di esser nato negli Stati Uniti. Ma Stout spiegò questa discrepanza: fu per colpa delle violente proteste da parte della rivista «The American Magazine», in cui fu pubblicato nel settembre 1939, supportata dall’editore Farrar & Rinehart, Inc., che fu modificata l’origine dell’investigatore.

Wolfe abita in una lussuosa villetta a schiera in arenaria rossa sulla West 35th Street, anche se nei vari romanzi appare con ben 10 numeri civici diversi. Il personaggio ha caratteristiche ben marcate: è un uomo di stazza enorme e il cibo è un elemento ben presente nella sua vita, legge molto, ama la birra e berla diventa per lui un vero rituale.

Nel 1936 viene prodotto il primo film su Wolfe, Meet Nero Wolfe, basato sul primo romanzo. Il secondo film è dell’anno successivo, La lega degli uomini spaventati (The League of Frightened Men), ma dopo la proiezione Stout ha deciso di non autorizzare Hollywood a produrre altri adattamenti del suo personaggio. L’autore ne rimase insoddisfatto e criticò la resa del personaggio di Archie Goodwin interpretato da Lionel Stander.

Wolfe apparve anche in 4 drammi radiofonici e in alcuni film e serie per la televisione.

Scarlett O’Hara

Katie Scarlett O’Hara (da noi diventata Rossella O’Hara) è la protagonista del romanzo Via col vento (Gone with the Wind) della scrittrice americana Margaret Mitchell, pubblicato il 10 giugno 1936. Il personaggio fu chiamato Scarlett soltanto poco prima della stampa del libro: il nome iniziale scelto dall’autrice era Pansy, ma all’editore non piacque e chiese all’autrice di cambiarlo.

Recenti studi hanno trovato delle fonti a cui la Mitchell potrebbe aver attinto per i personaggi della sua opera: Rhett Butler si basa sul primo marito della donna, Red Upshaw; l’educazione di Scarlett è simile a quella della nonna materna Annie Fitzgerald Stephens; Scarlett si rifà anche a Martha Bulloch Roosevelt, madre del Presidente, per l’aspetto, la grazia e l’intelligenza.

Il romanzo è ambientato durante la Guerra Civile americana e il periodo della ricostruzione. È un romanzo storico, ma anche di formazione. Ha avuto un notevole successo, con oltre 30 milioni di copie vendute. Ancora oggi è il secondo libro preferito dagli americani, dopo la Bibbia. Con questo romanzo la Mitchell vinse il Premio Pulitzer per la narrativa nel 1937. Via col vento è il suo unico romanzo.

Come accadde ai due romanzi di Mark Twain, anche Via col vento fu criticato per via della parola “negro” ripetuta continuamente nel testo. Ma anche perché, secondo alcuni, dà un’immagine sbagliata della schiavitù d’America.

Critiche a parte, il romanzo ha avuto il successo che sappiamo e nel 1939 è stato adattato per il cinema con Clark Gable e Vivien Leigh fra i protagonisti. Anche il film ricevette la sua buona parte di critiche, ma ebbe comunque successo e ancora oggi è considerato uno dei più bei film americani.

La Mitchell non fu interessata a scrivere un seguito, ma gli eredi autorizzarono Alexandra Ripley a scriverlo e Scarlett – a detta degli ammiratori del romanzo originale e della sua autrice non all’altezza di Via col vento – fu pubblicato nel settembre 1991. Un secondo seguito, sempre autorizzato, fu scritto dal punto di vista di Rhett Butler da Donald McCaig, Rhett Butler’s People, e pubblicato nel 2007.

Gandalf

È difficile decidere quale personaggio dei tantissimi creati dallo scrittore e linguista inglese John Ronald Reuel Tolkien inserire fra quelli indimenticabili della letteratura. Non potevo inserirli tutti, anche se restano indimenticabili gli hobbit Bilbo e Frodo Baggings e Samwise Gamgee, l’elfo Legolas e la mezzelfa Arwen, i nani Thorin e Gimli, Aragorn e Boromir fra gli Uomini. E che dire di Sauron e Gollum? E Barbalbero e Tom Bombadil? Tutti questi e molti altri ancora meritano posti d’onore nell’Olimpo dei Personaggi senza tempo.

Ho scelto Gandalf fra tutti perché forse è per merito suo che tutto cominciò. Quando Bilbo lo vide arrivare notò soltanto “un vecchio con un bastone”. Povero signor Baggins, non sapeva ancora cosa avrebbe scatenato quell’incontro! Il buon hobbit se ne stava tranquillo a fumare ammirando il paesaggio della Contea quando Gandalf piombò nella sua vita e in un certo senso anche nella nostra.

Gandalf compare dunque la prima volta nel romanzo Lo Hobbit, o Andata e ritorno (The Hobbit, or There and Back Again) pubblicato il 21 settembre 1937. Questo è solo uno dei molti nomi di Gandalf, poiché a Valinor è conosciuto come Olórin. Altri suoi nomi sono il Grigio, il Bianco, Mithrandir, Incánus, Tharkûn, Greyhame, Stormcrow, Vecchio Barba Grigia, Bianco Pellegrino, Láthspell, Cavaliere Bianco. Un personaggio di questo calibro li merita davvero tutti.

All’inizio Tolkien l’aveva chiamato Bladorthin, mentre aveva usato Gandalf per il personaggio che chiamò poi Thorin.

Ma da dove viene questo nome?

Tolkien lo prese dalla Völuspá (profezia della veggente), il poema più famoso dell’Edda poetica, e precisamente dalla stanza 12 del “Dvergatal” (il Catalogo dei Nani). In quella stanza ci sono altri nomi che Tolkien usò nelle sue opere:

Veggr ok Gandalfr, Vindalfr, Þorinn (Thorin)

Il significato è “Cane-elf”, ossia “elfo col bastone”. Cane significa bastone da passeggio in inglese.

La creazione del personaggio di Gandalf è stata influenzata anche dalla mitologia germanica, specialmente dall’incarnazione di Odino come “il Vagabondo”, un vecchio con un occhio solo, una lunga barba bianca, un cappello a tesa larga e un bastone. In una lettera del 1946 Tolkien si riferisce a Gandalf come a un “vagabondo odinico”.

Nella custodia di carta in cui teneva una cartolina raffigurante lo spirito della montagna Tolkien scrisse “l’origine di Gandalf”. Nell’illustrazione era riprodotta una figura barbuta seduta su una roccia sotto un pino in montagna. L’uomo aveva un cappello rotondo a tesa larga e un lungo mantello. Un cerbiatto bianco era vicino a lui.

La prima apparizione in celluloide di Gandalf si ha soltanto nel 1977 col film d’animazione per la TV Lo Hobbit (The Hobbit). Il seguito si ebbe nel 1980 con Il ritorno del Re (The Return of the King).

Nel 2001 iniziò la trilogia di Peter Jackson con La compagnia dell’anello (The Fellowship of the Ring), a cui seguirono Le due torri (The Two Towers) nel 2002 e Il ritorno del Re (The Return of the King) nel 2003.

Gandalf tornò al cinema con la trilogia dedicata a Lo Hobbit con Un viaggio inaspettato (An Unexpected Journey) nel 2012, La disperazione di Smaug (The Desolation of Smaug) nel 2013 e La battaglia delle cinque armate (The Battle of the Five Armies) nel 2014. Come nella trilogia precedente Gandalf fu interpretato dall’attore Ian McKellen.

Si contano anche un’apparizione alla radio della BBC con The Lord of the Rings negli anni 1955-56, più altre opere teatrali fra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000. Ritroviamo Gandalf nel film d’animazione The Lego Movie del 2014.

Philip Marlowe

Protagonista del romanzo “hard-boiled” Il grande sonno dello scrittore americano Raymond Chandler, pubblicato il 6 febbraio 1939, Philip Marlowe è un investigatore privato di Los Angeles, città in cui abitava l’autore. Il titolo del libro è un richiamo alla morte.

Come molti altri romanzi dell’autore, Il grande sonno è stato scritto con il metodo che l’autore chiamava “cannibalizzare le sue vecchie storie”, ossia rielaborando storie pubblicate nella rivista «Black Mask».

In realtà Marlowe è apparso ancor prima, sebbene con altro nome: nel racconto “Finger Man”, pubblicato nell’ottobre 1934 su «Black Mask». C’erano personaggi senza nome, anche se si capiva provenissero dalle storie su Ted Carmady (il narratore), personaggio cambiato poi in Philip Marlowe per i romanzi. Tuttavia in quel racconto compare una lettera proveniente da “_Philip Marlowe … Investigations_”.

Anche nel racconto “Goldfish” del 1936 Carmady venne poi rinominato in Marlowe e la stessa sorte toccò a John Dalmas, protagonista dei racconti “Red Wind” (1938) e “Trouble Is My Business” (1939).

Oltre a questi 4 racconti, che vedono come protagonista una sorta di “proto-Marlowe”, Chandler ha scritto 7 romanzi (l’ultimo pubblicato nel 1958), un romanzo incompleto, Poodle Springs, terminato dopo la sua morte da Robert B. Parker e infine il primo racconto scritto su Marlowe dopo più di 20 anni e il primo in assoluto in cui compare Marlowe, “The Pencil”.

Il primo film su Marlowe si ha nel 1942 con Time to Kill, adattamento del romanzo Finestra sul vuoto (The High Window), anche se il nome di Marlowe fu cambiato in Michael Shayne. Sono 10 in tutto i film al cinema sul personaggio, con Il grande sonno in due versioni, la prima nel 1946 con Humphrey Bogart e la seconda nel 1978 con Robert Mitchum.

Vari programmi radio e televisivi vedono il nostro Marlowe come protagonista, fino a una serie di adattamenti radiofonici della BBC del 2011.

Il personaggio fu ripreso dal misterioso scrittore udinese nascosto sotto lo pseudonimo di Frank Spada, scomparso da poco, che ha pubblicato 3 romanzi e un’antologia su Marlowe.

Il piccolo principe

Famoso in tutto il mondo, Il piccolo principe (Le Petit Prince) è un romanzo in forma di favola scritto dall’autore e aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry e pubblicato il 6 aprile 1943. de Saint-Exupéry morì durante la Seconda Guerra Mondiale, anche se non fu mai ritrovato il suo corpo.

Il romanzo, scritto fra l’estate e l’autunno del 1942, fu pubblicato la prima volta in inglese dagli americani. In quel periodo l’autore viveva a Long Island, New York. La prima edizione pubblicata in Francia si ebbe soltanto nel 1946.

Il narratore della storia è un pilota che precipita nel deserto del Sahara e questo riflette l’esperienza dell’autore avuta nel 1935. Antoine de Saint-Exupéry ebbe l’idea di scrivere una storia quando era ricoverato in ospedale e la sua amica e attrice Annabella gli lesse le favole di Andersen.

Nel 1942 abbozzò su una tovaglia alcuni personaggi e il suo editore americano, Eugene Reynal, incuriosito da un bambino con le ali che aveva disegnato, gli propose di scrivere una favola da pubblicare a Natale. Ma secondo altre fonti l’autore aveva già in mente di scrivere una favola negli ultimi 7 anni, il cui protagonista era un bambino.

In una notte, comunque, munito di una scorta di caffè e sigarette, de Saint-Exupéry iniziò a scrivere e illustrare la storia del suo piccolo principe, illustrandola. Nel cuore della notte chiamò i suoi amici per leggergliela e chiedere consigli.

Lavorò alla sua opera per tutta l’estate e parte dell’autunno e alla fine del 1942 la consegnò all’editore, che la pubblicò in inglese e francese lo stesso giorno.

Sebbene abbia avuto un modesto successo appena uscito, Il piccolo principe è stato poi tradotto in oltre 250 lingue.

Gli adattamenti dell’opera sono tantissimi. Iniziano nel 1954 con una riproduzione audio in vinile e varie altre riproduzioni in vinile appariranno fino al 1966. L’opera in formato audio sarà pubblicata anche alla radio, in videocassette e CD.

Nel 1966 si iniziano a produrre anche le pellicole: 12 trasposizioni in tutto, l’ultima del 2015 con un film d’animazione in 3D. De Il piccolo principe sono stati realizzati anche balletti, opere, drammi teatrali e musical. E naturalmente anche fumetti, giochi da tavolo e videogiochi.

Pippi Calzelunghe

Ci sono autori che inventano le storie per i propri figli (come fece Tolkien) o comunque per altri bambini (come Lewis Carroll e James Matthew Barrie) e soltanto dopo decidono di farle pubblicare. In quei momenti non sanno che quelle storie resteranno per sempre nella mente dei futuri lettori.

È così che è nato il personaggio di Pippi Calzelunghe (nome completo Pippilotta Viktualia Rullgardina Krusmynta Efraimsdotter Långstrump), protagonista delle storie scritte dalla scrittrice danese Astrid Lindgren.

Ma chi è in realtà?

Pippi Calzelunghe è una bambina di 9 anni che vive da sola in una vecchia villa (Villa Villekulla) alla periferia di una città, insieme a un cavallo, Lilla Gubben, e a una scimmietta, il signor Nilsson. Si nutre di pillole particolari che non fanno mai diventare adulti. È la bambina più forte del mondo, tanto che può alzare con le mani il suo cavallo.

Il nome in sé fu inventato dalla piccola Karin, figlia di Astrid Lindgren, a cui la madre raccontava storie ogni giorno. E un bel dì la bambina le chiese di narrarle la storia di Pippi Calzelunghe. Un nome straordinario, pensò la donna, dunque anche le sue avventure dovevano essere straordinarie.

Ma l’ispirazione per il personaggio ha avuto anche altre fonti. Capelli rossi e lentiggini vengono da un compagno di scuola di Karin. Inoltre Astrid fu ispirata da una ragazza che aveva affittato una villa dove lei e la sua famiglia avevano la residenza estiva. Quella ragazza aveva le lentiggini, viveva con un cavallo e aveva con sé un simbolico sacco di monete d’oro (proprio come Pippi).

Costretta a casa per un infortunio, l’autrice decise di mettere su carta quelle storie e le regalò poi a sua figlia per il suo decimo compleanno nel 1944. Quello stesso anno la Lindgren inviò il manoscritto alla casa editrice Bonniers, che lo rifiutò. Quindi decise di revisionarlo e il 28 gennaio 1945 partecipò a un concorso letterario per un romanzo per bambini indetto dalla casa editrice Rabén & Sjögren. Vinse quel concorso e il 26 novembre 1945 il romanzoPippi Calzelunghe (Pippi Långstrump) era nelle librerie. Ora è tradotto in 92 lingue.

Nel 1946 scrisse il seguito,Pippi Långstrump går ombord (Pippi Calzelunghe si imbarca) e nel 1948Pippi Långstrump i Söderhavet (Pippi Calzelunghe nei Mari del Sud).

Nel marzo 1946 si tenne la prima opera teatrale ispirata al personaggio, a cui seguiranno altre 3. Il primo film è del 1949. Da noi arriva la serie TV interpretata da Inger Nilsson nel 1969. 10 in tutto le trasposizioni fra film, serie TV e serie animate. Pippi compare anche in un episodio dei Simpsons.

Don Camillo

Chi non conosce la famosa coppia Don Camillo/Peppone? Il prete di un paesino che si scontra con il sindaco “rosso” in una serie di vivaci avventure tutte italiane del secondo dopoguerra.

Don Camillo è il personaggio creato dallo scrittore e giornalista Giovannino Guareschi e, come dice egli stesso nella prefazione all’antologia Don Camillo e il suo gregge, appare la prima volta nel racconto “Peccato confessato”, pubblicato con il titolo “Don Camillo” sulla rivista «Candido» il 28 dicembre 1946. Come romanzo, invece, compare la prima volta in Mondo Piccolo. Don Camillo, pubblicato nel marzo 1948.

Le storie di Don Camillo si svolgono in un paesino della bassa padana, una zona che lo scrittore chiama Mondo piccolo.

Negli ambienti del Vaticano il romanzo Don Camillo era stato criticato perché aveva “trattato con eccessiva bonomia il problema della lotta del comunismo contro la Chiesa” e a quel tempo, quando se ne parlò nel febbraio 1953, si temeva l’intervento del Santo Uffizio e la messa all’indice del libro.

Povero Guareschi, non sapeva ancora che l’anno successivo sarebbe stato condannato a 20 mesi di carcere per aver pubblicato due lettere di De Gasperi che invece furono dichiarate false, nonostante la perizia calligrafica dimostrasse il contrario, e per una vignetta satirica su Einaudi, allora Presidente della Repubblica.

Insomma, Guareschi per le sue storie ebbe problemi con la Chiesa, la DC, l’Azione cattolica, la sinistra e il Fascismo. Uno scrittore scomodo per tutti. Uno Scrittore, quindi, con la S maiuscola.

Il Don Camillo si può definire un romanzo a episodi, ma in realtà è una raccolta di racconti, come quasi tutte le storie scritte dall’autore. L’unico romanzo è Il compagno Don Camillo del 1963.

5 sono le pellicole dedicate al parroco di Guareschi, con l’attore francese Fernandel nella parte di Don Camillo e Gino Cervi in quella del sindaco Peppone.

Brasile e Gran Bretagna hanno prodotto dei film per la TV sul personaggio e si conta anche un adattamento inglese per la radio. Nel 2011 è iniziata la realizzazione di Don Camillo a fumetti per la ReNoir Comics.

James Bond

Forse tutti noi conosciamo James Bond per i vari film visti al cinema e alla TV, specialmente quelli interpretati da Roger Moore, Sean Connery e Pierce Brosnan, ma James Bond, prima di fare acrobazie impossibili sullo schermo, è stato un personaggio letterario creato dallo scrittore inglese Ian Fleming e apparso nel romanzo Casino Royale il 13 aprile 1953: Fleming ne iniziò la stesura il 17 febbraio 1952 e la finì il 18 marzo successivo.

In tutto Fleming scrisse 12 romanzi e due raccolte di racconti (per un totale di 9 storie). Circa quaranta altre opere, a partire dal 1981, sono state pubblicate da altri autori dopo la morte di Fleming, l’ultima nel 2015.

Il nome del personaggio fu preso dall’ornitologo James Bond, che lavorava ai Caraibi. Fleming era un birdwatcher e aveva la guida agli uccelli delle Indie occidentali scritta da Bond. Fu impressionato da quel nome breve, che riteneva mascolino, anglosassone e perfettamente adatto al suo protagonista, anche se nel 1962 dichiarerà che James Bond era il nome più noioso che avesse sentito.

Ma il personaggio contiene anche molti tratti di Fleming, poiché l’autore ha svolto una carriera di spionaggio durante la Seconda Guerra Mondiale e è stato comandante della Marina Britannica, proprio come il suo Bond.

Per quanto riguarda il numero “007” con cui è conosciuto l’agente segreto le fonti sono varie. Il doppio zero significa “licenza di uccidere” e il numero “7” proviene dal codice 0075 con cui era classificato un documento tedesco decriptato dall’intelligence britannica durante la Prima Guerra Mondiale, il telegramma Zimmermann.

Nel primo romanzo Fleming ci fa sapere qualcosa del suo aspetto, facendo dire a un personaggio che somiglia all’attore Hoagy Carmichael, anche se con qualcosa di freddo e spietato.

Dal romanzo Dalla Russia con amore (From Russia With Love) veniamo a sapere che Bond è alto 183 cm, pesa 76 chili, ha occhi blu e capelli neri, una cicatrice sulla guancia destra e una sulla spalla sinistra. È un atleta, esperto tiratore, pugile, lanciatore di coltelli. Oltre la sua lingua parla anche francese e tedesco.

Secondo lo studioso di Bond John Griswold le storie scritte da Fleming sono ambientate fra il maggio 1951 e il febbraio 1964.

La carriera cinematografica di James Bond si apre nel 1962 col film Dr. No. Sean Connery è il primo attore a interpretare al cinema l’agente segreto, ma il primo attore in assoluto è Barry Nelson, che nel 1954 interpretò Bond per un film alla televisione. Tante le pellicole prodotte per il cinema, l’ultima del 2015.

Anche alla radio ci sono stati adattamenti del personaggio e a partire dal 1958 sono stati prodotti innumerevoli albi e strisce a fumetti fino ai giorni nostri. Non potevano mancare i videogiochi a cimentarsi con la spia inglese.

Nonostante questo successo i romanzi di Bond sono stati accusati di misoginia e sessismo e di oggettivazione della donna. Qualcuno lo considerò amorale, nichilista, edonista. Mentre le ambientazioni nelle località esotiche sono state viste come una nostalgia dell’era imperiale.

Paddington

La storia dell’orso Paddington inizia ben prima della data del 13 ottobre 1958 in cui il primo libro dedicato all’orsacchiotto antropomorfo fu pubblicato. Scritto dal cameraman inglese della BBC Mihcael Bond, Paddington se ne stava tutto solo in forma di peluche e senza nome sullo scaffale di un negozio di giocattoli. Era il 24 dicembre 1956. Michael Bond lo comprò e lo regalò a sua moglie, chiamandolo Paddington perché abitavano vicino a Paddington Station.

Poi iniziò a scrivere delle storie sull’orsacchiotto, per puro divertimento, quando scoprì, dieci giorni dopo, di avere per le mani un libro. Decise così di mandarlo al suo agente, che lo inviò a diversi editori. Fu accettato dalla William Collins & Sons (l’attuale Harper Collins), che affidò le illustrazioni a Peggy Fortnum. Il libro fu intitolato Un orso chiamato Paddington (A Bear Called Paddington).

Michael Bond scrisse altre storie sul personaggio e infine, nel 1965, ottenne un successo tale che abbandonò il suo lavoro alla BBC per fare lo scrittore a tempo pieno.

I libri di Paddington hanno venduto 35 milioni di copie in tutto il mondo e sono stati tradotti in oltre 40 lingue, latino compreso. 14 i romanzi pubblicati dal 1958 all’ultimo del 2014. Ogni capitolo è comunque una storia a sé.

Nel 1975 inizia la prima serie animata sull’orso Paddington, con 56 episodi fino al 1980. Una seconda appare nel 1989. Nel 1997 ne arriva una terza, con ben 117 episodi, che dura fino al 2013.

Nel 2014 la Warner Bros manda nelle sale il film in live action e animazione 3D Paddington, che ha incassato quasi 260 milioni di dollari. Il successo di questo personaggio è davvero inarrestabile.

Harry Potter

Quanto si è detto e scritto su Harry Potter? La sua creatrice inglese, J.K. Rowling, ebbe l’idea di questo ragazzo magro e occhialuto che non sapeva di essere un mago nel 1990, quando aspettava un treno in ritardo da Manchester a Londra.

Alla scrittrice occorsero quasi 6 anni per scrivere il primo romanzo, Harry Potter e la pietra filosofale (Harry Potter and the Philosopher’s Stone), più o meno dal giugno 1990 al 1995. Mandò il manoscritto a diversi editori e alla fine la Bloomsbury lo accettò, pagandole 2.500 sterline come anticipo.

Tuttavia, la casa editrice fece scegliere all’autrice un nome d’arte, poiché dal titolo il romanzo sembrava un libro fantasy per ragazzi e dubitavano che i ragazzi avrebbero comprato un libro fantasy del genere sapendolo scritto da una donna. E così Joanne “Jo” Rowling si firmò come J.K. Rowling e il 26 giugno 1997 il libro fu pubblicato.

Fu un successo e il romanzo vinse diversi premi. La stazione di King’s Cross di Londra lo ha omaggiato creando il fittizio Binario 9 ¾, con un carrello bagagli mezzo infilato nel muro magico che dà accesso al treno Hogwarts Express.

Su Harry Potter la Rowling ha scritto 7 romanzi, uno per ogni anno della Scuola di Stregoneria e Magia di Hogwarts. Il secondo è apparso il 2 luglio 1998, il terzo l’8 luglio 1999, il quarto esattamente un anno dopo, il quinto ha fatto attendere 3 anni e è stato pubblicato il 21 giugno 2003, il sesto appare dopo altri due anni, il 16 luglio 2005, e l’ultimo dopo altri due anni ancora, il 21 luglio 2007.

I romanzi sono da considerare letteratura per adolescenti, sono anche definiti urban fantasy e fantasy contemporaneo, ma dobbiamo anche considerarli romanzi di formazione.

La Rowling scrisse altri 3 libri sull’universo di Harry Potter, tutti per beneficenza: Gli animali fantastici: dove trovarli (Fantastic Beasts and Where to Find Them, 2001) con lo pseudonimo di Newt Scamander, Il Quidditch attraverso i secoli (Quidditch Through the Ages, 2001) con lo pseudonimo di Kennilworthy Whisp e Le fiabe di Beda il Bardo (The Tales of Beedle the Bard, 4 dicembre 2008).

Nonostante i romanzi siano 7, i film prodotti dal 2001 al 2011 sono stati 8, l’ultimo diviso in due parti. Tutti i film hanno avuto un notevole successo, facendo incassare complessivamente la cifra di oltre 7.700 milioni di dollari.

Cronologia dei personaggi

Prima di Cristo

Prima dell’anno 1000

Basso Medioevo

1500

1600

1700

1800

1900

Bibliografia e sitografia (in ordine alfabetico)

  1. Mental Floss
  2. Reynolds, Jeremiah N., Mocha Dick: Or the White Whale of the Pacific
  3. MysteryNet.com
  4. Orlando Sentinel
  5. Paddington Bear, sito ufficiale
  6. Chandler, Raymond, Finger Man
  7. Reading Ellery Queen
  8. Refinery29
  9. Ricerche della dott.ssa Bianca Maria Gerlich
  10. Visioli, Ivan, Salgari dal giornale al libro. Sviluppo delle strategie narrative salgariane (1883-1903), tesi di laurea
  11. SF Signal
  12. Sherlockholmes.com
  13. Sherlockian Sherlock
  14. Shmoop University
  15. Simenon-Simenon
  16. Smithsonian.com
  17. SurLaLune Fairy Tales
  18. Tarzan, sito ufficiale
  19. Linder, Daniel, The American Detective Novel in Translation: The Translations of Raymond Chandler’s Novels into Spanish
  20. The Best of Sherlock Holmes
  21. The Court Theatre
  22. The Fantômas website
  23. The Guardian
  24. The History Behind Beowulf
  25. The Legacy of the Fox: A Chronology of Zorro
  26. The Little Prince
  27. London, Jack , “The Other Animals
  28. Windling, Terri, The Path of Needles or Pins: Little Red Riding Hood
  29. ThePulp.Net
  30. Parker, David B., The Rise and Fall of The Wonderful Wizard of Oz as a “Parable on Populism”
  31. The Robert E. Howard Foundation
  32. The Shadow and Doc Savage
  33. The StealthSkater Archives
  34. The Swashbuckling Press
  35. The Wonderful Wiki of Oz
  36. The World of Jack London
  37. The Thrilling Detective
  38. Timeless Myths (Norse Mythology)
  39. Today I found out
  40. Today in Literature
  41. Tolkien Gateway
  42. Tor
  43. University of Virginia Library
  44. WGBH Educational Foundation
  45. Wikipedia (En)
  46. Wikipedia (It)
  47. Wikipedia (Fr)
  48. Malson ,Lucien e Gaspard, Jean Marc, Wolf Children
  49. World’s Best Detective, Crime, and Murder Mystery Books
  50. ZORRO. Origen etimológico fijado por Enrique Cabrejas

45 Commenti

  1. Nadia
    31 maggio 2016 alle 09:45 Rispondi

    Questo articolo, caspita se ne ha del materiale. Premetto che ho dato solo un’occhiata, lo leggerò con calma per farmene la giusta idea.
    Detto questo, devi sapere che sono diplomata maestra ed ho due bimbi, nella mia vita credo di aver letto talmente tante favole da averle a noia, ma essendo parte della mia professione non mi sono mai tirata indietro. Ho comprato libri che spiegavano il significato ancestrale dei protagonisti, della loro morale e quindi tutto questo mi affascina. Se avrai la pazienza di aspettarmi ti dirò anche io la mia.
    Comunque complimenti per tutto il lavoro di ricerca che hai fatto, per la grande mole di informazione. Davvero complimenti.

    • Daniele Imperi
      31 maggio 2016 alle 13:11 Rispondi

      Grazie, certo che aspetto :)
      La genesi dei personaggi affascina anche me, mi piace scoprire come è nato un protagonista, a cosa si è ispirato l’autore. Sono le prime ricerche che ho fatto.

  2. Lucia
    31 maggio 2016 alle 09:55 Rispondi

    Wow! Ho scaricato l’ebook, ho iniziato a leggere, ma poi continuerò con calma. Tante informazioni interessanti, gran bel lavoro di ricerca! Grazie!

    • Daniele Imperi
      31 maggio 2016 alle 13:12 Rispondi

      Grazie e buona lettura :)

  3. L'Anonimo Scrittore
    31 maggio 2016 alle 10:12 Rispondi

    Ciao Daniele…
    Credo che sia questo l’articolo lungo di cui parlavi un po’ di tempo fa…
    Complimenti, lavoro titanico che solo per la sua realizzazione merita la lettura.

    P.S.: Holden di Salinger non è stato inserito nella lista dei personaggi per un motivo particolare o per altra motivazione?

    • Daniele Imperi
      31 maggio 2016 alle 13:15 Rispondi

      Ciao, sì, è questo l’articolo lungo :)
      Holden mi era venuto in mente, ma non ero sicuro. Ma chissà quanti altri non ho messo. Avevo pensato anche a Montalbano, ma non sicuro che sia “indimenticabile”.

  4. PADES
    31 maggio 2016 alle 13:54 Rispondi

    Un post veramente epico. Ho scaricato il pdf, merita di essere stampato e conservato come un libro. Grazie per aver condiviso la tua ricerca!

    • Daniele Imperi
      31 maggio 2016 alle 14:04 Rispondi

      Grazie :)

  5. Valentina
    31 maggio 2016 alle 14:12 Rispondi

    Condivido, epico è la parola giusta! Mamma mia.
    Anche io l’ho stampato (dopo diverse veloci letture) perché merita una lettura più accurata. Molti dei personaggi li ho conosciuti quando ero piccoletta, e mi hai fatto fare un bel salto nel passato. Interessantissimo ed enorme il lavoro di ricerca. Me lo leggo in Maremma nei prossimi giorni. :)

    • Daniele Imperi
      31 maggio 2016 alle 14:43 Rispondi

      Grazie :)
      Hai stampato 118 pagine di pdf o il post?

      • Valentina
        31 maggio 2016 alle 14:45 Rispondi

        “in una località bucolica della Sabina, addì 29 maggio 2016”. :D

        • Daniele Imperi
          31 maggio 2016 alle 14:47 Rispondi

          Il pdf!
          La prefazione l’ho scritta fra sabato e domenica proprio lì :P

          • Valentina
            31 maggio 2016 alle 14:53

            L’avevo immaginato :)

  6. luisa
    31 maggio 2016 alle 14:24 Rispondi

    Ciao Daniele, ti confesso che i blog in generale, qualche anno fa non mi piacevano, poi non so come di recente sono approdata nel tuo e lo trovo semplice e nello stesso tempo pieno di informazioni interessanti.
    Questo articolo è veramente un bel lavoro, a volerlo approfondire ci passerò l’estate :-)
    Per tornare al tema, mi sono spesso chiesta : perchè una fiaba, un determinato romanzo o racconto dura nel tempo, ed altri pur essendo ben scritti “passano” ? Qual’è la qualità che rende “immortale” o sempreverde un’opera letteraria?
    Le favole, quando mi sposai portai con me solo una cosa, tre libri di favole- I Fratelli Grimm- Le fiabe del focolare- le fiabe Andersen.- qualcuna quando avevo tempo l’ho lette ai figli, ma non riesco a trovarne il significato nascosto.Sarebbe molto interessante se qualcuno mettesse dei post su quest’argomento
    Ho di recente letto “Malefica” di Maura Gancitano, è interessante la sua interpretazione, però mi chiedo : chi può dire il vero significato delle favole? E quante cose si scoprono, dietro i loro autori

    • Daniele Imperi
      31 maggio 2016 alle 14:45 Rispondi

      Sto preparando un post per parlare di questo, spero di riuscire a finirlo nei prossimi giorni, voglio proprio analizzare i personaggi e capire perché hanno resistito fino a oggi.
      Sul vero significato delle fiabe da qualche parte online dovresti trovare info, ma anche per me solo l’autore può dire quale sia.

      • Valentina
        31 maggio 2016 alle 17:03 Rispondi

        Pensando alla forza dei personaggi (perché di questo si tratta, sono forti) alcuni aspetti che mi vengono in mente sono:
        – incarnano valori/aspetti della realtà che non cambiano nel corso delle varie epoche (la felicità in ogni cosa, il dualismo della personalità, il senso di giustizia, la curiosità dell’esplorazione, la testardaggine, l’amore carnale, ecc.)
        -sono credibili (nei pensieri e nel comportamento)
        -suscitano grande empatia nei lettori, e non perché sono degli eroi, ma perché sono veri.

        • Daniele Imperi
          31 maggio 2016 alle 17:21 Rispondi

          Al primo punto avevo pensato, anche se in modo più superficiale.
          Molti però sono eroi e non proprio personaggi veri, ma bisogna considerare anche il periodo storico in cui sono nati.

    • Valentina
      31 maggio 2016 alle 14:59 Rispondi

      Quando hai cambiato casa hai portato con te solo tre libri o solo tre libri di fiabe? Nel primo caso (e forse anche nel secondo) io morirei :D

  7. ombretta
    31 maggio 2016 alle 14:55 Rispondi

    Complimenti Daniele! Ho scaricato il pdf e lo leggerò con calma, magari tornerò a lasciare un commento. Montalbano diventerà un indimenticabile…in Sicilia di sicuro ;)

    • Daniele Imperi
      31 maggio 2016 alle 14:57 Rispondi

      Grazie Ombretta :)
      Fammi sapere che ne pensi a fine lettura.

  8. giuseppina
    31 maggio 2016 alle 18:42 Rispondi

    Bellissimi, sembra che manca Jacopo Ortis, ma devo leggerlo con calma.

    • Daniele Imperi
      1 giugno 2016 alle 08:11 Rispondi

      Vero, Jacopo Ortis me lo sono proprio dimenticato. Messo in cantiere ;)

  9. Nadia
    31 maggio 2016 alle 18:46 Rispondi

    Eccomi, ho letto. Mi hai steso!
    Ti rinnovo i complimenti e se posso ti elenco i miei pensieri. Vedili e prendili per quello che sono, solo pensieri.
    Per associazione di idee ti ho assimilato ai fratelli Grimm. Non lo so, ma ti ho pensato come ad un curioso ascoltatore di leggende locali che poi va a casa e sistema storie e personaggi e ne ricava di migliori.
    Hai scordato, ma non era possibile menzionare tutti i personaggi indimenticabili, anche perché magari solo mio. Il conte di Montecristo. Devo a lui tutto. Il mio amore per i libri, per la giustizia, per gli uomini con gli attributi, e la passione per gli inavvicinabili eroi. Ti perdono comunque.
    Dopo una carrellata di simili personaggi, e non ti dico il tuffo al cuore per Renzo e Lucia, sarò una voce fuori dal coro, che mi hanno fatto tornare al tempo delle superiori, un desiderio si è fatto pressante. Sì riuscire a creare personaggi talmente ben fatti e pregnanti di significato da venire un giorno ricordati.
    Ecco!
    Così a raffica senza troppo pensarci ho vuotato il sacco. Lascio spazio a chi più di me è del mestiere…grazie per aver condiviso tanto!

    • Daniele Imperi
      1 giugno 2016 alle 08:12 Rispondi

      Grazie :)
      Il conte di Montecristo! Altro da mettere in cantiere.
      Quindi tu hai amato I promessi sposi alle superiori.

      • Nadia
        1 giugno 2016 alle 10:31 Rispondi

        Il conte di Montecristo è stato il mio must per gli anni dell’adolescenza.
        Mentre i Promessi Sposi sono stati il mio inizio alla letteratura per merito di una indimenticabile prof di italiano davvero capace di far amare la materia. Li abbiamo praticamente scomposti e analizzati da ogni punto di vista, quindi è uscito fuori il genio dell’autore, la sua sapiente penna e tutte le connotazioni legate all’epoca in questione. Probabilmente sono una voce fuori dal coro, ma la letteratura di formazione ce l’ho ancora nel cuore e conservo tutti i libri.

        • Daniele Imperi
          1 giugno 2016 alle 11:21 Rispondi

          Infatti dipende da come viene insegnata una materia. A me li hanno fatto odiare, li ho scoperti da adulto.

  10. Giuseppe Florio
    31 maggio 2016 alle 21:37 Rispondi

    Complimenti davvero per questo libro. Una lettura davvero interessante e utile!

    • Daniele Imperi
      1 giugno 2016 alle 16:50 Rispondi

      Ciao Giuseppe, grazie e benvenuto nel blog :)

  11. Serena
    31 maggio 2016 alle 23:13 Rispondi

    Post coraggioso, sia per il grande lavoro sia perché dimenticare qualcuno è inevitabile. Me lo leggerò con calma quando riprenderò a “vivere” :)
    Giusto per non smentirmi proprio la volta che ripasso dopo un sacco di tempo: e Atticus Finch dove lo hai lasciato? Dimenticanza o esclusione voluta?
    Ciao, un abbraccio all’Orso Grigio del Web.

    • Daniele Imperi
      1 giugno 2016 alle 08:15 Rispondi

      Oh, chi si vede :D
      Per ora sono 4 i dimenticati, Holden e Gian Burrasca, che non ero sicuro di inserire, e Il conte di Montecristo e Jacopo Ortis che ho proprio scordato.
      Atticus Finch non l’avevo mai sentito nominare, ma ho visto ora che è nel Buio oltre la siepe, che non ho letto. Dici che è da mettere?

      • Serena
        1 giugno 2016 alle 14:06 Rispondi

        Riguardavo l’elenco dei personaggi ed è davvero eterogeneo. E include anche personaggi italiani che qui da noi sono Personaggi, ma nel resto del mondo, ehm…
        Quindi dipende un po’ da cosa volevi fare e da come la vedi tu. Se decidi che sono personaggi indimenticabili per Daniele Imperi, Atticus non mettercelo, non è necessario.
        Però per i bambini/ragazzini americani To Kill a Mockingbird (Il buio oltre la siepe) di Harper Lee è come per noi i Promessi Sposi, lo fanno leggere a tutti in tutte le scuole, e Atticus Finch è l’eroe civile per antonomasia. Io in elenco lo metterei, se non altro per l’interpretazione mitica che ne fece quel gran bel …bell’avvocato di Gregory Peck *_____* nel film del 1962 che vinse anche tre premi Oscar. Atticus per quanto mi riguarda ha la faccia di Peck, diverso da così non riesco neanche a immaginarlo…

        • Daniele Imperi
          1 giugno 2016 alle 14:37 Rispondi

          Sì, sono eterogeni. Ho appena finito una sorta di classificazione che vorrei pubblicare a breve sui personaggi e ho trovato ben 14 categorie!
          Mi sa che su Atticus hai ragione, sapevo che il romanzo era letto nelle scuole.

  12. Ivano Landi
    1 giugno 2016 alle 09:04 Rispondi

    Lavoro interessante, i miei complimenti. Come forse avevi tenuto nel conto, ognuno dirà la sua sull’assenza di un personaggio o l’altro… io, per non mancare l’occasione, dico che avrei messo Pierrot :D
    Riguardo al nome Tarzan, Burroughs ha anche chiarito che il suo significato, nella lingua delle grandi scimmie, è Pelle (-zan) bianca (Tar-).

    • Daniele Imperi
      1 giugno 2016 alle 09:11 Rispondi

      Grazie Ivano :)
      Non sapevo del significato di Tarzan.

  13. Federico
    1 giugno 2016 alle 21:14 Rispondi

    Davvero un lavoro interessante! Leggerò con calma nei prossimi giorni, intanto però i complimenti sono d’obbligo, anche perché ci saranno una miriade di spunti interessanti per nuove letture.
    Grazie Daniele!

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 08:53 Rispondi

      Grazie a te Federico :)

  14. Ulisse Di Bartolomei
    2 giugno 2016 alle 00:18 Rispondi

    Bel lavoro Daniele, veramente impressionante. Mi è sembrato di ripercorrere la mia adolescenza. Alice nel paese delle meraviglie mi è rimasto “stampato” nella mente, poiché mia figlia ne era innamorata e spesso mi obbligava a vederlo assieme a lei.

    • Daniele Imperi
      2 giugno 2016 alle 08:53 Rispondi

      Grazie Ulisse :)
      I romanzi di Alice li ho letti da poco, proprio quest’anno, erano una delle mie lacune.

  15. Chiara
    6 giugno 2016 alle 09:18 Rispondi

    Ti faccio i miei sinceri complimenti per il post. Oltre ad essere curato nei minimi dettagli, mi ha commosso, perché ho visto la mia infanzia scorrermi davanti agli occhi…
    Merita di essere stampato e archiviato. :)

    • Daniele Imperi
      6 giugno 2016 alle 09:31 Rispondi

      Grazie :)
      A breve, spero, l’aggiornamento con le nuove entrate.

  16. Tiziana
    2 luglio 2016 alle 08:11 Rispondi

    Stupendo! !! Non ho altre parole. Ne scrivo altri che sono importanti per me:
    in assoluto”Il piccolo principe”(Antoine de Saint-Exupery)
    e poi, non da meno “Piccole donne”(Louisa May Alcott).
    Altri due :
    “I musicanti di Brema”(fratelli Grimm)(che mio figlio mi fece leggere per migliaia di volte.
    La piccola di casa finora ha come libro preferito”Cappuccetto rosso”, ma vediamo come evolverà.

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2016 alle 08:02 Rispondi

      Grazie :)
      Il piccolo principe c’è.
      I musicanti di Brema mi era venuto in mente più tardi e li aggiungerò.

  17. Tiziana
    4 luglio 2016 alle 08:34 Rispondi

    Sì, sì. …lo avevo visto del “Il piccolo principe”.
    Grazie!!!

  18. Federico
    15 luglio 2016 alle 09:40 Rispondi

    Valuterei di inserire anche Aslan (le cronache di Narnia) e Bastiano Baldassarre Bucci (la storia infinita).

    • Daniele Imperi
      15 luglio 2016 alle 10:02 Rispondi

      Grazie, magari li inserisco in seguito.

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