Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

La bellezza del narratore onnisciente

Narratore onnisciente

Un post controcorrente? Forse, perché no? Una filosofia nostalgica? Anche. La narrazione, e quindi la scrittura creativa, si evolve, perché si evolvono i tempi e anche i gusti dei lettori. In realtà i gusti dei lettori si evolvono perché cʼè gente che sperimenta nuove forme di narrazione.

È grazie ai pionieri della letteratura che sono entrati nel gioco delle storie nuovi modi di raccontare. È giusto che sia così. Si tenta, si osa, si fanno esperimenti e si osservano i risultati.

Ma oggi voglio lasciare da parte lʼinnovazione, la modernità, e tornare indietro. Qualche volta bisogna arretrare per potersi rinnovare. O soltanto per tornare a un ambiente più piacevole, che ci dava sensazioni migliori.

Oggi voglio elogiare il narratore extradiegetico onnisciente.

Chi narra la storia in realtà?

Si è parlato tante volte della questione, ma io rimango della mia idea e è impossibile che mi schiodiate da lì: è lo scrittore che racconta la storia. Lʼautore lʼha pensata e lʼha scritta, dunque è lui o lei che la narra.

Per me non cʼè altro da dire. Lo scrittore, poi, sceglie il modo più congeniale per raccontarla – per scriverla. Se io scrivo un romanzo, sono io che lo sto raccontando. I racconti e gli ebook che ho pubblicato qui li ho scritti io e dunque io li ho narrati.

Quale narratore per una storia?

Quando dobbiamo scrivere un romanzo o un racconto, dobbiamo anche decidere come narrare la nostra storia. Quale pseudonarratore usare. Voglio chiamarlo così, per rafforzare la mia idea dello scrittore-narratore, quindi lo pseudonarratore è una sorta di maschera indossata dallʼautore per dare un effetto migliore alla sua storia.

Si parla spesso di narratore extradiegetico e così via, ma a me quel “diegetico” non diceva nulla e quindi non ho mai ricordato chi fosse cosa. Lʼetimologia, materia che ho sempre adorato, mi è venuta in aiuto.

La diegesi è il racconto. Ho letto che qualcuno definisce il narratore eterodiegetico e omodiegetico, ma secondo me sono prefissi sbagliati. Non parliamo di sesso, qui, ma di narrazione. Eterodiegetico non significa nulla per me e omodiegetico è anche peggio. Dunque, credo che sia più giusto fare questa distinzione:

  1. Narratore extradiegetico: quindi esterno (extra) alla narrazione (diegesi).
  2. Narratore intradiegetico: quindi interno (intra) alla narrazione (diegesi).
  3. Narratore autodiegetico: quindi è se stesso (auto) che narra (diegesi), ossia è il protagonista a raccontare la storia.

Vi suona giusto? A me sì.

Un salto indietro nel tempo: il “Cʼera una volta”

Come iniziavano le favole di un tempo? Chi narrava quelle storie? Non era forse il narratore onnisciente? Non era una narrazione extradiegetica onnisciente? Certo che lo era.

Anche andando molto indietro nel tempo, alle favole di Esopo e Fedro, erano tutte scritte a quel modo. Prendiamo anche Le mille e una notte. È Sherazad che racconta le storie ogni notte, ma non certo come protagonista, bensì come narratrice onnisciente. Come narratrice extradiegetica onnisciente.

7 vantaggi della narrazione extradiegetica onnisciente

Perché dovrei usare questo tipo di narrazione? Intanto voglio precisare che non ho scritto i miei racconti usando sempre il narratore extradiegetico onnisciente, ho preferito variare, anche se non credo di aver provato tutte le combinazioni possibili del punto di vista.

Tuttavia credo che la narrazione extradiegetica onnisciente porti dei buoni vantaggi allo scrittore, specialmente se è agli inizi.

  1. Piena libertà di narrazione: raccontiamo la storia come vogliamo, siamo i vecchi cantastorie di un tempo, siamo i nonni che raccontano la favola ai nipoti. La storia è là, davanti a noi, e ce la giostriamo come ci pare.
  2. Completo controllo della storia: raccontare in prima persona è molto limitante, perché non possiamo conoscere tutto. Non leggiamo nel pensiero, non sappiamo cosa accade altrove, mentre con la narrazione extradiegetica possiamo mettere in campo un bellʼintreccio, mostrando al lettore cosa avviene in unʼaltra parte della città, in un altro tempo, a un altro personaggio.
  3. Facilità di narrazione: scrivere ci viene più naturale. Quando raccontiamo qualcosa a qualcuno, non usiamo forse questo tipo di narrazione? Siamo onniscienti, anche se non sempre extradiegetici.
  4. Narrazione tradizionale: questo non vuol dire uccidere lʼinnovazione o impedire esperimenti narrativi, ma soltanto che il lettore è abituato a questo tipo di narrazione.
  5. Massima caratterizzazione dei personaggi: proprio perché conosciamo tutto di tutti. Possiamo rappresentare alla perfezione ogni singolo personaggio, mostrare al lettore come la pensa, cosa lo fa stare bene o male.
  6. Eleganza della scrittura: come scrittori possiamo concederci bellezze stilistiche che, secondo me, sono abbastanza limitate con altri tipi di narrazione, possiamo dare tocchi poetici alla nostra scrittura che in una storia narrata in prima persona, per esempio, non sarebbe naturale né credibile.
  7. Ampio distacco dalla storia: non ne facciamo parte, la raccontiamo e basta. Non siamo influenzati dagli eventi, ma siamo noi a crearli. Questo ci permette di dare al lettore un racconto obiettivo e non soggettivo.

Lunga vita al narratore extradiegetico onnisciente

Il romanzo che sto scrivendo è in gran parte una narrazione autodiegetica, ma guardando lʼelenco delle storie che vorrei scrivere mi accorgo che quasi tutte sono pensate per un narratore extradiegetico onnisciente.

E le vostre? Chi racconta le vostre storie? Ripudiate la narrazione extradiegetica onnisciente o vi dà belle sensazioni?

40 Commenti

  1. Ivano Landi
    2 novembre 2015 alle 08:14 Rispondi

    Non ho ancora usato questo punto di vista. Credo che dipenda dal fatto che finora, nel concepire un testo, sono partito dal personaggio anziché dalla storia.

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 11:01 Rispondi

      Io parto sempre dalla storia. Quindi usi sempre la prima persona?

      • Ivano Landi
        2 novembre 2015 alle 15:09 Rispondi

        In genere sì. Ma anche nella blog novel, dove uso la terza, prima ho creato il personaggio di Luisa e solo dopo la storia. Infatti il punto di vista è il suo e della storia noi sappiamo solo quello che filtra attraverso di lei.

  2. Salvatore
    2 novembre 2015 alle 09:25 Rispondi

    Io preferisco la forma della prima persona, mi pare la più naturale e spontanea. La prima persona è quella che utilizziamo solitamente per raccontare a qualcuno quello che c’è capitato durante la giornata. Inoltre permette un’efficiente immedesimazione emotiva tra lettore e personaggio. Detto questo, se dovessi scegliere la terza persona, sceglierei l’onnisciente extradiegetico. Anche questa è una forma naturale di raccontare: la stessa che utilizziamo per raccontare a qualcuno quello che è capitato a una terza persona. Tuttavia, attualmente, la persona più in uso è la terza focalizzata limitata. Anche la terza focalizzata limitata permette un’ottimale immedesimazione emotiva, e permette anche un cambio di punti di vista da capitolo a capitolo che con la prima persona sarebbe più difficile da giustificare. Ultimamente, però, si sta facendo largo un uso misto, variabile della terza persona, dove lo slittamento di punto di vista anche all’interno della terza scena, se suona naturale, non è più un errore.
    Alla fine conta solo una cosa: che il risultato sia naturale e scorrevole.

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 11:04 Rispondi

      Forse perché è propria del parlato. Usiamo la prima per raccontare ciò che è successo a noi, è vero, non cosa è successo agli altri.
      A me la nomenclatura proprio non mi entra in testa… la terza focalizzata limitata dovrei vederla come esempio pratico, altrimenti non capisco cosa sia. Come fa Martin coi suoi fantasy?

      • Salvatore
        2 novembre 2015 alle 15:50 Rispondi

        Non ho letto i romanzi di Martin… o, meglio, ne ho iniziato uno poi ho smesso. È quella che tiene conto solo del punto di vista di un unico personaggio. Quindi, a differenza dell’onnisciente, è molto simile alla prima persona.

  3. monia74
    2 novembre 2015 alle 09:31 Rispondi

    Sono ignorante come una talpa e non conosco i termini che (per fortuna) hai etimologicamente descritto, ma ti posso dire che nelle mie storie voglio che il lettore viva l’attimo in cui le cose accadono e senta gli eventi immerso nella personalità del protagonista. Mi accordo di perdermi un sacco di flessibilità, ma la resa in termini di pathos per me è impagabile.

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 11:05 Rispondi

      Queste emozioni puoi crearle con vari punti di vista. Tu usi la prima persona e al presente?

      • monia74
        2 novembre 2015 alle 11:10 Rispondi

        Esatto. :)
        Forse è solo inesperienza, magari un giorno sperimenterò la terza, ma al momento trovo che sia la forma migliore per il tipo di racconti che scrivo

        • Daniele Imperi
          2 novembre 2015 alle 11:19 Rispondi

          Per me alla fine conta il punto di vista più adatto alla storia. Quello descritto nel post mi piace molto, ma quando inizio a scrivere una storia, so già con quale PdV raccontarla.

  4. Valentina
    2 novembre 2015 alle 11:16 Rispondi

    Ciao Daniele, io sono d’accordo sui limiti della scrittura in prima persona, e anche su quanto (almeno per me) scrivere in terza risulti più facile e naturale. La prima mi viene istintiva, ma la terza mi crea meno problemi mano a mano che vado avanti con la stesura e ho necessità di approfondire situazioni e personaggi. Però penso che non si possa stabilire in maniera così categorica quale forma sia meglio adottare per una storia. Personalmente scelgo sempre a priori il narratore, ma poi spesso, soprattutto se mi sorgono dei dubbi, faccio delle prove. Nel lavoro che sto portando avanti attualmente sono partita direttamente in prima persona. Arrivata a un certo punto, proprio per i limiti che ho riscontrato, ho provato a riscrivere i primi cinque capitoli in terza, e ho confrontato. Alla fine ritengo che la prima, per questo progetto, sia più adatta.
    In generale credo che un punto di forza della prima persona sia l’immedesimazione col personaggio, che certamente si ottiene con qualsiasi tipo di narrazione, ma a me risulta più difficile creare una forte empatia (ammesso che ci riesca) con la terza che non con la prima.

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 11:23 Rispondi

      Ciao Valentina, io decido in base alla storia, finora non ho mai cambiato narratore. Mi viene sempre naturale la scelta. Fai bene a fare le prove, però, se non sei convinta.
      La prima crea più immedesimazione, è vero, perché è come se l’autore raccontasse al lettore ciò che gli capita. Ma ha parecchi limiti. Quindi la scelta per me dipende dalla storia che devo scrivere.

  5. animadicarta
    2 novembre 2015 alle 11:18 Rispondi

    Pensa che io domani parlerò della prima persona… Vabbè, ultimamente sembra che mi metto d’accordo con altri blogger per gli argomenti :)
    Comunque, ho provato a usare questa forma tanti anni fa, anzi diciamo che mi era venuta spontanea. Poi rileggendo dopo un po’ di tempo mi è parso un approccio troppo freddo e ho modificato tutto. Concordo che presenta molti vantaggi, soprattutto per chi scrive la storia. Come lettrice invece non mi piace granché, perché preferisco identificarmi con un personaggio alla volta.

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 11:25 Rispondi

      Bene, così avranno due punti di vista a confronto :)
      Il primo racconto che ho scritto io era invece in prima persona.
      Da lettore mi piacciono entrambi, come mi piace usare entrambi quando scrivo.

  6. nani
    2 novembre 2015 alle 12:45 Rispondi

    Secondo me la cosa e’ un po’ piu’ complicata. A volte e’ la materia che sceglie per te. Alcuni testi funzionano con un tipo di narratore, altri no. Non e’ sempre vero che lo scrittore decide di testa sua.

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 12:47 Rispondi

      Vuoi farla più complicata? :|
      Sì, comunque, è quello che penso anch’io, quando dico che il PdV mi viene naturale quando ho in mente una storia, nel senso che lo scelgo automaticamente in base a quella storia.

      • nani
        2 novembre 2015 alle 14:05 Rispondi

        Sono una femmina, no? Le donne la complicano sempre. :D

  7. Nuccio
    2 novembre 2015 alle 13:16 Rispondi

    Nessuna problema ad assumere qualsiasi punto di vista del narratore che sia intra od extra diegetico. Viene tutto dall’estro del momento.Ciao

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 13:49 Rispondi

      Stesso metodo mio, anche se non so se proprio dovuto all’estro nel mio caso.

  8. Simona C.
    2 novembre 2015 alle 13:56 Rispondi

    Ho usato diversi tipi di narratore a seconda delle occasioni, ma preferisco l’extrablabla onniscente perché mi piace raccontare dall’alto del mio potere sul destino dei personaggi, leggere nel pensiero, spostare lo sguardo del lettore anche lontano dal protagonista, saltare nel tempo e nello spazio senza limiti. Ho usato la prima persona in qualche racconto, ma non saprei sostenerla per un intero romanzo perché non sono abbastanza brava da stare nei limiti, da “colorare senza uscire dalle righe”. :)

    • Daniele Imperi
      2 novembre 2015 alle 14:03 Rispondi

      Non ci avevo pensato, però hai ragione, bisogna riuscire a portare avanti tutta la storia restando nei limiti imposti dalla prima persona. Finora ho solo scritto dei racconti in prima. Il mio romanzo fatto di storie collegate alterna la prima alla terza, ma alla fine è come se scrivessi dei racconti, quindi è più facile.

    • Nuccio
      2 novembre 2015 alle 17:20 Rispondi

      Come Manzoni…!Scherzo.

  9. Tenar
    2 novembre 2015 alle 20:17 Rispondi

    Il narratore onnisciente ha tutti i vantaggi che hai descritto. Io lo uso talvolta nei racconti (Caccia all’orso, nell’ultima antologia Rill ha un narratore onnisciente), ma nelle narrazioni lunghe non lo sento mio. Preferisco la terza limitata o l’io narrante, pur con tutti i vincoli che pone.
    Da lettrice lo apprezzo solo se davvero ben usato, anche qui preferibilmente su storie brevi, racconti o romanzi brevi. Con le debite eccezioni, ovviamente, ci sono libri immortali che non sono neppure pensabili senza narratore onnisciente.

    • Daniele Imperi
      3 novembre 2015 alle 08:10 Rispondi

      La terza limitata la userei cambiando PdV in base al personaggio, come Martin, altrimenti alla fine è limitata quasi quanto la prima.
      Il narratore onnisciente si trova in parecchi romanzi, specialmente nei classici, ma anche in molti romanzi moderni degli anni passati.

  10. Luciano Dal Pont
    2 novembre 2015 alle 21:12 Rispondi

    Il mio primo romanzo è un romanzo breve, con due soli personaggi ,che in realtà è una sorta di favola moderna nella quale ho usato la terza persona in una narrazione extradiegetica onniscente dove però a volte traslo verso il punto di vista dei due personaggi, ora uno e ora l’altro. Il secondo romanzo invece, che sto ancora scrivendo, è un esperimento, anche se forse non del tutto nuovo: parto raccontando in prima persona sulla base di alcuni ricordi di fatti risalenti a quando ero ragazzo, e di mie successive indagini e ricerche su questi stessi fatti compiute molti anni dopo, ormai adulto, nei quali fatti lascio capire di essere stato coinvolto solo marginalmente, poi, proseguendo, piano piano passo alla terza persona e comincio a raccontare a tratti da narratore onniscente e a tratti entrando nel punto di vista dei vari personaggi, per poi tornare qua e là a far sentire la mia voce in prima persona; ovvio che sto cercando di costruire il tutto in modo scorrevole ed elegante e soprattutto credibile, sebbene vi sia una forte componete di paranormale, alternando pagine molto discorsive ad altre invece di pura azione, lasciando al contempo ampio spazio a emozioni forti e a sentimenti e a pulsioni sia positive che negative. Vedremo cosa ne esce, è certamente una cosa del tutto fuori da qualunque schema, ma mi entusiasma molto…

    • Daniele Imperi
      3 novembre 2015 alle 08:12 Rispondi

      Un esperimento del genere – credo anche io non sia del tutto nuovo – è interessante e alla fine ti dà parecchia libertà. Sulla novità o meno, però, c’è da dire che ci sono tanti modi per alternare i PdV, quindi potrebbe essere comunque una novità.

  11. Grilloz
    3 novembre 2015 alle 11:13 Rispondi

    Credo che ogni storia abbia la sua voce narrante e forzarla in una direzione o nell’altra non può che far male alla storia.
    Poi il narratore onnisciente ha i suoi vantaggi, che sono quelli che elenchi, e i suoi svantaggi. Ad esempio ci si immedesima meno nel protagonista, perchè si ha una visione più ampia. Una voce più interna porta a maggiore empatia, in genere.
    Così come ogni storia ha il suo naratore, che non sempre coincide con l’autore. Ad esempio, pensando al primo esempio che mi è venuto in mente per un romanzo con narratore onnisciente, i promessi sposi, ti sei mai chiesto chi sia il narratore? Manzoni dichiara all’inizio di aver trovato un manoscritto secentesco, ma scritto così male che meritava una riscrittura. Chi sia l’autore del manoscritto si intuisce solo alla fine ;) (naturalmente è tutta finzione, ma non è forse finzione la narrativa?).
    E poi il narratore può essere onnisciente anche in prima persona, quando ad esempio il narratore racconta la storia dopo molti anni, quindi ne conosce già gli sviluppi.
    E nel giallo, ad esempio, il narratore onnisciente è un po’ barare. Il giallo è un gioco tra scrittore e lettore, perchè il gioco sia alla pari narratore e lettore devono avere gli stessi indizi. Ovvio che l’autora sappia già chi è l’assassino, ma il narratore no, non sarebbe corretto.

    • Daniele Imperi
      3 novembre 2015 alle 11:48 Rispondi

      Il gioco di Manzoni secondo me dimostra quanto ho detto: è sempre lui il narratore che ha fatto finta di aver trovato un manoscritto :)
      Il narratore onnisciente in prima persona credo di averlo trovato in qualche romanzo di Lansdale.
      Sul giallo hai ragione, e in effetti non tutti i polizieschi si possono definire gialli. Le avventure di Sherlock Holmes sono polizieschi, ma non gialli.

  12. Mara Cristina Dall'Asen
    5 novembre 2015 alle 23:35 Rispondi

    Annoso problema… a chi la faccio dire la storia? Per il primo romanzo in prima persona, anche perchè è quasi un diario, e spazio dal passato (flashback) al presente. Nel secondo romanzo sempre il protagonista che parla in prima persona, ma con delle intrusioni ben evidenziate del narratore esterno. Il terzo che ho appena cominciato penso sarà con il narratore onnisciente perchè la storia è complessa e con parecchi personaggi… ma non sono ancora del tutto certa se sarà l’unica voce. ciao

    • Daniele Imperi
      6 novembre 2015 alle 10:09 Rispondi

      Dipende sempre dal tipo di storia, bisogna mettersi a riflettere su questo, su quale sia il miglior narratore per quel tipo di storia.

  13. FULVIO
    7 novembre 2015 alle 14:50 Rispondi

    Caro Daniele,
    non so se sia giusto o sbagliato utilizzare il narratore onniscente. Posso dire che il mio primo romanzo, che non a caso ancora giace in un cassetto, è stato smontato dal mio editor di allora innanzitutto per questa ragione. Lo ha giudicato uno stile vecchio, ottocentesco, superato. Obiezione di fronte alla quale mi sono sentito atterrato al primo round.

    • Daniele Imperi
      8 novembre 2015 alle 09:26 Rispondi

      Non penso assolutamente che lo stile ottocentesco sia superato. Prova a leggere Jonathan Strange e il signor Norrel di Susanna Clarke e Roderick Duddle di Michele Mari, che sono veri e propri omaggi a quello stile e a quelle storie.

  14. Francy
    25 febbraio 2016 alle 16:47 Rispondi

    Ciao, avevo proprio bisogno di leggere questo post
    Nella testa mi frulla di scrivere un romanzo che narra di tre donne, pensavo in che modo raccontare la storia, se narrarla col punto di vista di ognuna, ma forse verrebbe troppo dispersivo, se, appunto, raccontarla col punto di vista del narratore-onnisciente.
    Tu che mi consigli?

    • Daniele Imperi
      25 febbraio 2016 alle 17:01 Rispondi

      Ciao Francy, benvenuta nel blog.
      Non penso che sia dispersivo raccontare la storia con il punto di vista di ognuna, anzi è una pratica che vedo spesso nei romanzi. Ogni capitolo potresti intitolarlo con il nome della donna, come vedo fare, così per il lettore è immediato sapere chi è la protagonista di quel capitolo.

  15. Francy
    25 febbraio 2016 alle 17:55 Rispondi

    Quindi con un punto di vista soggettivo? oppure ogni capitolo col punto di vista onnisciente?

    • Daniele Imperi
      25 febbraio 2016 alle 18:03 Rispondi

      Ogni capitolo con punto di vista soggettivo.

  16. Francy
    25 febbraio 2016 alle 18:05 Rispondi

    Grazie mille, quindi in prima persona, dici che è meglio?
    davvero grazie

    • Daniele Imperi
      26 febbraio 2016 alle 09:57 Rispondi

      Pensavo intendessi in 3° persona. Ma puoi anche scriverlo in prima, però forse è troppo confusionario per il lettore. Secondo me è meglio la 3° persona se vuoi avere 3 punti di vista diversi.

  17. Frenci
    11 luglio 2016 alle 16:09 Rispondi

    Ciao Daniele io Ho iniziato da poco a scrivere un romanzo che riprende molti eventi realmente accaduti nella Mia vita e per questo sto provando a raccontare rendendo il protagonista onniscente conosce sentimenti di tutti ma si focalizza principalmente nei suoi.pensi possa essere corretto? Grazie per la tua attenzione

    • Daniele Imperi
      11 luglio 2016 alle 16:16 Rispondi

      Ciao Franco, benvenuto nel blog. La storia è raccontata in prima persona? Di solito è normale che il narratore si focalizzi sul protagonista.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.