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Come introdurre parole sconosciute in una storia

Introdurre parole nuove

Questo post mi è stato involontariamente suggerito da un lettore, da un suo dubbio anzi. È necessario spiegare ai lettori il significato di un termine sconosciuto introdotto in una storia? O è preferibile dare per scontato quel significato? Se da una parte le descrizioni non sono molto amate, c’è il rischio che un brano non venga capito?

Secondo me non c’è una risposta valida sempre, ma bisogna analizzare caso per caso e parola per parola. In questo articolo provo a fare luce su questo problema della scrittura. L’erudizione di uno scrittore, la sua padronanza del linguaggio sono comunque sempre da premiare, mai da condannare.

Esistono termini nuovi?

Questa è una domanda da porsi. Non parlo di parole straniere intraducibili – ossia quelle parole che non hanno un corrispettivo in italiano – né di neologismi, ma di parole contenute da tempo nel dizionario. In quel caso non esistono parole nuove.

Sono nuove per chi non le hai mai lette e sentite. È impossibile conoscere tutte le parole del dizionario, almeno per un lettore comune. Esistono, per fare un esempio, dei termini tecnici in ogni ambito, che uno scrittore ha l’obbligo di inserire quando servono per dare credibilità a ciò che scrive.

Se conoscete un vocabolo, se lo avete in mente, se ritenete opportuno usarlo, allora usatelo senza pensare al lettore: il lettore quando legge sta imparando, non sta soltanto passando il tempo. Quando non conosco una parola, me la vado a cercare sul dizionario.

Ricavare il significato dal contesto

Spesso un termine nuovo si deduce dal contesto del brano che stiamo leggendo. In quel caso il lettore sa, per esempio, che quella parola indica un pesce, una pianta, anche se non ne conosce l’aspetto. In altri a me è capitato di non riuscire a capire di cosa parlasse lo scrittore: e intendo un termine italiano che io non conoscevo.

Ma quello è stato un mio problema, non dell’autore. Era una mia lacuna, o ignoranza del termine. Perché lo scrittore deve usare un linguaggio semplicistico, limitato, per farsi capire da tutti? Perché deve rinunciare a essere se stesso, a definire la propria immagine di scrittore a causa di lettori pigri?

L’uso delle note a piè di pagina

Quando avvalersi delle note a fondo pagina? E sottolineo a fondo pagina e non a fine capitolo o libro. Ho usato le note in un mio racconto, ma c’erano dei termini islandesi intraducibili. Si capiva che parlavo di cibo, ma il lettore non poteva immaginare cosa stessero mangiando i personaggi.

In quel caso io userei sempre delle note. Sarà perché a me piacciono molto. Credo che completino il libro e creano anche un dialogo diretto con il lettore: la narrazione si interrompe e lo scrittore spiega al lettore quella parola.

Immaginate uno scrittore come un tizio che racconta una storia a un gruppo di bambini. C’è sempre qualcuno che lo interrompe per chiedergli cosa significhi questo o quello. La nota a fondo pagina riproduce quella scena.

Il sistema di Salgari

Chi ha letto i romanzi d’avventura di Emilio Salgari sa quale sia lo stile dello scrittore. Per ogni termine straniero introdotto, Salgari ne spiegava il significato, talvolta facendosi sfuggire la mano e dando un sapore enciclopedico alla narrazione. Ma Salgari è bello e inimitabile anche per quello.

Dunque, non imitate Salgari. Primo perché risultereste poco originali, secondo perché un editor vi direbbe di tagliare quelle descrizioni.

L’esempio di Cormac McCarthy

A McCarthy non importa nulla del lettore: scrive come scrive e peggio per chi non capisce. È uno dei motivi per cui apprezzo questo scrittore: so per certo che in un suo romanzo troverò tanti termini sconosciuti, non solo stranieri. E mi diverto a cercarne il significato.

Leggendo Cormac McCarthy so di imparare e di arricchire il mio vocabolario. La lettura è anche studio, in fondo. La scrittura migliora leggendo, come ho avuto modo di spiegare tempo fa.

Come inserite termini nuovi nelle vostre storie?

Che metodo usate quando sapete di aver scritto una parola poco conosciuta o una straniera? La spiegate al lettore? Inserite una nota? Lasciate che il lettore se la vada a cercare?

21 Commenti

  1. KINGO
    4 luglio 2013 alle 11:22 Rispondi

    Secondo me, quando si inseriscono termini non comuni bisogna in qualche modo spiegarli, e la spiegazione dev’essere chiara e completa.
    Cio’ puo’ risultare pesante per il lettore, e proprio per questo i termini non comuni vanno ridotti al minimo, vanno usati solo se strettamente necessario. E’ sempre preferibile scrivere in modo semplice qualcosa di complicato, piuttosto che scrivere in modo complicato qualcosa di semplice.
    E poi, una cosa che quasi tutti i lettori detestano e’ trovare un autore che mette in mostra le proprie conoscenze, magari inserendo nella storia un pretesto stupido e poco calzante.
    Come ho scritto anche in un post del mio blog, la scrittura non e’ cosa da secchioni.

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2013 alle 11:30 Rispondi

      Se usi termini “forbiti” solo per darti un tono, allora hai ragione. Però la lingua italiana è fatta di tantissime parole e lo scrittore deve conoscerle. Non possiamo scrivere né leggere storie fatte sempre delle stesse parole.

  2. Frank Spada
    4 luglio 2013 alle 12:24 Rispondi

    Caro Daniele a forza di seguire i suoi post ho capito che cosa avrei dovuto fare, non al primo tentativo eh, che con l’ambaradan il mio rapporto è pessimo, ma oggi finalmente so che #marlowesonoio .

    Grazie per avermi procurato un benefico stringi/stringi ai lobi delle orecchie e auguri di buon lavoro estivo :)

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2013 alle 12:32 Rispondi

      Lo prendo per un complimento, allora :D

      • Frank Spada
        4 luglio 2013 alle 15:18 Rispondi

        Sì, senz’altro e senza dubbi ;)

  3. MikiMoz
    4 luglio 2013 alle 13:50 Rispondi

    Io scrivo come mi pare ma cerco di non esagerare mai (anche perché io sono dell’opinione “scrivi come mangi” e di certo non mangio parole complesse). Alla lunga, scrivere tutto in modo ridondante e forbito, ti rende falso se non sai mostrarti per quel che sei, anche se sei forbito e ridondante.

    Moz-

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2013 alle 14:00 Rispondi

      Strafare con i paroloni o con parole poco usate non è mai un’ottima scelta, hai ragione. Però ci sono cose che vanno chiamate col loro vero nome e, se quel termine è poco conosciuto, credo sia un valore per chi legge.

      • MikiMoz
        4 luglio 2013 alle 17:28 Rispondi

        La penso esattamente come te. Se è necessario o fa parte del tuo modo effettivo di essere, la parolona ci sta tutta! :)

        Moz-

  4. Fabrizio Urdis
    4 luglio 2013 alle 14:10 Rispondi

    Per me dipende dalla storia che scrivo e dallo stile che uso; ad ogni modo faccio sempre molta attenzione a far sì che il lettore possa capire, forse per una questione di rispetto nei confronti di chi decide di accordarmi un po’ del suo tempo per leggere ciò che ho scritto.

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2013 alle 14:39 Rispondi

      Bisogna sempre tenere conto del lettore, certo, ma non si può sacrificare una parte del dizionario per risultare alla portata di tutti.

      • Fabrizio Urdis
        4 luglio 2013 alle 16:16 Rispondi

        Sono più che d’accordo, io per parole sconosciute intendo o parole straniere ( o in dialetto ) oppure parole estremamente tecniche che però servono a comprendere la storia.
        Le parole poco conosciute ma che fanno parte della nostra lingua non le metto in conto e trovo naturale che i lettori si avvalgano di un buon dizionario.

  5. Tenar
    4 luglio 2013 alle 14:25 Rispondi

    Scrivendo un romanzo ambientato in epoca romana ho avuto un sacco di problemi del tipo che tu poni. Aggirare il salgarismo, poi era diventato il mio sport quotidiano. Ho eliminato l’inserimento di parole in latino nel testo, anche a costo di lanciarmi in personali traduzioni che rendessero con immediatezza cosa intendevo. In compenso ho cercato di essere precisa con i termini italiani, lasciando che il lettore ne capisse il significato dal contesto o che se lo andasse a cercare sul vocabolario (qualcuno è inciampato su “flabello”).
    Se mai questa storia verrà pubblicata, potrete giudicare com’è venuta…

    • Daniele Imperi
      4 luglio 2013 alle 14:40 Rispondi

      Penso che hai fatto bene: usare il contesto per far capire al lettore. E poi c’è appunto il dizionario ;)

      Auguri per il romanzo ;)

  6. franco zoccheddu
    6 luglio 2013 alle 11:15 Rispondi

    Ogni equazione d’onda di particella libera, che sia verificata da un isospinòre, può essere resa localmente covariante attraverso l’utilizzo della derivazione covariante.
    Non c’è alcun bisogno di spiegare i termini nuovi, perchè tutti hanno capito perfettamente [… ? …]

    • Tenar
      6 luglio 2013 alle 12:16 Rispondi

      Dipende a che pubblico vuoi rivolgerti. Per chi mastica un po’ di fisica è chiarissimo, se è per un testo di divulgazione va spiegato, se è l’incipit di un romanzo per ragazzi forse è da riscrivere.
      Quello che noi chiamiamo stile è influenzato tantissimo dal “lettore ideale” a cui idealmente ci rivolgiamo, in base a questo tariamo lessico e sintassi.

      • Daniele Imperi
        7 luglio 2013 alle 17:53 Rispondi

        Ti dico francamente che quando scrivo non penso a nessun lettore. Scrivo come mi viene naturale e come richiede la storia.

  7. franco zoccheddu
    6 luglio 2013 alle 15:17 Rispondi

    TENace e ARrendevole. Tenar è quasi un ossimoro, o sono del tutto fuori strada? Concordo con il tuo intervento. Io, ovviamente, scherzavo.

    • Tenar
      7 luglio 2013 alle 17:44 Rispondi

      In effetti non ci avevo pensato. Descrive bene sia me, sia il personaggio al quale ho preso in prestito il nome…

  8. Il meglio di Penna Blu – Luglio 2013
    1 agosto 2013 alle 15:06 Rispondi

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