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L’ordine naturale delle cose

Un racconto di fantascienza

L'ordine naturale delle cose

Nei bambini voi continuate voi stessi.

Questa è, o uomo mortale, la tua immortalità.

Dai testi sacri dei Veda

Sotto di lui, mentre sfrecciava a 400 allʼora sulla superstrada, guardando senza interesse le scene olografiche sui cartelloni pubblicitari, il poliasfalto scorreva in una striscia sottile e indefinita. Elia Ferri rincasava dallʼufficio dopo unʼennesima giornata di routine, ma il rientro non lo entusiasmava. I dialoghi con sua moglie si erano fatti sempre più banali, come se i due avessero perso ogni interesse a comunicare. La notte si addormentavano rintanati ognuno nel proprio spazio, senza neanche sfiorarsi. “Quando è stata lʼultima volta?”, si chiese lʼuomo, decelerando il veicolo fino a 300 chilometri orari, come a ritardare inconsapevolmente il ritorno a casa. Neanche lo ricordava più. Due anni prima aveva allungato la mano verso di lei, ma era stato respinto. Dieci giorni più tardi aveva trovato sfogo uscendo con una delle ultime colleghe assunte nella società in cui lavorava. Aveva dieci anni meno di lui, parlava poco e non faceva domande. La donna perfetta, aveva sentenziato dentro di sé Elia. Non aveva avuto il coraggio di affrontare Marta e confessarle il tradimento. In fondo, pensò, non cʼera amore fra lui e quella ragazza. A dire il vero, si rese conto lʼuomo, non ce nʼera più neanche fra lui e sua moglie.

La città si stava avvicinando, i grattacieli spuntavano già dalla massa di alberi sintetici dei parchi urbani e presto Elia si sarebbe ritrovato incanalato nelle corsie preferenziali dei residenti, trascinato assieme a tutti gli altri veicoli, lungo percorsi preimpostati, fino al suo appartamento.

Mancavano pochi chilometri allʼingresso in città quando una scritta olografica attirò la sua attenzione.

VORRESTI VIVERE PER SEMPRE?

La scena pubblicitaria mostrava un uomo e una donna fra i trenta e i quarantʼanni, sorridenti. Indossavano una sorta di tuta di un colore indefinibile, con uno stemma cucito sul petto, identico al logo che campeggiava in alto sul cartellone: Hologen.

Elia conosceva quel nome. La Hologen si occupava di ingegneria genetica e da oltre un secolo migliorava la qualità di vita dellʼuomo, alterando e ricombinando la struttura del DNA. Elia si chiese che cosa significasse quel messaggio pubblicitario. Erano riusciti ad allungare la vita media della specie umana? Il cartellone non mostrava altro, tranne un numero da chiamare.

Mentre il veicolo veniva agganciato dalle prese magnetiche della corsia di scorrimento, lʼuomo si concentrò sulla strada e i pensieri andarono a Marta, a una nuova, noiosa serata, a una cena insipida e ai demenziali programmi della TV che lʼavrebbero atteso a casa come un figliol prodigo.

***

Dal frigo prese una birra, la stappò e la portò in tavola, poi sedette e si versò da bere, osservando il piatto di stufato che fumava davanti a lui. Tentò di indovinare la provenienza della carne, pur sapendo che neanche dal sapore sarebbe riuscito nellʼimpresa. Le cipolline di contorno sembravano invece più appetibili.

«Non lʼhai bevuta anche due giorni fa?», chiese la donna, rompendo un silenzio che durava dalle sei del mattino.

«E ne bevo una anche oggi», rispose Elia con calma. Da tempo ormai si era imposto di non alzare più la voce, di evitare qualsiasi litigio, di non dare corda a tentativi di discussione. Ogni volta che aveva ceduto – e era capitato spesso – ci aveva solo rimesso in salute. No, era meglio una studiata indifferenza. Marta si sarebbe stancata presto e tutto sarebbe tornato come prima, nel silenzio più assoluto.

«Non puoi bere sempre birra», tornò allʼattacco la donna.

«Almeno finché non smetteranno di produrla», ironizzò Elia. “E a quel punto imparerò a farmela da me”, pensò.

Marta continuò nella sua crociata analcolica, ma alle orecchie dellʼuomo giunse soltanto un fastidioso brusio, interrotto dai brevi intervalli in cui la masticazione le impediva di parlare. Elia decise di accendere il televisore e porre fine a quel rumore di sottofondo. Perfino un reality sarebbe stato un toccasana in quel momento. La sigla del telegiornale sfumò lasciando il posto alla consueta carrellata di pubblicità.

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Elia pensò che, in fondo, le chiacchiere della moglie erano più intelligenti di tutto quel ciarpame offerto dalla TV. Da decenni lʼobiettivo dellʼumanità era il raggiungimento della perfezione: il veicolo più veloce, lʼaspetto migliore, il telefono più potente e versatile. Lʼuomo ingoiò un boccone di stufato e mandò giù un lungo sorso di birra.

Vorresti vivere per sempre? Chiama oggi la Hologen per un appuntamento senza vincoli.

Mancò poco che a Elia andasse di traverso la birra. Era la stessa pubblicità vista sulla superstrada.

«Che ne pensi?», si ritrovò a chiedere a sua moglie.

«Di cosa?»

«La pubblicità», rispose lʼuomo con un cenno del capo verso il televisore. «La Hologen, hai presente? Hanno ricostruito le anche a tua sorella quattro anni fa, no?»

«Sì, sono loro. Hanno fatto un bel lavoro, Lina ha ripreso pure a correre.»

«Secondo te cosa cʼè sotto?»

«Non darai mica retta a tutto quello che dicono nelle pubblicità.»

«No, certo», disse lʼuomo. «Ma se parlano di un myphone da 100 yotta, te lo danno davvero da 100 yotta. Ecco perché mi chiedo cosa cʼè sotto a quel “vorresti vivere per sempre”.»

«Ci sarà per forza qualche fregatura, come al solito.»

Elia le lanciò unʼocchiataccia. Sua moglie aveva il vizio di tacciare di imbroglio qualsiasi pubblicità. «Comunque voglio chiamarli. Domani, dallʼufficio, in pausa pranzo. Tanto per sentire.»

***

Per tutta la mattinata Elia aveva lavorato come un automa, rispondendo ai colleghi con rapidi monosillabi. I suoi pensieri erano diretti alla Hologen e al suo criptico messaggio pubblicitario. Controllò di nuovo lʼora e scoprì che erano passati solo quattro minuti dallʼultima volta. Mancava ancora poco alla pausa pranzo.

Quando infine giunse, Elia rifiutò lʼinvito di Neri a pranzare al Lunch Break in cui andavano di solito. «Voglio finire quelle pratiche», disse, lʼunica scusa che riuscì a inventare sul momento. Rimasto solo, prese il myphone e inoltrò la chiamata.

Due squilli e una voce sensuale femminile rispose dallʼaltra parte. «Hologen, buona giornata. In cosa posso aiutarla?»

«Buon giorno», esordì Elia. «Ho visto uno dei vostri cartelloni pubblicitari sulla superstrada e… mmh, mi chiedevo in cosa consistesse.»

La donna parve capire subito a cosa si riferisse lʼuomo. «Le prenoto un appuntamento col dottor Tavan, signore, se desidera. È senza impegno. Le spiegherà tutto nei dettagli.»

«La mia era più che altro curiosità», mentì lʼuomo, «non vorrei far perdere tempo…»

«Nessun problema, signore», disse la donna in tono amabile. «Mi dia il suo codice identificativo e, dopo la verifica, la contatteremo per un appuntamento.»

Elia accettò.

Un minuto dopo il suo myphone si illuminò, lʼuomo prese la chiamata e rispose. Era la stessa donna di prima. Due giorni dopo il dottor Tavan lʼavrebbe ricevuto. Elia ringraziò.

Lʼappetito gli era passato. E anche la voglia di sbrigare le pratiche.

***

Quando ne parlò a Marta, era preparato alla sua reazione: unʼennesima crociata sul denaro buttato e le illusioni di un uomo sulla soglia dei cinquantʼanni.

«Ne ho quarantaquattro», puntualizzò Elia.

«Beh, ne mancano solo sei a cinquanta», ribatté Marta.

«Sono più vicino ai quaranta che ai cinquanta.»

«E comunque chi sono questi signori?»

«Quelli che hanno permesso a tua sorella di tornare a correre.»

Marta non era tipo da darsi per vinta. «Cosa ne sai di quello che ti faranno? E quanto spenderai? Non abbiamo tutti questi soldi.»

«Ma che ne sai?», sbottò Elia. «Non sappiamo ancora quanto costa!»

In realtà Elia aveva investito del denaro in azioni. Avrebbe potuto chiamare la banca e liquidarle, se fosse stato necessario.

«Marta», disse lʼuomo strofinandosi il volto con le mani, al limite della pazienza, «ho solo preso un appuntamento. Mi spiegheranno tutto fra due giorni e chiederò tutte le informazioni. Non ho firmato nessun contratto, ancora.»

La discussione andò avanti fin dopo lʼora di cena. Elia si estraniò, concentrandosi su un informe polpettone e su un insipido piatto di patate lesse. Finito di mangiare, andò a sedersi sul divano, accese il televisore e guardò la sua serie poliziesca preferita. Di tanto in tanto spari ed esplosioni coprivano il brusio prodotto dalla donna.

Due giorni passarono in fretta. Nel frattempo Elia tentò di non pensare allʼappuntamento alla Hologen. Marta non gli diede tregua e continuò la sua crociata, trovando una scusa o lʼaltra per tornare sul discorso, non riuscendo però a scalfire lʼindifferenza dellʼuomo.

Alle dieci esatte della fatidica mattina Elia uscì dallʼufficio, montò sul suo veicolo, si lasciò trascinare dalla corsia fino alla superstrada e impostò il navigatore sullʼindirizzo della Hologen. In ufficio, quando il giorno prima aveva chiesto un permesso, nessuno aveva fatto domande. “Marta dovrebbe imparare dal mio capo”, disse fra sé Elia.

Dopo alcuni minuti il computer di bordo lo avvisò dellʼarrivo. «Hologen, signore. Richiesta di inserimento inoltrata.»

“Ci siamo”, pensò Elia.

«Richiesta accettata», disse il computer. «Inizio manovre di attracco.»

Il veicolo venne agganciato e guidato lungo una corsia disposta per i clienti fino a una sorta di hangar. Un enorme portello si aprì con un sibilo scorrendo dal basso verso lʼalto e scomparendo allʼinterno.

«Benvenuto alla Hologen, signor Ferri», lo salutò una voce registrata.

Elia scese dal veicolo e si guardò intorno.

«Segua la linea verde, signore», continuò la voce, come se gli leggesse nel pensiero.

Davanti a lui una serie di led verdi si illuminò in direzione di una porta a due ante a scorrimento laterale, che formavano un curioso incastro fra una H e una G. Elia seguì le luci e, a pochi passi dalla porta, le ante si aprirono su un ascensore, che si mise in moto appena lʼuomo vi entrò. Una dopo lʼaltra le spie dei piani si accesero e spensero settantadue volte.

Elia si ritrovò su un corridoio luminoso con le pareti tappezzate di pannelli olografici in cui catene elicoidali di DNA si formavano, si dividevano e si riformavano in continuazione.

«Benvenuto, signor Ferri», lo salutò unʼaltra voce, questa volta proveniente da una persona reale. La donna, seduta a una scrivania, gli stava sorridendo. Elia si avvicinò e ricambiò il saluto. «Il dottor Tavan la riceverà subito», continuò la segretaria, «si accomodi pure.» Lʼuomo sedette su una delle poltrone e attese.

Stava ripassando a mente le domande da porre a Tavan quando la donna si alzò e lo chiamò. «Prego, mi segua», disse, incamminandosi lungo il corridoio.

Lʼufficio in cui entrò era proprio come se lo aspettava: arredato con uno stile classico, ma con elementi moderni che lo rendevano più funzionale. A Elia piacque. Il dottor Tavan, un uomo alto e magro, sorridente – “sorridono tutti”, si disse Elia, “quando devono scucirti denaro” – indossava un camice color celadon con il logo Hologen ben visibile cucito sul petto. Era pettinato con un taglio che ricordava la moda dei primi anni del XXII secolo, con i capelli tinti a ciocche nere e grigie come si addiceva alla sua carica, tanto che risultava spesso difficile, se non impossibile, riconoscere un medico dallʼaltro se avevano la stessa corporatura ed età.

«Sono felice di conoscerla, signor Ferri», esordì Tavan andandogli incontro.

«Grazie per avermi ricevuto, dottore», disse Elia. «Ho cercato di spiegare alla sua segretaria che la mia, almeno per adesso, è solo una curiosità. Non volevo farle perdere tempo.»

«Non cʼè alcun problema, signor Ferri», lo tranquillizzò Tavan. «Prima di fare un acquisto è diritto del cliente conoscere il prodotto, non trova? Si accomodi e le spiegherò in cosa consiste il nostro programma Elisir.»

Sedettero entrambi. Tavan armeggiò col suo myphone finché sulla parete alla sua destra non apparve unʼimmagine olografica. «La invito intanto a guardare questo breve filmato», disse il medico. «Dura solo tre minuti.»

Una coppia, molto simile a quella che Elia aveva visto nel cartellone sulla superstrada, stava camminando lungo il sentiero di un parco. I due si tenevano per mano e sembravano felici. Dopo circa mezzo minuto qualcosa cambiò. Lʼuomo iniziò a invecchiare a vista d’occhio, i capelli si fecero via via sempre più grigi e radi, le spalle si incurvarono e lʼincedere rallentò, finché lʼanziano cadde a terra, socchiuse gli occhi e non si mosse più. La donna, ancora giovane, si accovacciò presso il cadavere, carezzò la testa dellʼuomo, poi si rialzò e continuò a camminare.

Elia capì. Non era stata una coincidenza che Tavan avesse mostrato a lui quel filmato. Se fosse venuta Marta al suo posto, avrebbe visto la situazione opposta: la donna che invecchiava e moriva e lʼuomo che restava giovane.

“La metafora della vita”, si disse Elia, ripensando ai due del filmato. Si percorre una strada e via via qualcuno è costretto a fermarsi. Ma qualcun altro, oggi, avrebbe potuto percorrere quella strada per sempre. Elia sorrise dentro di sé: erano furbi alla Hologen, sapevano come fare presa nel cliente.

«Che ne pensa?», chiese Tavan, spegnendo lʼolografia.

«È senza dubbio una storia dʼimpatto», rispose Elia. «Ma questo è marketing, dottor Tavan, lo sappiamo tutti e due. E riassume lo slogan che avete scelto: “vorresti vivere per sempre?” Io vorrei conoscere i dettagli, adesso, vorrei sapere cosa farete al mio corpo, se accetterò la vostra proposta, e come sarà la mia vita.»

«Domande più che pertinenti, signor Ferri», disse il medico. «Lei sa bene di cosa ci occupiamo alla Hologen. Fin dallʼinizio il nostro obiettivo è stato quello di migliorare la qualità della vita dellʼuomo. Nel corso degli anni siamo riusciti a raggiungere molti obiettivi, decine di malattie e disfunzioni sono scomparse grazie alla nostra ricerca. Lʼingegneria genetica non ha più segreti per noi. Così un bel giorno di circa dieci anni fa ci siamo chiesti: e se potessimo permettere allʼuomo di non morire mai? Se davvero fosse possibile vivere per sempre? Vede, signor Ferri, lʼinvecchiamento è causato da tantissimi fattori e nellʼantichità sono nate diverse teorie su questo insieme di processi, che le voglio risparmiare. Di sicuro lʼinvecchiamento incide su tre livelli: fisico, cognitivo e psichico. Lei conosce il nostro motto: mens sana in corpore sano. È per questo motivo che abbiamo deciso di creare il progetto Elisir, per avvalorare quel motto, perché non sarebbe logico né onesto migliorare la qualità della vita se poi quella vita ha termine, se il corpo deperisce, se il cervello va via via spegnendosi, non crede?»

«Sì, certo», rispose Elia. «Ma la morte è qualcosa che abbiamo imparato ad accettare fin da bambini. Tutti muoiono. È nelle leggi della natura.»

«Sì e no.» Tavan armeggiò ancora con il myphone e sulla parete apparve una scena preistorica. A quella ne seguirono tante altre, scorrendo veloci e mostrando stili di vita sempre più moderni fino allʼepoca attuale. «Tutto questo era nelle leggi della natura, signor Ferri? Da quando lʼuomo ha messo piede sulla Terra ha cercato di migliorare la sua vita, allungando il tempo che gli era stato concesso agli albori. Adesso si vive in media fino a centotrentacinque anni, i più longevi arrivano anche a centosettanta. Tre secoli fa tutto questo sarebbe stato fantascienza. Lʼuomo ha cambiato la natura piegandola alle sue esigenze e rallentando sempre più i processi di invecchiamento. I nostri ricercatori sono partiti proprio dalla Preistoria per arrivare a Elisir.»

«Tutto questo è senzʼaltro affascinante, dottor Tavan. Ma la mia domanda resta la stessa: cosa farete al mio corpo? Cosa mi aspetterà?»

«Agiremo sul suo DNA, signor Ferri», rispose Tavan. «Lei deve sapere che le nostre cellule vengono replicate, ma durante la replicazione possono verificarsi errori, che il DNA non riesce sempre a riparare, e quindi si accumulano. Alla base dellʼinvecchiamento cʼè proprio un aumento di questi errori. Noi siamo riusciti a far correggere alle cellule tutti gli errori che insorgono durante la duplicazione del DNA. Ma questa è solo la prima parte del programma, quella che riguarda lʼaspetto ingegneristico dellʼoperazione. Elisir si sviluppa su tre moduli: dopo aver perfezionato il DNA, il paziente trascorrerà alcuni mesi nella nostra clinica di degenza, dove sarà seguito ogni giorno con analisi e test per monitorare le funzionalità del suo organismo. Se tutto andrà per il meglio, si passerà al modulo successivo: sarà prescritta al paziente una dieta ferrea a cui dovrà attenersi. Lei sa bene che lʼalimentazione è collegata a molte patologie. Infine, terzo modulo, accoglieremo il paziente nei nostri villaggi-parco, per garantire una vita sana e soprattutto eterna. Inizierà una nuova vita, signor Ferri, questo significa che dovrà abbandonare il suo precedente lavoro, ma nei nostri villaggi le troveremo noi unʼoccupazione equiparata alla sua istruzione e alle sue aspirazioni.»

Tavan si concesse una pausa di alcuni secondi per dare maggior effetto alle sue ultime parole. Poi continuò. «Lʼinvecchiamento, signor Ferri, è un processo irreversibile, quindi non possiamo accettare pazienti che presentino evidenti segni di senilità. Voglio essere onesto con lei: se deciderà di far parte di Elisir, non è detto che noi accetteremo lei. Dovrà superare i nostri test psico-fisico attitudinali, requisito fondamentale per ottenere uno stato di perenne benessere. Se ha domande, sarò ben felice di chiarire tutti i suoi dubbi.»

Elia rimase in silenzio per qualche secondo, riflettendo su quelle parole. «Quanto meno non sembra doloroso», disse infine, accennando un sorriso.

Tavan rise. «No, glielo assicuro», disse. «Si prenda tutto il tempo che desidera per pensarci, signor Ferri. Riceverà sul myphone tutti i dettagli del programma.»

«Ha parlato di test psico-fisico attitudinali», chiese Elia, incuriosito. «Di che si tratta?»

«Sono quiz di cultura generale e di intelligenza per misurare il livello di senescenza delle sue cellule cerebrali, a cui seguiranno approfondite visite mediche per appurare la sua salute e il corretto funzionamento di ogni organo.»

«Avrei unʼaltra domanda. Quanto costa tutto questo?»

«Un milione di eurocrediti, anche mutuabili.»

«Un milione», ripeté Elia. «È un bellʼinvestimento.»

«Per una vita eterna? Direi che non è molto, se ci pensa bene.»

«Non ha tutti i torti», concesse Elia. «Bene, dottor Tavan, io la ringrazio davvero per il tempo che mi ha dedicato. Ho bisogno di pensarci. È una bella spesa e devo anche capire se posso permettermela.»

«Nella brochure personalizzata che le invierò troverà anche i dettagli per il pagamento. Le annuncio che lʼanticipo è di soli centomila eurocrediti. Il resto è in rate bimestrali.»

***

Durante il ritorno a casa Elia se la prese comoda. Impostò il pilota automatico a una velocità di crociera di 70 chilometri orari, si adagiò sul sedile reclinato, chiuse gli occhi e lasciò vagare i suoi pensieri. Tavan aveva risposto a tutte le sue domande senza esitare, eppure Elia aveva la sensazione che il dottore gli nascondesse qualcosa. Cʼerano comunque due dettagli da non sottovalutare, anzi tre.

Primo: il milione di eurocrediti. Poteva affrontare una spesa così alta? Prese il myphone, avviò lʼapp della banca e richiese il valore delle sue azioni. Era sicuro al 100% di potersi permettere lʼanticipo, ma le rate?

Secondo: il lavoro. Avrebbe dovuto licenziarsi, ma questo non era un problema – anzi, era un vantaggio, perché avrebbe ricevuto una sostanziosa liquidazione – ma quale lavoro avrebbe fatto nei villaggi-parco? Si pentì di non aver chiesto a Tavan informazioni su quei villaggi. Dovʼerano? E comʼerano fatti? Elia sperò di trovare qualche immagine sulla brochure che avrebbe ricevuto.

Terzo: Marta. Alla Hologen sapevano che era sposato? Sì, aveva inviato il suo identificativo e dal codice risultava. Ma cʼerano un milione di valide ragioni per trascurare questo particolare. Lui, però, non poteva trascurarlo. Avrebbe dovuto lasciare sua moglie. Non che gli importasse, sia chiaro, ma un divorzio era pur sempre un trauma. E se il suo organismo ne avesse risentito? Sarebbe stato escluso da Elisir?

Segnò sul myphone le nuove domande da porre a Tavan, poi lo spense e si lasciò guidare fino a casa.

***

«Che ti hanno detto? Costa molto? Non dirmi che hai già firmato… Non era meglio aspettare e rifletterci su?»

«Perdio, Marta, una domanda per volta!», urlò Elia appena rincasò. «Vado a fare una doccia, a cena ti spiego.»

Sotto lʼacqua pensò che, in fondo, uno degli aspetti più positivi del programma Elisir fosse proprio lʼeventualità di divorziare. “Se non supero i test psicoattitudinali, so di chi è la colpa”, si disse, mentre si risciacquava sotto il getto tiepido della doccia.

A cena, più tardi, si dedicò a una zuppa color fango in cui galleggiavano frammenti di tuberi non ben identificati. Se non altro il sapore non era male. Per lʼoccasione stappò una birra anche quella sera, sicuro che Marta non avrebbe osato replicare, in debito con lui di succose informazioni sul suo appuntamento alla Hologen.

«Sono stati molto chiari», esordì dieci minuti dopo. «Anche se, prima di decidere, vorrei conoscere altri dettagli, che sul momento mʼè sfuggito di chiedere. Il problema principale è il prezzo.»

«Perché, quanto costa?»

«Un milione.»

«Un milione di eurocrediti

«No, di dobloni dʼoro. Certo, un milione di eurocrediti, di cosa, se no?»

«Ma non abbiamo tutti questi soldi, Elia, e…»

«Lʼanticipo è solo di centomila», la interruppe lʼuomo. «Il resto a rate. E poi cosa cʼentri tu? Posso liquidare le mie azioni, ho già chiesto alla banca a quanto ammonterà il capitale.»

«Hai chiesto che ti faranno? È unʼoperazione?»

«È ingegneria genetica, Marta. Non mi faranno nulla di diverso di ciò che hanno fatto a tua sorella. Poi ci sarà un periodo di degenza di qualche mese. Il secondo problema è che dovrò lasciare il lavoro. Ma chiederò dettagli anche su questo», mentì infine Elia. «Cʼè tempo, comunque, non ho preso ancora nessuna decisione. Hanno detto che mi spediranno una brochure con tutti i particolari.»

Alle sei di mattina di due giorni dopo arrivò la brochure sul myphone. Elia era già in piedi, a bere un cappuccino liofilizzato e mangiare un cornetto che sembrava appena uscito da una fabbrica di plastogomma. La brochure interattiva richiedeva una lettura attenta e adesso lʼuomo non aveva tempo. Lʼavrebbe letta in ufficio in pausa pranzo.

A mezzogiorno rifiutò ancora lʼinvito di Neri di mangiare al Lunch Break e prese un panino vegetariano dal dispenser nel corridoio. Poi sedette alla scrivania e si concentrò sulla lettura.

Tavan era stato di parola. La brochure era personalizzata e in base ai dati ricavati dal suo codice identificativo forniva informazioni precise. In generale mostrava tutto ciò che Elia aveva già appreso alla Hologen, ma in più cʼerano dettagli sulla degenza – la clinica del dottor Tavan era attrezzata per un soggiorno di lusso, scoprì Elia, leggendo – e sul nuovo lavoro che la Hologen gli avrebbe procurato – lʼoccupazione equiparata alla sua istruzione e alle sue aspirazioni – un lavoro scelto fra tre settori, in nessuno dei quali rientrava la sua attuale professione.

“Mi stanno dicendo con eleganza che non sono stato capace di trovarmi un lavoro adatto alle mie competenze. Grazie, Hologen”, disse tra sé lʼuomo.

Trascorse il resto del giorno con il pensiero fisso al programma Elisir, alla spesa da affrontare e a quel che aveva letto nella brochure. Unʼora prima di uscire dallʼufficio ricevette un messaggio dalla banca. La liquidazione delle sue azioni ammontava a 346000 eurocrediti. Abbastanza per lʼanticipo previsto dalla Hologen.

Mentre tornava a casa, sfiorando il poliasfalto della superstrada a 300 allʼora, sapeva di aver già preso la sua decisione.

Il problema, adesso, era comunicarlo a Marta.

***

«Mi chiameranno fra due settimane.»

Erano seduti entrambi sul divano a guardare un film sulla parete-schermo. Per cena Elia aveva ordinato due pizze da Vecchia Italia, un locale da cui si serviva spesso. “La cucina come quella di una volta”, recitava lʼinsegna della pizzeria. Elia più volte aveva consigliato a Marta di frequentare un corso di cucina presso il ristorante, ma la donna aveva sempre declinato quellʼinvito.

«Come? Hai deciso di andare?», chiese la donna, voltandosi a guardarlo meravigliata.

«È una spesa che posso affrontare», rispose Elia. «Venderò le azioni, frutteranno più di trecentomila, più che sufficienti per lʼanticipo. Il resto in rate bimestrali da quattromila. In meno di quarantʼanni avrò finito di pagare.»

«Quarantʼanni? Ma è tantissimo, finirai di pagare il mutuo a ottantaquattro e…»

«Marta… Marta, per favore, ragiona prima di aprire bocca.» Elia sbuffò, esasperato. «Cosa vuoi che cambi quando avrò a disposizione tutto il tempo che voglio?»

«Sì, questo è vero», concesse la donna. «Quattromila ogni due mesi non sono pochi, però.»

«Mi daranno un nuovo lavoro, cʼè scritto nella brochure. E sarà ben pagato, molto più di quanto prendo ora. Il denaro non sarà un problema. »

«Ti hanno detto dove lavorerai?»

“Adesso viene il bello”, pensò Elia. «No, non ancora», rispose, «per lʼassegnazione del lavoro ci saranno colloqui e test dopo la degenza. Il fatto è che… ecco, non potrò più vivere qui, capisci?»

«E dove andremo?»

“Perché questa donna è così lenta?”, si chiese Elia al colmo della rabbia. «Marta, lʼoperazione di ingegneria genetica è solo la prima parte del programma Elisir, ma poi cʼè una dieta da seguire, studiata per ogni paziente, e ci sono visite mensili complete per tenere sotto osservazione tutti i valori, anche dopo la degenza. Infine, per mantenere questo continuo benessere, la Hologen ospiterà in modo permanente i suoi clienti in zone sicure, chiamate villaggi-parco. È lì che andrò, Marta, ma non sono ammesse altre persone fuori dal programma Elisir.»

Silenzio. Elia stava per chiedersi come avrebbe reagito sua moglie, quando la donna parlò.

«Quindi è finita.»

«Marta, io… è che hai visto come sta andando il nostro matrimonio, ti sembra che abbia funzionato?»

«Siamo sposati da dodici anni, quasi. Ok, non siamo andati sempre dʼaccordo, ma quale coppia non litiga qualche volta? Ti ricordi quando siamo andati da Lina a passare le vacanze nella sua casa al mare? Non siamo stati bene? E quando abbiamo scelto lʼarredamento per casa, prima di sposarci, eravamo felici, no? Io pensavo che ne avremmo discusso, che ci avresti pensato un poʼ su, invece hai deciso così, su due piedi, senza dirmi niente, e adesso te ne vai per sempre come se fossi stato un ospite. Quando mi hai parlato di quella cosa, non pensavo che avresti accettato. No, davvero, pensavo che eri solo curioso e allora non mi sono preoccupata. Se ne leggono tante oggi, la gente si vuole togliere ogni sfizio che tira fuori la tecnologia. Ecco, non pensavo che andasse a finire così. Io… io, non lo so, Elia, sono confusa, adesso. Voglio stare un poʼ sola, me ne vado a dormire.»

Si alzò. Elia la seguì con lo sguardo, incapace di dire qualcosa, di fermarla, di consolarla. “Ma può esistere consolazione in una separazione definitiva?”, pensò.

Dalla stanza accanto gli arrivò il rumore dellʼacqua che scorreva in bagno, la porta che si apriva e richiudeva, il fruscio delle lenzuola quando la donna si mise a letto. Si chiese cosa stesse pensando in quel momento, che avrebbe fatto nei giorni seguenti, se stesse soffrendo. No, forse no, il matrimonio crea abitudine, una sorta di assuefazione, come una droga. Il divorzio è la rottura di uno status, di unʼimpostazione regolata secondo uno standard. È come viaggiare guidati dal navigatore: se cambi direzione di proposito, il navigatore deve ricalcolare una nuova rotta. Elia conosceva già la sua, adesso stava a Marta ricalcolare la propria. Era convinto che fosse solo contrariata per via della sua decisione improvvisa. Avrebbe preferito discuterne per giorni e giorni, anche per settimane, nel tentativo di dissuaderlo. In realtà Marta sapeva benissimo che il loro matrimonio era finito da un pezzo, che fra loro non cʼera più traccia di amore. “Sì”, pensò Elia, “è offesa perché ha considerato la mia decisione un affronto, perché ormai si è abituata alla vita di coppia, anche se da anni non siamo più una vera coppia. Domani mattina starà meglio.”

E si meravigliò di sentirla piangere.

***

La notifica arrivò tre giorni più tardi. Il myphone si illuminò e il nome Hologen apparve sul monitor. Elia era stato convocato per il lunedì seguente. Si chiese se sarebbe riuscito a superare i test attitudinali. Aveva una discreta cultura, una laurea in comunicazione e leggeva tutti i giorni. Si sentiva anche in forma, anche se non praticava sport. Decise che per ora sarebbe stato meglio non pensarci e tornò al lavoro.

Il lunedì giunse presto. Nei giorni precedenti i rapporti con Marta si erano fatti più freddi, come se la donna avesse accettato la situazione e stesse cercando un modo per alleviare il dolore.

Quando uscì di casa, quel lunedì, a stomaco vuoto come si erano raccomandati nella convocazione, Elia la salutò come ogni mattina. «Oggi non vado in ufficio, ho i test. Dureranno tutto il giorno.»

«Buona fortuna. Sono sicura che andranno bene.»

«Non so, sono un poʼ teso, ma credo sia normale. È dai tempi dellʼuniversità che non faccio esami. Beh, a più tardi.»

Quel giorno Elia non incontrò il dottor Tavan. Si era aspettato di vederlo, anzi era sicuro che il medico lʼavrebbe accolto dandogli il benvenuto per rassicurarlo, ma non si fece vedere per tutta la durata dei test.

Toccò prima agli esami del sangue, dellʼurina e delle feci. Dopo il prelievo un medico lo lasciò in una stanza da bagno con lʼoccorrente per lavarsi e tornò a prenderlo unʼora dopo per accompagnarlo in una piccola sala. I quiz di cultura generale e intelligenza si rivelarono più complicati del solito, scoprì Elia, che rispose come meglio poté, cominciando a temere di non farcela. Dopo tre ore ci fu una pausa, venne invitato a pranzo nella mensa della clinica e scambiò due chiacchiere con alcuni dipendenti. Nel pomeriggio iniziò la visita medica. Uno scanner olografico passò in rassegna il suo corpo e su un monitor apparve una serie di valori che Elia non capì. Poi entrò nella camera tomografica e anche le sue interiora furono minuziosamente esaminate.

Alle 16 era tutto finito e Elia uscì dalla Hologen con mille pensieri in testa e la sensazione di essere stato osservato al microscopio da unʼentità aliena. «Riceverà il responso entro due giorni», gli aveva comunicato una delle segretarie a test ultimati.

Passò il resto del pomeriggio nel parco della città, seduto su una panchina panoramica. Impostò lo scenario su unʼistantanea del Cretaceo e di fronte a lui apparvero piante dalle forme bizzarre e giganteschi mostri dalla pelle a scaglie. Elia si domandò come sarebbe stata la vita dellʼuomo se fosse esistito nellʼera dei dinosauri e se anche allora, in qualche modo, ci fosse stata la possibilità di vivere per sempre, vedersi scorrere davanti agli occhi tutta lʼevoluzione della specie umana e lʼestinzione di tante altre specie animali e vegetali. Milioni e milioni di anni di esperienza registrati nella mente. Quanti yottabyte conteneva il cervello umano?

Con quellʼultimo pensiero si alzò e tornò al veicolo, mentre un T-rex attaccava un Velociraptor creando unʼesplosione di terra e polvere e due bambini si aggiudicavano il suo posto nella panchina panoramica.

A casa preferì non parlare. Si sentiva violato nellʼintimo, come privato dei suoi più profondi segreti. Era stato sottoposto a una serie di esami che avrebbero valutato se fosse stato adatto a una vita eterna o condannato a una morte predestinata come tutti. Comʼè nellʼordine naturale delle cose.

“Anche volare sul poliasfalto a 400 allʼora è nellʼordine naturale delle cose?”, si chiese sdraiandosi sul divano dopo cena. Chiuse gli occhi e ripensò a tutto ciò che era accaduto nella sua vita in quellʼultima settimana. Due minuti dopo si era già addormentato.

***

Quando lesse il messaggio sul myphone, “Siamo lieti di accoglierla nel programma Elisir”, Elia era in riunione col direttore e alcuni colleghi, due giorni dopo i test attitudinali. Con uno sforzo mascherò lʼeuforia che lo colse, anche se temeva fosse più per aver superato gli esami che non per la reale possibilità di vivere per sempre. Non aveva parlato a nessuno di quel suo progetto, neanche a Neri, anche se al direttore aveva annunciato che forse avrebbe richiesto una sospensione dal lavoro per motivi familiari. Prima di uscire sarebbe passato allʼufficio del personale per sistemare quella faccenda.

La Hologen gli dava appuntamento per il sabato successivo e lo pregava di dare conferma della ricezione del messaggio, trasferire i centomila eurocrediti di acconto entro quarantotto ore e inviare il contratto allegato con la sua firma digitale.

A casa, quella sera, Elia pagò lʼacconto e iniziò a preparare la valigia. Cosa doveva portarsi? Tutto, in fondo stava traslocando. Marta lo lasciò fare e non gli fece domande e Elia pensò che avesse ormai accettato la situazione. Si chiese cosa avrebbe fatto in seguito e si accorse, con un certo stupore, di voler mantenere i contatti con lei.

«Ho pensato di chiamarti ogni tanto, se sei dʼaccordo», disse Elia qualche minuto dopo, entrando in cucina. «Per sapere se va tutto bene, se hai bisogno di qualcosa.»

«Va bene», acconsentì la donna, voltandosi verso di lui. «Ci avevo pensato anchʼio, ma non sapevo se ne avevi voglia.»

«Ma certo, perché no?», la rassicurò Elia. «La degenza è in una struttura attrezzata. Anche se la chiamano operazione, si tratta di ingegneria genetica, non devo starmene bloccato a letto per tutto il tempo.»

«Ti annoierai.»

«A quanto ho letto nella brochure ci sono diverse attività da fare, cʼè un cinema e anche una biblioteca digitale ben fornita, oltre i vari test per monitorare lʼorganismo.»

«E se non andranno bene? Ci hai pensato?»

«Sì, può succedere che il corpo non risponda bene. Avevo scritto al dottor Tavan chiedendogli un poʼ di informazioni e mi ha risposto che in quel caso la Hologen restituirà lʼacconto.»

«Beh, meno male.»

Sabato giunse più presto di quanto Elia si aspettasse. Quella mattina lʼuomo tergiversò con la valigia pronta per una buona mezzʼora prima di decidersi a chiuderla e prepararsi a uscire per sempre dalla casa, dal suo matrimonio e da quella vita. Marta, da parte sua, se ne restò in cucina a tergiversare con elettrodomestici e stoviglie, per ritardare il momento dellʼaddio definitivo alla sua vita coniugale e al marito.

«Io vado, allora», disse Elia affacciandosi in cucina, la valigia in una mano e il soprabito nellʼaltra.

«Ciao, Elia», disse Marta, trattenendo a stento le lacrime che, sentiva, minacciavano di esploderle negli occhi da un momento allʼaltro. Si sforzò di sorridere. «Non dimenticare di farmi sapere comʼè andata.»

«Certo», disse Elia. «Ti chiamo appena posso. Così vedrai anche dove mi hanno sistemato.»

«Allora ciao.»

«Ciao, Marta.»

E uscì.

***

«Il test è andato bene, signor Ferri», disse il dottor Tavan. Era nel suo ufficio nella clinica in cui era ricoverato Elia e stava mostrando allʼuomo i risultati degli ultimi esami. «Il suo organismo risponde alla perfezione.»

«Bene», disse Elia. «Ma sono passati soltanto quattro giorni. È un poʼ presto per esultare.»

Tavan rise. «Non sia pessimista, signor Ferri. Le probabilità che superi la degenza sono altissime.»

«Vado a dirlo a mia mo… alla mia ex moglie, allora.»

«Perfetto. A presto, signor Ferri. I prossimi test ci saranno fra una settimana.»

I giorni alla clinica trascorsero tutti uguali. Elia cominciò a credere di non aver cambiato nulla nella sua vita, di essere passato da una monotonia allʼaltra. Ma sapeva che la degenza sarebbe durata solo qualche mese, in funzione dellʼandamento dei test, così si impose di sopportare la noia e di assumere uno stato dʼanimo più positivo.

Nei giorni seguenti chiamò Marta più volte. La donna appariva serena, ma Elia sapeva che dentro di sé il dolore la stava straziando. Ricordò la sera in cui la sentì piangere, il giorno che aveva suggellato la fine del loro matrimonio. Era stato male anche lui, ma non poteva agire altrimenti, non aveva più senso continuare quella relazione. Ripensando alla sua decisione, si accorse che la pubblicità sulla superstrada era stata un input ad agire, a riprendere in mano la sua vita, il giusto stimolo a cambiare il corso delle cose.

Le settimane e i mesi passarono. Nel tempo libero, quando non era impegnato con i test e i colloqui con Tavan, Elia si rilassava fra letture in biblioteca, cinema, simulazioni di realtà storiche, sogni indotti e chiacchierate con altri pazienti. Quando iniziò a temere che il suo “vivere per sempre” fosse confinato alla clinica della Hologen, arrivò il responso definitivo dei test.

«Mi congratulo con lei, signor Ferri», lo salutò una mattina il dottor Tavan. «Il suo organismo è in ottime condizioni. Lei fa ora parte a pieno titolo di Elisir. Domani un eliplano la porterà al villaggio-parco che le abbiamo assegnato. Un educatore la affiancherà durante la prima settimana, per farla ambientare e introdurla alla sua nuova occupazione, ma potrà contare su di lui in ogni momento.»

«Bene», riuscì a dire Elia dopo un attimo di esitazione. «Non nascondo di essere molto incuriosito da questi villaggi-parco. Non riesco a figurameli, cioè, ho visto solo olografie di interni, finora.»

«Cʼè un motivo preciso per cui non mostriamo gli esterni», disse Tavan. «Perché non esistono

Elia credette di aver capito male e Tavan sorrise notando il suo sguardo confuso.

«Stia tranquillo», lo rassicurò il medico. «I villaggi-parco sono luoghi autentici, ma la loro estetica si modifica grazie alla realtà dedicata. In base allo stato dʼanimo dellʼospite e ai suoi gusti e interessi lʼambiente reagisce, restituendo immagini virtuali modellate su quelle reali. Se lei vedesse le vere infrastrutture dei villaggi-parco, non le gradirebbe, perché sono spoglie, quasi incolori. Ricorda la vecchia grafica 3D? A quel tempo si creavano dapprima forme tridimensionali grigie e solo dopo si applicavano colori e texture. Nei villaggi-parco accade più o meno la stessa cosa.»

«Ho capito», disse Elia. «Davvero interessante. Alla Hologen avete pensato proprio a tutto.»

«Perché tutto concorre al benessere, signor Ferri. Un antico detto diceva: “anche lʼocchio vuole la sua parte”.»

***

Il volto di Marta appariva invecchiato. La donna aveva smesso di tingersi i capelli, rughe e solchi avevano dato al suo volto unʼespressione più austera e le labbra carnose di un tempo si erano come prosciugate. La donna che lo guardava dallo schermo del myphone era unʼanziana di novantasette anni che cominciava a incurvarsi e avere problemi di udito.

«Sei sempre come lʼultima volta, Elia», disse.

«Allora il programma funziona», scherzò lʼuomo.

«Io invece sto invecchiando, ma non mi lamento.»

«Ti trovo bene, invece. Davvero.»

«Ma se sembro tua nonna.» Si concesse una risata roca. «Hai saputo di Neri?»

«Sì», rispose Elia, rattristandosi. «Lʼavevo chiamato il giorno prima e stava bene. Mi aveva detto che se ne sarebbe andato in crociera nello spazio con sua moglie e invece…»

«Sono stata al funerale. Cʼerano tutti i suoi ex colleghi. È stata una bella cerimonia.»

«Immagino.»

Era una frecciatina quella che gli aveva lanciato Marta? Nel corso degli anni Elia aveva sempre sospettato un doppio significato nelle parole della donna, come se volesse farlo sentire in colpa per essersene andato e averli abbandonati tutti a una morte certa. Comʼè nellʼordine naturale delle cose.

Quando un incaricato della Hologen gli aveva comunicato la morte dellʼamico, Elia si era ritirato nel suo residence e aveva pianto. La sera prima avevano parlato per due ore, rivangando il passato e ridendo delle loro disavventure giovanili. Era trascorso un mese ormai, ma Elia sentiva ancora il vuoto per quella prematura scomparsa. Neri aveva dieci anni più di lui, quindi se ne era andato a centoundici anni. Elia avrebbe voluto essere presente al funerale, ma le regole dei villaggi-parco erano ferree e Marta lo sapeva. Come lo aveva saputo Neri.

Nei villaggi-parco si entra, ma non si esce.

«Non ti sei più risposato.» Una constatazione… o forse una domanda velata?

«No», rispose Elia. «Ci sono molte ragazze, qui, donne voglio dire, ma non ho provato interesse per nessuna.»

«Sei sempre stato un tipo esigente.»

«Forse, ma sto bene così, in fondo.»

La telefonata andò avanti ancora per pochi minuti, poi Elia chiuse la chiamata e se ne andò al cinema.

La sera, a casa dopo il film, ripensò alle parole di Marta. Non ti sei più risposato. Elia ricordò i primi tempi al villaggio-parco, quando un educatore gli faceva da guida, presentandogli i vari ospiti e introducendolo alla sua nuova professione. Aveva conosciuto alcune donne, sia in giro sia al lavoro, e con due di loro si erano frequentati per qualche mese, ma non erano state vere relazioni, non cʼera stato sesso, e via via erano andate scemando. Con la seconda era finita dopo sette mesi, con la prima dopo dieci. Avevano perso interesse lʼuno nellʼaltra, forse perché non era mai scattata fra loro unʼattrazione sessuale. Elia si soffermò su questo pensiero, perché ora stavano tornando a galla altri ricordi. Al suo arrivo aveva notato una bella donna, mora, sensuale, che prima di entrare nel programma Elisir lavorava come model leader. Elia ne era rimasto affascinato, ma non al punto da volerla conoscere nella speranza di invitarla a casa a bere qualcosa. Tempo prima, ricordò, una donna del genere si sarebbe ritrovata suo malgrado protagonista delle fantasie erotiche di Elia e dei suoi amici di bevute, ma qui, per quanto bella, era solo una come tante altre. Lì per lì non aveva dato peso a quel fatto, ma ora ci stava riflettendo, perché, si rese dʼun tratto conto, al villaggio-parco non si erano mai formate coppie.

***

Marta morì allʼetà di centoventiquattro anni. Elia la chiamò alcuni giorni prima e la trovò ancora lucida. Parlò con un filo di voce, gli sorrise e sembrava felice di vederlo, anche se Elia nel suo sguardo lesse una luce di invidia. Marta vedeva il suo corpo spegnersi e consumarsi anno dopo anno, mentre il suo ex marito restava fermo allʼetà di quarantaquattro anni, come in unʼistantanea scattata da una macchina del tempo.

Elia si accorse di quanto Marta gli mancasse, pur non amandola più da decenni. Lʼaffetto era rimasto, così come i bei ricordi dei primi anni del loro matrimonio. Con la scomparsa di Marta Elia aveva perso in modo definitivo ogni aggancio alla sua vita precedente. Sapeva di essere ormai molto vicino alla soglia di vita complessiva dellʼindividuo. “Che cosa accadrà dopo?”, si chiese. “Come mi sentirò? E se cominciassi a invecchiare allʼimprovviso?”

Trascorse i successivi due giorni in lutto, non rispondendo a nessuna chiamata né uscendo di casa. Si sentiva svuotato, come se il destino gli avesse tolto qualcosa di indispensabile. Lʼindomani, si disse, avrebbe parlato con i suoi amici. Voleva sapere se era un problema suo o se quello stato dʼanimo era del tutto normale. Poi avrebbe chiesto un appuntamento al dottor Tavan – compariva nellʼelenco dei relatori dellʼannuale conferenza sul programma Elisir. Non lo sentiva da parecchio tempo, anzi non si erano mai sentiti dopo il suo ingresso al villaggio-parco, ma Elia fu felice di leggere il suo nome e si chiese perché non avesse mai partecipato alla conferenza prima di allora.

«Non credo tu debba preoccuparti», lo tranquillizzò Geo la sera dopo, mentre sedevano in un locale notturno. «Forse è successo anche a me, non ricordo. Ne è passato di tempo.»

«Quindi pensi sia normale», disse Elia.

«Se pensi che sia normale vivere per sempre, allora lo è anche tutto il resto. Siamo nati col pensiero di dover morire, anche se il più tardi possibile. È una convinzione che abbiamo dalla nascita, quindi non è così facile come sembra accettare tutto questo. Specie quando vedi morire tutti i tuoi cari. Ecco, a questo la Hologen non ci ha preparato, ma chi potrebbe farlo?»

«Sì, forse hai ragione», acconsentì Elia, sorseggiando poi la sua bevanda. «Comunque voglio parlare al dottor Tavan, ho letto che sarà uno dei relatori alla conferenza. Non lʼho più visto da quando sono arrivato qui.»

«Tavan?», disse Geo. «Tavan è morto almeno cinquantʼanni fa, si è schiantato a seicento allʼora su una superstrada. Pensavo lo sapessi. Non ha mai fatto parte di Elisir. Il nome che hai letto è di un altro dottor Tavan, suo nipote.»

«Cosa?» Elia era scioccato. Tavan, direttore della Hologen, non aveva preso parte al programma Elisir? Pubblicizzava la vita eterna e aveva scelto di morire come tutti gli altri? Se spiaccicarsi a quella velocità contro un muro possa essere definita una morte normale. «Io… io pensavo che Tavan fosse… sì, che fosse come noi, che avesse fatto lʼoperazione. Insomma, è il direttore… era il direttore della Hologen.»

«E tu pensi che tutti quelli della Hologen abbiano scelto di sacrificare la loro discendenza per vivere in eterno? Tavan era sposato e aveva tre figli, quando è morto.»

«Sacrificare la discendenza? Che stai dicendo?» Un sospetto iniziò a farsi largo nella mente di Elia.

Geo lo guardò come un adulto guarderebbe un bambino. «Senti un poʼ, da quandʼè che non vai con una donna?»

«Oh, beh, non ricordo, ma è parecchio.»

«Te lo dico io, allora. Da quando sei entrato al villaggio-parco.»

«S-sì», confermò lʼuomo, ricordando le sue avventure extraconiugali e poi le sue relazioni platoniche al villaggio. «Più o meno in quel periodo. Ma che significa? Sono stato occupato col lavoro, con le varie attività ricreative e…»

«Questo è quello che pensi tu», lʼinterruppe Geo. «Ma in realtà hai smesso di andarci perché non ne hai più sentito il bisogno

«È vero che non ne senta la necessità, ora, ma ho anche la bellezza di centoventotto anni. Tu pensi di essere un ragazzino?»

«No, tu non senti quel bisogno da oltre ottantʼanni.»

«Che vuoi dire?»

Geo si rilassò sulla poltrona. Finì di bere, poggiò il boccale sul tavolo e guardò Elia dritto negli occhi. «Sai perché facciamo sesso?»

«Ma che domande fai? Certo che lo so.»

«No, non lo sai, ma te lo spiego io. Lo facciamo per prolungare la nostra specie. Per renderla immortale, per farla vivere per sempre. Ci illudiamo di fare sesso perché è divertente – e lo è senzʼaltro, ovvio – ma alla natura del divertimento non gliene frega niente. Quello è solo un trucco della natura per assicurarsi che la nostra specie vada avanti, che non si estingua.»

«Ok, hai ragione, ovvio che sia così. Ma che cʼentra tutto questo con noi?»

Geo non rispose subito. Col pensiero tornò alla sua vita prima dei villaggi-parco, quando era un uomo come tutti gli altri, quando aveva una donna e progettavano insieme di metter su famiglia. Il sorriso che apparve sulle sue labbra era velato di tristezza, ma anche di rassegnazione. Geo aveva fatto la sua scelta e non se ne era pentito.

«Se gli individui di una specie sono immortali», disse, tornando a guardare Elia, «che bisogno cʼè di fare sesso?»

Elia non rispose.

«Se viviamo per sempre», continuò poi, «non abbiamo bisogno di figli. Quindi il sesso diventa inutile.»

«Questo nella brochure non cʼera scritto», disse Elia, con un pizzico di ironia nella voce.

«No», confermò Geo, «non cʼera scritto nella brochure. Sai che penso? Che forse alla Hologen non fossero sicuri delle conseguenze del loro Elisir, ma qualche sospetto devono averlo avuto, però hanno creduto bene di tenerselo per sé. Non dimentichiamo che era un programma sperimentale e lo è ancora.»

«Già». Elia rimase in silenzio per alcuni minuti, riflettendo sulle verità appena scoperte. Era deluso da Tavan e dalla Holgen. Si sentiva incastrato, anzi truffato. Certo, cʼerano buone probabilità che avrebbe accettato comunque di partecipare al programma, ormai il suo matrimonio con Marta era finito e di figli non si parlava. Ma non poteva esserne sicuro, non poteva sapere, adesso, se avrebbe accettato oppure no sapendo di dover rinunciare al sesso e a diventare padre.

A casa, più tardi, si rigirò nel letto fino al mattino senza prendere sonno. Ripensando a tutta la sua vita, si rese conto di aver vissuto davvero soltanto fino alla fine del suo matrimonio con Marta. Tutti gli anni successivi erano stati un lento procedere lungo la linea del tempo e ora gli apparivano vuoti, senza una meta, senza obiettivi. Senza una speranza.

Speranza di cosa?

“Di morire”, pensò Elia. Sì, quando sai che un giorno finirà tutto, ti poni dei traguardi, perché sei stimolato dal raggiungimento del benessere prima della dipartita. Quello è il vero benessere, si convinse Elia dentro di sé, trascorrere bene il periodo di vita che ci è concesso. Quando sai di poter vivere per sempre, a che serve avere degli obiettivi? A che serve pensare, fare piani, progetti? A nulla. Lʼeternità è solo unʼinfinita e asessuata attesa senza soddisfazione.

Avrebbe chiamato il suo educatore, decise in quel momento. La Hologen gli doveva delle spiegazioni. Soprattutto, doveva dargli modo di uscire da quel diabolico programma. Di poter vivere comʼè nellʼordine naturale delle cose.

***

«Non si può uscire dai villaggi-parco, signor Ferri», disse lʼeducatore. Si trovavano nel parlatorio, nel Settore Amministrativo. Elia aveva inviato una richiesta col myphone e gli era stato dato appuntamento per il pomeriggio stesso. Espresse con calma le sue perplessità sul programma, la sua delusione nei confronti del dottor Tavan, la scarsa trasparenza sugli effetti collaterali di Elisir. Lʼeducatore lo ascoltò in silenzio senza mai interromperlo. «Riguardo al dottor Tavan», aggiunse infine, «alla Hologen manteniamo il massimo riserbo sulle informazioni personali.»

«Il riserbo sulle informazioni personali?», disse Elia, alterato. «Secondo lei io avrei accettato di farmi modificare il DNA se avessi saputo che il direttore stesso se ne era tenuto alla larga?»

«La Hologen non può obbligare i suoi dipendenti a far parte di tutti i suoi programmi. Cʼè una legge governativa che lo vieta, lo sa bene.»

«Ma nessuna legge vi obbliga a nascondere i problemi che possono avere i vostri pazienti.»

«E infatti non li abbiamo nascosti, signor Ferri», disse lʼuomo. «Quando lei è stato sottoposto allʼoperazione, ha letto unʼinformativa sui possibili disturbi che avrebbe potuto incontrare.»

«Perché allora non si menzionava la sterilità? Anzi, peggio, la perdita del desiderio sessuale.»

«Perché non rientra nei disturbi», rispose lʼaltro. «E non è stato scoperto finora alcun collegamento fra Elisir e il calo del desiderio sessuale, che può essere benissimo situazionale.»

«Situazionale, dice? Quindi vede che tutto è riconducibile alla Hologen e ai suoi villaggi-parco?»

«No, signor Ferri, per situazionale intendo che possono essere insorte nel suo organismo, a livello psichico, delle inibizioni indotte da una serie di fattori, non rintracciabili con facilità. Il cambio di vita, di professione, lʼambientamento, la nuova dieta e i farmaci, le nuove attività: qualsiasi cosa può aver concorso a questa inibizione. Non possiamo stabilire quale. Inoltre non è da escludere che la causa possa essere indipendente da questi fattori e provenire invece da una sua disfunzione.»

«Già, alla fine è colpa mia», disse Elia con tono sarcastico.

«Non ho detto questo, signor Ferri, non possiamo sapere quale sia la vera causa.»

«E come lo spiega che tutti i residenti dei villaggi-parco abbiano perso questo desiderio?»

«Non siamo al corrente di una situazione del genere», rispose lʼuomo. «E non possiamo certo violare la privacy per scoprirlo.»

«Ok, ormai non ha più importanza, vista lʼetà che ho. Ma voglio andarmene da qui, voglio vivere come una persona normale.»

Lʼeducatore spalancò gli occhi. «Vuole dire… morire come una persona normale.»

«Vivere e morire comʼè nellʼordine naturale delle cose!»

«No, signor Ferri», lo corresse lʼaltro. «Se lei uscirà dal villaggio-parco, morirà nel giro di pochi giorni. Non potrà più seguire la dieta prescritta, non potrà più prendere i farmaci, non sarà più sottoposto a controlli medici accurati e non sarà più allʼinterno di una struttura climatizzata e asettica come questa. Il suo organismo subirà un crollo istantaneo.»

«Correrò il rischio», disse risoluto Elia. «Rivoglio la mia vita, voglio visitare la tomba di mia moglie e dei miei amici, conoscere i loro figli e i loro nipoti.»

«Lei non riavrà la sua vita, ma soltanto una morte annunciata», disse lʼeducatore. «Signor Ferri, la Hologen sta dando la possibilità allʼuomo di vivere una vita eterna. Se ne rende conto?»

«No, la Hologen sta condannando la specie umana allʼestinzione. Possiamo vivere per sempre, ma non siamo immortali. Se io le sparassi adesso, lei morirebbe, lo sa bene. Vivere senza più mettere al mondo bambini significa estinguersi. E inoltre per vivere per sempre dobbiamo restare prigionieri dei villaggi-parco.»

«Questa per ora è una conditio sine qua non. Un giorno, forse, quando il pianeta sarà purificato e tutti potranno seguire una dieta corretta, Elisir permetterà di vivere ovunque, di non lasciare la propria abitazione. La medicina e la tecnologia fanno passi da gigante, non lo dimentichi.»

«Non me ne frega niente dei passi della medicina. Voglio andarmene da qui. Ora!»

Lʼeducatore fissò in silenzio Elia per qualche minuto, riflettendo su quelle parole e sulla decisione irremovibile dellʼuomo. “È pazzo”, disse tra sé. “Due, tre giorni al massimo e morirà”. «Dovrà inoltrare una richiesta speciale, signor Ferri», disse infine. «Non erano previsti ripensamenti. In tutti questi anni non ce ne sono stati. Tuttavia io posso prepararle il modulo, che lei dovrà sottoscrivere in ogni sua parte, perché sarà specificato che la Hologen non assicura la sopravvivenza del paziente al di fuori delle sue strutture e del suo programma.»

«Le firmo quello che vuole», acconsentì Elia. «Quanto tempo ci vorrà?»

«Preparerò il documento oggi stesso», rispose lʼaltro. «Ma dovrà essere approvato dalla Direzione. Credo che occorrerà un incontro con uno psicologo prima dellʼaccettazione della sua richiesta. Tre, quattro giorni al massimo, direi.»

«Uno psicologo?» Elia scoppiò a ridere. «Alla Hologen penseranno che bisogna essere svalvolati per preferire la morte alla vita eterna. Parlerò anche con quello sciacquacervelli, se sarà necessario.»

«Bene, signor Ferri. Lʼavviseremo al più presto.»

Elia lo salutò e uscì dallʼufficio. Si sentiva sollevato, perché stava per andarsene da quel penitenziario immerso nel verde e da quel benessere ipocrita. Si meravigliò di come fosse giunto così presto a quella decisione radicale. Le parole di Geo, però, lʼavevano fatto riflettere. Non poteva accettare tutto questo.

Decise di parlare allʼamico quella sera stessa e con un messaggio lo invitò a bere qualcosa al solito locale. Geo accettò e Elia tornò a casa, fece una doccia e sedette sul divano, lasciando vagare i pensieri.

Il suo pensiero andò a Marta.

***

La chiamata giunse tre giorni dopo. «La Direzione ha accolto la sua richiesta, signor Ferri», gli comunicò lʼeducatore al telefono. «Tuttavia, uno psicologo lʼaccoglierà in parlatorio oggi pomeriggio.»

«Volete essere sicuri che sono in grado di intendere e di volere?»

«È soltanto una formalità, signor Ferri. Ma visti i rischi cui andrà incontro, la Hologen deve essere sollevata da qualsiasi responsabilità.»

«Mi pare più che ovvio.»

«Lei sa anche di non aver diritto alla restituzione della somma versata, immagino.»

«Lo so adesso, ma lo sospettavo.»

«Perfetto. Lʼappuntamento con lo psicologo è per le 15.»

La seduta si rivelò più noiosa del previsto. Elia rispose a tutte le domande, esternò i suoi pensieri sul programma e raccontò come era giunto a quella decisione. Il dottore registrò tutte le rispose, armeggiò in continuazione con il suo myphone, infine inviò il rapporto alla Direzione.

«È tutto a posto, signor Ferri», disse infine.

«Quindi non sono pazzo?», chiese Elia.

Il dottore rise. «No», rispose, «può star tranquillo su questo. La sua decisione è insolita e non del tutto condivisibile, agli occhi della Hologen, ma lei è del tutto consapevole delle sue scelte. La Direzione le farà sapere entro domani mattina quando sarà pronto un eliplano che la riporterà a casa.»

Casa. A Elia piacque risentire quella parola. Alla morte di Marta aveva ereditato la metà dellʼappartamento che avevano condiviso da sposati. Sarebbe tornato lì, dove altrimenti? Era quella la sua vera casa, lʼunico posto al mondo dovʼerano custoditi i suoi ricordi, dove si era svolta la sua vera esistenza, dove aveva vissuto con qualcuno che gli aveva voluto bene senza condizioni.

Si chiese quando sarebbe successo. Nel modulo che aveva firmato si parlava di pochi giorni, di un abbassamento repentino delle difese immunitarie, di valori sballati al cambio di dieta, di vistosa e avanzata senescenza e di tanti altri problemi che Elia non ricordava.

Mentre salì sullʼeliplano, quel pomeriggio, si rese conto che non gliene importava più. Due giorni o una settimana che differenza facevano, in realtà? Stava tornando sui suoi passi, in fondo, alla vita stabilita dallʼordine naturale delle cose.

Lʼunico suo rimpianto, si accorse in quel momento, mentre il velivolo si alzava e sfrecciava via portandolo lontano dal villaggio-parco e dalla Hologen, era di non essere invecchiato insieme a Marta.

E quello fu il solo dolore che provò.

Nota

Non ricordo come mi è venuta in mente questa storia. Le idee arrivano, ma cancellano in fretta ogni loro traccia. Ricordo però di aver voluto scriverla subito. Così ho scelto i nomi dei personaggi e creato una scaletta, che non ho rispettato al 100%. A me il racconto è piaciuto, soprattutto perché ne ho subito riconosciuto la premessa: riflettere sul vero senso dellʼesistenza, sui problemi di una vita eterna, sui sacrifici che comporterebbe.

Il titolo originario era Oltre il tempo che ci è concesso, ma ho poi preferito cambiarlo ne Lʼordine naturale delle cose. È meno poetico, ma più attinente al succo della storia.

Ringrazio Monia Papa per la sua consulenza sul DNA e la replicazione delle cellule. Qualsiasi strafalcione biologico è da attribuire al sottoscritto.

43 Commenti

  1. Serena
    3 marzo 2015 alle 09:27 Rispondi

    Ciao Daniele. Stavo per partire in quarta con in testa il cappello del laboratorio di scrittura, ma credo che in questa sede tu preferisca un commento da lettrice.
    Da lettrice ti dico una cosa che mi è piaciuta molto e una cosa che mi è piaciuta meno.
    La cosa che mi è piaciuta molto: la premessa, il problema di scegliere o meno di essere immortali, il ripensamento che conclude la storia. La citazione iniziale. Il messaggio che un’umanità immortale debba vivere per forza in un mondo asettico e privo di passione; ne vale la pena, poi?
    Cosa non mi è piaciuto: la caratterizzazione dei personaggi, in particolare di Marta. Elia si potrebbe definire caratterizzato dalla sua “piattezza”; è un superficiale. Fa la scelta dell’immortalità come se comprasse un qualsiasi servizio, e questo lo caratterizza come persona poco profonda che compie inconsapevolmente una scelta enorme. Può andare.
    Questa poveretta di Marta, invece, resta un po’ di “cartone”, e non si capisce cosa, di lei, manchi ad Elia. Mancandomi lei viva e vera, non la marionetta rompiscatole ma la donna di carne ed ossa, mi viene a mancare anche una bella fetta del messaggio finale.
    Credo che l’amore possa essere una buonissima ragione per NON vivere in eterno (ci ho scritto su migliaia di parole io stessa) ma in questo racconto la potenza della premessa non mi raggiunge del tutto.
    Poi se ti interessa mi spiego meglio, con qualche esempio. Ora devo proprio scappare.
    A rileggerci presto :)

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2015 alle 13:38 Rispondi

      No, puoi commentare ti pare :)
      Marta non ha una grande parte nella storia, è vero, perché mi interessa focalizzarmi su Elia. A lui manca l’affetto della moglie. Spiega pure meglio e grazie della lettura :)

    • Nuccio
      9 ottobre 2016 alle 17:58 Rispondi

      Concordo con questa opinione. Se ho tempo la svilupperò in seguito.

  2. LiveALive
    3 marzo 2015 alle 13:06 Rispondi

    Allora, le altre cose che hai scritto non sempre mi sono piaciute, né dal punto di vista stilistico, né – e questo credo fosse il tuo problema principale – nell’organizzazione della struttura, che spesso mancava di ritmo. In fondo io e te ricerchiamo cose molto diverse nei testi che leghiamo, e probabilmente pure leggiamo e scriviamo partendo da due condizioni mentali diverse. Ma questo, secondo il mio gusto, è sicuramente il miglior racconto che hai pubblicato qui.
    Inizio dicendoti che stilisticamente ho trovato di ricorrenti solo due problemi, non gravi comunque:
    Il primo è un certo uso delle istanze di enunciazione, tipo qua:

    “«Marta», disse lʼuomo strofinandosi il volto con le mani, al limite della pazienza”

    Perché non scrivere semplicemente “«Marta», Elia si strofinò il volto con le mani”? Che sia al limite è già esplicato dal gesto, e il disse non serve.
    Il secondo è una tendenza, a volte, a ribadire l’ovvio, tipo qua:

    “Marta non era tipo da darsi per vinta. «Cosa ne sai di quello che ti faranno? E quanto spenderai? Non abbiamo tutti questi soldi.»”

    La frase prima del dialogo io la toglierei e basta: ciò che dice è già evidente. Certo ha anche uno scopo ritmico, quella frase, ma si può mettere qualcosa di più interessante. Un movimento della donna, per esempio?

    Poi, per il contenuto, ti dico prima cosa non mi ha convinto.
    Anzitutto: l’interpretazione che dà il personaggio del filmato. Mi pare un qualcosa di innaturale, senza contare che sono cose che il lettore dovrebbe capire da solo (e comunque è più bello e corretto lasciare la cosa all’interpretazione personale, lasciando l’immagine evocare sentimento puro, senza razionalizzarlo e spiegarlo).
    Altra cosa: mi pare tardiva la spiegazione della necessità dei villaggi parco. Io ero lî tutto il tempo a chiedermi: “ma a che servono sti villaggi? Perché non può vivere dove gli pare?”… E lui non fa neanche una domanda in merito? Troppo strano…
    Poi ho notato alcune stramberie… Così tecnologici, ma una brochure digitale ci mette giorni e giorni per arrivare? E poi: un t-rex che combatte con un velociraptir? È fisicamente molto difficile, il velociraptor era troppo piccolo. Perché non attaccare un erbivoro più grande? E poi pare che il t-rex fosse molto meno aggressivo di quanto si pensava, potrebbe addirittura essere un saprofago…

    Arriviamo invece alle cose belle davvero. Il rapporto con la moglie è realistico e ben ragionata. Le emozioni che descrivi sono quelle che ho trovato in esperienze reali, e dunque mi pare bene.
    La visione del sesso poi inizialmente pare superficiale (cioè, se non sente davvero più il bisogno del sesso – il sogno di Tolstoj, ciò che Gandhi ha ricercato per tutta la vita, e quel che Faulkner considerava una condizione oltreumana – perché lo rivuole a tal punto da rinunciare all’immortalità?), ma a ben leggere dimostri una certa profondità nonché grande conoscenza dell’Opera di Milton, giusto? “locus amoenus” puoi sforzarti di tradurlo come “luogo ameno”, ma puoi benissimo intenderlo anche come “luogo per fare l’amore”, e pare intenderlo così anche Milton, per quanto non esplicitamente: se il paradiso è un luogo di piacere, allora non c’è motivo per cui in esso non debba esserci sesso. Ma ancor più forte è la visione della impossibilità di avere rapporti sessuali non come suprema liberazione dalle tremende pulsioni che non danno mai requie, ma anzi come più grande dannazione possibile! Si capisce quando Satana va a “spiare” Adamo ed Eva ormai scacciati dal Paradiso Terrestre: la dannazione di Satana sta impotenza, cioè nell’impossibilità a privare piacere, ed è l’assenza di piacere a far nascere il male, poiché è l’assenza di piacere che ci porta a odiare il piacere altrui, e a voler dare anche agli altri il nostro dolore. Il sesso in Milton non è una cosa brutta o sporca; al contrario, è l’ultimo frammento di grazia divina che ci è rimasta in questo inferno.
    …quindi, insomma, proprio un bel testo.

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2015 alle 13:44 Rispondi

      Che cosa non andava nella struttura?
      Filmato: non ho capito cosa intendi. Elia lo sta vedendo, e io ho descritto ciò che vede. Come lo avresti reso?
      Villaggi: all’inizio ho scritto “Infine, terzo modulo, accoglieremo il paziente nei nostri villaggi-parco, per garantire una vita sana e soprattutto eterna.” Forse non si capisce bene e dovevo far spiegare a Tavan con più dettagli o farli chiedere a Elia.
      Anche se si tratta di una brochure digitale, va comunque creata. E poi è personalizzata al paziente, quindi richiede tempo.
      T-rex: nessuno sa cosa sia veramente accaduto a quel tempo, quindi in questo caso non vedo problemi a dare un’interpretazione personale, tanto più che non si tratta di una finestra aperta nella preistoria, ma di una creazione dell’uomo.
      Mai letto Milton in vita mia.
      Grazie della lettura :)

      • LiveALive
        3 marzo 2015 alle 14:11 Rispondi

        La struttura qui va benissimo XD era in certi altri racconti che mi sembravi un po’ fumoso, con eventi ininfluenti qua e là, con un climax non proprio ordinato… Non sempre, eh. In qualche testo sì.
        Per il filmato, mi riferivo a quando lui spiega che se l’avesse visto sua moglie sarebbe stata la donna a invecchiare, eccetera…
        Anche se la brochure è personalizzata, con quel livello tecnologico mi aspettavo di meglio.
        Per il t-rex, avevo pensato pure io questo: un po’ qualità da soap opera, un po’ informazioni perdute nel tempo…

        • Daniele Imperi
          3 marzo 2015 alle 14:18 Rispondi

          Ah, pensavo ti riferissi proprio al filmato e non a cosa ne pensava Elia. Boh, non mi sembrava immediato che il lettore capisse.

  3. Pades
    3 marzo 2015 alle 14:30 Rispondi

    Ciao Daniele, a me è piaciuto molto. Non sono riuscito a smettere di leggerlo e ho saltato parte della pausa pranzo per finirlo. Mi è piaciuta l’architettura generale, mi sarebbe piaciuto capire qualcosa in più dei pensieri di Marta, ma è bello anche rimanere con qualche domanda in testa. Non so se per te può essere un complimento o no, ma in certi momenti ho riassaporato le sensazioni provate leggendo i racconti di Urania. Che nostalgia della gioventù… giusto per rimanere in tema. :-)

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2015 alle 14:36 Rispondi

      Ciao Pades,
      grazie della lettura e dei complimenti (anche in riferimento a Urania!) :)
      Il prossimo sarà più breve, così magari non salti la pausa pranzo :D
      Su Marta hai ragione, come ho detto anche a Serena, forse andava caratterizzata meglio.

  4. Salvatore
    3 marzo 2015 alle 14:47 Rispondi

    Il racconto fila e l’argomento è interessante. La fine è ottima e sei giunto all’obbiettivo con una crescente consapevolezza psicologica del personaggio, secondo me, ben orchestrata. Tuttavia c’è da rilevare nell’incipit il solito uso di frasi troppo lunghe, con sotto periodi che sinceramente non servono. Succede solo negli incipit e questo non è il tuo primo racconto in cui riscontro questa stranezza. Dovresti sforzarti di formare frasi più corte e nette.
    I dialoghi con la moglie sono tremendi e assolutamente inadeguati. Sei stato pigro, molto pigro. Questo non va bene. Anche se il loro rapporto di coppia non è l’argomento del racconto, ti devi comunque chiedere il perché la loro situazione sentimentale è arrivata a quel punto e nei dialoghi agire di conseguenza. Il personaggio della moglie è solo abbozzato, piatto. Anche in questo sei stato pigro. Non serve spendere troppe parole per delineare bene un personaggio, non devi allungare il racconto, solo scegliere quelle giuste.
    Infine, soprattutto nella prima metà, il narratore (cioè tu) è troppo neutro. Dov’è Imperi? Si nasconde. Questo, però, è una mia sensazione e non ha nulla a che fare con la tecnica.
    Nonostante questo, mi è piaciuto. :)

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2015 alle 14:59 Rispondi

      Grazie :)
      L’incipit l’ho riscritto tipo 3 volte e ancora non mi piaceva.
      Perché trovi i dialoghi tremendi e inadeguati?
      Non sono molto d’accordo sul mettere nei dialoghi la loro situazione, specialmente quando è fuori luogo.
      Imperi non c’è, perché dovrebbe esserci? :)
      Non capisco qui che cosa vuoi dire. E quando avresti visto Imperi qui?

      • LiveALive
        3 marzo 2015 alle 17:20 Rispondi

        Dipende da come lo vedi: era cosa comune, fino a pochi anni fa, consigliare l’assolutissima neutralità, l’assolutissima assenza del narratore. Nel nuovo millennio le cose sono cambiate un po’: è tornato a piacere il narratore, ed è anche tornata la self-insertion (in passato la questione era come eliminarla; oggi, la questione è come inserirla, già).
        Personalmente, per la descrizione del rapporto con la moglie, non ho sentito la necessità di qualcosa in più: è, ecco, un po’ come vedere la cosa dall’esterno, è vero, ma non poter capire la cosa fino in fondo è normale. Volendo però basterebbe poco per rendere la cosa più “umana”, cioè una motivazione: perché lui non è soddisfatto di lei, e perché lei non riesce a dare affetto a lui.

        • Daniele Imperi
          3 marzo 2015 alle 17:30 Rispondi

          Della questione del narratore non ne sapevo. Mah, non so dirti, secondo me dipende dal tipo di narratore, e di narrazione, che vuoi.
          Sulle motivazioni concordo in parte, nel senso che in un racconto non le vedo così necessarie, ma in un romanzo sì.

      • Salvatore
        3 marzo 2015 alle 17:40 Rispondi

        No, la questione non è che nei loro dialoghi sevi inserire le vicende sentimentali dei personaggi. Ci mancherebbe, non è argomento di questo racconto, almeno in parte vista la svolta psicologica finale. Il punto è che i dialoghi tra moglie e marito sono sterili. Non traspare la realtà. I personaggi non sono vivi. Marito e moglie che stanno attraversando il tramonto del loro rapporto non parlano come dei coinquilini che convivono da qualche settimana. Deve trasparire questa situazione e deve trasparire dai dialoghi. Più sono realistici i dialoghi, più i personaggi vengono percepiti veri (quindi vivi) dal lettore e questo dà maggiore spessore al racconto. Da questo punto di vista il racconto è un po’ piatto. Ha un solo strato, come le torte hai presente?
        Per quanto riguarda il narratore, è vero: Imperi si nasconde sempre un po’. Nel senso che avrai una tua opinione riguardo alla vicenda del tuo racconto, no? Ecco, non la devi “dire”, non la devi comunicare, ma dal tuo atteggiamento deve trasparire. E questo aggiunge un altro strato, un maggiore spessore. Non so se sono riuscito a spiegarmi. Certo, è più facile dirlo che farlo… :P

        • Daniele Imperi
          3 marzo 2015 alle 18:07 Rispondi

          Non so, a me sembrano realistici i dialoghi. Se parli del momento in cui si lasciano, ok. Ma altrimenti non mi è chiaro come avrebbero dovuto parlare. Poi non tutti reagiscono allo stesso modo.
          Sul narratore ho capito che vuoi dire, ma non sono d’accordo :)
          Io col racconto non c’entro nulla. Non ha importanza come la penso.
          Tu hai mostrato una situazione che ti è estranea nel tuo ultimo racconto, ma non si è capito, anzi, io pensavo che a te andasse bene una situazione del genere. Quindi Salvatore si è nascosto bene in quella storia :)

        • LiveALive
          3 marzo 2015 alle 18:38 Rispondi

          Certo l’autore non scompare mai del tutto. Anche se non parla mai, comunque si mostrerà nella scelta dei personaggi, nella selezione delle scene, nel punto di vista utilizzato volta a volta (a proposito: fai saltare il punto di vista due volte, ma non mi è sembrato spiacevole in questo caso specifico: so che lo fai di proposito per dare una visione più ampia dei rapporti, e qui mi è sembrato funzionare)… Un po’ come i giornalisti: in teoria riportano le cose in modo oggettivo; in pratica, nel modo in cui lo fanno, scegliendo l’ordine delle informazioni, scegliendo cosa dire e cosa omettere, esprimono lo stesso la loro opinione, e anzi la impongono.

          • Daniele Imperi
            3 marzo 2015 alle 19:03

            Dimmi dove ho saltato il punto di vista, così ti dico se è fatto apposta o meno :)

  5. Marianna Montenero
    3 marzo 2015 alle 15:45 Rispondi

    Ciao Daniele, la fantascienza non è proprio nelle mie corde, ma ho ugualmente letto questo bel racconto. Idea ottima, stile pulito, ambientazione efficace. Solo qualche dubbio sulla caratterizzazione del protagonista: non ha mai saputo cosa fosse l’amore e alla fine è in grado di fare una scelta tanto coraggiosa. Forse però cercavi il “paradosso” per meglio esprimere il tema della storia.

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2015 alle 15:53 Rispondi

      Ciao Marianna, grazie della lettura. In realtà non volevo questo paradosso. Lui ha conosciuto l’amore nei primi tempi del matrimonio.

  6. Stefy Blu
    3 marzo 2015 alle 18:57 Rispondi

    Ciao Daniele!
    A me il racconto è piaciuto molto.

    Vorrei dire una cosa a chi ha scritto
    ” primo è un certo uso delle istanze di enunciazione, tipo qua:
    “«Marta», disse lʼuomo strofinandosi il volto con le mani, al limite della pazienza”
    Perché non scrivere semplicemente “«Marta», Elia si strofinò il volto con le mani”? Che sia al limite è già esplicato dal gesto, e il disse non serve”

    Penso che la frase che hai suggerito tu starebbe malissimo nel testo perché spezza eccessivamente la frase e non ne preannuncia il seguito (che invece esiste) e in più non rende la vera esasperazione. Dal mio punto di vista, nella frase indicata da te, mancherebbe un “qualcosa”. Sarebbe piatto.
    Infatti Se scrivo
    “Marta”, Elia si strofinò il volto con le mani (ah sì, perché? è nervoso? impaziente? stanco? beh..cosa devo scegliere?) – arriverei di sicuro a farmi troppe domande.
    In più penso che questa frase si addica ad altri tipi di racconti.

    Daniele spiegami una cosa, scusa sai…
    Ma accettare critiche comprende anche accettare le modifiche di stile che gli altri vorrebbero per te?
    La frase che ho riportato la vedo proprio come una modifica di stile. OVVIO che chi te l’ha suggerita abbia uno stile suo e OVVIO che scriverebbe SEMPRE E COMUNQUE il racconto in maniera diversa. Questi però sono fatti suoi. Che critica è?
    Visto che devo imparare, vorrei davvero capire: ha un senso una critica del genere? (…ma anche un’altra che ho letto dopo…)
    Te lo chiedo perché non saprei come reagire ad un commento del genere.

    • Daniele Imperi
      3 marzo 2015 alle 19:07 Rispondi

      Ciao Stefy, grazie :)
      Allora, lo stile è personale. Quindi non ha senso che uno propone modi differenti di comporre una frase.
      Nel caso specifico che citi non penso fosse voluta la modifica dello stile. A Livealive sembrava giusta metterla in quel modo.
      A me suona meglio come è ora.
      Qual è l’altra che hai letto?

    • LiveALive
      3 marzo 2015 alle 19:08 Rispondi

      Io non credo che nel contesto tu ti faccia domande. è vero che il gesto in sé non è interpretabile, ma nel contesto viene giustificato. Ti faccio un esempio: se io ti dico “tizio si mangia le unghie” tu ti chiedi: perché lo fa? è agitato? è tranquillo ed è solo una sua abitudine? Ma se ti dico che è fuori dalla sala parto, capisci subito perché lo fa e che tipo di emozione indica il gesto.
      Per il resto, è possibile che la frase risulti poco sonora, ma in genere io consiglio sempre di togliere tutti i “disse” che si possono: mi pare che siano frasi che suonano sempre molto artificiose, ed è un peccato quando si può sostituire quel disse con un movimento che rende il tutto più dinamico ed esplicativo. Quindi sì, se nella mia frase manca qualcosa non è il “disse” né “al limite dell’esasperazione”, ma un gesto più significativo, o una maggior cura del contesto.
      Poi, per carità, tutto si può piegare allo scopo. Prendi i testi di Giulio Mozzi contenuti in Sono l’Ultimo a Scendere: ogni singola battuta ha il “disse”, ma serve appunto a dare un tono ossessivo. Prendi anche Hemingway: lui, che non usa mai le istanze di enunciazione, in “Un Posto Pulito, Illuminato Bene” ad un certo punto ripete tre volte di fila “Disse il cameriere più vecchio”: ha una potenza retorica immensa perché ogni volta che lo ripete prendi sempre più coscienza del suo essere debole e vecchio.
      Quindi sì, consigli, ma tutto si piega.

      • Daniele Imperi
        3 marzo 2015 alle 19:25 Rispondi

        Troppe “disse” non piacciono neanche a me. Al prossimo racconto calcolerò quanti ne ho messi.

  7. Marco Amato
    3 marzo 2015 alle 23:18 Rispondi

    Complimenti Daniele, vedo che hai raggiunto un’ottima maturità espressiva e tecnica. Al massimo negli appunti fatti da altri lettori sarebbe servito un po’ di editing, ma parliamo di un racconto per blog. Il livello è decisamente alto e per questo ti domando a quando i tuoi primi romanzi?

    Riguardo al racconto, il tema lo conosco parecchio bene avendo un’idea che mi porto dietro da più di venti anni. Tutto sommato pur essendo un tipo di trama ostica, hai affrontato bene la dinamica. L’unica parte che però ho trovato un po’ deboluccia è l’evoluzione finale di Elia.

    Elia passa dentro il villaggio circa 80 anni. Possibile che non si sia mai reso conto di non provare attrazione sessuale? Sembra che caschi dal pero all’improvviso. Cosa ha fatto per tutti questi anni? 80 rinchiuso lì dentro sono tanti. E sostanzialmente come si vive dentro il villaggio? Riesce a compensare la mancanza di libertà del mondo reale? Si vive in una sorta di parco giochi in cui la vita simulata è meravigliosa? Che relazioni sociali ha avuto? Sembra che conosca solo Geo, un amico stanco e disilluso. È stato felice, appagato o si è reso conto di vivere solo un’illusione?

    Complessivamente dà la sensazione d’aver vissuto dentro una bolla, inerte, quasi rincoglionito. E ciò ci potrebbe anche stare se ad esempio fossero stati i farmaci oscuri del programma a renderlo inebetito. Ma si dovrebbe evincere dalla ribellione finale.

    Solo queste considerazione mi hanno lasciato un po’ perplesso.

    Un complimento anche alla consulenza di Monia. ;)

    • Daniele Imperi
      4 marzo 2015 alle 07:56 Rispondi

      Grazie Marco :)
      Il romanzo è fermo da tempo per vari motivi, ma spero di riprenderlo a breve.
      Sull’evoluzione di Elia hai ragione, avrei dovuto dedicare più spazio al suo soggiorno nei villaggi, mostrando un graduale cambiamento e dubbi che nascevano.

  8. tinas48
    8 marzo 2015 alle 09:37 Rispondi

    Ho letto il tuo racconto senza interrompermi un secondo. E’ suggestivo: mi ha fatto pensare a quella che potrebbe essere la nostra sorte, se non sapremo controllare la tecnologia.
    Già era molto orwelliana la vita del protagonista fino al momento in cui vede la pubblicità della vita eterna…E chissà perché mi ha riportato alla mente i cartelloni pubblicitari che invitano le donne a “farsi regalare” dal marito un brillante, utilizzando a tal scopo le ceneri del suddetto marito.

    • Daniele Imperi
      9 marzo 2015 alle 08:04 Rispondi

      Grazie :)
      Il tema della tecnologia che crea problemi all’uomo anziché risolverli mi stuzzica da parecchio e vorrei scrivere ancora di questo argomento.
      In che senso queste donne si fanno regalare un brillante usando le ceneri del marito?

  9. Marina
    11 marzo 2015 alle 20:31 Rispondi

    Mi sono presa del tempo per leggere il tuo racconto non perché abbia impiegato una settimana per farlo, ma perché di solito il mercoledì posso dedicarmi più a lungo alla lettura. Ho notato che c’è stata un’attenzione direi maniacale attorno a questo tuo racconto, da parte di alcuni lettori e devo subito dirti che non capisco molti dei loro commenti. A me è parso chiaro il tuo intento, la struttura idonea, i dialoghi adatti. Quando leggo mi piace dare un giudizio su come la storia mi arriva nel suo complesso, non vado a spaccare il pelo in quattro su possibili incongruenze o funzionalità mancanti. Sono una lettrice non un editor che indaga sulle potenzialità del racconto. Sinceramente, poco mi importa che il t-rex non possa ingaggiare una battaglia contro il velociraptor o che una mail futuristica non possa giungere dopo tre giorni, sono dettagli che non spostano di nulla il senso della storia. A meno che non ci siano macroscopiche incoerenze, io vado all’essenza e mi pare che nel tuo racconto l’idea iniziale abbia trovato un’efficace collocazione.
    Un po’, devo dire, nel personaggio di Elia ho trovato qualcosa che sembrerebbe appartenerti, da quel pochissimo che traspare di te quando scrivi nel blog: non so, un misurato distacco, un modo quasi ragionato di reagire. Un atteggiamento che sembra imperturbabile salvo di fronte alle cose che contano veramente come gli affetti veri, resi nel racconto, invisibili da una quotidianità non condivisa (il ricordo di Marta).
    A me non piace il genere fantascienza, ma se dovessi recensire il tuo racconto direi che è una prova riuscita, la tua, perché c’è una certa sobrietà anche nell’ambientazione fantascientifica, il linguaggio non è ridondante, è come uno scorcio di quotidianità ritagliata nel futuro (tra l’altro possibile).
    Insomma, per farla breve, a me è piaciuto!

    • Daniele Imperi
      12 marzo 2015 alle 08:22 Rispondi

      Grazie della lettura, Marina. Il commento ti ha dato problemi da cellulare?
      Quei dettagli, sul t-rex e l’email, sono cose da sistemare in fase di editing, secondo me.
      Come persona, però, sono molto diverso da Elia :)
      Mi piace che hai notato “uno scorcio di quotidianità ritagliata nel futuro”: non era il mio intento, ma il racconto può benissimo esser visto così, perché in fondo sta proprio parlando della quotidianità.

  10. Marina
    12 marzo 2015 alle 08:05 Rispondi

    Ho provato a postare il mio commento tre volte: proprio non ne vuole sapere! Se questo parte e arriva m’inc***o.
    Mi faceva piacere farti conoscere anche la mia opinione in merito al tuo racconto! ;)

  11. Barbara
    5 agosto 2015 alle 19:00 Rispondi

    Mi ero persa questa sezione del sito, io che di solito arrivo da G+ a leggere i post.
    Questo mi ha incuriosito da subito, e poi volevo ben vedere dove stava la fregatura della Hologen. Insomma, hai cercato di rispondere a tuo modo alla tanto decantata domanda: “Se puoi vivere per sempre, per cosa vivi davvero?” ;P

    • Daniele Imperi
      6 agosto 2015 alle 07:21 Rispondi

      Grazie della lettura :)
      Questo racconto forse non l’avevo condiviso su G+.

      • Barbara
        6 agosto 2015 alle 14:20 Rispondi

        Sbaglio, o l’incipit aveva partecipato a quel sondaggio tra incipit in un altro blog poco tempo fa? Se si, conferma la teoria che formulai allora: l’incipit da solo non mi scatena curiosità, ho bisogno di capire dove la trama si indirizza. In questo caso, la curiosità è andata a mille per il titolo e le frasi successive, quelle nell’immagine e quelle a riquadro, una sorta di aletta anteriore. Ottimo marketing. :)

        • Daniele Imperi
          6 agosto 2015 alle 14:39 Rispondi

          No, non ho partecipato a quel sondaggio.
          Ho pensato a quella soluzione di marketing per incuriosire i lettori e vedo che è andata a buon fine :D

  12. alessandro
    6 novembre 2015 alle 21:24 Rispondi

    Io ho trovato un solo problema; forse è voluto o forse no, ma non si capisce cosa succede ad Elia dopo aver lasciato il villaggio-parco. E poi perché gli manca così tanto la moglie se in vita era così insopportabile? E se la moglie era così determinata a tormentato, perché poi soffre così tanto alla separazione?
    Comunque, perché non provi a ad allungare racconti come questo, a metterli in un libro diracconti e a pubblicarli? Io non ho mai letto Isaac Asimov, ma so che è arrivato al sucsuccesso così

    • Daniele Imperi
      8 novembre 2015 alle 08:36 Rispondi

      Elia morirà, è ovvio. L’eternità valeva soltanto a precise condizioni di vita. La moglie le manca perché ha scoperto che l’eternità non era poi così bella come pensava.
      Per quanto riguarda i racconti da pubblicare, ci sto lavorando.
      Grazie per i complimenti :)

      • alessandro
        8 novembre 2015 alle 13:23 Rispondi

        Ma intendo come morirà (che morirà l’avevo capito). Morirà in pochi giorni o inizierà a invecchiare normalmente?

        • Daniele Imperi
          9 novembre 2015 alle 09:23 Rispondi

          Quelle informazioni le ho scritte:
          “Nel modulo che aveva firmato si parlava di pochi giorni, di un abbassamento repentino delle difese immunitarie, di valori sballati al cambio di dieta, di vistosa e avanzata senescenza…”
          Il resto sono dettagli non interessanti ai fini del racconto.

  13. alessandro
    6 novembre 2015 alle 21:42 Rispondi

    Però complimenti per i dialoghi, la banalità degli argomenti, e la banalità con cui è affrontato l’unico argomento importante -l’immortalità data dalla Hologen -, rendono l’idea di come li trova banali Elia, e, in pochi tratti, rendono l’idea di ciò che entrambi i personaggi affrontano ogni giorno, con anche
    due frasi che, volutamente o meno, fanno vedere un contributo alla situazione – oppure una causa di base esasperata dalla moglie – anche da parte del protagonista.

  14. Lucia Paolini
    14 giugno 2016 alle 10:38 Rispondi

    Istinto. Wow, caspita se mi è piaciuto! Ho iniziato a leggerlo in macchina, davanti alla stazione, con il telefonino. Per un pelo non mi prende un colpa quando la persona che ero andata a prendere è salita in macchina, io non ero lì, ero nel futuro che stavi disegnando e il brusco ritorno alla realtà mi ha frastornato. Ho lavorato tutto il pomeriggio con il pensiero che la sera arrivata a casa sarei andata avanti con la lettura. Adoro quando mi succede questa cosa con un racconto o un romanzo, quella voglia di essere lì, di tornare in quel mondo, in quella situazione, con quelle persone. Che dirti di più…forse grazie per il tempo che mi hai regalato sarebbe appropriato.
    Razionalità. Ho scelto un nuovo genere, sono curiosa di capire come scrivi, mi piace e mi incuriosisce. Ho trovato questo racconto e mi attirava. Ho letto tutti i commenti. Mi attirava ancora di più. Ora che l’ho letto non mi trovo in accordo con alcuni commenti. Per me i personaggi vanno benissimo. Ho trovato fantastico come sia disegnata con semplici tratti Marta. In fin dei conti non è così che avviene? quando si prendono alcune decisioni, si è egoisti, Elia si sarebbe comportato così anche se si fossero amati. Anzi forse il fatto di non amarsi più, rende più simpatico Elia. Il grande tema della vita eterna l’ho trovato solo un escamotage per poter raccontare quanto si è egoisti quando si prendono alcune decisioni che reputiamo fondamentali per la nostra vita. Il dualismo tra le cose importanti e le cose realmente importanti è vissuto e non narrato e questo è una cosa molto bella. Trovo i personaggi perfetti così come sono, tutti. Non caratterizzati, ma utili alla storia, raccontati esattamente nel modo in cui serve per darti la sensazione che vuoi raccontare. Mi è piaciuto perchè non è “telefonato”, nel senso che non è importante capire cosa succederà a Elia, basta lasciarsi andare e farsi accompagnare.E’ chiaro che si capisce da subito che ci sarà la fregatura e è chiaro lentamente quale sia, ma anche questo è fantastico, Elia che non fa sesso con la moglie e poi si ritrova a non averne più l’istinto proprio a causa della decisione che ha preso. E’ una “fregatura” che si incastra nella storia perfettamente. E’ un racconto dal punto di vista “maschile”, ma anche questo è dichiarato, se fosse andata Marta avrebbe visto la scena opposta, quindi forse il racconto sarebbe andato in maniera diversa, lo avrei trovato meno forte e molto diverso se fosse stato descritto così, ma al posto di Elia, ci fosse stata Marta. Non è importante che il lettore capisca o non capisca prima, non l’ho vissuto come un racconto ad effetto, non credo lo sia.
    Ultima sensazione. Ho dormito molto bene e ho sognato ancora meglio, lasciando che le parole del racconto guidassero i miei sogni e è stato bello. Per ora, tra quelli che ho letto, uno dei migliori…se la gioca con la bottiglia, ma perchè in fin dei conti il racconto della bottiglia è più dolce e più soft e in questo periodo della mia vita, gradisco a tratti punte di dolcezza. Bello. Grazie

    • Daniele Imperi
      14 giugno 2016 alle 13:20 Rispondi

      Grazie mille Lucia, bellissima recensione :)
      Non mi aspettavo tanto. È bello anche vedere come ogni lettore ci legga quello che lo colpisce.

      • Lucia Paolini
        14 giugno 2016 alle 15:15 Rispondi

        Non credere che siano falsi complimenti, non tutto quello che scrivi mi piace. Se per ora non ho commentato i racconti che non mi sono piaciuti non è buonismo, ma penso che per rispetto, se una critica positiva la posso fare di getto e con il cuore, una critica “negativa”, debba essere ponderata e studiata per far si che serva a qualche cosa e non sia meramente un mi piace, non mi piace.Appena troverò le parole giuste commenterò anche ciò che non mi è piaciuto :-) Detto questo scusa gli errori…se tanto tanto ho capito qualche cosa, ti hanno fatto imbestialire…avrei dovuto rileggere :-)

        • Daniele Imperi
          14 giugno 2016 alle 15:42 Rispondi

          Puoi criticare benissimo quelli che non ti sono piaciuti :)
          Anzi, adesso sono curioso.
          Gli errori neanche li ho notati :D

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