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Perché non racconto il presente

Perché non racconto il presente

Quando ho scritto lʼarticolo sui motivi per cui narro il passato nelle mie storie, avevo promesso che ne avrei scritto uno per scoprire invece perché non amo scrivere storie ambientate nel mio tempo.

È stato un bel momento di riflessione, perché da ciò che amiamo e odiamo scrivere viene fuori la nostra personalità, scopriamo lati di noi stessi che magari non conoscevamo o volevamo tenere nascosti.

Che cosa raffigura il presente?

E perché io lo trovo così noioso? La sensazione di essere fuori posto, nellʼepoca sbagliata, mi “perseguita” fin da quando ero piccolo.

Da bambino amavo giocare coi soldatini, specialmente i cowboy – sono sempre stato innamorato del Far West. Quando in famiglia si andava in gita da qualche parte, le rovine erano tutte mie: dovevo esplorarne ogni angolo.

Pirati, mappe di tesori, misteri antichi, leggende e creature fantastiche hanno sempre esercitato un fascino potente in me, popolando la mia mente di unʼinfinità di storie. A scuola ero sempre con la “testa fra le nuvole”, come dicevano gli insegnanti a mia madre, ma non sapevano dove fossi realmente. Io ero là dove non potevo stare.

Dunque era naturale che, approcciandomi alla scrittura, avrei preferito raccontare di tutto ciò che stuzzicava la mia curiosità.

Ma oggi dobbiamo parlare del presente: che cosa cʼè nella mia epoca che non stimola la mia fantasia? Bella domanda.

Gli eventi della modernità

Analizzare il proprio tempo ci fa capire che cosa possiamo trovare di interessante al punto da poterne scrivere una storia, perfino un romanzo. Quali eventi si sono verificati nel mio tempo – e anche nel vostro, quantomeno in parte – da essere così intriganti da spingermi a raccontarli in una storia?

  • Lʼallunaggio dellʼApollo 11
  • Gli anni di piombo
  • Il terrorismo nostrano
  • La guerra del Vietnam
  • Il buco nellʼozono
  • La nascita del web
  • Guerre e guerriglie ovunque
  • Pazzia delle mucche
  • Terremoti nostrani
  • Terrorismo internazionale
  • Crisi economiche varie
  • Mondezza politica

Beh, a me tutto questo non interessa, forse proprio perché, avendolo vissuto – anche se per molti versi da spettatore – ne ho abbastanza, mi viene a noia.

A questo si aggiunge la snervante retorica del nostro paese, le infinite chiacchiere e la continua strumentalizzazione di molti eventi da parte delle varie schiere politiche. Detta brevemente: non ne posso più.

Il presente sa di già visto

Sì, sembra davvero una contraddizione. Però, se ci pensate bene, vivere il presente significa essere ogni giorno a contatto con una certa realtà, con personaggi, situazioni, ambienti e scene che vediamo di continuo.

Quando scrivo, ho bisogno di altro, di distrarmi. Stesso discorso quando leggo. Ecco perché nelle mie letture difficilmente ci sono romanzi cosiddetti mainstream, cioè non di genere.

Ovviamente è una questione soggettiva. Qualcuno ci sguazza nella modernità, nella contemporaneità. Qualcuno ama scrivere storie sul rapporto dei giovani con Facebook, per esempio, o ama raccontare storie di malattie, di tragedie, di crisi familiari.

No, grazie, io sono già uno che si deprime anche senza motivo, non mi serve certo un extra.

Le mie letture sui tempi di oggi

Questʼanno ho letto 4 libri non ascrivibili ad alcun genere:

  1. Lʼaffaire Moro di Leonardo Sciascia: perché è Sciascia e mi interessava la sua opinione su quel fatto
  2. Il demone di Sherlock Holmes di David Grann: perché dellʼautore avevo letto Z, la città perduta e mi interessano le inchieste giornalistiche su fatti non comuni
  3. PopCo di Scarlett Thomas: perché è unʼautrice che adoro
  4. Il totem del lupo di Jiang Rong: perché mi è piaciuto il film e mi piacciono i lupi

Lo scorso anno ne ho letti 5:

  1. Lʼuomo che scambiò sua moglie per un cappello di Oliver Sacks: perché mi aveva incuriosito un tweet di Monia che ne parlava
  2. Homer & Langley di E.L. Doctorow: perché è Doctorow e i suoi libri sono insuperabili
  3. Un gelido inverno di Daniel Woodrell: perché ho visto il film e adoro quel tipo di storie
  4. Il seggio vacante di Joanne K. Rowling: perché avevo apprezzato la saga di Harry Potter e volevo vederla allʼopera in un romanzo del tutto diverso
  5. Lui è tornato di Timur Vermes: “lui” è Hitler che si risveglia nei giorni nostri. Un mainstream un poʼ particolare, no?

Perché non raccontate il presente?

Lʼaltra volta vi ho chiesto perché preferite raccontare il presente, adesso vi chiedo invece perché e quando ve ne allontanate. Quando preferite, come me, scrivere di storie passate?

32 Commenti

  1. Grilloz
    10 novembre 2015 alle 07:58 Rispondi

    “sono sempre stato innamorato del Far West. Quando in famiglia si andava in gita da qualche parte, le rovine erano tutte mie: dovevo esplorarne ogni angolo.”
    Stai parlando di me vero? :D

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 11:33 Rispondi

      Ecco un altro avventuriero del tempo perduto :D

  2. silvia
    10 novembre 2015 alle 08:35 Rispondi

    Se ne fossi capace, vorrei scrivere romanzi storici. Sarà la mia formazione classica e la mia tesi di ricerca, ma adoro osservare il paesaggio immaginando che cosa ci fosse in un determinato posto duecento, trecento, mille anni fa e cercandone conferma nel paesaggio attuale.
    Tuttavia, ritengo che per poter scrivere un romanzo ambientandolo nel passato si debba avere una profonda competenza storica, cosa che non credo di avere.
    Di conseguenza scrivo nel presente, non perché mi piaccia particolarmente ma perché è il mio tempo ed è quello che conosco meglio.
    Mi piace però pensare che quello che scrivo, l’introspezione psicologica che rendo oggetto delle mie narrazioni, sia in realtà senza tempo. I miei personaggi come persone, con le loro sfaccettature valide universalmente. O almeno così spero.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 11:35 Rispondi

      Secondo me certi atteggiamenti e comportamenti delle persone si ripetono nei secoli.
      È vero che ci vuole tanta documentazione per scrivere al passato, però anche la ricerca delle informazione è affascinante come la scrittura.

  3. Nuccio
    10 novembre 2015 alle 08:47 Rispondi

    Non c’è differenza fra passato e presente. Quello che è sempre al centro dei racconti è l’uomo. Da quando è nato sulla faccia della terra non è cambiato per niente. Ha semplicemente affinato le sue armi (e parlo di armi). L’ambientazione nel passato ci è più facile perché sappiamo com’è andata, ma presente, passato o futuro l’uomo non cambia mai. Non lo dico con pessimismo, ma, dal punto di vista mio, da realista.Buona giornata.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 11:37 Rispondi

      Stessa cosa che ho appena scritto al commento precedente :D
      Cambia soltanto l’estetica del paesaggio.

  4. Luciano Dal Pont
    10 novembre 2015 alle 09:07 Rispondi

    Non mi sono mai posto questo problema in quanto tale, passato, presente o futuro per me non fa alcuna differenza, dipende solo dalle varie storie che mi vengono in mente, perché è ogni storia che richiede essa stessa una particolare ambientazione temporale. Certo raccontare il presente è più facile, perché, come dice Silvia nel suo commento, è la mia epoca e di conseguenza è quella che conosco meglio, ma non voglio che questo rappresenti un limite al mio lavoro. Il mio primo romanzo è ambientato in epoca contemporanea, anche se non esattamente specificata, quello che sto scrivendo adesso negli anni 60, e anche le mie prossime storie si svolgeranno più o meno ai giorni nostri, tranne due: uno nel passato (un romanzo storico incentrato sulla santa inquisizione che richiederà un enorme lavoro di documentazione non essendo certo io un esperto di storia) e uno nel futuro, trattandosi di un romanzo di fantascienza. Insomma, non credo di avere spiccate preferenze temporali, io scelgo le storie che voglio raccontare e sono poi esse stesse a suggerirmi l’epoca nella quale inserirle, e non il contrario, cioè non scelgo mai il tempo per poi, in base a quello, stabilire quale storia raccontare.

    • silvia
      10 novembre 2015 alle 09:21 Rispondi

      Condivido in pieno il punto di vista secondo cui si scelgono le storie (o le storie scelgono noi?), al di là dell’epoca storica in cui si svolgono. Poi, nel mio caso, il mio timore di non avere abbastanza competenze per raccontare di un altro periodo è un limite che crea una discriminante. Ma chi lo sa? A forza di leggere e studiare, chissà che prima di morire un romanzo storico venga fuori anche per me…

      • Luciano Dal Pont
        10 novembre 2015 alle 09:30 Rispondi

        Si, hai perfettamente ragione, Silvia, in realtà sono proprio le storie che scelgono noi, si accendono all’improvviso nella nostra mente come una lampadina che si accende in una stanza buia illuminandola con la sua trama, poi sta a noi svilupparle e dare loro un senso compiuto. E ogni storia si svolge nel suo tempo, al di là delle nostre scelte.

      • Daniele Imperi
        10 novembre 2015 alle 11:41 Rispondi

        Basta provare, solo così saprai se ne sei capace.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 11:40 Rispondi

      A me quando viene in mente una storia, l’epoca è già dentro: come se fosse un prodotto tutto compreso :)
      Trama, genere narrativo e epoca arrivano sempre insieme all’idea.

  5. Barbara
    10 novembre 2015 alle 11:12 Rispondi

    “Ovviamente è una questione soggettiva. Qualcuno ci sguazza nella modernità, nella contemporaneità.”
    Presente! (ahaha, giochino di parole :D )
    Direi che è una fortuna che ognuno abbia le sue predilezioni, se tutti scrivessimo del presente, o romanzi storici o storie fantasy…la lettura sarebbe noiosa! A ognuno il suo, l’importante è che l’abbiamo scelto perchè ci piace, perchè se uno scrittore si diverte a scrivere, l’emozione esce dalle pagine dritta agli occhi del lettore.
    Io scelgo il presente, ma solo come ambientazione. Le storie sono delle persone. E se gli togli l’ambientazione, la particolarità del tempo e luogo, alla fine le questioni sono sempre le stesse. E poi sono certe storie a scegliere te. Ti invadono la testa una mattina e non ti mollano più finchè non le metti su carta.
    Non sono un esploratore in senso fisico, ma un navigatore in senso metaforico. Anche se ultimamente hanno battezzato la mia malattia come “eccessiva attività in voli pindarici”.
    E’ l’atterraggio che mi preoccupa….

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 11:43 Rispondi

      Sì, vedo che i lettori del blog sono abbastanza diversificati come gusti letterari. Penso di poter accettare che siano le storie a scegliere l’autore che deve raccontarle. In fondo sono loro che ci arrivano in testa, anche se ci arrivano in base a ciò che abbiamo nella testa.
      Non è detto che bisogna atterrare :D

  6. Salvatore
    10 novembre 2015 alle 11:44 Rispondi

    Come ti ho già scritto in passato: in un’altra epoca ti saresti sentito fuori posto comunque? Cioè, non è che il Far West fosse un bel posticino in cui vivere… XD

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 11:49 Rispondi

      Sicuramente il Far West non sarebbe stato un posto così tranquillo :D
      Ma forse in ogni epoca mi sarei sentito fuori posto e avrei voluto tornare indietro nel tempo.

  7. Simona C.
    10 novembre 2015 alle 13:02 Rispondi

    Quando scrivo del presente, ne parlo sempre male, lo descrivo per i suoi difetti e per la pigrizia che ci hanno portato le comodità.
    Amo le contaminazioni e il presente che racconto si intreccia sempre con il passato, quello che si scopre con l’archeologia, con i primi viaggi di esplorazione del nostro pianeta, e si mescola con aspetti fantasy. Nei miei ultimi libri, la trama principale si svolge nel presente, ma racconto anche le vicende di personaggi in epoche passate che hanno un legame con quelli di oggi.
    Il lavoro di ricerca mi appassiona, tra libri e documentari passerei giornate intere. Sono andata indietro fino a Babilonia invasa dai Persiani, sono passata per le streghe di Benevento alle prese con l’Inquisizione e per le navi travolte dallo tsunami provocato dal Krakatoa nel 1883.
    Il presente, preso da solo, annoia anche me.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 13:08 Rispondi

      Troppe comodità, hai ragione, vedo la differenza solo pensando a come si viveva quando ero bambino.
      Il presente come lo racconti tu è più affascinante. La ricerca è sempre stimolante, a me piace andare in cerca di pubblicazioni e saggi per documentarmi e arricchire così la mia biblioteca.

      • Simona C.
        10 novembre 2015 alle 15:00 Rispondi

        E non solo letture. Sai quante ispirazioni ho tratto negli anni dai documentari? Da quelli della BBC a Piero Angela & figlio. Una miniera di storie!

        • Daniele Imperi
          10 novembre 2015 alle 15:38 Rispondi

          Mi è venuta anche a me l’ispirazione documentandomi!

  8. Chiara
    10 novembre 2015 alle 13:49 Rispondi

    Io sono una di quelle persone che “sguazzano nella modernità”, come dici tu. Però anch’io ho degli argomenti tabù, per quel che riguarda la nostra epoca. Il fatto che sia figlia del nostro tempo non significa che debba affrontare qualunque argomento, senza cognizione tipica. Né che qualunque argomento stimoli la mia curiosità.
    Per esempio, non mi piacciono le storie di malattie. Non mi piacciono i temi “politici”. Mi piace però il mondo delle persone comune. Mi piace la sociologia post-moderna: per me essere post-moderna non significa soltanto aderire a un certo tipo di narrativa, ma raccontare un mondo.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 14:14 Rispondi

      Se non ti piacciono storie su malattie e politici, allora ti salvi :D
      Io non ho ancora capito bene cosa sia il post-modernismo, dovrei leggere qualcosa, meglio un racconto breve, per avere un’idea precisa.

      • Chiara
        10 novembre 2015 alle 16:14 Rispondi

        Intendi come epoca o come modo di far letteratura?

        • Daniele Imperi
          10 novembre 2015 alle 16:18 Rispondi

          Come letteratura soprattutto.

  9. Danilo Spanu (IlFabbricanteDiSpade)
    10 novembre 2015 alle 14:23 Rispondi

    Mi piace raccontare il passato ed il motivo è che non capisco il presente. L’attualità mi sta stretta, le persone si lasciano sventolare come bandiere, prendono decisioni ed impegni che poi non mantengono e tutto questo non solo non mi affascina, ma non lo comprendo.
    Per questo scrivo del passato: spero che, analizzandolo e comprendendolo, riesca un giorno anche a capire come e perché siamo arrivati a questo.
    Pessimista? No, non credo. Direi più ben saldo con i piedi a terra.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 15:40 Rispondi

      Bravo, hai detto bene: non capisco il presente nemmeno io. A differenza tua, però, non mi interessa capire come siamo arrivati a questo :D

  10. Tenar
    10 novembre 2015 alle 14:49 Rispondi

    Mi piace raccontare il passato e l’altrove, anche quando racconto il presente lo faccio sempre da sguardi e ottiche un po’ stralunate, sguardi di gente che non vive sempre nel qui ed ora.
    Il passato mi affascina da sempre, non per niente ho studiato archeologia. Ogni epoca ha il suo fascino peculiare, il problema è se mai il lavoro di documentazione a monte. Non è facile neppure per chi ha studiato il passato saltare con naturalezza da un’epoca all’altra. Ho tentato di scrivere un racconto ambientato nella rivoluzione francese, un periodo che conosco bene a livello accademico, ma non sono riuscita a entrare davvero nella mente di chi ha vissuto quegli anni concitati e alla fine ho lasciato perdere. Non basta amare un’epoca per scriverne. Amo più l’antica Grecia che l’antica Roma, ma posso gironzolare per le strade dell’Urbe con più facilità che in quelle di Atene.
    L’altrove è per certi versi altrettanto impegnativo, perché va pensato e progettato.
    Quindi mi piace non raccontare il presente, ma non lo trovo mai facile.
    Inoltre, come sempre, dipende dalla storia e da cosa si vuole raccontare. Anche il qui e l’ora ha il suo fascino.

    • Daniele Imperi
      10 novembre 2015 alle 15:42 Rispondi

      Se tornassi indietro, farei archeologia anche io e non geologia :)
      Non è facile raccontare il passato, certo, però lo trovo più stimolante e soprattutto mi fa venire tantissime idee.
      Anche quando racconto il presente, cerco sempre di creare un mondo a parte, diverso.

      • Tenar
        10 novembre 2015 alle 20:20 Rispondi

        Pensa, io forse farei geologia e non archeologia…

  11. CogitoErgoLeggo
    10 novembre 2015 alle 20:38 Rispondi

    Prima di darmi al fantasy, ho scritto per anni storie mainstream quindi posso dire perché non ne scrivo più.
    La prima ragione è che ho scoperto il fantasy e mi sono resa conto che nel mainstream mi mancava quella componente liberatoria e di immaginazione pura che solo il fantasy sa darmi.
    Inoltre, le storie mainstream erano un modo che usavo per sfogarmi, quindi ci riversavo ogni sorta di sentimento negativo e maceravo nel mio sconforto.
    Ce ne fosse stata una che finiva bene o in cui non c’era una serie di tragedie, malattie e suicidi infinita… Almeno un personaggio a storia doveva suicidarsi e morire in solitudine senza che nessuno di accorgesse della sua scomparsa per giorni.
    Insomma, ho chiuso con il mainstream quando mi sono detta “ma leggo/scrivo per farmi del male o per svagarmi un po’?”
    Poi ogni tanto qualche lettura di tragedie ambientate nel presente ci scappa ancora, però in dosi nettamente minori rispetto a qualche anno fa.

    • Daniele Imperi
      11 novembre 2015 alle 08:14 Rispondi

      Ti capisco, anche per me è importante quella componente, quando scrivo. Stesso discorso per il mainstream: lo userei per sfogarmi, senza risolvere nulla e mettendo altro sangue cattivo nelle mie vene.
      Leggo anche io qualcosa di mainstream, di alcuni autori che conosco specialmente, come E.L. Doctorow, per esempio.

  12. Loredana
    12 novembre 2015 alle 13:45 Rispondi

    Io sono un’altra che non sopporta il presente. Il passato ha sicuramente una presa fortissima su di me, da sempre. Dal mondo antico, antichissimo, passando per il Medioevo e il Rinascimento. L’Ottocento è già storia troppo recente. Anche a me piacciono le inchieste su argomenti molto particolari, e non reggo molto i libri sui rapporti attuali con i giovani, le religioni, ecc. Per guardare il mio attuale presente, devo lasciar passare qualche anno…che acquisti più fascino e interesse, insomma.

    • Daniele Imperi
      12 novembre 2015 alle 14:00 Rispondi

      Anche a me il presente fa lo stesso effetto: adesso guardo con un po’ di nostalgia agli anni ’70 e ’80, ma non ai 90′ :)

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