L’ospite – Un racconto dell’insolito

L'ospite - Un racconto dell'insolito
Che faresti se trovassi uno sconosciuto in casa?

La sveglia squillò alle sei e trenta. A occhi chiusi la donna allungò un braccio verso il marito, scuotendolo.

«Devi alzarti», disse, assonnata.

«Mmh», rispose l’uomo.

«Dai.»

«Sì.»

L’uomo tirò via le coperte, si alzò. Cercò coi piedi le pantofole al buio, se le infilò, andò verso il bagno. Aprì la porta, con la mano tastò sulla parete fino a trovare l’interruttore e accese la luce.

Restò lì, senza entrare, lo sguardo fisso verso l’interno.

Dentro il bagno c’era un uomo.

 

Infastidita dalla luce che proveniva dall’altra stanza, la donna si portò le coperte fin sopra gli occhi e cercò di riaddormentarsi, invano, ma la luce riusciva a penetrare e non le dava tregua.

«Chiudi la porta, per favore!», urlò.

«Elda», la chiamò l’uomo con un filo di voce.

«Cosa?»

«Elda.»

«Oh, ma che c’è, adesso?»

La donna si tirò su e vide il marito fermo davanti alla porta spalancata del bagno. Guardava all’interno, immobile come un pezzo di legno.

«Fulvio», chiamò lei.

«Elda», disse ancora l’uomo. «Vieni qui.»

La sentì sbuffare, alzarsi dal letto, infilare le pantofole. E arrivare fino a lui.

«Che c’è?», chiese, guardandolo. «Il lavandino perde ancora?»

Poi gli passò davanti, guardò dentro e urlò, indietreggiando e abbracciando il marito.

 

Chi fosse entrato in quel momento in casa dei coniugi avrebbe visto la coppia tenersi stretta al buio, davanti al bagno aperto illuminato, guardare uno sconosciuto che li osservava con occhi incuriositi, un sorriso accennato sulle labbra.

«Chi è?», chiese la donna, impaurita.

«Non il tuo amante, immagino.»

«Scemo.»

«Che facciamo?»

«Chiama la polizia.»

«Non sembra pericoloso.»

«Com’è entrato?»

«Non lo so.»

«Chiediglielo.»

L’uomo si schiarì la gola. «Tu… », esordì, «… come… come hai fatto a entrare? Chi sei?»

L’uomo piegò appena il capo di lato, ma non rispose.

«Chi sei?», ripeté l’uomo. «Come sei entrato in casa?»

Nessuna risposta.

«Elda, va’ a controllare la porta.»

La donna si allontanò, tornando subito dopo.

«È chiusa col chiavistello, come sempre.»

«Le finestre», disse l’uomo. «Ne abbiamo lasciata qualcuna aperta.»

«Ma siamo all’ottavo piano.»

«Controlla le finestre.»

La donna si allontanò di nuovo. Quando tornò, guardò il marito con occhi sbarrati.

«Sono chiuse,» disse. «Sono tutte chiuse, Fulvio.»

«Ok», disse l’uomo. «È entrato ieri sera in qualche modo.»

«Ma che dici? Sono stata in casa tutto il giorno. Ho girato per tutte le stanze, non abbiamo mica un castello.»

«E allora… allora come cavolo ha fatto a entrare?»

 

Erano seduti tutti e tre in cucina, in silenzio, guardandosi come fossero tre sconosciuti. Uno lo era davvero, ma anche i due coniugi sembravano ora appartenere a un altro mondo.

«Preparo il caffè», disse la donna. «Farai tardi al lavoro.»

«Ora chiamo in ufficio», rispose l’uomo. «Dico che oggi non vado. Non posso mica lasciarti da sola con questo qui.»

«Beh, vorrei vedere.»

«Allora, ricominciamo», disse l’uomo, strofinandosi il viso con una mano. «Chi sei? E come sei entrato in casa? Capisci la mia lingua?»

«È straniero, magari.»

«A me sembra italiano.»

«Allora è sordo.»

«Può essere.»

«Scrivigli le domande su un pezzo di carta.»

«Cosa?»

«Scrivigliele. Se non sente…»

«Ok, ma prima chiamo l’ufficio.»

Tenendo d’occhio i movimenti dell’intruso, l’uomo prese il cellulare e avvisò della sua assenza, quel giorno, adducendo come scusa un’influenza di stagione. Quando riattaccò, prese un blocchetto di post-it e una penna sul tavolo in sala e tornò in cucina. Sedette e scrisse le domande, poi le porse all’uomo.

Lo sconosciuto parve non capire. Osservò il foglietto, poi l’uomo, di nuovo il foglio. Sorrise.

«Questo… secondo me è un malato di mente.»

La donna versò il caffè in tre tazzine e le portò in tavola assieme allo zucchero. L’uomo si servì e ne bevve un sorso. Poi fece cenno all’altro di prendere il suo, ma quello gli restituì lo sguardo senza fare nulla. Sembrava ancora non capire.

«Che t’ho detto?», disse alla moglie.

«Poveretto.»

«Comunque lo porto alla polizia, se la vedranno loro.»

«Ok.»

Fulvio si alzò e si avvicinò all’uomo. Gli fece cenno di alzarsi e l’altro parve capire, perché si alzò anche lui e attese.

«Almeno questo l’ha capito», disse. «Noi andiamo, Elda, spero di tornare presto.»

La donna lo guardò e rise. Lo sconosciuto la imitò.

«Beh, che cavolo hai da ridere?», domandò, rivolto alla moglie.

«Esci in pigiama?»

«Cribbio.»

Andò in bagno e si sciacquò velocemente il viso, poi entrò in camera e si cambiò.

«Forza», disse all’intruso, facendogli cenno di seguirlo. Quindi si avviò verso la porta, parve ripensarci, tornò indietro in cucina.

«Stavo pensando… », disse, «… se incontro qualcuno, insomma, di sicuro mi chiederanno chi è questo tipo. Cosa dico?»

«Non lo so», rispose la donna. «Un parente, tanto che ne sanno?»

«Sì, mi sembra un’ottima idea. Un mio parente, però, tu sei cresciuta qui e ce l’hai tutti attorno, io vengo da fuori, invece.»

«Va bene, hai ragione.»

Uscì, seguito dall’altro.

 

La città incuriosì molto lo sconosciuto. Camminava sorridendo, voltandosi a guardare chiunque passasse, le auto che scorrevano nella frenesia del traffico, le aiuole – i fiori lo attrassero in modo particolare –, le vetrine dei negozi. Ogni cosa che vedeva era chiaramente per lui un’esperienza unica.

A Fulvio diede l’impressione di provenire da qualche paesino montano rimasto isolato dalle innovazioni del mondo moderno, ma non ne aveva per niente l’aspetto: indossava giacca e pantalone di un grigio vivace e mocassini neri. Nell’insieme era una persona curata, l’espressione, anche se assente, era di un uomo colto.

In pochi minuti raggiunsero la questura del quartiere e Fulvio chiese al piantone di parlare con qualcuno per una denuncia. Gli fu indicato il secondo piano. I due salirono e sedettero nella sala d’aspetto.

Qualche minuto dopo un poliziotto li fece accomodare.

«In cosa posso aiutarla?», gli chiese.

«Ecco», esordì l’uomo. «Quest’uomo… era in casa mia, questa mattina.»

L’agente guardò l’altro, che gli restituì lo sguardo col solito sorriso. Poi tornò a guardare Fulvio.

«In che senso, mi scusi?», chiese. «L’ha sorpreso a rubare?»

«No, anzi», rispose l’uomo. «L’ho trovato in bagno, davanti allo specchio. Io e mia moglie non capiamo come abbia potuto entrare, porta e finestre erano chiuse, non abbiamo sentito rumori. Gli ho parlato varie volte, ma o è sordo o non capisce l’italiano.»

Il poliziotto parve riflettere. «Porta e finestre chiuse, ha detto. Potrebbe aver richiuso la porta, una volta entrato, ma a che scopo finché stava dentro?»

«Infatti.»

«Lei dice che non stava rubando, ha controllato se manca qualcosa?»

«No, non ho controllato, ma la casa era in ordine, come la sera prima.»

«L’ha seguita fin qui senza problemi?»

«Sì, gli ho solo fatto cenno di seguirmi ed eccoci qua.»

L’agente scosse la testa, appoggiandosi allo schienale. Poi sorrise. «Una situazione singolare, non c’è che dire.»

«Già.»

«Vuole sporgere denuncia?»

«E per quale reato?», chiese l’uomo. «Violazione di domicilio? Non ci sono segni di effrazione. È come se fosse apparso all’improvviso.»

«Non è necessario che ci sia stata effrazione», disse il poliziotto. «È comunque stato sorpreso in un domicilio privato contro la vostra volontà.»

«Ah, quello è poco ma sicuro», disse l’uomo. «Non l’abbiamo mai visto in vita nostra.»

«Se vuole presentare una querela, le preparo il modulo.»

«No, davvero», disse l’uomo. «In realtà, più che per una denuncia, sono venuto per lasciarlo a voi. Non so, dai documenti magari capite chi è e lo rispedite a casa sua.»

«Senza una denuncia non possiamo trattenerlo», rispose l’agente. «Provi a chiedere ai suoi vicini se lo conoscono.»

«D’accordo, proverò», disse l’uomo. «Ma come ha fatto a entrare?»

«Questo proprio non so dirglielo», rispose l’agente. «Magari avete dimenticato di chiudere la porta, lui è entrato credendo fosse casa sua, voi non l’avete visto e la mattina l’avete scoperto.»

«Ma è assurdo.»

«È l’unica spiegazione plausibile che mi viene in mente.»

 

«Stupidi poliziotti.»

«Calmati, Fulvio.»

«Ma hai capito come hanno spiegato il fatto?»

«Beh, e che dovevano dire?»

«Che facciamo, adesso?»

«Non lo so, davvero.»

«Forse era meglio se lo lasciavo in mezzo alla strada.»

«Ma sei matto? Hai fatto bene a riportarlo qui.»

«Non posso suonare a tutti i vicini chiedendo “Scusate, è per caso vostro questo signore?”»

La donna rise.

 

Venne l’ora di pranzo. Mentre la donna cucinava, ascoltando la radio a basso volume, Fulvio cercava di comunicare con lo sconosciuto. Aveva provato nuovamente a fargli qualche domanda, senza ottenere risposta. Poi aveva avuto un’idea. Aveva acceso il televisore e osservato le reazioni dell’altro. Curiosità, come prima quando camminavano per le strade diretti in questura. Era Fulvio a cambiare canale col telecomando e lo sconosciuto sembrava apprezzare qualsiasi programma, perfino i reality show e le pubblicità. Anzi, non pareva distinguesse un programma dall’altro. Forse, pensò Fulvio, per lui la televisione è solo una finestra aperta sul mondo, non un cumulo di finzioni.

«Apparecchia la tavola, caro.»

La donna lo ridestò dai suoi pensieri e l’uomo andò in cucina, lasciando l’altro a godersi una reclame di assorbenti.

Tornò con la tovaglia e la stese sul tavolo, poi portò il resto. Dopo qualche minuto la donna arrivò con la pentola e riempì i piatti di rigatoni al ragù.

Fulvio spense il televisore e indicò il tavolo all’altro. Sedettero tutti e tre.

«Buon appetito.», disse la donna.

«Buon appetito.», ripeté l’uomo.

Iniziarono a mangiare. Dopo qualche boccone, la donna si accorse che lo sconosciuto era rimasto a fissarli e non aveva ancora toccato cibo.

«Non le piace la mia cucina.»

«Ma no, Elda.», disse Fulvio. «Secondo me non ha capito che deve mangiare.»

Gli fece segno di iniziare. Imitò il gesto della forchetta che infilzava due rigatoni e li portava alla bocca. Nessuna reazione.

«Il piatto», disse l’uomo, indicandolo. Poi allungò una mano e glielo avvicinò di più. «Mangia», lo esortò.

Lo sconosciuto allora prese il piatto con entrambe le mani e se lo portò al naso, annusò più volte, sorridendo, poi rimise il piatto sul tavolo.

«Oh, mio Dio», disse l’uomo.

«Dai, Fulvio, poveretto», cercò di calmarlo la donna. «Magari non sa come si fa.»

«Ah, no? E come ha fatto finora?»

«L’hanno imboccato.»

«Cosa?»

«Pensaci», disse la donna. «È sicuramente ritardato. Quindi per forza avrà qualcuno che lo aiuta in tutto.»

«Io non lo imbocco di certo.»

«Lo farò io.»

 

Il pomeriggio venne e passò. Fulvio cercò di nuovo di parlare con lo sconosciuto, ma ogni tentativo non portò ad alcun risultato. Gli mostrò i propri documenti, con la speranza che l’altro tirasse fuori i suoi, ma fu il solito sorriso ad avere come risposta.

«Lo perquisisco», disse l’uomo.

«Ma stai scherzando?»

«Non dicevo sul serio.»

L’altro trascorse diverse ore davanti al televisore, affascinato da quel mondo in miniatura. Fulvio lasciò un canale a caso, rinunciando a far capire all’altro come usare il telecomando.

Gli portò sul divano alcuni libri e riviste, ma lo sconosciuto ne rigirò fra le mani un paio, sfogliandone le pagine tenendo i libri capovolti, poi li abbandonò senza interesse.

«Provo a chiamare don Antonino», disse alla moglie.

Erano le 17. Sedevano entrambi sulle poltrone del salotto, lo sconosciuto in mezzo, fisso davanti alla TV. La sera di quella giornata d’inverno era scesa, i termosifoni centralizzati s’erano accesi e un lieve tepore si stava diffondendo in casa.

«Magari può tenerlo in parrocchia.»

«Bravo, è una bella idea», disse la donna.

Fulvio compose il numero. Dopo qualche squillo, dall’altra parte risposero.

«Pronto?»

«Buonasera, posso parlare col parroco?»

«Sta celebrando la funzione serale», rispose la voce. «Posso aiutarla io?»

Fulvio spiegò la situazione. Dovette ripetere la storia un paio di volte, prima di farsi capire.

«Mi dispiace, signore», disse la voce, «ma siamo davvero al completo. Proprio due giorni fa abbiamo accolto due senzatetto e ora non abbiamo più posto. Non sappiamo per quanto tempo li terremo, stiamo cercando sistemazioni migliori. Potrebbe richiamare fra una settimana, magari s’è liberato…»

Fulvio riattaccò. «Non hanno posto», disse.

 

«Preparo la cena», annunciò Elda.

«Preparati anche a imboccare di nuovo il bambino», la sfotté Fulvio.

«Dai, non è colpa sua», disse la donna. «A me fa pena, a te no?»

«Io non voglio sconosciuti in casa.»

«Beh, neanch’io, che c’entra?»

«Dobbiamo fare qualcosa.»

«Lo so, ma per stanotte dovrà restare qua.»

«Farò la guardia, non mi fido.»

«Ma che dici?»

«Lo terrò d’occhio», rispose l’uomo. «Starò sulla poltrona.»

 

A cena si ripeté la medesima scena. Elda potrò in tavola un tagliere di affettati e formaggi, pane, un’insalata di lattuga come contorno. Fulvio si servì e Elda riempì il piatto allo sconosciuto, che lo guardò come se vedesse per la prima volta il cibo. A pranzo si era lasciato imboccare tranquillamente dalla donna e aveva mostrato di gradire la pasta al ragù e anche ora mangiò tutto quello che Elda gli porse.

«Le piace», disse la donna.

«Ci mancherebbe che si mettesse pure a fare storie», ribatté l’uomo.

«Dai, Fulvio.»

«Buon appetito.»

Mangiarono in silenzio. Dopo cena Fulvio accese la TV e guardarono una serie poliziesca fino alle 22,30. Lo sconosciuto sembrò interessato e non staccò gli occhi dallo schermo, neanche durante le continue interruzioni pubblicitarie.

«Preparo il divano, allora», disse la donna, e andò in camera. Tornò poco dopo con lenzuola, coperte e un cuscino.

Fulvio fece segno allo sconosciuto di alzarsi e l’altro obbedì come un bambino. La donna preparò un letto di fortuna e poi andò in bagno.

«Siediti», disse l’uomo, indicando il divano.

L’altro sedette. Fulvio si chiese se capisse cosa fosse un letto, ma decise di attendere il ritorno della moglie. Magari aveva bisogno anche di essere messo a dormire.

 

«Non capisce, lo immaginavo.»

«Beh, non posso mica spogliarlo.»

«Vorrei vedere», disse Fulvio.

«Sdraiati sul divano, magari ti imita.»

Fulvio si sdraiò.

«Vedi?», disse poi l’uomo rivolto allo sconosciuto. «Devi sdraiarti e dormire.»

«Oh, capirà, dai», disse la donna. «Quando cadrà dal sonno, saprà cosa fare.»

«E se dorme vestito, peggio per lui.»

«Allora resti qui?»

«Certo, Elda», rispose Fulvio. «Non mi fido a dormire con questo qui che se ne sta in casa nostra.»

«Buonanotte, allora.»

«Buonanotte, a domani.»

 

A mezzanotte, circa un’ora e mezzo dopo, lo sconosciuto non dormiva ancora. Fulvio si era seduto sulla poltrona e lo osservava. L’altro se ne stava in silenzio, fermo, con l’immancabile sorriso sul volto, le braccia poggiate sulle gambe. Di quando in quando guardava Fulvio, accentuava il sorriso, tornava a guardare davanti a sé, verso il televisore spento.

Si fecero le due. Gli occhi di Fulvio si chiudevano in continuazione, si riaprivano d’improvviso come se la coscienza si risvegliasse da un coma, mettevano a fuoco le immagini, spaziavano per la sala. Lo sconosciuto era sempre lì, lo accoglieva sorridente, con quell’espressione tranquilla che trasudava pace, silenzio.

Fulvio s’addormentò profondamente mezz’ora dopo.

Dalla camera da letto il respiro di Elda giungeva ovattato, come il soffio di un vento lontanissimo.

I suoni della città si affievolirono, di tanto in tanto disturbati dal rombo di una moto, dalla voce di un nottambulo, dal sibilo di un tram, finché svanirono anch’essi.

Lo sconosciuto si alzò, si avvicinò all’uomo, parve accertarsi che dormisse, poi raggiunse la camera da letto e fece lo stesso osservando la donna.

Poi entrò in bagno e chiuse la porta.

 

La sveglia squillò alle sei e trenta. La donna allungò a occhi chiusi un braccio verso il marito, ma non lo trovò. Aprì gli occhi, si ricordò che Fulvio aveva passato la notte in poltrona, a sorvegliare lo sconosciuto.

«Fulvio», chiamò.

Dalla sala non giunsero suoni, rumori.

«Fulvio», chiamò ancora più forte.

«Mmh.»

«Devi alzarti, sono le sei e mezza.»

«Dov’è?»

«Cosa?»

«Elda.»

«Che c’è?»

«È lì?»

«Ma cosa dici, Fulvio?»

«Dov’è quell’uomo?»

Silenzio.

«Ma non è lì con te, sul divano?»

La donna sentì i passi del marito attraversare la sala, raggiungere la camera.

«Dov’è?»

«Ma come faccio a saperlo?», chiese la donna, turbata. «Non l’avevi sorvegliato tutta la notte?»

«Cribbio, mi sono addormentato.»

«Magari è in bagno.»

«Vado a vedere.»

Aprì la porta e tastò la parete in cerca dell’interruttore, poi accese la luce.

Rimase davanti alla porta, guardando senza entrare.

Dentro il bagno non c’era nessuno.

 

«Elda», chiamò l’uomo in un soffio.

«Che c’è?»

«Elda.»

«Fulvio.»

La donna si alzò, un presentimento che le invadeva la mente. Vide l’uomo nella identica posizione della mattina precedente, una scena fotocopiata dal tempo, l’unica differenza gli abiti e non il pigiama.

«Fulvio», disse.

«Qui non c’è nessuno.»

La donna andò in cucina, ma sapeva che non avrebbe trovato lo sconosciuto.

«Controlla la porta, Elda.»

Quando tornò, guardò il marito con occhi stralunati. Come se due notti insonni le fossero piombate di colpo addosso.

«È chiusa col chiavistello, vero?», chiese l’uomo.

La donna annuì.

«E scommetto che anche le finestre sono chiuse.»

La donna annuì ancora. «Dov’è andato, Fulvio?»

«Non lo so.»

«Che facciamo, adesso?»

«Non lo so, Elda», rispose l’uomo con un filo di voce. «Sono stanco, vado a buttarmi sul letto, poi chiamo l’ufficio e dico che vado nel pomeriggio.»

«Ma quell’uomo…»

«Se n’è andato, Elda.»

«Ma come? Come ha fatto, scusa?»

«Io… io non lo so e neanche voglio saperlo. Sono stanco. Non ci capisco niente. Magari ce lo siamo sognato.»

«Ma che dici?»

«Non lo so, Elda, vado a letto.»

«Fulvio.»

Ma l’uomo non la sentì. Entrò in camera, si spogliò e, senza indossare il pigiama, si infilò nel letto.

Fuori, i rumori della città si erano ridestati. Le auto e le moto rombavano di continuo e il sibilo dei tram si faceva sempre più frequente.

Il giorno – e il mondo – ricominciava la sua corsa nel tempo.

Categoria postPublicato in Racconti - Data post4 febbraio 2014 - Commenti33 commenti

DanieleDaniele Imperi

Sono blogger e web writer e scrivo e leggo ogni giorno. Oltre a Penna blu, ho creato e gestisco i siti su Cormac McCarthy e Edgar Allan Poe. Leggi di più nella mia biografia.

Ti è piaciuto questo post? Condivilo sui social media o via email!

Email
Commenti
  • MikiMoz 4 febbraio 2014 at 08:40

    Dani, ma sai che leggendo questo racconto mi sembrava di leggere me?
    Hai usato un ritmo e delle parole che spesso utilizzo anche io.
    In ogni caso… un racconto un “poe” moderno :p
    Insolito ma non “pericoloso”, nel senso che non hai puntato l’accento sull’ansia ma sulla normalità e per me hai vinto, in questo modo.
    Certo, se la prima mattina avessero immediatamente chiamato gli agenti, Fulvio e Elda si sarebbero risparmiati questa rottura di scatole ai confini della realtà -e magari la rottura sarebbe stata tutta appannaggio del distretto di polizia!-

    Molto bello, mi ha colpito.
    Ora ti saluto che devo portare un tizio fuori a pisciare, me lo sono ritrovato in bagno stamattina e forse è il mio cane antropomorfizzato :)

    Moz-

    • Daniele Imperi 4 febbraio 2014 at 08:49

      Grazie Miki, pensa che non volevo pubblicarlo la settimana scorsa, non era finito e mi sembrava non arrivasse da nessuna parte.

      Fammi sapere come è andata col tizio che hai trovato in bagno :D

      • MikiMoz 4 febbraio 2014 at 13:03

        Ma cosa importa se non arrivava da nessuna parte?
        Zanna Bianca arriva da qualche parte. Ma non è sempre necessario che si arrivi a chissà cosa, il cerchio lo hai chiuso benissimo, con una coppia che è stata messa di fronte all’alieno che c’era in loro stessi. Ora si conoscono un po’ di più, ma hai descritto solo 24 ore e tanto basta :)

        Moz-

  • Fabrizio Urdis 4 febbraio 2014 at 09:35

    Caro Daniele, questa mi è piaciuta proprio parecchio!
    Il soggetto mi ha interessato dalle prime righe e la curiosità mi ha accompagnato fino all ultima parola.
    Complimenti per l’ottimo lavoro!

    • Daniele Imperi 4 febbraio 2014 at 09:46

      Grazie, Fabrizio :)
      Io non ci capisco nulla, scrivo storie che mi paiono buone e vengono accolte così così, altre che non voglio pubblicare e ricevono questi commenti.

      Fate vobis, allora :D

      • Fabrizio Urdis 4 febbraio 2014 at 10:02

        Dev’esserci una qualche legge cosmica regola tutto questo perché mi è successa esattamente la stessa cosa.

        • Fabrizio Urdis 4 febbraio 2014 at 10:04

          Secondo me se pubblico un libro con tutti i temi che ho scritto dalle elementari alle superiori divento milionario…

  • Luciano Dal Pont 4 febbraio 2014 at 12:00

    Da bambino, negli anni 60, seguivo sempre in televisione la serie di telefilm “ai confini della realtà” e mi piaceva molto. Adesso ogni tanto li rivedo su you tube. Ecco, Daniele, leggendo il tuo racconto mi sono calato ancora una volta in quella stessa inquietante atmosfera, determinata da eventi inspiegabili, spesso oltre i limiti del paranormale e che quindi il più delle volte non trovano una risposta logica e razionale e lasciano lo spettatore, o il lettore in questo caso, del tutto basito. Ed è qui che sta la loro forza. Complimenti.

    • Daniele Imperi 4 febbraio 2014 at 12:57

      Grazie, Luciano :)
      Vedevo anche io quella serie, anche se non ricordo nulla ora.

      È un tipo di storie che mi attira molto.

  • helenia 4 febbraio 2014 at 12:18

    Complimenti è molto bello !!!! :)

  • helenia 4 febbraio 2014 at 13:26

    Grazie a te! :)

  • micaela 4 febbraio 2014 at 14:20

    Carino come racconto,bravo, mi piace. Soprattutto per l’esserino che sorride e non spiaccica una parola. ehehehe…bello .

  • Laura Tentolini 4 febbraio 2014 at 19:43

    Bel racconto. Un viaggiatore del tempo, una premonizione, rigatoni psichedelici? L’uomo nel bagno mi ricorda le macchie di Rorschach: ciascuno di noi vede cose diverse rivelando se stesso.
    È come se tu, Daniele, lasciassi volutamente al lettore la libertà di dare un senso al racconto.
    Beh, da oggi aprire la porta del bagno non sarà più la stessa cosa…

    • Daniele Imperi 4 febbraio 2014 at 19:52

      Grazie, Laura :)

      Sì, diciamo che ho preferito lasciare che ognuno interpretasse la storia come voleva.

      E attenti a quando entriamo in bagno ;)

  • lisafobia 4 febbraio 2014 at 23:48

    che racconto splendido! Me lo sono proprio gustata dall’inizio alla fine! Bravo, complimenti.
    Chiedo scusa in anticipo, oggi sarò un po’ prolissa… Ho appena iniziato a seguire il tuo blog quindi non so dirti perché certe storie sono accolte con più o meno successo di quanto ti aspetti, però posso paragonare il racconto di questa settimana con quello della settimana scorsa, ambientato in montagna. Quello appassionerà un pubblico di alpinisti, un’audience ben più limitata rispetto a una coppia di signori di mezza età che si chiamano Elda e Fulvio, vivono in un appartamentino, lui va a lavorare ogni giorno mentre lei sta a casa a preoccuparsi di quanto piacciano i suoi manicaretti. Ogni italiano può rivivere la sua storia o quella della sua famiglia in Elda e Fulvio, i loro dialoghi hanno le voci di persone che conosciamo fin troppo bene, qualsiasi cosa accada loro ci siamo già affezionati e speriamo proprio in un finale alla Fantozzi che ci lasci con un “ma come?!?”
    In realtà io speravo nel finale “rana bollita”, il mio preferito. Mi spiego: se metti una rana viva in una pentola d’acqua bollente, questa salta fuori e si salva; ma se scaldi l’acqua pian piano con la rana già in pentola, questa se ne sta lì al calduccio fino alla fine. Ogni anno quando torno in Italia mi incavolo perché la gente accetta sempre più soprusi e tasse e assurdità senza ribellarsi. Mentre leggevo il tuo racconto mi aspettavo che l’omino muto (anzi, no, sordo!) se ne stesse sul divano fino a diventare parte della vita di tutti i giorni della coppia, che avendo chiesto aiuto inutilmente alle istituzioni pagate per proteggerli e supportarli, si sarebbero eventualmente rassegnati ad accettare l’assurdità dei casi della vita. Ecco che così un racconto che ti dava l’impressione di non arrivare da nessuna parte (come dici in un tuo commento) potrebbe diventare una metafora della società moderna. Così come il racconto della settimana scorsa avrebbe avuto più presa se si fosse soffermato anche sui sentimenti della ragazza rimasta a casa, permettendo al 99% dei tuoi lettori di identificarsi appieno nel dramma.
    Non vedo l’ora di leggere il prossimo racconto!

    • Daniele Imperi 5 febbraio 2014 at 07:36

      Grazie, Lisa :)

      Sul pubblico di lettori hai ragione, la montagna è seguita da pochissime persone e i pericoli a cui si va incontro non sono vissuti dalla gente, non è cosa di tutti i giorni, quindi ci sta che non faccia presa.

      Sugli italiani che non si ribellano hai perfettamente ragione, siamo solo bravi a parlare fra di noi, quando dovremmo prendere a calci chi (non) ci rappresenta in parlamento.

      La metafora sulla società moderna è buona, ma proprio non ho pensato a quel risvolto nel racconto. Come non ho pensato alla ragazza del montanaro.

      Il prossimo racconto, che uscirà fra due martedì, sarà un noir, se riesco a lavorarci, a modificarlo.

  • Marcello 5 febbraio 2014 at 15:08

    Mazza che racconto! :) Parlavamo di Matheson? Un po’ me l’ha ricordato! Come al solito, sei bravo e curi molto ogni più piccolo dettaglio del tuo stile di scrittura. Tre appunti soggettivi:
    uno, l’uso della parola “chiavistello” mi sembra antiquato. Ci sono ancora porte che hanno il chiavistello? (non so, magari sì).
    due, “grigio vivace”. Mi suona d’ossimoro un po’ sbilenco. Il grigio non me lo immagino vivace.
    tre, le reazioni della coppia appena scopre lo sconosciuto. proprio all’inizio. Sono verosimili? Forse urlerebbero e scapperebbero o gli tirerebbero addosso qualcosa?

    ho adorato lo sconosciuto, perché mi ricordava un cane: puro, semplice, buono.

    Grazie del racconto :)

    Saludos!

    • Daniele Imperi 5 febbraio 2014 at 16:15

      Grazie Marcello :)

      Io uso ancora dire chiavistello e anche a casa mia lo usiamo. Intendo la manopola che giri solo dall’interno. Magari si chiama in altra maniera…

      Sul grigio concordo.

      Le reazioni: mi è stato fatto notare e sì, ci sta che farebbero altro.

      Grazie a te della lettura :)

  • Kinsy 8 febbraio 2014 at 08:30

    Mi piace come scrivi, sei accurato ma non noioso. Anche l’idea non era male, peccato che il finale lo avessi intuito prima di arrivarci…

    • Daniele Imperi 8 febbraio 2014 at 08:55

      Grazie :)
      Avevi intuito che scompariva il tizio? Non pensavo si capisse facilmente.

      • Kinsy 8 febbraio 2014 at 18:54

        Si, immaginavo che la mattina non ci sarebbe più stato, scomparso come riapparso. Ma forse, inconsciamente, a metà racconto mi sono detta io lo farei finire così ed eravamo sulla stessa linea d’idee…

  • Marti C. 11 febbraio 2014 at 13:33

    Bel racconto! Ho apprezzato moltissimo i dialoghi, li ho trovati assolutamente efficaci :)

  • luciathinks 14 febbraio 2014 at 11:04

    Molto bello, complimenti :-)

  • Giorgia 21 febbraio 2014 at 10:06

    Bellissima storia. Secondo me lo sconosciuto è un Alieno. Però peccato che non abbia potuto condividere qualcosa con la coppia.

    • Daniele Imperi 21 febbraio 2014 at 10:16

      Grazie, Giorgia. Chissà, magari in futuro lo sconosciuto ospite tornerà :)

  • Andrea 26 giugno 2014 at 01:22

    Scrivi benissimo.

  • Fammi conoscere la tua opinione sul post

© 2010 - 2014 Penna blu - Ideazione e web design di Daniele Imperi - Torna su