Le paranoie sulla scrittura

Le paranoie sulla scrittura
Quanto ti lasci andare e quanto ti sei ingabbiato nella tua scrittura?

La narrativa è cambiata parecchio da che gente come Stevenson, Pirandello, Conan Doyle, Mann, Dostoevskij, Calvino e tantissimi altri scrittori classici antichi e moderni hanno arricchito le librerie di tutto il mondo. È cambiata perché è cambiato il linguaggio, c’è stata un’evoluzione della comunicazione e quindi anche della scrittura e, di conseguenza, della lettura e dei gusti letterari.

Oggi, a quanto pare, si tende a preferire un certo tipo di narrativa. Possiamo curare la nostra scrittura quanto vogliamo, ma c’è una tendenza a preferire stili di scrittura più diretti e semplici, come è stato suggerito in un commento a un mio post. Tutte paranoie, secondo me, paranoie nel senso che credo dobbiamo scrivere secondo il nostro stile e non obbedendo a mode o a logiche di mercato.

Frasi brevi e semplici

Mi chiedo: perché? Uso frasi brevi se devo usarle, altrimenti no. Non stiamo parlando di scrittura per il web, che viene letta in modo differente da come si legge un libro. Stiamo parlando di narrativa, di un romanzo, di letteratura che deve anche avere una certa estetica.

La brevità delle frasi non può essere usata di continuo in un romanzo. A me, almeno, dopo un po’ stuferebbe. Ho la sensazione di interrompere spesso la lettura. Se la frase è breve, allora significa che c’è qualcosa che ne influenza la lunghezza, come la punteggiatura.

Che romanzo scriveremmo usando sempre parole, frasi e periodi semplici? Per bambini? Nulla da dire sulla letteratura per i più piccoli, ma se scriviamo altro, non possiamo usare quel metodo.

La narrativa di E.L. Doctorow

Adesso voglio riportare un brano tratto dal romanzo Homer&Langley di Doctorow che sto leggendo ora (non Cory, ho specificato che è un altro). E.L. Doctorow è l’autore di Billy Bathgate e Ragtime, trasposti anche al cinema: nel primo hanno recitato Dustin Hoffman, Nicole Kidman, Bruce Willis e Steve Buscemi, mentre nel secondo James Cagney e Samuel L. Jackson.

A me piace molto questo autore, di cui ho letto, oltre al citato Billy Bathgate, anche L’acquedotto di New York.

Devo dire che, pur non essendomi mai sposato, ero particolarmente sensibile alle donne, anzi, ne ero un grande ammiratore, e confesserò fin da subito che ebbi un paio di esperienze sessuali nel periodo di cui sto parlando, il periodo della mia vita cittadina di bel giovane cieco non ancora ventenne, quando i nostri genitori erano vivi e organizzavano parecchie serate mondane, intrattenendo le persone più in vista della città nella nostra casa, un monumentale omaggio al tardo stile vittoriano presto superato dalla modernità – per esempio dall’arredamento all’ultima moda della nostra amica di famiglia Elsie de Wolfe, la quale non mise più piede nel nostro palazzo dopo che mio padre le ebbe negato il permesso di rimodernarlo da cima a fondo – che mi è sempre sembrato confortevole, solido, sicuro, con i suoi grandi divani imbottiti, le sedie trapuntate stile Impero, le finestre a parete con i pesanti drappi sopra le tende, gli arazzi medievali appesi ad aste dorate, e poi le librerie a bovindo, i folti tappeti persiani, le lampade a stelo con il paralume a frange e le coppie di anfore cinesi che potevano quasi contenere una persona… era tutto molto eclettico, trattandosi di una specie di documentazione dei viaggi dei nostri genitori, e agli estranei poteva forse apparire caotico, ma a noi sembrava normale e giusto ed era il nostro retaggio, mio e di Langley, quella sensazione di vivere assieme a oggetti assertivamente inanimati ai quali bisognava sempre girare intorno.

Questo non è certo un periodo breve, è lungo 1491 caratteri, ma si legge benissimo. Forse sono di parte, perché a me Doctorow piace.

Frasi brevi e semplici o lunghe e contorte?

Qualcuno dice che nei dialoghi specialmente dobbiamo preferire la brevità di frasi e periodi, ma non è per niente vero. Dipende. E così nella narrazione. Il nostro periodare deve essere un mutaforma: cambiare secondo le necessità.

Paratassi e ipotassi

Lo confesso senza problemi: io scrivo, mi piace scrivere, ma sono davvero digiuno di tutta la nomenclatura che riguarda il linguaggio scritto. È sempre stato più forte di me: non mi entrano in testa quelle parole e continuo a dimenticare le varie figure retoriche, il loro significato, i loro nomi, il loro uso.

E così arriviamo alla paratassi e all’ipotassi, che a un primo sguardo sembrano ghiandole di qualche tipo, ma non credo si possa avere un’infezione all’ipotassi, no? Vediamo cosa sono, per chi non lo sa:

  • Paratassi: periodo in cui le frasi sono interdipendenti, quindi equivalenti fra loro. È propria del linguaggio popolare.
  • Ipotassi: periodo in cui le frasi sono invece inserite mantenendo un livello di subordinazione. È propria della prosa classica, quindi non del linguaggio colloquiale.

Detto così, io poco ci capisco e ho bisogno di esempi. Altro motivo per cui a me non arrivano i significati di molte parole, ma ho bisogno di leggere degli esempi pratici.

La freddezza della paratassi

Sì, sarà pure del linguaggio colloquiale, sarà che la usiamo ogni giorno – anche se la cosa mi convince poco – ma a me sembra una scrittura davvero fredda, che non mi emoziona per niente.

Entrò in casa e chiuse la porta. Raggiunse l’armadio e cercò la pistola nascosta sotto alcuni maglioni, poi si sparò un colpo in fronte.

L’eleganza dell’ipotassi

Non per niente l’hanno attribuita alla letteratura classica. Di sicuro le frasi si allungheranno un po’, ma io credo che siano anche più eleganti. Non fate caso ai miei esempi, sono solo frasi pratiche che ho scritto di getto.

Dopo essere entrato in casa, chiuse la porta. Raggiunse l’armadio e, dopo aver rovistato sotto i maglioni, trovò la pistola e si sparò un colpo in fronte.

Paratassi o ipotassi?

Io scelgo la sintassi! Sì, a me davvero basta che la mia sintassi sia corretta, poi penso di districarmi a mio piacimento fra parattiche frasi e ipotattici periodi. Negli esempi fatti, però, c’è da dire che il primo, dove c’è la paratassi, si addice proprio a quell’azione, mentre l’ipotassi, forse, è più indicata per altre scene.

E voi, come la vedete? Sono tutte paranoie anche per voi?

Categoria postPublicato in Scrittura - Data post19 giugno 2014 - Commenti46 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

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Commenti
  • LiveALive 19 giugno 2014 at 07:55

    In teoria, si consigliano le frasi brevi perché più facili da elaborare, e si consiglia la paratassi perché una principale è più diretta e chiara di una subordinata. È chiaro poi che esistono grandi autori che hanno scritto con periodi lunghi e ipotassi, e in questo nessuno batte Proust. Io ti consiglio di dare una letta a qualche sua paginetta. Certo, era una divinità, però per il lettore comune è davvero difficile: dopo la diciottesima subordinata non capisce neppure più dove sta. Anche quel periodo di Doctorow, per dire: è sicuramente molto bello, ma alla prima lettura non ho potuto fare a meno di chiedermi “che ha detto?”

    In realtà, in qualsiasi testo c’è paratassi E ipotassi. Parafrasando l’esempio di Wikipedia: “dimmi perché mangiando il risotto bevi Pinot Bianco”. Questa frase ha ben due subordinate: “dimmi” principale, “perché” subordinata, “mangiando il risotto” seconda subordinata. Eppure una frase del genere si può trovare senza problemi anche nel più semplice dei testi. Anche la lunghezza delle frasi. Una frase è lunga se ha più di 25 parole, ma è chiaro che se scrivo sempre frasi di cinque parole divento monotono. Qui cinque, lì quindici, fino a venticinque, ma non di più.

    • LiveALive 19 giugno 2014 at 08:13

      Ah, dimenticavo una cosa! In realtà lo scrivere in paratassi è frutto anche di altre esigenze, non una volontà a sé stante.
      Per esempio, ora c’è la volontà di descrivere la scena sul momento, magari al tempo presente, Man mano che il personaggio la vive. Questo dovrebbe aumentare l’immersione, visto che nella realtà noi vediamo “uno che rovista nel cassetto e prende una pistola”, non “uno che prende la pistola dopo aver rovistato nel cassetto”. Ne consegue che sarebbe bene eliminare tutte le indicazioni temporali come “dopo”, “poi”, e anche molti gerundi, in favore della pura successione degli eventi in ordine temporale. Altra conseguenza, per dire, è il non mettere l’istanza di enunciazione davanti alla battuta. Non “tizio dice: “, ma al limite ” dice Tizio “. Il motivo è che il punto di vista non può sapere che il personaggio “dice” qualcosa prima che questo apra bocca.

      Riguardo me, mi piacerebbe molto scrivere frasi proustiane con venti subordinate… Ma per il momento, credo di aver usato sempre la paratassi.

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 14:20

      Proust volevo leggerlo tanti anni fa, ma non sono sicuro che mi attiri. Devo scegliere per bene una sua opera da provare, ma rigorosamente non una storia d’amore.

      Forse il problema dei periodi lunghi è che adesso la gente legge male e poco anche, soprattutto manca di tutto un bagaglio di letture che avrebbe dovuto fare in età giovanile – me compreso.

      Bisogna variare, come dici alla fine.

  • Grazia Gironella 19 giugno 2014 at 08:13

    Credo che come sia il nostro stile lo scopriamo solo dopo avere scritto tanto, e comunque resta qualcosa in evoluzione in base alle letture, alla crescita e tutto il resto. Mettersi lì a tavolino a decidere come strutturare le frasi mi sembra assurdo; d’altra parte se chi mi legge, invece di dire “mi piace”, dicesse qualcos’altro, il problema me lo porrei. Per ora so solo una cosa: non mi piacciono gli stili troppo frammentati, né quelli troppo elaborati. Mi piace cambiare ritmo e lunghezza delle frasi e dei paragrafi, questo sì.

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 14:26

      Neanche io mi metto a tavolino a decidere come scrivere le frasi. Vengono così e come voglio le revisiono.

  • LiveALive 19 giugno 2014 at 08:18

    …avevo scritto delle battute attorno a tizio dice, dice tizio, ma sono sparite…
    non: tizio dice: “bla bla bla”
    ma: “bla” dice tizio “bla bla”

  • Chiara 19 giugno 2014 at 09:14

    Io sono un po’ anarchica, per quanto riguarda regole e regolette non solo concernenti lo stile ma, più in generale, le tecniche narrative intese in senso lato. Leggo molto (non solo sui blog come il tuo, che offrono delle indicazioni molto utili) e cerco di fare tesoro dei consigli che trovo in giro. Alcuni di essi, sono stati risolutori. Tuttavia, cerco di considerarli delle linee guida, non delle regole fisse e stabili. Stiamo parlando di arte, non di ingegneria aerospaziale: il “si deve”, a mio avviso, ingabbia la creatività e la soffoca.
    Per quel che riguarda la scelta delle frasi, io le allungo o le accorcio a seconda del ritmo che voglio dare alla scena. è vero che la brevità è considerata più attuale, ma se c’è esagerazione si rischia di impoverire il tutto. Mi è capitato di scrivere frasi di tre parole e frasi di tre righe, ma non è mai stata una scelta avulsa dal significato che, alle stesse, aveva intenzione di dare. Prima di tutto, c’è ciò che si decide di dire, di trasmettere, di comunicare. La lunghezza della frase è una diretta conseguenza.

    Buona giornata :)

    • LiveALive 19 giugno 2014 at 11:49

      Quello che dici non è sbagliato, ma lo dicono un po’ tutti, e c’è bisogno di aggiustare il tiro.
      Di sicuro non è ingegneria aereospaziale, ma perché non lo è? Il motivo è che le leggi fisiche a cui sottostà una materia scientifica sono immutabili e sono fisicamente esistenti. Le leggi che governano la percezione estetica, invece, sono mutabili. Inoltre l’estetica non è un oggetto fisico, ma oggetto ideale (o sociale?) e in quanto tale esiste solo se c’è anche un soggetto che la percepisce. Ora il problema è cercare di capire fino a che punto la percezione possa essere trattata come scienza. Da un lato, è innegabile che il nostro cervello soggiace a leggi fisiche che possono essere sfruttate, ipoteticamente, con precisione matematica, affinché si susciti una data reazione. Dall’altro lato, però, abbiamo scoperto pure che davanti allo stesso testo diversi cervelli hanno diverse reazioni sulla base di una diversa struttura neurale, diverse esperienze di vita, diverso modo di leggere. …i neurologi stessi dicono che l’arte è 10% biologia e 90% stereotipo sociale. Quindi delle regole possono esistere, ma vengono piegate da un 90% di relativismo.

      • Chiara 20 giugno 2014 at 08:35

        Appunto: delle regole che sono al 90% per cento relative, come possono essere considerate tali? Il concetto stesso di “norma” implica un minimo di universalità. Per questo motivo le così dette regole non possono essere considerate altro se non delle linee guida, delle indicazioni, che possono essere modulate e gestite dall’autore, grazie alla sua esperienza.

        In particolare io credo che soprattutto in fase di prima stesura non ci si debba domandare troppo cosa sia giusto e cosa sbagliato altrimenti si rischia di rallentare enormemente la scrittura. Quando una persona si accinge, per la prima volta, a scrivere un’opera di così grande portata, se inizia a farsi paranoie (e il termine usato da Daniele è giustissimo) rischia di bloccarsi. Uno scrittore esperto e sciolto, è maggiormente padrone di tali “regole” e sa applicarle spontaneamente.

        Io prediligo frasi brevi, perché le ritengo maggiormente consone al mio stile. Ma ci sono momenti in cui secondo me occorre rallentare il ritmo.

        P.S. Penso che tu sia veramente competente: hai un blog? Mi piacerebbe seguirlo.

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 14:30

      Anche secondo me dipende da cosa devi scrivere. Alcune scene richiedono frasi brevi, anche nel narrato o nel dialogo, altro frasi e periodi lunghi.

  • Il mondo di Dru 19 giugno 2014 at 10:43

    Io, più che scrittrice sono lettrice e personalmente mi piace che lo stile sia adatto al romanzo che sto leggendo. Ci sono libri che hanno ritmi incalzanti e le frasi brevi supportano l’azione. Altri in cui mi piace vedere un bel periodo strutturato, riflessivo e quant’altro.
    La cosa migliore però è quando ci sono entrambi e l’autore stesso li cambia per rispettare il momento del libro.
    Buona giornata

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 14:32

      Io sono sempre stato convinto che per ogni storia e genere ci voglia il suo stile.

    • Chiara 20 giugno 2014 at 08:36

      Esatto: uno scrittore, proprio perché artista, deve saper essere flessibile.

  • GiD 19 giugno 2014 at 13:16

    Io non credo che “scrivere semplice” significhi impoverire il testo o usare solo frasi e parole semplici. Credo che la regola dello scrivere semplice vada intesa come esortazione a non rendere difficoltosa la lettura. Il senso della regola non è vietare le subordinate, ma porre l’attenzione dell’autore sulla chiarezza del testo.
    Se il lettore deve rileggere tre volte un periodo per capirlo, c’è oggettivamente un problema nel testo, e spesso il problema deriva da un uso eccessivo o comunque sbagliato delle subordinate, che rendono il periodo ingarbugliato e difficoltoso da seguire.

    Come dice giustamente il commento precedente, poi, lo stile va sempre abbinato al genere. Ci sono storie che vogliono un ritmo più incalzante, frasi più brevi, periodi snelli. Ce ne sono altre, invece, che vanno raccontate con calma, con periodi lunghi, lenti, riflessivi.

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 14:34

      Chiarezza senz’altro, vero. Un periodo contorto può anche essere breve, per esempio, non per forza lungo.

      • GiD 19 giugno 2014 at 16:35

        E infatti il punto non è tanto scrivere frasi brevi o lunghe, quanto scrivere frasi chiare. Ovvio però che se inserisci cinque o sei subordinate, con parentesi, incisi e quant’altro, c’è un rischio maggiore che ne venga fuori un periodo contorto.
        E’ sempre un discorso relativo al lettore e alla sua capacità di seguire il filo del testo. Le frasi con una struttura più semplice, bisogna ammetterlo, facilitano la lettura. E’ bene che gli scrittori alle prime armi lo tengano presente.

  • SAM.B 19 giugno 2014 at 14:13

    Mai fatta problemi di questo tipo. Altre paranoie sì, ma queste – almeno – me le sono risparmiate :)
    Dal punto di vista della scrittrice anche io, come Chiara, uso frasi brevi o più lunghe a seconda del ritmo che voglio dare alla scena. Gli estremi li evito e se mi rendo conto di esserci cascata, rimedio. Poi, come dice Grazia, lo stile è in evoluzione e ogni storia ha il suo ritmo: ho trovato un mio equilibrio e sposto l’indicatore su frase breve solo quando serve. Frase (troppo) lunga, no.
    Dal punto di vista della lettrice, periodi composti da frasi brevissime – a volte anche da una sola parola – mi danno la sensazione che mi manchi l’aria, quindi addio piacere di immergermi in una storia.
    Cose come: “Aprì. Buio. Accese la luce. Tolse il cappotto. Freddo. Regolò il termostato” mi uccidono.
    Stessa cosa i periodi troppo lunghi: in effetti, quelli li amo anche meno, tendo a perdermi anche io! ^^;

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 14:37

      Frasi di una sola parola: io le uso, ma le doso, le inserisco solo quando voglio puntare l’attenzione su quella parola, perché sta esprimendo un concetto o rivelando qualcosa di importante.

      Una volta ho scritto un racconto fatto solo di frasi brevissime: ci volevano le bombole d’ossigeno per leggerlo :D

      L’esempio che hai fatto è esagerato, infatti, può andar bene come traccia, ma la lettura è difficoltosa.

      • SAM.B 19 giugno 2014 at 18:30

        Magari fosse esagerato! :(
        Non sono le parole usate nell’estratto che avevo in mente quando ho scritto l’esempio, ma come lunghezza delle frasi siamo lì. L’equivalente del singhiozzo.

  • Andrea 19 giugno 2014 at 19:21

    Concordo con te, Daniele, e aggiungo che lo stile deve nascere da dentro di sé, uscire fuori grazie all’ispirazione e adagiarsi su carta a braccetto con l’idea. Le gabbie di paranoie e costrizioni non servono a niente e a nessuno.

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 20:42

      Vero, deve nascere dentro di noi, anche se credo che sia sempre in evoluzione.

  • Tenar 19 giugno 2014 at 20:27

    Quello delle frasi brevi è un ottimo consiglio per i miei alunni di terza media che faticano a raggiungere il sei nel tema. Mi auguro che gli scrittori (e aspiranti tali) siano di un altro livello! Quindi per me sono tutte paranoie. Come giustamente dici tu, Daniele, l’importante è che ci sia la sintassi.

    • Daniele Imperi 19 giugno 2014 at 20:43

      I tuoi alunni non riescono a scrivere frasi lunghe?

      • LiveALive 19 giugno 2014 at 21:02

        Credo che scrivere frasi corre sia un ottimo consiglio per loro proprio perché si perdono per ambagi.
        Comunque,gli alunni hanno problemi con le frasi corte? Giù con Carver ed Hemingway. Problemi con le lunghe? Li prepariamo con un moderatissimo Faulkner e poi Proust in endovena.

      • Tenar 20 giugno 2014 at 21:15

        Non riescono a scriverne di corrette (almeno alcuni, c’è anche chi è molto bravo)

  • Severance 20 giugno 2014 at 01:46

    “Basta che funzioni”…La paratassi mi pare più convincente (per questo molti ci si affidano oggidì), mentre con l’ipotassi si rischia di deviare e non essere incisivi coi lemmi, per quanto in effetti sia elegante. Credo che tutto stia appunto nella sintassi, e soprattutto nella ricchezza del lessico. Chiaro che una serie di frasi incisive e focalizzate con un lessico minimo diventa elenco della spesa!

  • Nani 20 giugno 2014 at 02:18

    Si’, ma Tenar ha detto “Alunni di terza media”, Alessio.
    Se a me avessero dato da leggere Proust in terza media, avrei dato fuoco alla biblioteca nazionale in eta’ adolescenziale, come rifiuto non troppo inconscio alla lettura. :D
    Oddio, io ho incontrato per sbaglio Proust alla tenera eta’ di 18 anni, e la voglia di bruciare la ricerca ancora ce l’ho. :DDD
    Ma questo, ormai, e’ diventato mio pregiudizio.

    Ps: e’ stato proprio in terza media che mi hanno fatto leggere Hemingway! E, infatti, non lo posso vedere troppo.

    • Daniele Imperi 20 giugno 2014 at 07:49

      A me a 14 anni hanno dato da leggere l’Adelchi del Manzoni, altro che Proust :D

      Se trovo qualche anteprima, provo a leggere qualche pagina di Proust. Sono troppo pieno di pregiudizi per comprarlo a scatola chiusa. Adesso, per esempio, sto combattendo contro Kundera e il suo romanzo sulla leggerezza che trovo di una pesantezza unica.

  • Nani 20 giugno 2014 at 08:32

    Aspetta, prima leggi Proust, e poi ne parliamo! :D
    E Kundera, ecco, un’altro che devo aver letto troppo giovane, perche’ tutta quella leggerezza non ce l’ho vista nemmeno io.

  • LiveALive 20 giugno 2014 at 08:37

    In effetti io Proust l’ho letto a vent’anni, ma ero già abituato a alla forma ricca da D’Annunzio, ed ero interessato e preparato da alcune conferenze a tema proustiano. A un ragazzo di terza media non abituato a quello stile e non particolarmente attratto dalla Recherche direi di aspettare anche trent’anni XD

    Riguardo me, ho iniziato a leggere molto tardi: il primo testo che ho letto di mia volontà è stato il Conte di Montecristo, quando avevo 18 anni! A scuola non ho neppure letto i promessi sposi. Comunque, dovessi far leggere qualcosa a un ragazzo di prima seconda superiore, gli servirei solo Dumas.

    Daniele, ho cercato qualche estratto su internet, ma niente. Su TNT village è possibile scaricare tutta l’opera, la quale ti ricordo è di pubblico dominio e quindi non dovrebbero esserci problemi legali (anche se ormai la ricerca va avanti così, sono i professori stessi che mi inviano i testi piratati…)
    Comunque, in alternativa, qui dovresti trovare un pdf:
    http://blog.libero.it/imeldadarianr/12776914.html

    Povero Kundera! XD considera che lui non fa pura narrativa. L’insostenibile leggerezza dell’essere è un romanzo-saggio, se non ricordo male tutta la storia stessa non è altro che gli esempi che costituivano il progetto saggistico. Ci sono altri testi di quel tipo, anche se strutturalmente diversi, come l’uomo senza qualità di Musil, un testo che non ho il coraggio di leggere…

    • Daniele Imperi 20 giugno 2014 at 08:45

      I primi 2 capitoli li ho trovati bellissimi, poi è diventata una storia d’amore – e io non sopporto le storie d’amore, né da leggere né al cinema – e l’interessa è calato allo zero assoluto.

      Soprattutto, io non ho alcuna visione mentre leggo, cosa che non mi è mai successa. Non so che faccia e voce abbiano i personaggi, dove si muovono, quali oggetti li circondano. Sinceramente, non so se riuscirò a finirlo.

      Grazie del link, leggerò qualche pagina di Proust.

    • Daniele Imperi 20 giugno 2014 at 09:05

      Non fa scaricare il pdf e altri formati, ma un eseguibile. Quindi cercherò altrove :)

  • LiveALive 20 giugno 2014 at 09:32

    Mh, gli eseguibili non li scarico mai neppure io. Prova a vedere qui:
    Torrent:
    http://forum.tntvillage.scambioetico.org/?showtopic=218179
    Qui si legge online senza problemi:
    http://www.scribd.com/mobile/doc/182416080
    Qui puoi vedere un anteprima, ma cosa leggi esattamente nel l’anteprima non lo so:
    http://www.ultimabooks.it/alla-ricerca-del-tempo-perduto
    (L’edizione della newton Compton è fisicamente fragile, ma eccellentissima per tutto il resto: ha un apparato critico sostanzioso, duecento pagine tra introduzione e postfazione. Per il prezzo, con gli sconti su ibs mi sono portato a casa quasi tremila pagine a sette euro)

  • Ivano Landi 20 giugno 2014 at 16:26

    Anch’io non mi pongo nessun problema sull’allungare o no i periodi. E non sono un fan della scrittura-spezzatino, con un punto ogni sei parole. Dopotutto anche il “mio” Thomas Pynchon come il tuo “Doctorow” è famoso per i periodi chilometrici.

  • Tenar 20 giugno 2014 at 21:20

    … Le medie sono un mare magnum dove si incontrano tutti i tipi di studenti, quelli che leggono classici a colazione, pranzo e cena e chi a casa parla un’altra lingua. Chi ha centinaia di libri in casa e chi non ha comprato neppure quelli di testo. Ci sono ragazzi in terza media con 16 anni. C’è chi vuole andare a fare il giornalista e chi sogna un posto da muratore. Quindi non volevo generalizzare. A quelli più in difficoltà consiglio le frasi brevi. Se nonostante tutta la buona volontà il congiuntivo rimane una malattia degli occhi, meglio non doverlo incontrare

    • Daniele Imperi 23 giugno 2014 at 07:53

      Non credi che bisogna trovare un modo per fargli capire e usare il congiuntivo?

  • Claudia 21 giugno 2014 at 00:27

    Preferisco le frasi brevi. Non certo “lista della spesa” come qualcuno ha simpaticamente citato.
    Per frasi brevi intendo qualsiasi cosa che eviti un monologo troppo pesante, che conduca poi all’inevitabile calo di palpebra con annesso abbiocco.
    Sono d’accordo nel sostenere che questi periodi vanno dosati con attenzione, ma eppur vero che danno uno slancio alla lettura non di poco.
    In sostanza non mi pongo il problema, è la storia stessa che mi porta a usare periodi brevi o lunghi secondo la necessità.
    Bisogna solo trovare un buon equilibrio tra le due cose.
    Come in tutte le cose, del resto. ;)

    • Daniele Imperi 23 giugno 2014 at 07:54

      Spesso, secondo me, si tende a confondere “frasi” con “periodi”. Un periodo piò essere molto lungo, ma formato da frasi brevi, per esempio.

      • LiveALive 23 giugno 2014 at 09:37

        Sì, è corretto, e bisogna sottolinearlo. Il punto è che una frase molto lunga è comunque poco chiara, mentre un lunghissimo periodo formato da frasi brevi risulta sempre abbastanza chiaro. Il tutto, naturalmente, a meno che la logica non vada per ambagi… La chiarezza conta sì nella struttura della frase, ma anche nella costruzione logica del periodo, perché anche una frase breve può essere di difficile comprensione, mentre una lunga ma lineare si segue senza problemi.

  • Kinsy 21 giugno 2014 at 08:40

    «dobbiamo scrivere secondo il nostro stile e non obbedendo a mode o a logiche di mercato»
    Ecco! Spesso ce ne dimentichiamo. Perché la forza di quello che scriviamo è dato dalla storia in sé, ma anche, e soprattutto, da come la scriviamo.

    • Daniele Imperi 23 giugno 2014 at 07:55

      Altrimenti si rischia un appiattimento di stile, mentre uno scrittore deve essere riconoscibile.

  • Bruna Athena 21 giugno 2014 at 16:37

    Anch’io preferisco l’ipotassi! Però devo dire che quelli proprio bravi bravi sono capaci di essere paratattici senza rendersi banali: racchiudono in poche righe emozioni complesse, metafore, suggestioni. Naturalmente, è privilegio di pochi. Al di là delle esigenze commerciali, comprensibili, a me sembra una violazione di se stessi dover star lì a rendere la propria scrittura altro da sé.

    • Daniele Imperi 23 giugno 2014 at 07:56

      Alla fine credo che si risolva tutto nelle capacità di ognuno di usare ipotassi e paratassi secondo necessità e di usarle bene.

  • Alessandra 21 giugno 2014 at 16:37

    Si tratta sempre, credo anch’io, di saper “dosare” (scusate se ripeto cose già dette, ma è quello che penso), ma se uno ci sa fare, nello scrivere, dovrebbe forse venirgli naturale formulare la frase breve o lunga nel momento più indicato, senza il rischio di eccessi o forzature. Lo dico da lettrice, anche se poi avendo un blog mi misuro anch’io, ogni giorno, con l’atto dello scrivere…

    • Daniele Imperi 23 giugno 2014 at 07:57

      Anch’io credo che frasi brevi e lunghe dovrebbero nascere in modo naturale: è la storia, anzi la scena del momento, che ti suggerisce di scrivere in un modo o in un altro.

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