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L’opera narrativa

Riflettendo con Guido Morselli

Il narratore è come chi lavori a un mosaico: la pagina non è altro che una tessera, una particella dell’insieme; e solamente quando egli sarà giunto alla parola «fine» avrà modo di dare un giudizio di ciò che ha fatto, e di sentirsene pago. Non credo che l’opera narrativa sia semplice «letteratura», come sarebbe inevitabilmente secondo Croce: può ben essere poesia. Ma richiede non solo qualità poetiche, ma morali, diverse: tenacia anzitutto. E altre capacità intellettuali: un senso prospettico e vorrei dire panoramico dell’opera; l’arte di proporzionare le parti al tutto, di vederle «in funzione» del tutto.

Diario di Guido Morselli, 7 luglio 1946

Questa citazione è tratta dal Diario di Guido Morselli, un’opera che purtroppo non è stata data alle stampe in modo completo. Non esiste, in realtà, un diario di Morselli, esistono però dei quaderni in cui lo scrittore annotava di tutto, dalle sue riflessioni filosofiche, politiche, religiose, alle sue impressioni su ciò che leggeva, ad appunti sui suoi romanzi.

È senza dubbio un’opera variegata, eterogenea, che ci lascia un quadro ben definito di Morselli: quello di un uomo che non si limitò a scrivere, ma andò oltre, ponendosi come qualunque scrittore deve porsi, un filosofo.

Torniamo alla citazione. Quanto c’è di vero in ciò che ha scritto Morselli! Un’opera come mosaico: quando scriviamo non possiamo conoscere la nostra opera nella sua interezza, perché non c’è ancora interezza.

L’ultima parte di questa riflessione è secondo me la più importante: lo scrittore deve saper vedere la propria opera in prospettiva, deve osservarla come se guardasse un panorama, dall’alto, abbracciandola interamente con lo sguardo.

In ogni romanzo, in ogni racconto che scriviamo dobbiamo riuscire a stabilire le giuste proporzioni: ogni elemento della nostra opera deve far parte del tutto, deve avere la sua giusta funzione. Lo scrittore non può affezionarsi a brani, a capitoli che nulla hanno a che vedere con il grande progetto della sua opera.

Un’opera letteraria, secondo me, è come un albero: i rami secchi, o quelli che spuntano ovunque succhiando energie all’intera pianta, vanno tagliati senza esitazione.

6 Commenti

  1. Giuliana
    28 luglio 2013 alle 15:55 Rispondi

    Pensiero bellissimo e profondamente vero.

    Porre la parola fine ad un’opera realizzandone la profonda compiutezza è una delle sensazioni più intense che l’autore possa provare, quella per cui vale la pena lavorare sodo per mesi, a volte per anni.
    E forse riassume quello che è uno dei problemi più comuni e difficili da superare in fase di scrittura: quello di riuscire a tenere ogni elemento sotto controllo nel corso della storia, tirando le briglia in fase finale senza lasciarsi sfuggire nulla. Abbastanza facile in un racconto, ben più difficile quando si tratta di un romanzo: una trama lineare corre il rischio di annoiare, mentre un intreccio ramificato e complesso rischia invece di perdere frammenti di sé tra le pagine o, peggio ancora, di divagare inutilmente.

    Io sono – neanche a dirlo ;) – per la strada difficile. Scalando la parete facile c’è meno soddisfazione ad arrivare in cima, la strada è poco varia e il panorama assume un sapore differente, poiché meno sudato. Anche chi ci segue lungo il sentiero (il lettore) tenderà a distrarsi, perché non gli offriremo un percorso impegnativo, particolare, inusuale.

    Scrivere bene sembra facile; ma richiede in realtà non soltanto doti letterarie, bensì anche abilità di stratega, acume, capacità organizzativa, spirito critico, sensibilità, senso dell’equilibrio. Tutto va dosato con perizia e attenzione, pena il fallimento dell’intera ricetta.
    A mio parere, è proprio questo il gusto della scrittura.

    • Daniele Imperi
      28 luglio 2013 alle 18:54 Rispondi

      Anche a me piace l’intreccio e concordo che non è facile da gestire. Bisogna trovare un metodo, preparare uno schema in modo da tenerlo sotto controllo.

      • Giuliana
        28 luglio 2013 alle 20:10 Rispondi

        Hai già scritto qualche articolo in merito alla preparazione del suddetto schema? Perché in caso contrario, potresti… :)

        • Daniele Imperi
          28 luglio 2013 alle 20:12 Rispondi

          Ahah, no, non l’ho scritto, però ci penso su. Se ne parla ben dopo l’estate però :)

  2. PaGiuse
    28 luglio 2013 alle 20:22 Rispondi

    Ciao Daniele,
    Ho atteso tutta la giornata per leggere con calma questo post: non vedevo l’ora! :)
    Per quel poco che ho capito della personalità di Morelli (che sto apprezzando tantissimo grazie a te), devo dire che il suo sguardo si protraeva verso orizzonti molto più lontani, rispetto ai suoi contemporanei.
    Mi chiedo, chissà quante altre tessere di mosaico aveva predisposto per comporre le sue opere prima del suicidio.
    Parafrasando la tua metafora mi chiedo ancora, chissà con quale metodo e meticolosità potava i suoi alberi… Una personalità scrupolosa e lungimirante, che non è stata compresa (o forse non è stata voluta comprendere) fino in fondo.
    Attendo con ansia gli altri post!
    Buona serata :)

    • Daniele Imperi
      28 luglio 2013 alle 20:26 Rispondi

      Avendo letto diverse sue opere, ti do ragione: rispetto ai contemporanei era davvero avanti. Il suo Diario lo dimostra bene.

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