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Padroni della lingua

Padroni della lingua

Leggendo una newsletter del copywriter Bob Bly, ho avuto ispirazione per questo post. Si intitolava “The most valuable reference books a copywriter can own”, in pratica i libri di consultazione più indicati per un copywriter.

Bly elencava una serie di dizionari e altri libri di documentazione che usa nel suo lavoro, per poter scrivere testi su ogni argomento. Lui stesso è autore di alcuni dizionari, come lʼultimo che ha pubblicato il 25 dicembre scorso: The Big Book of Words You Should Know to Sound Smart: A Guide for Aspiring Intellectuals.

Quando si parla di documentazione in narrativa, forse non si tratta lʼargomento a fondo, ma ci si limita di solito a uno studio sul periodo storico relativo al nostro romanzo: informazioni sulla società, sul tipo di governo, su usi e costumi, sui nomi usati, i mezzi di trasporto, i cibi, ecc.

È davvero sufficiente?

Lo scrittore deve essere padrone della sua lingua

Quando leggi Cormac McCarthy, ti accorgi di quanto poco conosci lʼitaliano. Che si tratti di una traduzione non significa nulla, una volta tradotti quei termini in italiano sappiamo benissimo se fanno parte del nostro vocabolario o no.

Leggendo diversi romanzi di McCarthy mi sono accorto che svariate decine di parole mancavano al mio vocabolario: non le avevo mai sentite.

È naturale che una persona non possa conoscere tutti i termini contenuti nello Zingarelli o nel Treccani, o nel dizionario della lingua italiana che preferite, ma scoprire quelle lacune mi ha fatto sentire più ignorante del solito.

Mi sono chiesto: cosa voglio scrivere io, se neanche ho mai sentito nominare lʼabscissione, le lisimachie, i frastagli e lʼandana? Passi per tutti quei termini spagnoli che McCarthy introduce e forse è anche costretto a introdurre – le sue storie texane al confine col Messico ne sono piene – ma almeno le parole della mia lingua avrei dovuto conoscerle.

“Getta la mamma dal treno” docet

Ricordate il film di Danny DeVito? Interpretava Owen, un adulto bambinone che partecipa a un corso di scrittura creativa. In quel film possiamo imparare una lezione di scrittura.

Ricordo che in una scena una partecipante ha dovuto leggere il suo pezzo – una storia su un sommergibile – e non si era per niente documentata sulla nomenclatura, quindi chiamava i vari strumenti “coso”. Lʼinsegnante, interpretato da Billy Crystal, le fece notare che avrebbe dovuto documentarsi sui nomi dei vari oggetti e strumenti presenti nel sottomarino.

Conosciamo la nomenclatura?

Nellʼedizione del dizionario Zingarelli che ho ci sono a fine volume una serie di tavole a colori di nomenclatura, utilissime per uno scrittore. Volete conoscere come si chiamano tutte le parti di una bicicletta? O di un castello? O di un supermercato? Quelle tavole fanno per voi.

Ce ne sono per diversi argomenti. Ovviamente non bastano. Lʼideale sarebbe trovare dizionari specializzati per ogni argomento.

Ogni volta che leggo un romanzo in cui lʼautore cita specie vegetali, magari parlando di un bosco, resto meravigliato della sua padronanza. Magari le conosce, o magari si è semplicemente documentato sulla flora e la fauna di quella regione.

Lo scorso anno ho letto The Martian e quel romanzo è pieno di termini tecnici. Lʼautore ha comunque buone conoscenze sui viaggi spaziali, ma sul resto si è documentato.

Documentazione non significa soltanto non far mangiare le patatine fritte al protagonista del nostro romanzo medievale, visto che la patata apparve in Europa solo nel ʼ500, ma anche impadronirsi dei termini corretti, impadronirsi della nostra lingua.

Perché scrivere per farsi capire da tutti non significa scrivere con una lingua povera e impoverita dalla pigrizia. Scrivere significa usare i termini adatti, la giusta nomenclatura per descrivere oggetti, esseri viventi, ambienti, sostanze.

Scrivere forse significa principalmente chiamare le cose col proprio nome.

31 Commenti

  1. Salvatore
    7 gennaio 2016 alle 09:39 Rispondi

    Da sempre, quando leggo, ho l’abitudine di segnare tutte le parole che non conosco, o che conosco ma con delle incertezze sul significato, su un quadernetto. Quando poi ho tempo, apro il dizionario e per ogni parola segno le descrizioni che ne vengono date. Prima non lo facevo ma ultimamente presto attenzione anche al periodo storico in cui il vocabolo si è imposto: fondamentale se si vuole scrivere un romanzo storico.

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 11:22 Rispondi

      Lo sto facendo anche io :)
      L’ultima che ho trovato è “equorei”. Bella, vero?
      In realtà avevo iniziato 20 anni fa, ma mi ero limitato a fare un elenco delle parole senza mai andarne a vedere il significato…
      Sul periodo storico in cui quella parola è entrata nella lingua hai ragione, ne parlai tempo fa. Non tutti ci prestano attenzione. Bisogna vedere se ogni dizionario mette quella data. Su quello online del Corriere c’è.

  2. Luciano Dal Pont
    7 gennaio 2016 alle 09:46 Rispondi

    Devo assolutamente cominciare a leggere Cormac McCarthy… :-)

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 11:23 Rispondi

      Secondo me è una delle letture obbligate. Poi, se non ti piace, lasci perdere, ma almeno un romanzo va letto. A parte Suttree, per me il migliore, che supera le 500 pagine, gli altri si mantengono al massimo sulle 300.

  3. Grilloz
    7 gennaio 2016 alle 09:53 Rispondi

    Sono d’accordo, a patto di non abusare. Usare una terminologia corretta è importante, ma richiedere che il lettore legga con l’enciclopedia a portata di mano (esagero) è controproducente, finisce col rallentare troppo la lettura o richiedere un sacco di spiegazioni in più.
    Però sono favorevole ad un uso ampio e articolato della lingua italiana :)

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 11:24 Rispondi

      Senza abusarne, concordo. Infatti per me “I pilastri della terra” di Ken Follett sono sembrati una specie di trattato di architettura. Per me ha esagerato con termini tecnici e ragionamenti da architetto.

  4. Andrea Torti
    7 gennaio 2016 alle 11:53 Rispondi

    Un’ottima pratica, per migliorare la qualità dei nostri scritti… e anche il nostro livello culturale!

    Conoscere e usare – con parsimonia – termini non comuni in qualche modo li preserva dall’oblio, impedisce che un frammento di Lingua vada perduto :)

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 13:00 Rispondi

      Vero, c’è anche la preservazione delle parole. Proprio oggi ho letto un post che riuniva parole non più usate, anche se oltre la metà di quellew continuo a vederle ancora.

  5. Grazia Gironella
    7 gennaio 2016 alle 12:27 Rispondi

    Tempo fa avevo pensato di comprarmi il Duden illustrato inglese-italiano, visto che il corrispondente monolingue pare non esista, poi ho desistito perché molto si può trovare anche in rete. Usare termini precisi è fondamentale per rendere credibile la storia e l’autore.

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 13:04 Rispondi

      Ma c’è solo in tedesco? Ho visto che gli unici dizionari illustrati sono per bambini.

      • Grilloz
        7 gennaio 2016 alle 13:07 Rispondi

        Io volevo comprarmelo quando ho iniziato a studiare il tedesco :D

        • Daniele Imperi
          7 gennaio 2016 alle 13:11 Rispondi

          Eh, immagino, io volevo prendere quello in norvegese :D
          Me ne serve uno italiano, però. Ora scrivo a Zingarelli!

          • Grazia Gironella
            7 gennaio 2016 alle 14:37

            Sembra strano, ma da quello che ho visto su Amazon il Duden sembra proprio l’unico dizionario illustrato per adulti. Peccato, perché l’immediatezza della scena visualizzata con i rimandini ai vari componenti è sostituibile dalla ricerca in rete solo impiegando molto più tempo (e perdendo il colpo d’occhio)..

  6. monia74
    7 gennaio 2016 alle 12:39 Rispondi

    Da questo punto di vista posso dire che il Kindle è stata una bellissima scoperta, perchè permette di cercare il significato dei termini ignoti direttamente sul dizionario.
    Sì, pure a me scatta un senso di inadeguatezza quando scopro uno scrittore che conosce e sa usare termini adatti e precisi.
    Non so se la documentazione sia sufficiente, nel senso che a me mancano anche molti termini non strettamente tecnici. Semplicemente io ricado sempre nei termini facili, comprensibili da tutti. Per stile, ma in fondo anche per pigrizia. E infatti ho sempre un senso di insoddisfazione di fondo.
    Credo che l’unica sia davvero leggere leggere leggere. E tentare di mettere in pratica.

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 13:05 Rispondi

      E si trovano sempre quei termini?
      Un buon metodo è segnare le parole non conosciute, vederne il significato e poi cercare di assimilarle, farle proprie. Una volta nel blog facevo questi esercizi.

    • Grilloz
      7 gennaio 2016 alle 13:08 Rispondi

      Può anche aiutare un buon dizionario dei sinonimi ;)

      • Daniele Imperi
        7 gennaio 2016 alle 13:10 Rispondi

        Ce l’ho, ma non sono sicuro che possa aiutare. Io lo uso molto quando scrivo, però non ho trovato parole sconosciute finora.

        • monia74
          7 gennaio 2016 alle 14:17 Rispondi

          Pure io. Quello dei sinonimi lo uso ma spesso il termine perfetto è fruttto di una illuminazione.
          Nel kindle finora ho trovato tutto. E’ connesso in rete e usa più dizionari e wikipedia, per cui non credo abbia problemi.

  7. Renato Mite
    7 gennaio 2016 alle 14:24 Rispondi

    La scelta della parole è fondamentale, anche secondo me devono essere adatte alla storia, certo bisogna scrivere in modo comprensibile ma questo si riferisce anche alla struttura delle frasi e dei paragrafi. Se c’è un termine adatto o uno specifico all’argomento, tecnico o scientifico che sia, per me deve essere usato, perché contribuisce ad una esposizione più precisa e quindi più comprensibile.
    Non so come facciano alcuni a leggere un libro senza mai aprire il dizionario. Quando leggo, ho sempre il dizionario con me. Se c’è una parola che non conosco, la trovo subito, non posso proseguire la lettura. Quando scrivo, il dizionario mi aiuta a scegliere le parole più adatte e se devo affrontare argomenti specifici, mi documento.

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 14:29 Rispondi

      Fai bene a tenere il dizionario quando leggi. Alcuni termini sono magari deducibili dal contesto, ma non tutti.

      • Renato Mite
        7 gennaio 2016 alle 14:38 Rispondi

        Sì. A volte però crediamo di conoscere il significato di una parola e l’autore la impiega con una accezione diversa. Quando non sono sicuro di una parola o sospetto che l’autore voglia dire qualcosa di più, mi piace scoprire queste accezioni. Ho un debole per le parole, si è capito? ;-)

        • Daniele Imperi
          7 gennaio 2016 alle 14:47 Rispondi

          Ce l’ho anche io un debole per le parole, etimologia compresa :)
          Spesso mi ricavo il significato dal latino o dal greco. Quando ho trovato “equorei” ho pensato derivasse da “aequus”, equo, ma pensavo non c’entrasse, e invece c’entrava eccome.

  8. Federica
    7 gennaio 2016 alle 15:22 Rispondi

    Quando parliamo e scriviamo, siamo portati a usare le parole che conosciamo meglio, quelle che utilizziamo con maggiore frequenza rispetto alle altre e ci sono più familiari. Per scrivere (e parlare) bene dobbiamo però allargare e raffinare il nostro vocabolario personale (nei limiti del possibile: la lingua italiana contiene, incluse quelle delle scienze e delle tecniche, almeno 250.000 parole). Per come la penso, avere padronanza di linguaggio significa, in primo luogo, aumentare il numero di parole di cui disponiamo, ma accompagnandolo ad una conoscenza solida delle parole stesse, che io intendo come profondità di significato (di norma, ogni parola possiede più di un’accezione, per cui dobbiamo allenarci a usare e scegliere in ogni contesto quei termini che rendono meglio le sfumature che vogliamo dare). E significa, in secondo luogo, come dici bene nel tuo post, possedere anche, almeno in parte, del lessico specialistico, riferito ai diversi e specifici settori della conoscenza e dell’attività umane. Aggiungo, per quanto riguarda il linguaggio del mondo della natura, che, in effetti, è un campo molto vasto, nel quale, una volta entrati, non si finisce mai di scoprire termini e concetti nuovi, che oltre a rendere le descrizioni più precise e chiare, diventano fonte di ispirazione.
    Anch’io segno le parole sconosciute o dimenticate quando leggo e mi piace trovarne nei libri, poiché è segno di cura nella scrittura.
    Quanto all’affermazione, molto bella, quasi un’illuminazione, con cui chiudi il post, entriamo nella sfera della filosofia!! Nel momento in cui posiamo realmente il nostro sguardo sulle cose (senza limitarci ad osservarle superficialmente), ma ci interessiamo ad esse e vogliamo conoscerle diamo loro un nome. Quando scriviamo, compiamo la medesima operazione: attribuiamo un nome alle cose che si trovano nel mondo che abbiamo ricreato e in cui noi stessi, per primi, entriamo.

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 15:57 Rispondi

      Sono d’accordo, dobbiamo conoscerle bene prima di usarle. Proprio sulla natura ho appena letto un romanzo della Rawlings in cui si trovano parecchi termini di piante e di elementi della foresta e del paesaggio.

      • Federica
        7 gennaio 2016 alle 17:05 Rispondi

        Marjorie Rawlings?

        • Daniele Imperi
          8 gennaio 2016 alle 08:24 Rispondi

          Sì, esatto.

  9. Tenar
    7 gennaio 2016 alle 16:39 Rispondi

    Sacrosanto!
    Mi sono appena fatta una cultura sui poligoni di tiro e le loro terminologie…

    • Daniele Imperi
      7 gennaio 2016 alle 16:43 Rispondi

      Ecco, io oltre “pistola” e “bersaglio” non vado :D
      Da una parte viene naturale improvvisare, ma è meglio sempre documentarsi, magari la parola “bersaglio” neanche viene usata…

  10. Gloria Vanni
    8 gennaio 2016 alle 13:31 Rispondi

    “Scrivere significa usare le parole giuste per descrivere oggetti, esseri viventi, ambienti, sostanze…”. Mi sento responsabile del patrimonio che mi è stato tramandato. Leggo e scrivo con il dizionario. Di fronte al dubbio scatta la curiosità, seguita dall’ebbrezza di riscoperte e scoperte. È uno dei motivi per cui amo il blog :)

    • Daniele Imperi
      8 gennaio 2016 alle 14:00 Rispondi

      Vero, anche io sono curioso di conoscere parole nuove, è proprio un’ebbrezza quella di scoprirle e farle proprie.

  11. poli72
    8 gennaio 2016 alle 22:07 Rispondi

    Perfetto! Semplicemente….perfetto. Hai fatto un post-capolavoro , in poche righe ,con parole semplici , hai descritto quello che deve essere uno dei pilastri della buona scrittura.

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