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Parole, frasi e citazioni in altre lingue

Parole, frasi e citazioni in altre lingueIn una storia uno scrittore può avere la necessità di inserire parole o intere frasi in una lingua differente. Questi termini vanno resi in modo tale che il lettore li noti immediatamente nel testo e, soprattutto, che riesca a comprenderli.

A meno che una parola non sia entrata da tempo nella propria lingua – come per esempio nel linguaggio italiano termini come flash, web, menu, ecc. – lo scrittore deve farla risaltare rispetto al resto e provvedere a una sua traduzione.

Imparare dai grandi scrittori del passato

Nei racconti di Edgar Allan Poe si trovano spesso parole in altre lingue, come il latino e il francese. Poe ha reso quelle parole in corsivo, enfatizzando così quei termini e rendendoli riconoscibili al lettore. Purtroppo non sempre, anzi credo quasi mai, è stata data una traduzione di quelle parole.

In quel caso, se non ci pensa l’autore, dovrebbe essere compito dell’editore inserire una nota a pie’ di pagina per spiegarne il senso.

Nei romanzi di Emilio Salgari è pieno di parole straniere, esotiche, magari di specie animali o vegetali o di oggetti particolari inesistenti da noi. Salgari risolve la questione in due modi.

Era uno di quegli anfibi che gli abitanti nordici chiamano kassigiah ed anche tupalo, lungo un metro

Questo brano è tratto dal romanzo Al Polo Nord. Le parole straniere sono rese in corsivo, ma non c’è traduzione. Qui non occorre tradurre le parole, poiché Salgari sta parlando di mezzi anfibi e fa capire al lettore di cosa si tratta semplicemente dal contesto.

«Il kalam1 viene», mormorò Mac-Doil, all’orecchio di Sandoë.

In questa frase, tratta dallo stesso romanzo, c’è il corsivo e l’indicazione di una nota, in cui l’autore a fondo pagina ne spiega il significato.

Aiutare il lettore nella comprensione del testo

Il lettore va aiutato nella lettura del testo. Termini stranieri possono rendersi necessari, contribuiscono a trasformare il romanzo in una storia più credibile, dettagliata, viva, realistica. Ma il lettore deve sapere di cosa sta parlando lo scrittore.

Ogni parola straniera introdotta, dunque, va fatta capire al lettore, o dal contesto o tramite una nota.

Siete sempre riusciti a comprendere i termini stranieri trovati nei libri? Come sono stati resi?

16 Commenti

  1. Alessandro Girola
    1 ottobre 2012 alle 15:37 Rispondi

    Riprenderei la piacevole tradizione delle note a fondo pagina per spiegare il significato delle parole straniere introdotte nel testo. E’ una consuetudine che va perdendosi, ed è un peccato.
    Col Kindle invece, grazie ai dizionari integrati, sono facilitato a comprendere ciò che non conosco (soprattutto quando leggo in inglese).

    • Daniele Imperi
      1 ottobre 2012 alle 15:57 Rispondi

      Le note a fondo pagina sono un’ottima soluzione, non tanto invece quelle a fine libro, che ti costringono ad andarle a cercare e a perdere più tempo.

  2. Alessandro C.
    1 ottobre 2012 alle 16:02 Rispondi

    Quando scrivo, mi diverto a seminare qua e là neologismi che il lettore dovrà “tradurre” con il proprio intuito.
    L’idea è nata quando – leggendo una biografia del mio adorato Beppe Fenoglio – venni a sapere che qualcuno aveva definito “fenogliese” l’inglese non certo perfetto di cui sono pregne le pagine di capolavori come “Il partigiano Johnny”.
    Sono piccoli rebus, forse uselessi (ecco!) che a mio avviso non ripiegano l’opera in se stessa bensì stimolano la partecipazione del lettore portandola a un livello differente. Ben diverso è il caso di quegli autori che pavoneggiano la propria natura poliglotta complicando in maniera evitabile (e irritante) i propri scritti.

    • Daniele Imperi
      1 ottobre 2012 alle 16:10 Rispondi

      Penso che le esagerazioni siano sempre da evitare, sia nell’ultimo caso da te esposto, sia nell’invenione di neologismi. Più in là uscirà un post dedicato ai neologismi.

  3. franco zoccheddu
    1 ottobre 2012 alle 16:26 Rispondi

    Odio i nuovilogismi, non fanno che complicazionare la storia doandola poco understandabile addirittura a quelli che likano le alienolingue.
    No, seriamente: sono d’accordo sul raggiungimento di un certo equilibrio tra comprensione (note, traduzione, etc.) e un po’ di partecipazione attiva del lettore come afferma Alessandro C.

  4. Alessandro C.
    1 ottobre 2012 alle 17:16 Rispondi

    PS: ovviamente il mio era un esempio. Non mi riferisco solo all’italianizzazione di termini stranieri. Mi sentirei inutilmente capezzonico (!)
    Le esagerazioni sono sempre da evitare. L’importante è che dal “gioco” fatto con la complicità del lettore non si arrivi a creare una sorta di neolingua demenziale. E’ sempre il solito discorso: l’italiano è una lingua stupenda, che comprende il termine giusto per ogni necessità. La ricerca compulsiva del neologismo o del termine esotico sono troppo spesso espedienti volti a colmare vuoti letterari, ed è chiaro che denotino la mediocrità di chi scrive.

  5. franco zoccheddu
    1 ottobre 2012 alle 20:15 Rispondi

    !

  6. Salomon Xeno
    1 ottobre 2012 alle 21:02 Rispondi

    Partendo proprio da Salgari, io non avevo la minima idea di cosa fosse una navaja. Dopo averla citata due o tre volte, però, Salgari mostra come veniva usata e ne spiega la diffusione a quell’epoca. Il termine non è buttato lì, ma viene contestualizzato, pur senza dire: “ok, è un coltellaccio”.
    In alternativa, una nota. Però a piè di pagina, non in fondo al libro dove è irraggiungibile.

    • Daniele Imperi
      1 ottobre 2012 alle 21:09 Rispondi

      Salgari era il re dei termini esotici, ma non li ha mai inseriti, infatti, a casaccio.
      Le note a fondo pagina, bravo, bisogna fondare un movimento contro quelle a fine libro :D

  7. Romina Tamerici
    4 ottobre 2012 alle 12:54 Rispondi

    Anch’io sono per le note a piè di pagina e non a fine libro.

    In alcuni casi ho usato le note a piè pagina, però, se riesco, preferisco far capire il significato (almeno un minimo) all’interno del testo.

    • Daniele Imperi
      4 ottobre 2012 alle 13:24 Rispondi

      Sì, è meglio far capire, ma non sempre è possibile.

      • Marco B.
        28 novembre 2012 alle 19:25 Rispondi

        Difficile, alcune volte molto difficile, ma non impossibile.
        Odio le note a fine pagina. Brutte anche a vedersi.
        Per non metterle alcun volte dedico giorni per cercare di dare le spiegazioni nel testo per evitare la nota, ne vale la pena.

        Nota (ahahahaha): “l’italiano è una lingua stupenda” Alessandro C.
        Quale miglior frase?

  8. Il meglio di Penna Blu – Ottobre 2012
    1 novembre 2012 alle 05:03 Rispondi

    […] Continua a leggere Parole, frasi e citazioni in altre lingue. […]

  9. Daniele Dal Boni
    7 marzo 2017 alle 21:26 Rispondi

    Premettendo che non sono ancora uno scrittore (sto revisionando il mio primo libro) posso dire che, da lettore, le note a piè pagina le trovo utili solo se mi si sta spiegando qualcosa. In un romanzo amo la versione fluida, quella che si fa leggere, non spiegare, perchè si tratta di una storia e non di una lezione. Personalmente sto trattando la pubblicazione del diario di un cicloviaggio in solitaria, la mia prima esperienza sia da cicloviaggiatore che da scrittore. Sono in dubbio se destinare il corsivo (o altro carattere) alle sole parole straniere o anche ai titoli di canzoni o nomi dei gruppi.

    • Daniele Imperi
      8 marzo 2017 alle 08:22 Rispondi

      Ciao Daniele, benvenuto nel blog. Devi stabilire delle tue regole ortoeditoriali prima di scrivere (info qui: http://pennablu.it/regole-ortoeditoriali/).
      I titoli delle canzoni di solito, come quelli dei libri, vanno in corsivo. Le parole straniere, se davvero mai sentite, anche. I nomi dei gruppi musicali no, invece.

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