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Opere postume: è giusto pubblicarle?

Libro di TolkienDiversi anni fa ho acquistato un cofanetto con tre volumi di racconti di J.R.R. Tolkien. Si trattava de I racconti perduti, I racconti ritrovati e I racconti incompiuti. Ho letto soltanto i primi due libri, finora.

Quei racconti erano stati trovati dal figlio di Tolkien, che aveva scelto di fare tagli dove riteneva opportuno e aggiustare qua e là qualche brano, in base agli appunti scritti dal padre. È stata una lettura molto faticosa, interrotta di continuo dai commenti di Christopher Tolkien.

Con quale diritto si è preso queste libertà?

Ultimamente è uscito il romanzo postumo di Michael Crichton L’isola dei pirati, che avrebbe avuto bisogno di editing. In autunno uscirà Micro, una storia incompiuta di Crichton che sarà conclusa da un altro scrittore.

Ma questi sono solo due dei tanti libri che vengono pubblicati postumi. Opere che, secondo me, sono soltanto una bassa forma di speculazione sulla morte dello scrittore di successo coinvolto. Manoscritti che starebbero meglio in un museo.

È giusto, secondo voi, pubblicare opere postume? Che senso ha proporre al pubblico romanzi che hanno avuto magari soltanto una bozza, che non sono stati corretti, che l’autore non aveva forse neanche in mente di proporre a un editore, almeno per quel momento?

È giusta e corretta questa morbosità nell’accaparrarsi a ogni costo il romanzo sconosciuto di questo o quello scrittore, il manoscritto ritrovato per puro caso dentro un portatile rimasto spento da anni?

4 Commenti

  1. Marco
    21 giugno 2011 alle 08:07 Rispondi

    Ho letto un romanzo postumo: Croce senza amore di Heinrich Boll. Lo scrisse nel 1946, fu rifiutato, messo in un cassetto e chiuso a chiave. Boll muore nel 1985 e il romanzone esce nel 2002. C’è tutto il Boll che poi si è trovato in “Opinioni di un clown” e nelle sue opere migliori; ma anche tanta retorica che appesantisce la narrazione.
    Se l’autore non lo ha mai ripreso in mano, qualcosa vorrà pur dire: che affrontava temi in modi che riteneva inopportuni. Spesso uno scrittore scrive storie non per pubblicarle, ma per provare, sperimentare, mettere su carta intuizioni che magari si svilupperanno meglio in altre opere. Editor, editori, recensori compiacenti ed eredi non di rado se ne scordano.

  2. Mauro
    21 giugno 2011 alle 18:54 Rispondi

    Che sia (anche?) un’operazione commerciale è innegabile; e, come te, di postumo di Tolkien ho letto ben poco (Il Silmarillion, che comunque Tolkien voleva pubblicare, anche se in una forma diversa; il primo dei Racconti, mi pare; Roverandom; direi basta). Però, c’è almeno un caso in cui forse spererei nella pubblicazione postuma: quando una saga rimane incompiuta. Se ci sono appunti su come l’autore l’avrebbe conclusa, magari una bozza del libro, è meglio che resti sospesa, o sapere – seppur tramite la penna d’altri – l’idea che l’autore aveva?

  3. Daniele Imperi
    21 giugno 2011 alle 19:05 Rispondi

    Non possiamo sapere quello che voleva fare l’autore, a meno che l’autore stesso lo abbia scritto nel testamento. Nel dubbio, quei manoscritti andrebbero conservati dai familiari o donati a un museo.

  4. Mauro
    21 giugno 2011 alle 19:30 Rispondi

    Jordan, a quanto leggevo, ha fatto lunghe discussioni con la moglie proprio su come avrebbe finito la saga: “l’autore infatti pur avendo lasciato l’opera incompiuta, presagendo cos’avrebbe potuto capitargli, ha fornito minuziose istruzioni (interi capitoli, vari appunti scritti, ma anche registrazioni audio), alla moglie, all’editor e ad un amico di fiducia”.
    Poi, ovvio: è un discorso a monte, nel senso che io che compro il libro non posso sapere se le idee che ci sono dietro sono davvero dell’autore (almeno nel nucleo della storia).

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