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10 parole nuove da usare #33

10 parole nuove da usare

Come nella scorsa puntata, continua la presenza di un’unica opera in questo nuovo numero della rubrica sugli esercizi di scrittura: Meridiano di sangue. Il 70% delle parole non è italiano, in maggioranza si tratta come sempre di termini spagnoli.

Anche oggi ci sono parole abbastanza differenti, che possono essere inserite senza difficoltà in una storia mantenendo omogeneità nell’ambientazione.

  1. Kivas: trovata a pagina 143 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Luogo adibito a funzioni religiose dai Pueblo.
  2. Tapadero: trovata a pagina 144 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Copripiede in pelle sulle staffe delle selle messicane.
  3. Maguey: trovata a pagina 152 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Aloe o agave americana.
  4. Dasilirio: trovata a pagina 161 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Pianta dei deserti messicani e texani con fusto grosso e legnoso.
  5. Paloverde: trovata a pagina 165 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Piccolo albero nativo delle regioni desertiche.
  6. Ennui: trovata a pagina 171 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Termine francese che sta per noia, fastidio.
  7. Lattonzolo: trovata a pagina 174 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Vitello o maialino da latte.
  8. Paseos: trovata a pagina 176 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Dovrebbe indicare delle stradine rurali, su cui passeggiare e cavalcare.
  9. Estancias: trovata a pagina 177 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. In spagnolo indica la tenuta rurale, come il ranch.
  10. Esker: trovata a pagina 180 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Si tratta di un rilievo caratteristico di zone glaciali o che un tempo erano glaciali, ad andamento sinuoso.

Esercizi con le dieci parole

Quando uscì dal kiva, il cavaliere era fuori ad aspettarlo, la figura stagliata contro luce che creava un’ombra d’incubo sul terreno desertico. L’uomo si portò una mano agli occhi per osservare meglio lo straniero e vide solo un lampo, una scia metallica creare un arco fra lui e l’uomo e la mano cadere a terra, mentre una fontana di sangue zampillava dal moncherino.

Urlò, tenendosi il polso, incredulo e impazzito, gli occhi sbarrati, le labbra che farneticavano. Poi fu il silenzio. La spada si abbatté di nuovo e fu una testa dai capelli corti e neri a cadere nella polvere.

Il cavaliere scese, buttò un’occhiata al tapadero e agli schizzi di sangue che lo macchiavano, poi afferrò il cadavere e lo gettò nel kiva. Si guardò attorno, ma non c’era nessuno in quel deserto dove crescevano solo maguey, dasiliri, e qualche erbaccia. Andò a sedersi all’ombra di un paloverde, allungando le gambe sulla terra indurita e riarsa, lasciando i pensieri liberi di uscire nella calura. Quel mondo che bruciava al sole, svanendo come un miraggio che tremolava all’orizzonte. Quella vita di attese, di false speranze, di gioie momentanee che gli causavano soltanto un continuo ennui interiore. E quel totale disinteresse per la sua stessa vita. Ecco tutto ciò che lo rendeva un assassino. Uccideva per noia. Per fastidio dell’esistenza.

Dopo due ore vide arrivare il pastore. Portava un lattonzolo trascinandolo con una corda e bestemmiava perché l’animale era ritroso ad avanzare. Lungo il paseo la bestia scavava solchi più profondi di un aratro, lamentandosi terrorizzato.

L’uomo gli chiese da dove venisse.

«Dalla estancia», rispose.

C’era un’estancia. Avrebbe potuto trovare un rifugio per quella notte. O magari una casa per il resto della sua vita, pensò, controllando la pistola mentre il pastore si avviava lungo l’elsker che portava al tempio, oltre i kivas e le propaggini delle colline a ovest.

Si alzò. Raggiunse il cavallo, rimontò in sella, spronò l’animale.

Quella notte, si disse, avrebbe ucciso per l’ultima volta.

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