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10 parole nuove da usare #26

10 parole nuove

Di nuovo dieci parole dal romanzo Suttree di McCarthy. Anche in questo caso sono abbastanza diversificate, ci sono termini religiosi, animali, elementi architettonici e dell’edilizia, piante, colori.

Più di qualcuno mi ha chiesto come riuscire a creare un racconto utilizzando parole così variegate. In realtà non vedo la difficoltà, basta lasciar scorrere la fantasia, scrivere un periodo dopo l’altro. Naturalmente non si scriveranno capolavori, ma l’esercizio consiste soltanto nel migliorare il linguaggio e la conoscenza delle parole.

  1. Mudra: trovata a pagina 452 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. Nel dizionario manca, ma si tratta di una parola in sanscrito che indica una posizione delle mani con gesto simbolico.
  2. Lucioperca: trovata a pagina 482 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. Pesce rinomato di acque dolci e salmastre.
  3. Bigello: trovata a pagina 511 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. È un panno rozzo caratterizzato da pelo lungo e fitto.
  4. Dossologia: trovata a pagina 512 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. Si tratta di una forma di liturgia per lodare Dio.
  5. Calcimmina: trovata a pagina 533 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. È la calce da intonaco.
  6. Bisello: trovata a pagina 535 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. È la smussatura ottenuta sugli spigoli di un materiale, anche di una mattonella, per renderla più rifinita.
  7. Berta: trovata a pagina 552 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. Non ricordo il contesto in cui fu trovata, ma ha vari significati: in questo caso potrebbe essere forse la ghiandaia.
  8. Intradossi: trovata a pagina 552 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. Sono le parti interne di archi e volte.
  9. Tanè: trovata a pagina 559 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. Indica un colore castano fra il nero e il rosso, come il cuio.
  10. Attaccamani: trovata a pagina 559 del libro Suttreedi Cormac McCarthy. È un’erba che si arrampica in siepi e capi incolti.

Esercizi con le 10 parole

Dal palo a cui ero stato legato vidi la figura entrare nel Cerchio Sacro, le mani in una mudra che non preannunciava nulla di buono. Il silenzio scese fra i selvaggi e gli occhi, non più puntati su di me, si voltarono ora sullo sciamano.

Ero stato scoperto nei pressi del villaggio. Catturato, malmenato, disarmato, spogliato e portato di fronte al capo. Non conoscevo la loro lingua, né sapevo dell’esistenza di un villaggio così arretrato nelle vicinanze del lago in cui andavo a pescare lucioperche e trote nelle giornate assolate.

Mi avevano coperto con un bigello che puzzava e adesso me ne stavo nel Cerchio, proprio in mezzo, dove l’intero villaggio presenziava a una sorta di dossologia a un dio sconosciuto. Cantavano tutti e al ritmo di quell’orrenda musica oscillavano i capi e il busto. Sui corpi era stata cosparsa della calcimmina e adesso parevano spettri partoriti dall’inferno dell’Antichità.

Osservai la struttura e l’edilizia del villaggio per farmi un’idea di dove fossi capitato. Il terreno era stato lastricato con pietre su cui qualche artigiano aveva praticato un bisello. Le case non erano capanne ma edifici in pietra di un’architettura a me ignota. Su ogni porta era incisa la sagoma di un uccello, forse una berta. Ricordo che ve n’erano in quella zona. Alcune costruzioni erano unite da archi e volte i cui intradossi mostravano bassorilievi raffiguranti creature mostruose e scritte con simboli ignoti.

Lo sciamano impose il silenzio. Sui suoi capelli color tanè, tinti con qualche mistura, erano appesi piccoli oggetti bianchi, che quando si avvicinò riconobbi essere denti umani. Al collo portava invece una collana di falangi annerite.

Mi chiesi che cosa aspettassero, perché era evidente che sarei stato sacrificato al loro dio.

Invece non era quella la loro intenzione e ne ebbi presto la conferma.

Lo stregone prese a salmodiare nella sua lingua gutturale e io avvertii piccole scosse nel terreno, finché tutto tremò e le lastre di pietra si sollevarono. Dal cuore della terra salirono strane piante filiformi, come attaccamani che si artigliarono sulle mie gambe conquistando ogni centimetro del mio corpo. Urlai, ma nessuno giunse in mio aiuto. Quando le piante rivestirono il mio corpo la vista si oscurò e io svenni.

 

Non so da quanto tempo sono qui, il tempo non ha più consistenza per la mia vita, ora. Là dove prima era infisso un palo, là dove m’avevano legato, adesso cresce un imponente albero che il villaggio venera ogni giorno. È l’Albero di Sangue, il dio ritornato che attendevano da tempi immemori, che ha poteri illimitati.

Che medita vendetta.

10 Commenti

  1. Maria Todesco
    24 gennaio 2013 alle 10:03 Rispondi

    Interessante post! Lo trovo però di difficile utilizzo, personalmente… Sono parole veramente particolari, come potrebbe un lettore seguirle?
    Se io trovassi un libro con tanti termini sconosciuti, finirei con il non leggerlo, anziché informarmi su quelle nuove parole… Perché se fosse una si potrebbe fare, ma già dieci implicano che almeno ogni venti pagine io abbia il vocabolario in mano.

    • Daniele Imperi
      24 gennaio 2013 alle 10:38 Rispondi

      Nel contesto si capiva benissimo di cosa parlasse l’autore. Inoltre io le ho segnate e più tardi, per il post, ho cercato i significati. Come esercizio è però utile per chi scrive, perché amplia il proprio dizionario.

  2. Lucia Donati
    24 gennaio 2013 alle 14:28 Rispondi

    Credo che la parola mudra non sia usata in senso corretto. Si tratta di un gesto simbolico utilizzato nello yoga ma con significato positivo, nel senso che aiuta positivamente nell’utilizzo delle energie chi fa quel tale gesto. Sono diverse le posizioni delle mani ma non mi risulta che con quel termine si opossano indicare gesti con significato negativo, come nel tuo racconto.

    • Daniele Imperi
      24 gennaio 2013 alle 14:44 Rispondi

      Sì, è vero. Magari in quel caso – come anche nel libro – la parola è presa in prestito per indicare una gestualità.

  3. Michel Pelucchi
    24 gennaio 2013 alle 15:22 Rispondi

    Vi suggerisco di pensare al vocabolario come ad un gioco. Un gioco (almeno io lo vedo così) che i linguisti hanno affermato per “chiarire” proprio questioni legate al significato lessicale dei segni/parole. Infatti IL SIGNIFICATO DI UN SEGNO è il segno con cui può essere tradotto, cioè “un altro segno combinato al primo che lo renda più esplicito”. Allora il gioco consisterebbe nel partire da una parola/segno (gatto, oppure attacamani) e ARRIVARE AD UN SIGNIFICATO proprio attraverso lo svolgimento, attraverso il racconto di quel segno. Avremo così scritto un racconto, a partire da “un solo vocabolo”. In questo svolgimento scopriamo che nulla è per sé soltanto… e che “tigre” magari intrattiene una relazione con “pesce”. Come nel quadro di Dalì: “Sogno causato dal volo di un ape…”. Saluti … “.. un attimo prima del risveglio”. ;)

  4. Cristiana Tumedei
    24 gennaio 2013 alle 15:54 Rispondi

    Trovo sempre interessanti questi esercizi! :)
    Mi piace il racconto che è nato dalle dieci parole di oggi. Quello che apprezzo maggiormente sono le descrizioni che fai, le trovo sempre credibili e suggestive. Bravo!

  5. Romina Tamerici
    25 gennaio 2013 alle 23:36 Rispondi

    Non vedo l’ora di tentare, come sempre, l’impresa!

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