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Scrivere in prima persona usando il presente

Narrazione prima persona presente

Spesso dai commenti nascono discussioni interessanti. Arrivano nuovi lettori, che hanno trovato il blog cercando di risolvere un loro problema ed ecco che nei commenti si inizia a discutere per arrivare a una soluzione.

È quello che è successo in un vecchio post, quello sul punto di vista scritto da Alessio, che è stato commentato ancora a un anno esatto dalla sua uscita. Il problema sollevato dal nuovo lettore era sullʼuso del presente nella narrazione in prima persona. A lui sembrava innaturale quel modo di raccontare.

Quando un personaggio parla del presente è un pensiero nella testa del protagonista? O una terza persona con la di lui voce, con tutte le sue esigenze narrative?

Domande lecite, secondo me. A dire la verità, soltanto da poco tempo ho iniziato a leggere romanzi narrati al presente. La prima volta, ricordo, anche a me era sembrato innaturale, perché ero abituato al passato remoto. Poi ci ho fatto lʼabitudine.

Il presente nella narrazione: prima o terza persona?

Intanto vorrei sollevare unʼaltra questione: secondo voi è più naturale usare il tempo al presente nella prima o nella terza persona? Facciamo due esempi.

Ho venticinque anni e ne dimostro venti. I gendarmi, tenuti un poʼ a freno dal mio tono di gentleman, mi trattano con gentilezza. Mi hanno anche tolto le manette. Siamo seduti tutti e sei, io e cinque guardie, su due panche in una stanza nuda. Fuori è grigio. Di fronte a noi una porta, che certamente deve comunicare con la sala delle Assise, perché siamo al Palazzo di Giustizia della Senna, a Parigi. Papillon, Henri Charrière

Lo scrittore Reidar Frost vuota il bicchiere di vino, lo poggia sul tavolo della sala da pranzo e chiude gli occhi un momento per ritrovare la calma. Qualcuno degli ospiti batte le mani. Veronica è in piedi avvolta nel suo abito blu, girata verso un angolo della sala con le mani davanti alla faccia, e comincia a contare. Lʼuomo della sabbia, Lars Kepler

Se devo essere sincero, a me sembrano due narrazioni naturali, molto naturali anzi. Nel primo caso (sì, è la storia di Papillon, quello interpretato dal grande Steve McQueen) il narratore è il protagonista (e qui non potrebbe essere diversamente, perché è un romanzo autobiografico – Papillon è Henri Charrière) e racconta parte della sua vita.

Ma se anche non fosse una storia autobiografica, non cambierebbe nulla: in quel momento il narratore si pone come protagonista o come testimone diretto delle vicende del protagonista.

Nel secondo caso, invece, cʼè un narratore esterno che narra una storia ai lettori. Come se vedesse le scene e i fatti coi propri occhi nel momento preciso in cui accadono.

Quale scelta, allora? Dipende da tanti fattori, dalla storia ma anche dal tipo di atmosfera, di suggestione che vogliamo creare nei lettori.

La figura del narratore

Una storia va raccontata. Non cʼè proprio altro da dire. Sta allo scrittore scegliere il modo più congeniale per raccontarla.

Il narratore, comunque, sarà sempre lo scrittore che ha scritto la storia, possiamo chiamarlo come ci pare, possiamo disquisire quanto vogliamo sul narratore omodiegetico, autodiegetico, extradiegetico, onnisciente con focalizzazione interna ed esterna – termini che a me, confesso, non entreranno mai in testa – ma resta il fatto, inconfutabile, che a narrare una storia è lo scrittore che lʼha scritta.

Lo scrittore è un attore. Decide, nel momento in cui scrive il suo romanzo, quale parte recitare. È attore e regista, proprio come Clint Eastwood. Può fare la parte di una donna anche se è un uomo e quella di un uomo anche se è una donna, quella di un bambino anche se ha 50 anni suonati, quella del protagonista o di un suo amico che lo segue nelle sue avventure, perfino quella di un animale o, non sto scherzando, addirittura quella di unʼastronave senziente (cfr. Ancillary Justice di Ann Leckie).

Come raccontiamo nella realtà

Se davvero a qualcuno può sembrare non naturale raccontare una storia al presente, sappia che è proprio quello che normalmente avviene tutti i giorni nelle più disparate situazioni:

Esco di casa e lʼimputato mi aggredisce con un bastone. Mi colpisce proprio in faccia, io cado allʼindietro e, quando cerco di rialzarmi, lui continua a bastonarmi su tutto il corpo – Interrogazione durante un processo

Allora io gli dico: “Ehi, Jack, ma sei matto? Non vedi che pesa il doppio di te e è alto due metri e mezzo?” E Jack scoppia a ridere e mi fa: “Io quello me lo mangio a colazione”. Solo che a colazione il povero Jack sʼè dovuto accontentare di quello che passava il Roosevelt Hospital – Un tizio che racconta un fatto a un amico, nella New York del malaffare

E così accendo la luce e che ti vedo? Mia moglie, tutta nuda sul letto, che mi guarda con uno strano sorriso. Mamma mia che spavento! – Un poverʼuomo racconta la sua prima notte di nozze a un amico

Non ditemi che voi non parlate così, perché non ci credo. Queste sono situazioni di ordinaria amministrazione.

Lʼimmediatezza del presente nella narrazione

I presente a me comincia a piacere molto nella narrazione, dà un senso di immediatezza. Come se scrittore e lettori fossero tutti presenti nella storia. Forse cʼè più immersione da parte del lettore nel romanzo. A me almeno dà questa impressione.

La scelta va fatta senza dubbio in base alla storia. Non credo che ogni storia funzioni bene con qualsiasi tipo di narrazione. Nel fantasy classico a me suonerebbe strano il presente, forse perché richiama le vecchie favole che venivano raccontate al passato e in terza persona. O forse è soltanto una mia opinione.

Detto questo, che ne pensate? Come vi sembra il presente nella prima persona? Lo avete usato? Vi suona naturale o no?

52 Commenti

  1. Banshee Miller
    22 luglio 2015 alle 07:49 Rispondi

    Credo che sia una questione di ritmo. Del ritmo che si vuole dare alla storia. il presente dà una maggior sveltezza, il ritmo è più sostenuto, concitato quasi. Il passato remoto è più calmo e rilassato. Prima o terza persona non cambia nulla, solo il punto di vista.
    Forse, il présente è più indicato per storie brevi. Proprio perché dà un ritmo accelerato, sorbirselo per seicento pagine diventa faticoso, fa venire il fiatone.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 13:55 Rispondi

      Non sono sicuro che il presente dia una maggior velocità, anzi a me dà proprio la sensazione contraria.
      Non mi ha dato problemi leggere romanzi al presente.

      • Ryo
        22 luglio 2015 alle 20:35 Rispondi

        Anche secondo me la prima persona dà l’effetto della velocità!

        • Daniele Imperi
          23 luglio 2015 alle 07:42 Rispondi

          Mah, questione di sensazioni personali, allora :)

      • Dafne
        29 novembre 2016 alle 12:01 Rispondi

        Daniele ho una domanda da porle.
        Sto scrivendo un fantasy e sto usando categoricamente il passato e l’imperfetto narrativo. Rileggendo ho notato che ci sono passi in cui racconto usanze e costumi di un popolo come quello giapponese che vigono tutt’oggi e momenti di riflessioni sull’esistenza umana che sono comunque atemporali, se mi è permesso definirle così! E il mio primo istinto è stato quelle di descriverle al presente.
        Esempio Primo caso messo così e molto
        Cito:
        1. «Sapeva mantenere sempre un certo riguardo. Chinó il capo secondo L’usanza dell’ojigi. Per i giapponesi quest’usanza è molto importante e vige ancora oggi; viene utilizzata in diverse occasioni»
        Oppure cito:
        « ero l’erede dei principi dottrinali tramandati dai monaci Shintoisti. Per i giapponesi lo shintoismo è la religione di stato che crede ….[…]»

        Il secondo esempio, lo scrivo un po’ così. Non badi alla logica del periodo così scritto, ma solo i gruppi verbali e i loro tempo.
        2. «era un mezzodemone e questo mise in discussione secoli di domande esistenziali. Scoprire una tale realtà , relega immediatamente l’esistenza umana ad una sola verità.»

        E infine Ho notato, leggendo sparks, questa alternanza tra presente e passato. Mentre racconta al passato . Inserisce due proposizioni con gruppi verbali al presente, proprio dopo il punto che la separa da un intero periodo al passato.
        Ora non ho sottomano il periodo per mostrarlo come esempio, ‘a era qualcosa di simile.
        Nell’ aria di respirava …. ne fummo tutti felici. E poi segue «vedo sotto l’albero il regalo» purtroppo non trovo più questo passo.

        Spero possa darmi indicazioni su quest’uso del presente in una narrazione al passato e fin dove è
        Possibile. E se posso, in alternativa, narrare anche descrizioni e conclusioni a carattere esistenziale, all’imperfetto. O come nel primo caso.
        Grazie in anticipo

        • Dafne
          29 novembre 2016 alle 12:05 Rispondi

          Perdoni gli errori con cui ho scritto il mio commento. Sono da cellulare

        • Daniele Imperi
          29 novembre 2016 alle 12:08 Rispondi

          Ciao Dafne, benvenuta nel blog.
          1: messo così, sembra infodump. E mi ricorda Salgari, che a me piace, sia chiaro, ma quando spiegava al lettore qualcosa sulle usanze non mi piaceva, era come un’intromissione del narratore. Quindi, o crei una nota a fondo pagina o toglie quella frase.
          2: in quel caso il presente sta bene, non mi suona strano. Quest’usanza l’ho vista anche in David Mitchell, mi pare.

  2. Grilloz
    22 luglio 2015 alle 08:25 Rispondi

    A me il presnente piace, sia in prima che in terza persona, anche in seconda volendo. Tuttavia di recente ho letto un romanzo, La ragazza meccanica (uno dei titoli peggio tradotti che conosca), che è appunto scritto in terza persona presente, e devo dire che alla fine mi ha stancato. Mi è venuto quindi da pensare che il presente si presti più a storie brevi, o magari ad alcune parti di una storia più lunga.

    Sono andato anche a rileggermi la discussione originale, quello che mi ha stupito è la domanda sulla “liceità” di una certa forma. E un po’ come chiedersi se sia lecito dipingere scene non sacre, o usare un condannato a morte come modello per rappresentare il cristo, o ritrarre personaggi del popolo, o deformare i volti allungando a dismisura il collo, o fare una rappresentazione astratta della realtà. La risposta la si trova in qualsiasi testo di storia dell’arte.

    Per fare un altro esempio “illecito” il vincitore dello Strega di quest’anno usa il passato remoto nella narrazione principale e il presnete dei flashback.

    • LiveALive
      22 luglio 2015 alle 13:11 Rispondi

      È il tipico errore di molti inesperti che hanno appena conosciuto le classificazioni tecniche: finiscono per ragionare solo sul mezzo, e perdono di vista lo scopo, cioè l’effetto. È chiaro che è lecito tutto ciò che realizza l’effetto. La questione non è se è meglio la scena o l’esposizione in assoluto, ma quello che si vuole realizzare nel caso concreto, l’effetto complessivo. Puoi dire: concentrati solo sull’effetto!; ma spesso si finisce per non rendersi conto che la propria fruizione è sfasata, che non si percepisce più l’effetto puro, ma semplicemente si cerca un grado di “perfezione” in relazione a un paradigma tecnico posto a priori (che è una “fruizione classica”, contemplazione formale; mentre di norma si dovrebbe attuare una “fruizione romantica”, oggi, immergersi nell’aspetto emotivo del testo). È sbagliato usare una istanza di enunciazione in ogni singola battuta? Eppure Mozzi lo fa, per dare un tono ossessivo: quello è lo scopo, così si realizza, non esistono valori assoluti. Ma in fondo è una fase per la quale siamo passati quasi tutti.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 13:57 Rispondi

      La seconda non la sopporto e per me non è neanche credibile.
      Forse dipende dallo stile dell’autore. Io ho letto Il fiordo dell’eternità, 500 e passa pagina al presente e l’ho divorato.

      • LiveALive
        22 luglio 2015 alle 14:03 Rispondi

        Il diario d’Inverno di Paul Auster è in seconda e a me è piaciuto molto, tanto che pure io ho scritto un diario in seconda.

      • Grilloz
        22 luglio 2015 alle 16:25 Rispondi

        Perchè dici che la seconda persona è poco credibile? Sul piacere o meno è soggettivo. Ho letto alcuni racconti molto belli in seconda persona, addirittura di recente ne ho letto uno di Cheever in seconda persona plurale, ha un effetto particolare, ma piacevole.

        Sul romanzo in questione può essere un problema di stile dell’autore o anche di una traduzione non proprio perfetta.

        • Daniele Imperi
          22 luglio 2015 alle 16:47 Rispondi

          Perché quando racconti qualcosa nella realtà usi la prima o la terza, non ho mai sentito nessuno raccontare qualcosa usando la seconda.

          • Ryo
            22 luglio 2015 alle 20:34

            Eccomi: in un vecchio racconto ho usato la seconda persona ;-)

          • Grilloz
            23 luglio 2015 alle 08:31

            Perchè no? ad esempio:
            “Immaginati la scena: entri in ufficio e ti ritrovi il capo che sbraita contro il tuo collega, e sai che dopo sarà il tuo turno e allora…”
            Funziona, no?
            Oppure pensa al romanzo epistolare, rivolgendosi ad un interlocutor diventa in fondo una seconda persona, magari mista alla prima.
            Ma al di la di questo, non penso che il mezzo narrativo debba necessariamente corrispondere ad un modo di esprimersi “reale” o in qualche modo legato al parlato.
            In ogni caso è un po’ come il dibattito dell’uso di photoshop in fotografia ;)

        • Daniele Imperi
          23 luglio 2015 alle 09:01 Rispondi

          La seconda persona usata quando racconti una scenetta che ti è capitata a un amico ci sta e non mi dà fastidio, ma non reggerei a leggere 300 pagine tutte in seconda persona. Alle mie orecchie non suona credibile né piacevole come narrazione.

  3. Chiara
    22 luglio 2015 alle 08:45 Rispondi

    Ho sentito anche io dire che la narrazione in prima persona presente è innaturale o, addirittura, aggressiva, perché investe il lettore, lo trascina nella vita del personaggio. Io, però, non sono d’accordo: leggo in media un romanzo a settimana e, analizzando i testi, sono giunta alla conclusione che questa modalità narrativa mi piace moltissimo, è coinvolgente.
    Al contrario, trovo innaturale una prima persona al passato remoto, anche se molto utilizzata: non so perché, ma la trovo un po’ obsoleta. Quando qualcuno racconta la propria vita, raramente usa certe forme verbali, specialmente al nord Italia. Piuttosto si sceglie un passato prossimo, però poco adatto alla narrativa.
    Quando la focalizzazione è esterna, il passato remoto ci sta come il parmigiano sulla pasta! :D

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 13:59 Rispondi

      Per me dipende dallo stile dell’autore: se ti piace, riesce a coinvolgerti anche al presente.
      La prima persona al passato remoto è giusta come la terza: è solo una questione di punti di vista.
      Se vogliamo fare i pignoli, non raccontiamo nemmeno come si racconta in ogni romanzo :)

      • Chiara
        23 luglio 2015 alle 08:39 Rispondi

        Ma infatti non si tratta di una regola, è solo questione di gusti personali. :)
        In che senso non raccontiamo nemmeno come si racconta in ogni romanzo?

        • Daniele Imperi
          23 luglio 2015 alle 08:59 Rispondi

          Che quando racconti qualcosa a qualcuno, lo fai usando cliché, stereotipi, fregandotene della grammatica, delle concordanze, delle ripetizioni, prendendoti tutte le libertà possibili.
          In un romanzo tutto questo non accade.

  4. Maria Daniela Rosato
    22 luglio 2015 alle 09:42 Rispondi

    La questione del presente la ritengo di fondamentale importanza. Quando usiamo il presente nella narrazione diamo ai fatti un valore di continuità e un significato che non si confina nella vicenda presentata ma lo pone con valore di esempio e rilettura. Come una mitologia che sottenda il momento attuale e dunque sia presente.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 14:01 Rispondi

      Ciao Maria Daniela, benvenuta nel blog.
      Una bella definizione dell’uso del presente :)

  5. Alice
    22 luglio 2015 alle 11:21 Rispondi

    sinceramente scrivo più volentieri al singolare.
    non so se sia perché, scrivendo, metto dentro sempre tantissimo di me

    • Chiara
      22 luglio 2015 alle 13:45 Rispondi

      Cosa intendi per “al singolare”?

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 14:01 Rispondi

      Forse volevi dire “al presente?” :)

      • Chiara
        23 luglio 2015 alle 08:40 Rispondi

        Mi è venuto in mente uno dei romanzi più originali che abbia letto negli ultimi anni, “valigie smarrite” di Jordi Punti, in cui il narratore è una prima persona plurale che ogni tanto sfocia in una prima singolare: sono quattro fratelli che raccontano la loro storia “in coro”, e ogni tanto la palla del racconto passa a uno solo di loro. :)

        • Daniele Imperi
          23 luglio 2015 alle 09:00 Rispondi

          Già a immaginarmelo non credo mi possa piacere una narrazione corale :)

  6. LiveALive
    22 luglio 2015 alle 12:53 Rispondi

    Ho risposto in modo approfondito nell’articolo citato. Riassumendo, dobbiamo considerare che l’unica modalità in cui non è presente il narratore è il discorso diretto. Tutto il resto è, necessariamente, narratore, anche se prova a nascondersi. È vero che noi non pensiamo le azioni che facciamo? Ma:
    1- noi ne abbiamo coscienza, e pensiamo all’intenzione. La scrittura non può renderlo perfettamente (così come non può rendere il pensare per immagini, o seguire più pensieri contemporaneamente), ma lo fa specificando l’azione.
    2- se è per questo noi non parliamo né pensiamo come fanno i personaggi: noi facciamo tutto con errori, palinfrastici, confusioni. Semplicemente, il realismo non è la realtà: pensare alle azioni non è reale, ma è l’unica cosa realistica
    3- il lettore giustifica automaticamente la cosa percependo il tutto come un racconto al presente storico.
    …questo per rispondere alla domanda citata all’inizio.
    ***
    Oggi è comune narrare al presente perché è ordinato e naturale, e oggi piace cogliere le vicende nell’hic et nunc. Ci sono tanti però che difendono la narrazione al passato. Uno dei motivi è che quella al passato garantisce un passaggio più agevole tra i vari piani temporali, come quando si deve inserire un piccolo flashback, o una transazione tra le scene.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 14:03 Rispondi

      Sono d’accordo che il realismo non sia la realtà. Da tempo volevo scrivere un post su questo.
      Il passato secondo me ti dà maggiore libertà d’azione.

  7. animadicarta
    22 luglio 2015 alle 14:33 Rispondi

    Sono d’accordo con Alessio quando parla di “effetto” che si vuole ottenere. In definitiva l’uso del presente o del passato, della prima persona o della terza, dipendono dal tipo di storia e dalla percezione che si vuole produrre nei confronti del protagonista.
    La prima persona al presente è molto intima, in teoria potrebbe essere la scelta più coinvolgente, invece a me non piace. Sia quando leggo che quando scrivo preferisco la terza al passato, forse perché sento queste due scelte come più affini al mio modo di raccontare, alla mia “voce”.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 15:19 Rispondi

      La terza al passato è quella che preferisco anche io, mi risulta più naturale, però mi piace anche variare.

  8. Samantha
    22 luglio 2015 alle 14:37 Rispondi

    Mi piace l’imperfetto. La seduzione di scivolare nei vari piani del passato. Ho imparato che ogni storia sceglie il suo tempo verbale. Ci sono personaggi che amano scrivere in prima persona al presente. Alcuni preferisco il passato remoto come se raccontassero favole lontane nel tempo. Secondo me la storia o meglio il suo personaggio che sia in prima o terza persona decide il tempo. Una volta ho provato a scrivere la stessa storia nei tre tempi verbali. Quella storia funzionava come effetto finale al passato. A presente faceva fatica, all’imperfetto si arrotolava troppo.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 15:20 Rispondi

      Però come fai a raccontare tutta una storia in un romanzo usando l’imperfetto?

      • LiveALive
        22 luglio 2015 alle 15:32 Rispondi

        Daniele Imperi attraversava la strada e andava al bar. Una volta entrato salutava gli amici col suo “allah al bar!”, e ordinava il solito drink forte: camomilla con un goccio di latte.
        …si può fare, anche se è strano. L’impressione è quella di prendere un blocco di tempo, non un evento preciso. Ho comunque già letto racconti così (anche se, in genere, si tratta di una persona che narra la vita abitudinale di un’altra).

  9. Poli72
    22 luglio 2015 alle 16:12 Rispondi

    Il presente e’ difficile da usare, soprattutto scrivendo in prima persona .Secondo me richiede consumata abilita’.Nel mio modesto sperimentare la scrittura ho desunto poche cose sul campo ,ma che ritengo possano essere utili a tutti i principianti.
    La prima e’ che, per scrivere una narrazione articolata e lunga come un romanzo ,bisogna necessariamente partire con le idee chiare , quindi uno schema dettagliato o scaletta che dir si voglia.
    Secondo, bisogna verificare ossessivamente la congruenza logica degli eventi e dei personaggi .
    Terzo, se si e’ novellini , adottare la forma di scrittura piu’ semplice.Il punto di vista piu’ abbordabile e’ la terza persona ed il tempo piu’ ” facile ” da gestire e’ il passato remoto.
    Indubbiamente.Perche’?
    La sensibilita’ e la capacita’ di calarsi verosimilmente nel protagonista richiedono esperienza.Vivere la storia come se fossimo noi stessi quel personaggio lo possiamo fare nella nostra testa ,e ci riesce anche bene,ma tradurre poi in parole e’ un’altra cosa.Il principiante non e’ meno sensibile dello scrittore esperto ,ma ha meno strumenti narrativi per esprimersi con efficacia. Avremmo un altro bel problema se abbiamo in mente una trama ricca di avvenimenti cruciali e distanti tra loro che collimeranno piu’ avanti nella narrazione e dei quali il protagonista non puo’ sapere.
    Saranno i panini che devo ingurgitare per diventare scrittore; sono ancora una montagna ,questo e’ certo.La formula che mi pare piu’ semplice e quindi mi permette di concentrarmi sulla trama ,sulle descrizioni e sull’ azione e’ la terza persona al passato remoto.Con la terza persona si possono fare salti da un luogo all’altro ,introdurre personaggi non direttamente a contatto col protagonista in quel momento,descrivere accadimenti che serviranno alla storia ma che avvengono lontano dai suoi occhi.Immaginate gli Infodump o altri artifici che dovrete utilizzare scrivendo in prima persona per ragguagliare i lettori su un’ avvenimento determinante per la storia , accaduto in un luogo distante dal protagonista.
    Per quanto riguarda il tempo ,il presente e’ difficilissimo da gestire .Non ne so spiegare il motivo ,ma se provate a scrivere una storia usando il presente e poi riscrivete la stessa utilizzando il passato remoto ,vi renderete conto che suona meglio quest’ultimo.Il passato remoto e’ piu’ flessibile ,forse e’ piu’ “orecchiabile” ,per me rimane un vero mistero.

    • Daniele Imperi
      22 luglio 2015 alle 17:05 Rispondi

      Se sei agli inizi sono d’accordo che è meglio usare la terza persona.
      D’accordo anche sulla difficoltà di gestione del tempo presente, proprio perché secondo me è molto limitante.

    • Marco Benedet
      29 luglio 2015 alle 16:34 Rispondi

      Scrivere in tempo presente in prima persona è il mio stile e il suo uso m’è venuto spontaneo.
      Fin’ora mi sono dedicato alla narrativa che tratta di mare, di pesci e di immersioni e questo stile m’ha permesso di raggiungere il mio obiettivo: far scendere come protagonista il lettore in luoghi che non aveva mai visto per fargli provare sensazioni a lui aliene.
      Per esperienza posso dire che questo stile implica dei pro e dei contro. Partendo dal più banale dei pro si può dire che con l’uso del tempo presente non si può intuire se il protagonista vivrà (ci avevate mai pensato?). Per chi racconta di incontri con gli squali la cosa non è da poco. Altra cosa che mi piace è la semplicità del racconto. Obbligatoriamente nella storia c’è un solo punto di vista e una sola opinione. Ogni giudizio non è dato da terzi come fosse una sentenza, è sempre il parere di un singolo, quindi potenzialmente anche fallato. Quest’ultimo aspetto è molto utile in chi scrive come me con una vena ironica dove l’incomprensione o il malinteso giocano parti importanti.
      Usare questo stile non è una scelta dell’ultimo minuto, la storia deve essere impostata già dall’inizio e deve tenere conto che il protagonista non sa nulla oltre quello che vede.
      Nello scrivere in questo modo si deve affrontare una grande difficoltà, l’ambientazione. Poichè lo stile ha dalla sua la naturalezza del racconto e poichè nessuno nella vita reale dice a se stesso e ancor meno a voce dove si trova, l’ambientazione non è cosa facile. Nelle storie complesse bisogna avere un po’ di abilità per far capire senza dire dove si è e cosa si sta facendo. E’ una vera e propria sfida che a me stuzzica molto. Per affrontarla utilizzo la divisione ragionata e logica in capitoli. In teoria ad ogni cambio di ambiente faccio iniziare un nuova capitolo. E’ una buona soluzione, ma questo mi obbliga, per questioni di estetica della formattazione, cercare di fare capitoli tutti uguali legandoli all’ambientazione, il che non è sempre facile. Per risolvere certi passi ho speso notti intere su un solo paragrafo per trovare la soluzione, ma poi che soddisfazione. La fantasia (tanta) è fondamentale.
      Se ci si vuole cimentare con questo stile si deve avere grande capacità di gestione di virgole, punti e simboli per i dialoghi (ogni editore/scrittore ha i suoi). Sono difficili da gestire i doppi punti, i punti e virgola e come sempre gli esclamativi vanno usati con parsimonia. Io non ne uso più di 2 in tutto il testo!!!! :)
      I riscontri che ho avuto mi sono piaciuti. I lettori mi hanno riferito di essersi sentiti veramente con l’acqua che scorreva sulla pelle e con l’adrenalina nelle vene quando hanno scoperto di avere un grosso squalo davanti alla faccia. Mi hanno anche riferito che quello che avevano provato non era simile a quando hanno guardato un documentario o un film.
      Per me è stato molto piacevole sapere questo anche perchè in questi giorni sto provando a scrivere in prima persona in tempo non presente e trovo delle difficoltà enormi.
      Ogni uno ha il suo stile, ma è bello provare altro.

  10. Samantha
    22 luglio 2015 alle 21:18 Rispondi

    Per ritornare sulla seconda persona, punto di vista particolare per scrivere una narrazione, il romanzo Le mille luci di New York è scritto tutto in seconda persona.

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2015 alle 07:43 Rispondi

      Non credo che riuscirei a sorbirmi tutto un romanzo scritto a quel modo…

  11. Marco
    23 luglio 2015 alle 08:02 Rispondi

    Il presente l’ho usato per alcuni dei miei racconti, ma solo perché la storia sin dall’inizio si è presentata in quel modo. Non riuscirei (credo) a “piegarla” alla prima persona solo perché mi va. Un romanzo in prima persona? Quello è un altro paio di maniche; richiede uno sforzo notevolissimo, non ci ho mai provato…

    • Daniele Imperi
      23 luglio 2015 alle 08:12 Rispondi

      Come sforzo non direi. A me viene naturale usarla. Lo sforzo lo vedo per il presente, però, perché non ci sono abituato.

  12. Grazia Gironella
    23 luglio 2015 alle 22:30 Rispondi

    Ho spesso usato il presente in prima persona, finora solo in specifiche parti dei romanzi. Nel romanzo che sto scrivendo, invece, è tutto in prima persona al presente, perciò vivo a fondo pro e contro, almeno dal punto di osservazione della prima stesura. L’mmediatezza c’è, l’energia anche, ma si sta stretti. E’ difficile riuscire a inserire sottotrame, per esempio, perché spesso la necessità della presenza del personaggio obbliga a tali salti mortali da farti passare la voglia. Per una valutazione devo però aspettare la revisione, e magari qualche feedback.

    • Daniele Imperi
      24 luglio 2015 alle 07:49 Rispondi

      È quello che ho notato anche io: si sta stretti, la prima persona e il presente limitano molto, quindi ti obbligano a trovare delle soluzione alternative. Una soluzione per la sottotrama – se fosse possibile – può essere un personaggio che racconta un fatto al protagonista-narratore.

  13. Antonella
    24 luglio 2015 alle 00:27 Rispondi

    Ciao,
    complimenti per il blog, che trovo interessante.
    Sulla scrittura in prima persona al presente: l’ho utilizzata e la sto utilizzando, per quanto mi riguarda la scelta della persona e del tempo della narrazione dipende dalla storia e da cosa/come voglio comunicare. Non mi pare che sia un’accoppiata particolarmente difficile da usare né da leggere.
    Penso che la naturalezza sia legata soprattutto alla capacità dell’autore: un racconto in prima persona al presente ben riuscito suonerà naturale, uno in cui si sente la fatica di mantenere il tempo e la persona probabilmente sarà una lettura poco piacevole.
    In sintesi, come hanno già scritto (più o meno) altri: tempi e persone e punti di vista sono strumenti e quello che conta è usarli al meglio.

    • Daniele Imperi
      24 luglio 2015 alle 07:53 Rispondi

      Ciao Antonella, grazie e benvenuta.
      Anche per me dipendono dalla storia. E sulla naturalezza hai ragione, dipende dalla bravura dell’autore. Non è difficile usare quest’accoppiata, è solo molto limitante secondo me.

  14. Antonella
    24 luglio 2015 alle 15:22 Rispondi

    Forse è limitante, ma se è “azzeccato” per la storia che si vuole narrare credo che consenta un forte grado di immedesimazione per il lettore.
    Diverse storie Young Adult che ho letto usano proprio la prima persona e il presente, immagino che il motivo sia, appunto, nella immediatezza dell’immedesimazione.

    • Daniele Imperi
      24 luglio 2015 alle 15:28 Rispondi

      Sì, anche io ho visto che in alcuni YA si usa così, come nella trilogia di Divergent, per esempio.
      Se è azzeccata come persona e come tempi verbali, allora anche per me va usata.

  15. Riccardo
    25 luglio 2015 alle 23:11 Rispondi

    Allora.
    No, no e no.
    Da poco ho cominciato Allegiant della saga di Divergent, e devo dire che (purtroppo) non mi suona per niente bene! :( Odio lo stile del presente. Io scrivo con il passato, anche se ora sto scrivendo al presente, ma a leggerlo mi sembra una cosa innaturalissima, non ci farò mai l’abitudine, peccato visto che la storia è carina :)

    • Daniele Imperi
      27 luglio 2015 alle 07:27 Rispondi

      È questione di gusti, infatti, tempo fa neanche a me suonava bene. A me succede lo stesso se leggo qualcosa in seconda persona.

  16. Federico
    3 agosto 2015 alle 13:36 Rispondi

    Eccomi, sono contento che la questione che mi assillava tanto non sia passata inosservata e in fondo non fosse un dubbio del tutto balzano. Non dirò la mia opinione, che conta poco, e preferisco leggere quelle altrui e farmi un’idea.
    Però vorrei solo dire che è verissimo che più importante cercare un effetto che un’adesione formale a chissà quale tecnica, d’altro canto per avere un certo effetto bisognerà pur provare a scrivere qualcosa. E se si nota che quel qualcosa ha un certo effetto magari posso parlare di tecnica. Quindi la mia modesta difesa alla tecnica si basa sul fatto che la sua adesione minore o maggiore si spera si ripercuota in un effetto maggiore o minore.
    Certo è anche difficile sapere bene quale effetto si avrà in assoluto, tecnica o non tecnica in uso, ma certe linee guida possono di certo aiutare.

    Per un efficace racconto in secondo persona, posso suggerire La Storia Della Tua Vita, di Ted Chiang. Non è ovviamente qualcosa di esportabile altrove, è un esempio unico nel suo genere, ma quando usa la seconda persona lo fa egregiamente.

  17. Leyra Correll
    17 agosto 2015 alle 20:45 Rispondi

    Sinceramente, prima o terza persona per me è indifferente. Uso entrambe senza problemi, e le incastro nei miei romanzi a volte.
    Il problema sorge nella scelta del tempo.
    Io ho sempre scritto usando l’imperfetto. Sempre. Non mi sono mai posta il problema di usare il presente, se non nelle role dei Giochi di Ruolo, dove spesso uso la terza presente. Sono convinta, però, che in un romanzo sia difficilissima da usare, perché lo scrittore deve sapere come destreggiarsi tra scene del presente, appunto, e momenti che sono accaduti nel passato. Ho letto autori che hanno fatto un vero casino, usando il presente in prima persona, e pochi sono stati i libri che non mi hanno dato fastidio.
    Quindi sì, da un certo punto di vista la trovo innaturale, perché non essendo facile da usare, il lettore rischia di non riuscire ad entrare nella storia. Da un altro, mi rendo conto che in effetti è molto più naturale dell’imperfetto, sebbene io spesso, quando racconto qualcosa, usi questo tempo verbale.
    Sta di fatto che credo mi limiterò a usarla solo per i GdR, perché proprio un intero romanzo non riuscirei mai a scriverlo.

    • Daniele Imperi
      18 agosto 2015 alle 18:10 Rispondi

      Ciao Leyra, benvenuta nel blog. Tutto un romanzo con l’imperfetto lo trovo pesante…
      Sul presente siamo d’accordo.

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