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10 parole nuove da usare #30

10 parole nuove

Un nuovo esercizio di scrittura in cui è un solo romanzo a monopolizzare le dieci parole, come già accaduto in passato. E come le altre volte è una storia di Cormac McCarthy a far parlare di sé, con un romanzo western unico.

Le parole di questo mese sono molto variegate, non più una serie di piante e animali esotici, ma una scelta ampia di elementi su cui costruire la storia. Ci sono anche termini stranieri, spagnoli, come di frequente se ne trovano nei romanzi dell’autore.

  1. Carcèl: trovata a pagina 41 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. È una parola spagnola che sta per carcere.
  2. Nonio: trovata a pagina 46 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. È un dispositivo di alcuni strumenti per misurare due tratti consecutivi di una scala graduata.
  3. Mesquite: trovata a pagina 46 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Pianta arborea delle leguminose.
  4. Lobos: trovata a pagina 48 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Altro termine spagnolo, per lupi.
  5. Dasilirio: trovata a pagina 52 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Pianta delle monocotiledoni che vive nei deserti messicani e texani.
  6. Trappo: trovata a pagina 53 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Non si tratta delle estensioni di basalto, perché propria della Siberia e di quelle zone, ma probabilmente di un laccio, usato a mo’ di trappola.
  7. Bozzima: trovata a pagina 55 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Colla, ma anche miscuglio di argilla e letame. In generale brodaglia, intruglio.
  8. Quena: trovata a pagina 55 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Flauto delle regioni andine, ma anche dei Pellerossa.
  9. Moietta: trovata a pagina 56 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Laminato metallico piatto usato per opere di carpenteria.
  10. Pyracantha: trovata a pagina 90 del libro Meridiano di sangue di Cormac McCarthy. Arbusto sempreverde, usato come pianta da siepe.

Esercizi con le 10 parole

Sotto il sole di mezzogiorno la terra già cotta sembrava bruciare. A quell’ora fuori c’erano solo polvere, caldo e vento. Quando passò davanti al carcèl buttò un occhio all’unica finestra che si apriva sulla rude costruzione. Le mani erano ancora lì. Attaccate alle sbarre come se il prigioniero potesse liquefarle con la sola volontà.

Passò oltre.

Sedette su una roccia e prese a giocherellare con le pietre di fiume. Tirò fuori dalla tasca il calibro e si divertì a misurare lunghezze, diametri, guardando le tacche sul nonio come gli aveva insegnato suo padre.

Davanti a lui i mesquite sembravano attendere l’ultima ora: caparbi, radicati a quella terra che moriva sotto un sole senza più pietà.

Ricordò quando, con suo padre, andava a caccia, due anni prima, sparando alla poca selvaggina rimasta e ai lobos che s’avvicinavano troppo al villaggio. Adesso quelle lande erano popolate solo dal dasilirio e da sassi roventi. E dagli spiriti dei morti.

Un serpentello guizzò via uscendo da una buca e se ne rimase al sole a scaldare il sangue, prima di andare in cerca di una preda.

Il ragazzo lentamente prese da una tasca un trappo, poi con mano lesta e decisa lo lanciò afferrando il rettile che invano si divincolava. Con una pietra l’uccise e tornò verso casa.

Riempì una pentola ammaccata di acqua, vi buttò dentro cipolle selvatiche, del mais avanzato e fagioli. Poi accese il fuoco e la mise a cuocere. Scuoiò il serpente, tolse le viscere e fece a striscioline la carne, quindi preparò alcune tortillas. Quando la bozzima fu pronta, con un cucchiaio la versò sulle tortillas ripiene e ne mise un po’ in una cesta.

Quando uscì e si diresse verso il carcèl sentì il suono della quena armonizzare il silenzio pomeridiano e perdersi nell’aria.

«Esto es para ti», disse, porgendo il cibo al prigioniero.

«Muchas gracias», rispose una voce.

Immaginò il caldo che doveva esserci all’interno, il tetto di moietta che nelle prime ore pomeridiane trasformava il carcèl in un forno.

«Tienes sed, hombre?»

«Mucha.»

Tornò verso casa e riempì una brocca al pozzo. La pyracantha aveva iniziato a crescere tutt’attorno e il ragazzo si ripromise di tagliarla. Portò l’acqua al prigioniero e andò a sedersi in casa. Si chiese cosa ne avessero fatto dell’uomo rinchiuso nel carcèl gli uomini del generale, quando fossero tornati. E di lui, rimasto orfano dal giorno prima, quando il padre aveva osato affrontare i soldati.

Forse sarebbe partito con loro, si disse, verso le città ancora in piedi, verso la fortuna e una vita migliore.

Intanto il sole continuava a bruciare la terra e il suono melodioso della quena tornò a sciogliere il silenzio.

8 Commenti

  1. Cristiana Tumedei
    26 maggio 2013 alle 21:11 Rispondi

    Devo ammettere che conoscevo solo tre parole: bozzima, trappo e lobos. Anche se non le uso abitualmente :)

    Del racconto, che dire? Riesci sempre in questo esercizio che a me sembra davvero complicato. E poi, sarò ripetitiva, ma credo che il tuo stile di scrittura emerga anche in queste prove. Bravo!

    • Daniele Imperi
      26 maggio 2013 alle 21:42 Rispondi

      Grazie :)
      Rileggendolo, non mi pare granché il racconto, ma è solo un esercizio. Forse è complicato se ci pensi troppo: io in questi casi scrivo di getto.

      La bozzima forse l’avevo sentita anche io.

  2. Marcello
    27 maggio 2013 alle 15:17 Rispondi

    Bel tranche de vie.
    Bella prova. Mi sembra più che un esercizio, perché con poche, pochissime, parole fai emergere molto bene questa grande e malinconica immagine.

    Saludos!

  3. Damhìa
    27 maggio 2013 alle 20:37 Rispondi

    Le uniche parole che conosco sono Lobos e Cárcel perché so un po’ di spagnolo, il resto è nuovo=D. Davvero impressionante il modo in cui con poche parole riesci a inventare una mini storia=)

  4. Romina Tamerici
    7 giugno 2013 alle 02:22 Rispondi

    Molto bello questo tuo racconto. Uno dei tuoi più riusciti con le dieci parole (secondo il mio parere, ovviamente).
    A parte il pezzo in cui scuoia il serpente…

    L’ho letto solo dopo aver scritto il mio, ma direi che non serve dirlo perché l’esito è molto diverso! Ahahah!
    http://tamerici-romina.blogspot.it/2013/06/lettera-amore-racconto.html

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