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10 parole nuove da usare #19

10 parole nuove

Suttree domina questo numero della rubrica sulle parole nuove, come dominerà anche i prossimi numeri. Come avevo già avevo anticipato nel numero scorso.

McCarthy ha una padronanza del linguaggio fuori del comune e leggendo le sue opere si imparano parecchi termini prima mai sentiti e non sempre di facile reperibilità nei dizionari.

  1. Catenarie: trovata a pagina 23 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È la curva prodotta da un filo unito per le estremità, per via della forza di gravità.
  2. Cacchilotti: trovata a pagina 27 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È la traduzione della parola inglese gooseshot e dovrebbe indicare le pallottole usare per la caccia all’anatra. Non è riportato nello Zingarelli né nel Treccani online né ne sa qualcosa il vecchio Google.
  3. Autoscopica: trovata a pagina 32 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Proprio dell’autoscopia, o visione esterna o interna del proprio corpo da parte di una persona.
  4. Frastagli: trovata a pagina 33 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Lavoro di intaglio meticoloso e gli intagli stessi.
  5. Chamotte: trovata a pagina 35 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Argilla refrattaria usata negli impasti ceramici.
  6. Andana: trovata a pagina 40 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Spazio fra due filari di piante o corridoio fra file di casse, ecc.
  7. Pesticciata: trovata a pagina 40 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Calpestata con insistenza.
  8. Pinto: trovata a pagina 50 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Un tipo di fagiolo, pinto sta per dipinto.
  9. Salbanda: trovata a pagina 52 del libro Suttree di Cormac McCarthy. Materiali di detrito fra la roccia e una vena di ferro.
  10. Dobro: trovata a pagina 79 del libro Suttree di Cormac McCarthy. È una chitarra acustica.

Esercizi con le dieci parole nuove

I fili elettrici pendevano come tante catenarie fra un palo e l’altro, senza più vita che vi corresse sfrigolando e scintillando, e dal vecchio cimitero ormai neanche i fuochi fatui si levavano più al cielo notturno. Era un mondo spento, come se un dio avesse chiuso l’interruttore della vita e fosse rimasto a guardare cosa sarebbe accaduto.

Gli occhi spalancati, bulbi senza luce che parevano cacchilotti d’oca, il corpo avanzò con la sua andatura barcollante verso il rottame di un’auto. Osservò quel mucchio di metallo arrugginito e copertoni squarciati come se vi riconoscesse se stesso, autoscopica visione che sembrò turbarlo. Piegò il capo da una parte e se vi fosse stato qualcuno a guardarlo avrebbe creduto che stava ragionando su qualcosa. Ma nel suo cervello non esistevano movimenti di neuroni né reazioni emotive. Era un corpo non-morto, costretto a un’eterna esistenza per uno scherzo del destino.

Si diresse verso la costruzione che svettava silente e cadente contro l’orizzonte crepuscolare. Frastagli e doccioni e statue erano ridotti ad ammassi di pietra sbreccata e annerita, semicoperti da rampicanti rinsecchiti e guano solidificato. Percorse un sentiero di charmotte fino all’entrata della villa. Una sorta di andana fra enormi cespugli infestanti che stentavano a morire in quella terra morta. Terreno pesticciato dal suo continuo via vai dovuto a un’inerzia cerebrale che lanciava impulsi senza un perché.

Diede un calcio a un barattolo di fagioli pinto accartocciato su cui ancora si scorgeva un residuo dell’antica etichetta. Proseguì verso un terrapieno di salbanda da cui spuntavano barre di ferro e alluminio e tavole marce e una vecchia carriola fino a una catapecchia che stava ancora in piedi e in cui l’essere conservava un oggetto che la sua mente infantile considerava prezioso.

Era un dobro ancora funzionante. Lucido e senza ammaccature. Perfino accordato. Il corpo lo prese in mano e quasi timidamente, come ogni volta, mosse le dita sulle corde.

E quella landa senza più vita sembrò rinascere nell’armonia delle note che si diffusero nella sera come un vento di melodia che per un attimo, solo per un attimo, fece dimenticare al tempo che avrebbe camminato senza più scandire il ritmo all’umanità scomparsa.

4 Commenti

  1. Romina Tamerici
    21 giugno 2012 alle 13:47 Rispondi

    Che belle parole! Credo che questa notte scriverò il racconto con quelle del mese scorso… sono sempre in ritardo, lo so.

    Questo tuo racconto ha un lieto fine (ok, magari non proprio lieto) che non mi aspettavo. Un finale dolce in quell’immensità di nulla. Congratulazioni!

  2. Orlando
    9 luglio 2012 alle 07:35 Rispondi

    Ciao Daniele, non conosco il libro da cui è stata scelta la parola Cacchilotti, quindi non so il contesto in cui viene usata, però esiste la parola “cacchione” che corrisponde alla definizione che ho trovato sul dizionario on line Hoepli:
    “Punta delle penne nascenti negli uccelli, in partic. nei gallinacei”
    Nel dialetto toscano è usata in questo senso, indica anche la larva. Ripeto, non conosco il contesto, magari fammi sapere. Ciao

  3. Daniele Imperi
    9 luglio 2012 alle 09:37 Rispondi

    @Romina: buon lavoro, allora :)

    @Orlando: ciao e benvenuto. Dovrei ricontrollare nel libro, potrebbe anche essere giusta la tua definizione. Oppure chiedo a un forum inglese qual è il giusto significato di gooseshot.

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