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La narrazione secondo Will Eisner

La narrazione secondo Will Eisner

Per chi non lo conoscesse, Will Eisner è un fumettista, di quelli vecchio stampo (era del 1917). Le sue storie in bianco e nero uniscono drammaticità e grottesco. Eisner è un autore che ho subito apprezzato e mi è stato molto utile leggere il suo libro Graphic Storytelling – Narrare per immagini, da cui sono tratti questi pensieri sulla scrittura.

Anche se è un libro diretto ai fumettisti, si riscontrano tuttavia lezioni interessanti per qualsiasi scrittore. Fumetti e racconti, dopo tutto, sono pur sempre storie narrate.

Sulla storia e la sua costruzione

Raccontare storie richiede talento.

Molti si chiedono cosa sia il talento. Non credo sia facile dare una risposta univoca né tanto meno accontentare tutti con una definizione accademica. In quella frase Wills Eisner è stato molto schietto, una frase secca che non lascia spazio a repliche di sorta.

Trattandosi di un autore di fumetti, potrebbe sembrare anche pretenziosa e autocelebrativa, ma non lo è per niente. In tutto il libro Eisner non parla mai con la voce del docente, bensì con quella dell’esperto.

Una storia è la narrazione di una sequenza di eventi disposti deliberatamente in modo da poter essere raccontati.

Che cosa ne possiamo dedurre? Due cose, in definitiva:

  1. sequenza di eventi: una storia deve rispondere alla domanda “e adesso che succede?”, una domanda che va posta di continuo
  2. disposti deliberatamente: non significa quindi una sequenza lineare di eventi, ma possiamo raccontarli con intrecci e flashback e sottotrame.

E infatti Eisner aggiunge che

Una storia può essere raccontata in molti modi.

Sta poi allo scrittore trovare il modo più adatto per narrare la sua storia. Ci sono storie che funzionano meglio se impostate linearmente, altre invece con una serie di intrecci e così via.

Lo scheletro della storia è sempre lo stesso.

Will Eisner condensa la storia in 5 passaggi:

  1. Introduzione o ambientazione
  2. Problema
  3. Affrontare il problema
  4. Soluzione
  5. Fine

Ci sono due apici, il primo quando si verifica il problema – da non intendere necessariamente in senso negativo o tragico – e il secondo quando si arriva alla soluzione. È un modo, sostiene l’autore, per tenere sotto controllo la storia e non perdersi.

Eisner, poi, ci mostra quali sono i 3 elementi che non dovrebbero mancare in una storia:

  1. Incipit provocante o attraente
  2. Contenuti
  3. Sorpresa del lettore

Qui mi trovo completamente d’accordo. Per me l’incipit è fondamentale e spesso non ho acquistato dei libri perché la prima pagina non mi aveva attirato. Ma è chiaro che sia un fatto soggettivo.

I contenuti cosa sono? Una trama solida, che riesca a mantenere viva l’attenzione del lettore, una storia densa di eventi, con personaggi ben caratterizzati e piccole storie che nascono e si intrecciano all’interno.

Della sorpresa del lettore avevo parlato quando ho scritto della trama inaspettata. È chiaro che su alcune storie il lettore sappia già cosa aspettarsi, come nel caso delle tante indagini di Sherlock Holmes o nelle avventure di Tarzan, ecc. Ma per il resto il lettore dovrà godersi il piacere della sorpresa.

Quando un fumetto imita la tecnica cinematografica, può perdere di leggibilità.

Possiamo estendere anche alla narrativa questo pensiero. Un romanzo non può imitare le tecniche narrative di altri mezzi di comunicazione, perché, appunto, ognuno di essi ha un proprio modo di comunicare.

Forse è per questo motivo che i romanzi adattati al cinema sono spesso stravolti o comunque non seguono meticolosamente ciò che l’autore ha scritto. Diciamo anche che talvolta il cinema si prende troppe libertà, ma questo è un altro discorso.

Sull’uso degli stereotipi

Nel fumetto, una narrazione che unisce testo e immagini, stereotipi e simbolismo sono necessari, dice Will Eisner. Il motivo è semplice: trattandosi di una narrazione visiva, il lettore deve immediatamente riconoscere un personaggio, la sua collocazione nella società, così come deve riconoscere all’istante gli oggetti e l’uso che se ne farà.

Per questi motivi gli stereotipi e il simbolismo si rivelano strumenti utili e immancabili nel fumetto. Ma nel romanzo? In una narrazione puramente testuale?

Anche se preferiamo farne a meno, eppure credo che questi due elementi siano pur sempre presenti nelle nostre storie. Non possiamo far passare un messaggio usando elementi estranei alle nostre percezioni e alla nostra esperienza pregressa.

Il vissuto, che lo vogliamo o meno, entra in gioco ogni volta che ci troviamo di fronte a un qualsiasi tipo di comunicazione. Sta a noi usare con parsimonia stereotipi e simboli.

La storia come veicolo educativo

Il metodo scelto per raccontare una storia deve essere adeguato al suo messaggio.

E con messaggio possiamo intendere qualsiasi cosa, anche il genere narrativo stesso. Più volte ho scritto che ogni storia andrebbe scritta con uno stile appropriato, ma secondo me anche il tipo di storia – per esempio un romanzo storico incentrato su una famiglia o sulle avventure di un cavaliere o su una guerra medievale – va strutturato nel modo più adatto.

Ricordiamo ancora le parole di Eisner:

Una storia può essere raccontata in molti modi.

In funzione del suo messaggio, del genere narrativo, degli eventi che mostra.

La storia può essere un veicolo per insegnare qualcosa.

Mi sono sempre chiesto se uno scrittore debba per forza far passare una sua morale nelle storie che scrive. Qualcuno sostiene che Tolkien e la Rowling abbiano fatto questo. Se così è stato, a me non è arrivato alcun messaggio, alcuna morale fuorché la storia.

Ma una storia, un romanzo, può davvero insegnare qualcosa? La scrittura a fini educativi non è una novità in letteratura. Se pensiamo alle favole di Esopo – riproposte poi da Fedro – non troviamo forse la morale a fine storia? Ma anche le storie raccolte nel grande corpus de Le mille e una notte avevano un insegnamento, talvolta palese, talvolta nascosto.

“Può essere un veicolo”, dice Eisner, il che significa che non deve essere sempre così.

Il narratore e i suoi lettori

A chi stiamo raccontando la nostra storia? La risposta a questa domanda è essenziale, e deve precedere la narrazione. Per poter raccontare in maniera efficace una storia, il narratore deve aver tenuto conto del profilo del lettore (cioè della sua esperienza e delle caratteristiche della sua cultura).

Sinceramente, quando scrivo un racconto o anche ora mentre sto scrivendo il romanzo per il self-publishing, non mi pongo mai questo problema. Forse nel fumetto è diverso e in narrativa non possiamo prendere questa regola come sempre valida.

Se scriviamo una storia per bambini, allora il discorso fila. Ma se scrivo di fantascienza, fantasy, western, o un romanzo storico, poco mi importa dell’esperienza e delle caratteristiche della cultura del lettore. Mi rivolgo a un lettore che ama quei generi letterari.

L’empatia è forse il tratto più importante negli esser umani, e può rivelarsi un potente strumento per veicolare una storia.

Anche Will Eisner parla di empatia. Riuscire a coinvolgere il lettore è uno degli obiettivi dello scrittore. Non basta sentirsi dire “Mi è piaciuto il tuo romanzo”.

Il narratore (per immagini) deve essere disponibile a esporsi dal punto di vista emotivo.

E anche il romanziere. Credo che esporsi richieda un gran dose di coraggio, ma una volta vinte la paura e l’incertezza la strada per scrivere storie di spessore e profondità è avviata. E anche quella verso la conquista del lettore. Siete d’accordo?

Sullo stile di scrittura

È lo stile a raccontare la storia, dà ritmo e ha valore di linguaggio.

In questa frase c’è molto da dire. Io per lo stile sono fissato, lo ritengo fondamentale per ottenere il giusto effetto in una storia. Ma qui Will Esiner va oltre, perché parla anche, a ragione, di ritmo. Ci sono stili, di alcuni autori letti, che mi hanno annoiato, che hanno dato alla storia una cadenza monotona e lenta.

Lo stile ha valore di linguaggio. Che cosa significa? Che rappresenta la lingua parlata dallo scrittore per raccontare quella sua storia. Lo stile, in fondo, è formato anche dalle parole – l’uso di particolari sostantivi, di verbi piuttosto di altri – ma soprattutto dalla loro mescolanza, dalle pause e dalle interruzioni.

Tutto questo va a comporre una sorta di linguaggio, che ci fa riconoscere un autore proprio come riconosciamo una persona sentendola parlare.

Il modo migliore per raccontare alcune storie (per immagini) è uno stile appropriato al contenuto.

Anche in narrativa, e non solo nel fumetto, è così. Ma io credo che ogni storia, non solo alcune, debba essere narrata con uno stile appropriato al contenuto. Lo stile rafforza la storia, ne racchiude l’anima.

La storia e il mercato editoriale

Il mercato influenza direttamente la creazione: il narratore (per immagini) che cerca di star dietro al mercato darà importanza soprattutto alle immagini. Il narratore interessato a conservare il proprio pubblico manterrà invece i disegni al servizio della storia.

Ultimamente ho visto nei fumetti una tendenza al manga – che a me non piace per niente – perfino la Walt Disney, che ha sempre avuto tratti originali, ha iniziato a contaminarsi in quel senso.

Sarà anche il mercato, ma credo che ogni autore debba puntare sulla sua originalità e, soprattutto, sulla sua nazionalità. Ogni paese si distingue per la sua cultura, la sua storia e le sue tradizioni. Fare esperimenti va bene, ma che non diventi una moda o perfino una consuetudine.

Ma il discorso sugli influssi del mercato editoriale nei romanzi è molto lungo, basti vedere le tante fotocopie sul fantasy e l’horror che girano. Molti editori preferiscono “andare sul sicuro” e pubblicare storie che vendono, sulla scia di altre che hanno venduto. Quanto regge questo discorso?

Bene, questo breve excursus nella narrativa vista con gli occhi di Will Eisner, ospite inconsapevole del mio blog, è terminato. A voi, ora, le considerazioni. In cosa concordate e in cosa invece avete opinioni opposte?

20 Commenti

  1. LiveALive
    8 settembre 2014 alle 07:27 Rispondi

    Sulle favole, non era il contrario? Non da Fedro che riportava Esopo?

    Per la storia “educativa”, o che comunque deve trasportare un messaggio, io penso al concetto di “premise”. In pratica, ogni storia deve “sostenere qualcosa”, qualsiasi cosa, anche qualcosa di negativo, che poi viene dimostrato tramite la narrazione. Si dice che se non lo si fa la trama finisce per risultare o “sfilacciata”, o contraddittoria, insomma oare non procedere in un’unica direzione.
    Ti faccio un esempio: la premise di Guerra e Pace è: “le decisioni degli uomini non possono influenzare il corso della storia”, la premise di Anna Karenina è “le famiglie felici lo sono tutte allo stesso modo, quelle disgraziate lo sono ognuna a modo suo”, la premise de Il Vecchio e il Mare è: “l’uomo può essere distrutto ma non sconfitto”.

    • Daniele Imperi
      8 settembre 2014 alle 16:35 Rispondi

      Hai ragione, ho corretto, era il contrario.

      Tutte le storie alla fine sostengono qualcosa, no?

  2. Nani
    8 settembre 2014 alle 09:23 Rispondi

    “Se scriviamo una storia per bambini, allora il discorso fila. Ma se scrivo di fantascienza, fantasy, western, o un romanzo storico, poco mi importa dell’esperienza e delle caratteristiche della cultura del lettore. Mi rivolgo a un lettore che ama quei generi letterari.”

    Non sono d’accordo. Dipende sempre dal lettore ideale, certo. Metti caso io voglia scrivere di una guerra medievale. Dovrei prendere per buono che il mio lettore tipo sia appassionato di storia medievale, di strategia militare medievale, di armature e tecniche di assedio? Beh, in questo caso, i miei lettori si ridurranno a quattro gatti. Se e’ questo a cui aspiro, se mi diverte scrivere solo per loro, va bene cosi’. Ma se invece voglio che anche mio fratello che conosce il medioevo solo attraverso i racconti pseudo-mitici che girano in tv, si diverta a leggermi, allora la mia attenzione deve essere rivolta anche alla conoscenza che lui ha rispetto al mio soggetto, per rendere la mia scrittura comprensibile anche a lui. Questo, a mio parere, non vuol dire riempire il romanzo di faticose descrizioni riguardanti dettagli su come si vestivano sotto le armature i cavalieri, ad esempio. Questo lo voglio sapere io, scrittore, per capire meglio i personaggi, il loro quotidiano e quindi anche la loro psicologia; ma il lettore non deve saperlo per forza, a meno che il dettaglio non sia funzionale alla storia.

    Un altro punto che tu tratti: la storia puo’ essere un veicolo per insegnare qualcosa. Secondo me, piu’ spesso di quel che si pensa ed e’ questa la cosa che mi diverte di piu’ come lettrice. Non mi riferisco per forza alla morale alla fine del racconto. Ma se, leggendo Red Dragon, il primo romanzo di Thomas Harris in cui compare Hannibal Lecter, scopro che Hannibal si diletta a leggere un trattato di cucina scritto da Dumas Padre, io gongolo, non solo perche’ mi dice qualcosa di importante riguardo la personaggio “mostrandomi” semplicemente un dettaglio (questo tizio ha una cultura superiore e un gusto raffinato per il buon cibo. Che poi sia cibo di natura umana rende l’accostamento Dumas – Lecter ancora piu’ affascinante), ma anche perche’ mi ha dato spunti per approfondire il personaggio Dumas, scrittore di romanzi storici e appassionato di cucina (considerava il suo dizionario di cucina come la corona della sua carriera di scrittore), uomo che sapeva come godersi i piaceri della vita, che cucinava volentieri per i suoi amici e che era in grado di preparare una squisita cena improvvisata con i rimasugli di una dispensa saccheggiata e le reminiscenze di una ricetta appresa per caso una volta in Italia, a base di riso, sugo e pancetta. Naturalmente, Harris non mi ha raccontato tutto questo, ma mettendo in mano a Hannibal Lecter quel libro in particolare, mi ha dato occasione di approfondire.

    Io lo dico fino alla noia, lo scopo del romanzo, secondo me, e’ divertire il lettore. Come lettrice, io trovo piu’ divertenti quei lavori che mi danno la possibilita’ di scoprire cose nuove, allargando la mia conoscenza: umana o storica o culturale, tutto fa brodo. ; )

    • Daniele Imperi
      8 settembre 2014 alle 16:41 Rispondi

      Anche nel caso della storia medievale dipende: se scrivi un saggio è un conto, è per tutti. Se scrivi un testo universitario userai un altro linguaggio.

      Nel caso del libro di cucina può essere un insegnamento non voluto, ma va bene anche così.

  3. Nani
    8 settembre 2014 alle 09:53 Rispondi

    Nani
    Un altro punto che tu tratti: la storia puo’ essere un veicolo per insegnare qualcosa.

    Ok, scusa. Tu parli di storia intesa come vicenda nella sua totalita’.
    In questo caso, credo che la Premise di Alessio, sia presente spesso. Anzi, riflettendoci su, mi risulta complicato trovare un’opera che non abbia una…

  4. Fabio Amadei
    8 settembre 2014 alle 11:55 Rispondi

    Guarda caso, in questi giorni ci penso spesso: lo stile e il ritmo. Anche per me sono due aspetti fondamentali. Mi ricordo perfettamente che da giovane, quando leggevo i racconti e i romanzi di Kafka mi apparivano nella mente (e me li sognavo anche di notte) le rotelline e gli ingranaggi, in grandi dimensioni, degli orologi. Quello che scriveva Kafka mi stimolava questa visione, solo per dire quanto lo stile, la “musicalità ” della storia può affascinare e stregare la mente.

    • Daniele Imperi
      8 settembre 2014 alle 16:42 Rispondi

      Strana questa cosa delle rotelline e degli ingranaggi, eh? :)

  5. Piumadoro
    8 settembre 2014 alle 12:17 Rispondi

    Articolo interessante. E’ sempre bello vedere come le competenze derivanti dai diversi modi di narrare possano insegnare qualcosa, o anche semplicemente arricchire o confermare certe “regole”.

  6. Moonshade
    8 settembre 2014 alle 14:00 Rispondi

    Ciao! Grazie per l’articolo su Eisner! A scuola di fumetto siamo stati pochissimi ad avere un insegnante che ha cercato in tutti i modi di trasmetterci tutto questo, e mi piace molto il tuo modo di spiegarlo a tua volta.
    Sul “talento” sono d’accordo, non c’è una risposta univoca e penso sia una delle basi per raccontare una propria storia ad altri. Non so quanto possa essere giusto, ma penso che il “talento” sia un insieme di naturale predisposizione e di voglia di superare tutti i paletti che ci si trova davanti, mantenendo viva quindi l’idea di esser sempre disposti a imparare.
    Sull’uso degli stereotipi invece credo che il fumetto, e molti altri romanzi scritti negli ultimi tempi, abbiano giustamente cambiato il modo di usarli. Nel fumetto ora va per la maggiore il ‘ribaltamento’ dello stereotipo: il personaggio e la situazione ti viene presentato in un certo modo, poi ‘volti pagina’ e tramite il disegno ti può cambiare tutta la prospettiva della storia, cosa che personalmente preferisco molto di più che il vecchio modo, soprattutto italiano, di ‘tagliare’ i personaggi per renderli il più chiari possibile tenendo per mano il lettore.
    Sono d’accordo anche su “veicolo di insegnamento” ma penso sia incredibilmente soggettivo, e soprattutto dipenda dal momento in cui il romanzo è stato scritto. Io per esempio in Tolkien ho sempre avvertito un rifiuto per la guerra a favore “di tutto ciò che è bello e semplice della vita” {più o meno come dice Thorin a Bilbo} perché so che Tolkien scriveva durante la Seconda Guerra Mondiale – probabilmente, in un altro momento storico, avrebbe scritto qualcosa di un po’ diverso- mentre al contrario nemmeno io con la Rowling ho personalmente trovato una morale {se non tecnica: ‘ricordati di scrivere tutto prima di consegnare il manoscritto, e non aggiungere cose su siti e interviste a posteriori’}. Non deve per forza esserci una morale, la storia dovrebbe avere un capo ed una coda. Dovrebbe, anzi, affacciarsi a chi “ama” il genere, e con amare intendo nel più vasto senso del termine: dal semplice appassionato all’esperto massimo, e si dovrebbe riuscire in modo da accontentare entrambi, cioè rispettando quanto è già stato scritto e rendendolo leggibile anche per chi è nuovo. Altrimenti avviene quello che sta succedendo sul mercato, per me sta diventando un circolo vizioso: pubblicare “sul sicuro” qualcosa che ‘somiglia’ a quello che ha già venduto crea cloni che abbassano sempre più la qualità del genere -perché mirano a somigliare al prodotto ‘alfa’, e non strutturano nulla all’interno del romanzo perché si basano solo sul già noto-, e quindi chi ha sempre amato quel dato tipo di storie smette di leggere quelle nuove, e non vendono tanto quanto si vorrebbe. Adesso, per esempio, sta scoppiando la moda del finto distopico, dopo Hunger Games, in salsa romantica e adolescenziale, cosa che a me personalmente mi crea solo un disinteresse a tappeto; al contrario, la lettrice più giovane può sì essere interessata, ma non credo abbia le risorse per comprarsi 20 romanzi tutti simili, quindi quelli che ‘somigliano’ sarebbero destinati all’oblio.

    • Daniele Imperi
      8 settembre 2014 alle 16:50 Rispondi

      Sono d’accordo sulla definizione di talento.

      Sul fumetto attuale, invece, non sono informato. Io amo i vecchi fumetti, i nuovi non sono mai riusciti ad appassionarmi.

      Riguardo alla morale, dipende dal periodo storico e dalle opinioni dello scrittore, secondo me.

      Hunger Games non l’ho letto, volevo prenderlo, era in offerta, ma ho letto un’anteprima e non mi piace :)

  7. Grazia Gironella
    8 settembre 2014 alle 14:53 Rispondi

    Interessante questo post. La vediamo diversamente, credo, sul fatto del messaggio contenuto nella storia. Secondo me non esiste una storia valida che non trasmetta un messaggio al lettore, a prescindere dalle intenzioni coscienti dell’autore. Non c’è bisogno che sia espresso in maniera palese. In fondo se scrivi è perché vuoi dire qualcosa agli altri, esprimere una tua personale visione delle cose, quindi esporre le tue verità (con la minuscola). Questo è un messaggio, con cui come lettore puoi trovarti d’accordo oppure no. Queste considerazioni mi fanno meglio definire la condizione necessaria (ma non sufficiente) perché una storia mi piaccia: contenere un messaggio che faccia vibrare la mia quiete, per così dire, oppure darle un sano scossone. Detesto le storie del genere ti-presento-la-realtà-così-com’è, punto. Che me ne faccio? Ho gli occhi, ho le orecchie, un cervello… da un libro mi aspetto qualcosa di più.

    • Daniele Imperi
      8 settembre 2014 alle 16:52 Rispondi

      Grazie :)

      Se parliamo di messaggio a quel modo, allora va bene. Certo, se scrivo, sto diffondendo mie precise idee e visioni su qualcosa.

  8. Salvatore
    8 settembre 2014 alle 17:05 Rispondi

    Impossibile non concordare su tutta la linea, ma ho sempre pensato che l’arte di raccontare storie sia una sola, i mezzi invece possono anche essere differenti. Letteratura, cinema o fumetto, alla fine concorrono a narrare una vicenda, certo a modo loro, quindi l’ossatura di base non può essere troppo differente.
    A seconda del mezzo le storie vengono raccontate in modo diverso, ma alla fine si tratta sempre di raccontare una storia. Molta letteratura moderna imita lo stile cinematografico, ad esempio. Non penso che sia esecrabile e non credo che ne risenta la letteratura in senso lato.
    Trovo invece più importante chiedersi chi sono i lettori destinatari della storia, perché questo cambia molto il modo di narrarla. Parlando di mainstream, sapere se la storia si rivolge prevalentemente a un pubblico maschile piuttosto che femminile fa la differenza. Anzi, verrebbero fuori due storie proprio diverse, quasi agli antipodi.

    • Daniele Imperi
      8 settembre 2014 alle 17:26 Rispondi

      Sai che io invece non mi chiedo mai chi siano o saranno i miei lettori. Io, al massimo, posso scrivere una storia. Poi chi la legge, la legge, per me non è un problema :)

      • Salvatore
        8 settembre 2014 alle 17:47 Rispondi

        Perché tu scrivi un genere. I generi possono essere usufruiti al di là del sesso o dell’età. Invece se parliamo ad esempio di “problemi di coppia” (per dirne uno), be’ fa differenza se ti rivolgi alla lei o al lui… Da una delle due parti verrai linciato, devi solo scegliere da chi. :P

        P.S. meglio essere linciato dagli uomini, per quanto mi riguarda, le donne picchiano più forte.

  9. Ivano Landi
    8 settembre 2014 alle 17:36 Rispondi

    I miei tentativi di scrivere un fumetto (una graphic novel per la precisione) sono naufragati dopo una dozzina di tavole per la difficoltà di reperire un disegnatore disposto a lavorare al buio, senza cioè sapere se ci sarà o no un ritorno economico. Una cosa interessante che ho notato è la difficoltà che si incontra, se si proviene dalla scrittura a piena pagina, nell’imparare a dire solo quello che non racconta già il disegno, in modo da non ripetere due volte la stessa cosa.

    • Daniele Imperi
      8 settembre 2014 alle 18:44 Rispondi

      Io che disegno posso capire perché non vogliono lavorare al buio :)
      Disegnare una tavola a fumetti significa lavorare anche 2 giorni pieni. Moltiplica per 10, 20, 100 pagine del fumetto.

      In quel caso si lavora per schemi: dividi la tua trama in tot tavole a fumetti e così via.

  10. Claudia
    9 settembre 2014 alle 22:56 Rispondi

    “Il modo migliore per raccontare alcune storie (per immagini) è uno stile appropriato al contenuto.

    Anche in narrativa, e non solo nel fumetto, è così. Ma io credo che ogni storia, non solo alcune, debba essere narrata con uno stile appropriato al contenuto. Lo stile rafforza la storia, ne racchiude l’anima”.

    Ecco la parola che secondo me è il fulcro di ogni romanzo. “L’anima”.
    Ogni trama, personaggio, come luogo e ambientazione deve avere un’anima. L’anima è quella che parla anche senza dire nulla. Quella che mostra anche senza immagini.
    Tutto sta nel trovare il giusto stile che trasporti l’imaginario del lettore direttamente in quelle pagine, facendogli vivere e gustare la storia come in un film ad alta definizione.

    • Daniele Imperi
      10 settembre 2014 alle 07:41 Rispondi

      Prima di scrivere qualsiasi storia io cerco di capire con quale stile vada scritta. Per me è una delle prime cose da fare.

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