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Non inventatevi le parole

DizionarioMolti scrittori e articolisti hanno la tendenza a inventare parole nuove, neanche fossero membri dell’Accademia della Crusca. La licenza non troppo poetica è inserita fra virgolette, per avvertire il lettore che là esiste un termine non comune della lingua italiana.

L’autore ha voluto far dono della sua fantasia e dell’erudizione di cui si fregia. Ha preso una parola esistente, riplasmandola nella sua mente. Ha però mantenuto inalterato il significato.

La lingua italiana non è pongo. Non si può plasmare secondo il proprio estro. Chi scrive, per diletto, per lavoro, per necessità di qualsiasi genere, deve avere al proprio fianco il dizionario della lingua italiana.

È uno strumento che non può mancare sulla scrivania di chi scrive. Così, quando l’estro troppo fantasioso deraglia, ecco che il dizionario lo riporta sulla retta via.

La scrittura è senz’altro legata alla fantasia. La lingua italiana no.

Ecco un esempio di parola inventata di sana pianta da un articolista: plasticosità. Plasticosità non esiste, mentre esiste plasticità, ossia la qualità di ciò che è plastico. Se esistesse plasticosità, dovrebbe allora anche esistere plasticoso. Ma purtroppo nei dizionari questa parola manca.

Provate a cercare su Google l’aggettivo inesistente plasticoso e troverete quasi 100.000 (centomila) risultati!

Se da un lato la cultura non è contagiosa, dall’altro il virus dell’ignoranza colpisce e decima la popolazione. Nessun caso isolato, ma una malattia che si allarga e non risparmia nessuno.

Non inventatevi le parole. La lingua italiana ne possiede tantissime. Il dizionario Treccani contiene 500.000 tra lemmi e accezioni. Possibile che non troviate la parola che fa per voi?

30 Commenti

  1. Michela
    2 febbraio 2011 alle 22:41 Rispondi

    Oh, finalmente qualcosa su cui proprio non sono d’accordo! :)

    Una volta, ancora al liceo, ho letto un interessante articolo sul fatto che la lingua non è composta da tutte le parole esistenti, ma da tutte le parole possibili: compreso “plasticoso”, purtroppo.

    Il suffisso -oso compone un aggettivo che indica ciò che ha qualità assimilabili a qualcosa, o è ricco di qualcosa: resinoso, popoloso, affettuoso, erboso, peloso.

    In alcuni casi ha anche un vago valore dispregiativo, come nel caso di “plasticoso”, ma anche fortunoso, spettacoloso, grumoso.

    Se un oggetto quindi è composto in massima parte di materia plastica, e in più è un accrocchio che racchiude in sé le qualità peggiori della plastica (materiale artificiale, poco resistente, etc) può legittimamente essere definito “plasticoso”.

    A parte la singola parola, tutti i termini che non sono racchiusi in un vocabolario non per questo non sono italiani: appartengono legittimamente alla lingua purché rispettino le regole delle parti che le compongono, e i rispettivi significati nelle varie sfumature.

    Quindi inventatevi pure le parole, e guai a chi cercherà di impedirmi di farlo a mia volta.

    Certo, un minimo di buon gusto sarebbe d’aiuto, ma non sempre si può avere tutto ;)

  2. Daniele Imperi
    3 febbraio 2011 alle 11:47 Rispondi

    Non condivido, altrimenti in questo modo si crea una sorta di anarchia nella lingua. L’introduzione di nuove parole va analizzata e discussa, ma da competenti. O finiremo per accettare tutte quelle barbarie che tirano fuori alcuni giovani, che vanno benissimo nel linguaggio parlato, ma quello scritto è giusto che abbia delle regole e una certa logica.

  3. Michela
    4 febbraio 2011 alle 00:29 Rispondi

    Grazie a Dio la lingua è viva, non ha bisogno del permesso…
    Una nuova parola, se uno la pronuncia e un altro la capisce, è già stata introdotta anche se il dizionario non se ne è accorto :)

    La lingua non è quella delle parole esistenti, ma di quelle possibili.
    Intendo dire che anche questa è una regola, non è opinabile… mentre è assolutamente discrezionale la scelta di usare o meno queste parole.

  4. Fini tocchi Alati
    4 febbraio 2011 alle 15:31 Rispondi

    C’era Gaber che diceva: “L’intelligenza non si attacca. La scarlattina sì.”

  5. Il meglio di Penna Blu – Febbraio 2011
    1 marzo 2011 alle 05:04 Rispondi

    […] Continua a leggere Non inventatevi le parole. […]

  6. Paolo
    11 dicembre 2011 alle 10:55 Rispondi

    Bruttissimo articolo, bruttissimo atteggiamento quello di fare il censore delle parole. La lingua è viva e si lascia contagiare dal cambiamento, nascono parole nuove ogni giorno e quelli che scrivono dizionari (grazie!) non fanno altro che aggiungere neologismi di anno in anno. Non capisco perché non dovrei inventarmi una nuova parola… non si tratta di anarchia, l’anarchia è mancanza di ordine, mentre la nascita di una nuova parola è la richiesta da parte di una nuova esigenza non espressa di incastonarsi nella rete di significati già cristallizzati in parole. Quindi, propongo per questo articolo una nuova parola che non trovo nei dizionari ma che amo usare, un accrocchio!

    • Seth
      21 dicembre 2016 alle 18:01 Rispondi

      Per quanto riguarda la questione “non inventatevi le parole”, a tal punto basta citare uno come Philip k. Dick – non uno qualsiasi – che in “Il cacciatore di Androidi” si inventa di sana pianta una frase come “Kipple” per evidenziare la spazzatura. Tanto per smentire i soliti blogger, tutti scrittori, tutti critici. Ma per favore.

      • Daniele Imperi
        22 dicembre 2016 alle 14:18 Rispondi

        Philip K. Dick ha creato quella parola da “kip”, innanzitutto. Inoltre ciò che scrivi è fuori contesto: quello è un romanzo di fantascienza, in cui è normale inventare – col dovuto criterio – parole nuove.

        • Seth
          22 dicembre 2016 alle 18:37 Rispondi

          Anche Joyce si inventava le parole… ma non scriveva fantascienza. Ops. La saluto.

          • Daniele Imperi
            23 dicembre 2016 alle 08:20 Rispondi

            Ma che significa? In che modo inventava le parole? Per pigrizia e ignoranza, come fanno molti? O seguendo certi criteri?

        • Seth
          22 dicembre 2016 alle 19:27 Rispondi

          E un’altra cosa. Se invece vogliamo sfoderare le nostre doti “sofistiche” e sostenere che Joyce lo poteva fare perché era un’avanguardista e non c’entrava niente con la scrittura “Alta”, basta allora citare Dante Alighieri e Shakespeare, tra i più grandi inventori di parole mai esistiti. Sufficiente in linea di massima considerare che la “correttezza” delle parole è determinata unicamente dal suo utilizzo a seconda dei tempi che corrono e della morale vigente; dopo una piccola ricerca sul web – aiuto, sul web dicono solo s******** – ho scoperto che, quando Dante diceva “c***” lo diceva come se oggi si dicesse “sedere” e non in senso volgare, quando Shakespeare scriveva “bloody” o “invulnerable” o “critic” le scriveva come parole inventate, eppure oggi non sono considerate né volgari, né “sbagliate”. In definitiva, sostenere che alcune parole debbano seguire le regole e usate con moderazione, non significa nulla. Come detto precedentemente, la morale dei tempi propri determina cosa è corretto e cosa no. Le avanguardie e i piegamenti delle regole nascono esattamente per evitare certe tendenze “da professorini” di alcuni ambienti letterari e perché no, anche di certi blogger, che cercano di imporre un linguaggio conformato.

          • Daniele Imperi
            23 dicembre 2016 alle 08:23 Rispondi

            Joyce era un uomo, quindi “un avanguardista” si scrive senza apostrofo.
            Nessuno qui vuole imporre un linguaggio conformato, tu stai travisando ciò che ho scritto.

  7. Daniele Imperi
    11 dicembre 2011 alle 11:37 Rispondi

    Bruttissimo atteggiamento di critica il tuo, a questo punto.
    La lingua sarà pure viva, ma se esistono delle parole, vanno usate. Non puoi inventare una parola se quello che vuoi dire è espresso da un’altra.

    Accrocchio esiste, si può dire anche accrocco. Usa un buon dizionario e la troverai.

  8. Francesco Pregliasco
    18 luglio 2012 alle 16:06 Rispondi

    …sapevo che ‘plasticoso’ era una parola gergale benché piuttosto diffusa, mi è venuta la curiosità di cercare su google per vedere se fosse stata già inserita nei dizionari, e mi sono imbattuto in questo articolo.

    Devo dire che l’articolo mi ha davvero fatto sorridere, vorrebbe essere ‘dotto’ e severo ma risulta solamente molto molto ingenuo.

    Soprattutto due frasi tradiscono una concezione autoritaria e burocratica della lingua che francamente mi disgusta:
    1) “Molti scrittori e articolisti hanno la tendenza a inventare parole nuove, neanche fossero membri dell’Accademia della Crusca.”
    2) “L’introduzione di nuove parole va analizzata e discussa, ma da competenti.”

    … ma mi faccia il piacere!!
    Le lingue grazie al cielo non vengono create da qualche parruccone mantenuto dallo stato come i membri dell’Accademia della Crusca (che si spera verrà abolita con la “spending review”).
    Le lingue, e le parole, sono create dalle persone che le usano. Le parole nuove possono nascere dal basso, cioè dall’uso popolare, oppure dalla fantasia di autori influenti, il cui successo le trasforma, negli anni, in parole vere.

    Se le cose fossero come dice lei, signor Imperi, parleremmo ancora come Francesco d’Assisi.
    Manzoni e Dante non hanno chiesto il permesso all’Accademia della Crusca prima di contribuire a “inventare” l’italiano moderno.

    Ben venga dunque “plasticoso”, se risulta utile per arricchire l’espressività della lingua. Saranno i posteri e non l’Accademia della Crusca a decidere se diventerà una nuova parola (come “badante”, “telefonino”, “bipartisan”, “spizzare” e tante altre) o se viceversa verrà abbandonata.

  9. Daniele Imperi
    18 luglio 2012 alle 16:25 Rispondi

    @Francesco Pregliasco: mi fa piacere che i miei post facciano sorridere.

    Hai frainteso, però, il mio post. Non è né autoritario né burocratico.

    Dimmi innanzitutto che cosa dovrebbe significare plasticoso.

    Per quanto riguarda il fatto che uno scrittore debba stare attento a inventare parole – argomento del mio articolo – intendo che il più delle volte lo fa per pura ignoranza della lingua, come appunto quel plasticoso. Ovvio che in un romanzo di fantascienza può capitare che uno scrittore abbia la necessità di inventare una parola, ma per farlo deve prima di tutto conoscere bene la lingua, poi fare in modo che il lettore capisca, ma soprattutto parole inesistenti in un romanzo non possono essere introdotte in modo indiscriminato.

    • Badante non è una parola nuova: è il participio del verbo badare.
    • Telefonino è il diminutivo della parola telefono.
    • Bipartisan è inglese e gli ignoranti che abbiamo al governo avrebbero dovuto usare il corrispettivo italiano.
    • Sul verbo spizzare ti rimando a una discussione nel forum dell’Accademia della Crusca, che a mio parere svolge un lavoro lodevole nei confronti della nostra lingua.

  10. Lucia Donati
    18 luglio 2012 alle 18:27 Rispondi

    “Plasticoso” a me sembra orribile! “Fatto di plastica” ha un suono molto più gradevole ed elegante.

    • avstron
      31 ottobre 2012 alle 02:45 Rispondi

      Plasticoso è un aggettivo di registro informale ed è connotato negativamente. Ecco perché ti pare orribile.
      Sennò se ti suona male è anche perché magari non ci sei abituata.

  11. Come e quando creare parole in narrativa
    30 ottobre 2012 alle 05:02 Rispondi

    […] e quando creare parole in narrativa Tempo fa avevo scritto un post intitolato Non inventatevi le parole, che aveva suscitato commenti sfavorevoli alla mia tesi. In quel caso mi riferivo a casi specifici, […]

  12. gitano
    10 ottobre 2013 alle 17:45 Rispondi

    Sono d’accordo con chi sostiene che la lingua italiana è mutevole (come tutto del resto). Plasticoso vuol dire che è costituito da plastica ma non solo: è palesemente plastica, troppo sottile. La scocca del Lumia 920 è policarbonato, anche quella del Galaxy S lo è, ma al tatto è più plasticoso (infatti il termine è usatissimo nelle recensioni dei telefoni). La Barbie è di plastica, l’imitazione cinese della Barbie è plasticosa. La plasticità invece è la proprietà di essere malleabile, non servirebbe a definire il concetto sopra espresso. In più “badante” non è un tempo verbale, o almeno non più: è un sostantivo. Persona che bada ad un anziano, certamente definita usando il participio della sua azione, ma ormai è un sostantivo, come automobile, che grazie a Dio non viene chiamata automobilante eheheh

  13. Riccardo
    13 novembre 2013 alle 06:48 Rispondi

    Ciao.

    Io sono d’accordo con te. La lingua è in evoluzione, ma, come hai detto te, non basta un articolista che introduce un nuovo lemma (per di più non proprio elegante) a cambiare e a far evolvere una lingua. La lingua si evolve, ma ho notato che tutti questi termini nuovi (parole inglese incartate con parole italiane o con suffissi greci/latini) fanno parte di quel registro linguistico estremamente gergale (che se mi dovessi in classe durante la lezione di greco, non userei mai!).
    La lingua si evolve, ma le evoluzioni gergali non sono altro che involuzioni.

    P.S. Bisogna proprio dire che bisogna cercare di esprimere le proprie idee in modo più educato e senza un atteggiamento di attacco (mi riferisco ad alcuni utenti quel sotto!)

    Comunque grazie di avermi fatto riflettere con questo tuo articolo

    • Daniele Imperi
      13 novembre 2013 alle 07:46 Rispondi

      Ciao, vero, sono parte di un gergo che può e deve, secondo me, restare confinato alla lingua parlata.

      Sull’atteggiamento di attacco ti do ragione, ma è capitato spesso quando ho pubblicato articoli sulla grammatica italiana ;)

  14. Filippo Coppolino
    19 novembre 2014 alle 15:25 Rispondi

    Una osservazione: prima che Natta inventasse il polipropilene, la parola “plastica” esisteva come sostantivo?
    Googlando ;) non sono riuscito a scoprirlo, ma ipotizzo che fosse utilizzato soltanto come aggettivo.

    l’evoluzione delle conoscenze fa apparire nuovi oggetti o concetti, e la lingua ha il sacrosanto dovere di collocare i nuovi venuti. Ma un oggetto o un concetto non sono semplicemente qualcosa da collocare in una tassonomia, bensì elementi che modificano in maniera più o meno sostanziale la vita, il comportamento e le percezioni delle persone. Pertanto, il linguaggio non soltanto deve essere in grado di rappresentare il nuovo venuto, ma anche tutte le sue ripercussioni sul vissuto delle persone.

    Come dicevo, probabilmente in uno scritto di Manzoni o Pirandello non troveremo mai l’agettivo plasticoso, ma non troveremo nemmeno il sostantivo plastica. A un certo punto ci si è ritrovati ad avere a che fare con sostanze appartenenti a famiglie chimiche spesso impronunciabili (polipropilene, polietilene tereftalato, ecc.) e è nata l’esigenza di trovare un nome per descrivere questi nuovi oggetti.
    L’introduzione di nuove tecnologie porta con sé nuove percezioni, e quando queste diventano significative emerge la necessità di descriverle. Suppongo che questa sia stata la genesi dell’aggettivo “plasticoso”.
    A me appare una genesi di tutto rispetto e una sana e corretta dinamica attraverso cui la lingua riesce a rispecchiare la quotidianità.

    Tuttavia, ritengo sia soltanto un caso di esempio infelice, perché il discorso fatto nell’articolo è perfettamente condivisibile: c’è una netta e marcata differenza tra una parola inventata di sana pianta da qualcuno e invece una parola che “emerge” nell’uso comune a seguito di un evento sociale.

    Quanto al vocabolario, esso cambia in continuazione: termini entrano, termini escono. E’ un importante punto di riferimento, ma non è per sua natura un dogma.

    Nel primo periodo ho usato il verbo “googlare”. E’ anch’esso stato oggetto di aspre critiche. Ma fino a qualche anno fa google non esisteva, eppure il dizionario Treccani lo contempla come neologismo. Come è giusto che sia.
    Forse un domani le ricerche su internet le faremo con un altro motore, da cui nascerà un nuovo verbo e googlare sarà espunto dal dizionario o riportato come arcaico.
    Qualcuno potrebbe osservare che ciò va a detrimento di uno standard di comunicazione intergenerazionale, creando confusione, ma credo sia la stessa che alberga in qualsiasi lettore della Divina Commedia.
    Questi cambiamenti sono l’espressione del mutamento culturale di un popolo, che è un fatto inevitabile.

    • Daniele Imperi
      19 novembre 2014 alle 18:15 Rispondi

      Ti stupirà sapere che la parola plastica fa parte della nostra lingua dal XVI secolo, ma intesa come arte e tecnica per modellare sostanze malleabili, come creta o cera :)
      No, certo, un dizionatio non può essere un dogma, adesso uno degli anni 50 avrebbe parecchi termini che ci suonano strani.
      Googlare è un verbo che odio, perché è un colpo contro la bellezza della nostra lingua. Non significa nulla che adesso esiste google. Esiste anche la finestra, dunque creiamo il verbo finestrare? Esiste Yahoo, quindi yahooare? Non esageriamo.
      Non vedo alcuna cultura a usare termini barbari anziché la propria lingua.

      • Filippo Coppolino
        20 novembre 2014 alle 10:26 Rispondi

        Ci sono due differenze sostanziali tra “googlare” e “finestrare”:
        1) l’uso. Il primo è utilizzato da moltissime persone, che piaccia o meno, mentre il secondo non lo usa nessuno. Quindi usando il primo condivido con altri un concetto che già posseggono, mentre usando il secondo metterei chi ascolta o legge nella scortese situazione di disagio di dover interpretare quello che esprimo;
        2) google è una parola recente, e pertanto ritengo sia normale che l’infrastruttura lessicale che ruota intorno alla parola sia tutta da definire. Finestra è una parola molto vecchia, e pertanto l’infrastruttura lessicale è ben definita e sedimentata. Nel primo caso usare il verbo non viola alcuna tradizione consolidata sul lessico della parola, cosa che invece accadrebbe con l’uso del secondo.

        Riguardo alla presunta bellezza o bruttezza, sono questioni soggettive. Tra googlare, estrudere oppure introiettare non sono del tutto certo che il più cacofonico sia il primo.

        E sulla barbarie: adottare nuovi termini non è un imbarbarimento, bensì un arricchimento. A cosa serve la lingua? A trasmettere idee. La nostra essendo relativamente giovane ha dentro di sé molte contraddizioni e molte sfumature ancora inespresse. Per esempio, la parola inglese “home” e la parola italiana “casa” non esprimono esattamente la stessa cosa: il termine nostrano è più assimilabile alla parola “house”, mentre “home” esprime un concetto più legato all’aspetto affettivo ed emozionale. Ci si potrebbe avvicinare “focolare”, che però esprime una metafora oggi anacronistica e quindi di certo non potrà diffondersi.
        Se un giorno si consolidasse un nuovo termine per definire la casa in termini di affetti ed emozioni, magari prendendolo a prestito o adattandolo da un’altra lingua, si tratterebbe di imbarbarimento? O piuttosto un arricchimento?

        • Daniele Imperi
          20 novembre 2014 alle 10:54 Rispondi

          Estrudere però è italiano, è una nostra parola, googlare per me è ridicolo e è stata creata dai pigri della lingua.

          Dipende poi da cosa adotti: non è necessario dire competitor quando esiste concorrente, così come non è necessario usare skills, know-how, influencer e altre amenità inglesi. In quel caso la lingua italiana perde le sue parole a vantaggio della lingua inglese. E ci sono i corrispettivi di quelle parole e sono anche più belli e, soprattutto, più facili da pronunciare.

          Ti assicuro che, se fossi un insegnante di italiano, toglierei 3 voti per ogni termine inglese inutile inserito in un tema.

          Per noi casa ha anche lo stesso significato di home, quindi non vedo perché eliminare una parola nostra che funziona da sempre per adottarne una straniera.

  15. Filippo Coppolino
    20 novembre 2014 alle 11:36 Rispondi

    Guarda, sfondi una porta aperta. Diversamente da te non mi occupo di scrittura, ma sono un miserrimo impiegato di banca che ogni giorno si ritrova a leggere orripilanti anglicismi e non solo. Di recente ho fatto una guerra contro il termine “prioritizzazione” (abbrutimento di scala di priorità) che era diventata prassi tra i miei colleghi. E nei documenti cerco a tutti i costi di non utilizzare termini inglesi laddove non necessari.

    E tuttavia, riscontro a volte la necessità di adottarli laddove esprimono un dizionario “tecnico”.
    Il che tra l’altro non è una novità. In ambito medico non si usano forse termini presi o derivati dal latino e dal greco?
    Per uno schermitore sarà prassi utilizzare termini e derivati francofoni, per un praticante di arti marziali utilizzare termini e derivati da parole nipponiche.
    In ambito tecnologico ed economico è pertanto normale ritrovare termini di origine anglofona. E sarebbe ridicolo esprimerli in italiano. Nessuno oggi chiamerebbe il computer “elaboratore elettronico personale” o parlerebbe di “differenziale tra i tassi di interesse” riferendosi allo spread.
    A un certo punto potrei utilizzare la parola Check, e qualcuno mi farebbe notare che sarebbe meglio utilizzare il termine Controllo, o Verifica. Eppure potrei obiettare che con la parola Check sto facendo riferimento al ciclo PDCA di Deming, e quindi quella che è apparentemente una parola colloquiale è in realtà un preciso termine tecnico al pari di Sternocleidomastoideo o Polivinilcloruro.
    Un utilizzo consapevole di questi termini rimanda a precisi modelli in cui alle parole Skill e Know How si associano precisi significati, teorizzazioni e cultura organizzativa. A patto che l’utilizzo dei termini sia un dialogo tra pari e, al solito, non implichi una poco educata prevaricazione lessicale di qualcuno che vuol far sfoggio di erudizione o far pesare un proprio ruolo.
    Concordo in pieno, però, che al dilà di questo utilizzo specialistico non sia buona prassi estenderli al di fuori dal contesto in cui i termini nascono.
    Peggio ancora, e questo non è mai perdonabile, sono le storpiature.
    In un colloquio di lavoro probabilmente mi aspetterei che l’intervistatore mi chiedesse quali sono le mie Skill, perché quella persona non fa riferimento semplicemente alle mie Competenze, ma a come esse si inquadrino in un modello di gestione HR (Human Resources). Semplicemente non sono parole della lingua italiana, ma termini tecnici.
    La vera bruttura invece emerge laddove questa precisa collocazione viene violata dalla declinazione delle parole.
    “Cerchiamo una persona adeguatamente skillata”. Qui il termine skill cessa di essere un termine tecnico e viene utilizzato come se fosse una parola della lingua.
    Ma anche qui vanno valutate le opportune eccezioni, perché accettiamo la parola “computerizzato”.

    Tu giustamente hai parlato di “utilizzo inutile”. Condivido che sia proprio questa la discriminante: l’utilità. Al posto di “computerizzato” dovrei fare un giro di parole enorme, mentre per “skillato” potrei semplicemente dire “in possesso delle Skill necessarie” e far rientrare il termine nel suo ambito tecnico.

    Nota sulla parola casa: insomma, il significato è mica tanto uguale? Per un inglese c’è una differenza sostanziale tra “I go at my house” e “I go at home”. Noi diciamo “Vado a casa”, riassumento entrambi i significati, ma di fatto non specificandone alcuno. Questa è una lacuna della lingua. Che sia necessario o meno poi colmarla, questo non lo decidiamo io, tu o una qualsivoglia accademia. Se a un certo punto emergerà una tendenza sociale che renderà necessario fare questa differenza le persone cominceranno semplicemente ad adottare una parola che funga allo scopo. E la parola sarà semplicemente quella che le dinamiche sociali vorranno adottare. Qualcuno parlerà di imbarbarimento, ma di fatto quale è l’alternativa? Ridicole soluzioni autarchiche? Quando abbiamo deciso di seguire questa strada si è ben visto quale è stato il risultato.

  16. Matteo Girotto
    2 gennaio 2015 alle 19:11 Rispondi

    Io sto dalla parte di Daniele. Credo che il suo articolo sia estremamente sensato e circostanziato. È una verità inconfutabile che una lingua è sempre in continua evoluzione. Tuttavia, non può essere una prerogativa di chiunque modificarla aggiungendo, storpiando e sminuzzando le parole a piacere. Sarebbe come se tutti potessimo legiferare ignorando il ruolo delle autorità preposte. Si creerebbe immediatamente l’anarchia.
    Io stesso amerei scrivere molto meglio di quanto non sappia fare ora. Penso che l’ambizione di migliorarsi sia una sfida stimolante e non posso pensare di vincerla costruendo delle deroghe su misura o condonando i miei errori.
    La crescita passa solamente attraverso lo studio e l’esercizio. A volte è dura da digerire ma non vedo alternative concrete e credibili.

    • Daniele Imperi
      3 gennaio 2015 alle 08:29 Rispondi

      Ciao Matteo e benvenuto.
      Evoluzione non deve significare imbarbarimento, infatti, o adozione di termini che in italiano esistono.

  17. Marcello
    29 aprile 2015 alle 00:18 Rispondi

    Buona sera, vista l’ora, e mi ha fatto piacere leggere la nutrita discussione sulla possibilità o meno di introdurre parole nuove, rispetto a quelle che word non ti sottolinea in rosso o, quando meno severo, semplicemente in verde. Ciò che Michela afferma credo sia corretto. Sarebbe interessante che già gli adolescenti potessero giustificare ai propri lettori la scelta lessicale o etimologica. Questo non avviene perché non si scrive, non si comunica, non si conoscono le parole del mondo che servirebbero a percepirlo. Non inventarsi le parole non dovrebbe essere confuso con il malapropismo, oggi quasi una malattia comune con la quale basterebbe il suono di fonemi e significanti per giustificare il significato. La parola ha un valore di significato unico, come anche una sua radice ed una sua etimologia che la rende altrettanto inconfondibile. Ben vengano le virgolette e i sensi traslati, accettiamo pure la possibilità che la parola possa avere un valore immaginario che vada oltre il suo significato. Inventarsi le parole però no. Traguardizzare, per esempio, non si può sentire, eppure in alcuni testi l’ho trovato scritto pensando di leggere traguardare. Sto facendo corsi sulla scrittura creativa, sulla possibilità di conoscere se stessi attraverso lo strumento antico della penna e del foglio bianco. Prendo questo sito come spunto del mio lavoro, e vi ringrazio di dare una possibilità di lettura critica a fronte d’una tradizione che potrebbe sopravvivere laddove lo strumento informatico si mettesse a disposizione dei nuovi scrittori.

    • Daniele Imperi
      29 aprile 2015 alle 08:18 Rispondi

      Ciao Marcello, benvenuto nel blog.
      Oggi, purtroppo, una delle colpe della malascrittura è proprio la rete e i suoi social media, che spingono giovano e meno giovani a scrivere male, a usare termini inglesi quando esistono quelli italiani e a creare parole illeggibili. Ne leggo tante anche io, ma quel brutto “traguardizzare” mi mancava.

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