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Il narratore e l’uso della terza persona

Riflettendo con Guido Morselli

Per dirla in parole povere – si condanna la «pretesa» del narratore di sapere tutto di un altro essere umano, sia pure il personaggio inventato da lui: non solo i fatti suoi segreti, ma le reazioni interne, i pensieri, come il personaggio stesso o meglio ancora. Questo è giudicato un artificio intollerabile. Chi lo adotta è destinato ormai alla illeggibilità, visto che sceglie la implausibilità.

Niente altro.

Diario di Guido Morselli, 9-12 dicembre 1966

Leggendo queste parole di Morselli ho capito quanto siano implausibili i miei racconti scritti in terza persona, dove il narratore figura come un dio onnisciente in grado di vedere nell’animo e nella mente dei suoi personaggi.

Si parla a volte dell’intromissione del narratore nella storia, errore che può capitare quando si scrive. Ma qui, secondo Morselli, i limiti del narratore sono ancor più ristretti. Mi chiedo allora come mostrare al lettore le emozioni di un personaggio, le sue paure e le sue indecisioni, senza scadere nell’implausibilità e, dunque, nell’illeggibilità.

E mentre rifletto su nuove tecniche narrative da adottare – non trucchi, non scappatoie – mi domando quanto ci sia ancora da imparare nella scrittura creativa e nell’arte del narrare, non venendone a capo.

Per dirla in parole povere – come scrisse Morselli – a qualsiasi punto della nostra carriera di scrittori saremo sempre scrittori dilettanti.

15 Commenti

  1. Mila orlando
    25 agosto 2013 alle 09:28 Rispondi

    Ciao Daniele, post molto interessante. Concordo sul fatto che ci siano sempre nuove tecniche da imparare per uno scrittore, ma mi domando come si faccia ad eliminare il narratore in terza persona. Scrivendo tutto in prima persona?

    • Daniele Imperi
      25 agosto 2013 alle 10:38 Rispondi

      Ciao Mila e benvenuta nel blog.

      Non credo che bisogna scrivere in prima persona. Bisogna solo riuscire a dare alla nostra narrazione in terza la massima credibilità.

      Magari in futuro scriverò un post.

  2. Lucia Donati
    25 agosto 2013 alle 11:02 Rispondi

    Mai sentito parlare dei “tulpa”, fantasmi oggettivi creati dalla mente? Ad alcuni scrittori i propri personaggi sono apparsi così reali perché pensati veramente in modo profondo. Consiglio il libro di Amadeus Voldben in cui sono riportati casi di scrittori i cui personaggi sembravano veramente molto reali (I prodigi del pensiero positivo. Il suo potere e la sua azione a distanza. Come aiutare gli altri con il pensiero. Ediz. Mediterranee, 1989, pag. 20).

  3. Salomon Xeno
    25 agosto 2013 alle 11:31 Rispondi

    Ho notato che oggi si tende a considerare la terza persona come qualcosa di scontato (come il passato remoto) e bisogna in qualche modo ricostruirne la credibilità, ad esempio aumentando il focus sui personaggi – mi vengono in mente i PdV di Martin, dove l’intera realtà è filtrata dai personaggi, nonostante sia una terza persona. Un tempo invece si prestava più attenzione agli elementi di cornice e il narratore, anche quando era terzo, era comunque in relazione con la storia. Mi vengono in mente alcuni racconti di Lovecraft in cui la terza persona si risolve, in qualche momento, con un “io”… ed è quindi forse una prima persona camuffata? La storia della letteratura comunque insegna (anche tu ne avevi parlato) che verità, verosimiglianza e credibilità sono tre questioni diverse, e che per essere credibili molto spesso basta essere coerenti e avere ben chiaro cosa si sta raccontando, per esempio prestando attenzione alla differenza tra il fornire un’informazione utile al lettore o scrivere una dissertazione in materia. Questo è un limite sempre presente quando si usa il narratore onnisciente, e quindi non focalizzato su nessun personaggio in particolare.

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 15:12 Rispondi

      Non trovo scontata la terza persona, allora anche la prima dovrebbe esserlo. Non ci sono molte alternative.

      Hai ragione sulla coerenza.

  4. Sam
    25 agosto 2013 alle 17:23 Rispondi

    Ciao :) Interessante argomento.
    Mi permetto di esporre il mio pensiero.
    Intanto, non credo sia un discorso solo di tempo verbale o persona, ma anche di POV. A mio avviso, si può gestire tutto in terza e al passato remoto, ma non col POV onnisciente, bensì sfruttando le sole conoscenze del protagonista (POV filtrato). Magari, senza eccedere in lunghi (e a volte) noiosi dialoghi introspettivi; va bene riversare su carta i dubbi del protagonista, ma quando serve alla trama.
    Ci vuole un giusto compromesso; il problema è trovare le dosi per mostrare (non raccontare) le emozioni. E’ inutile dire che Pino ha paura. Se viene mostrata la scena con le parole giuste si capirà in automatico che Pino ha paura e basterà farlo agire di conseguenza.
    Poi, l’onniscienza spesso viene usata come infodump, che a molti da fastidio, dato che rompe il senso della meraviglia. Come dice Salomon Xeno, bisogna distinguere info utili da dissertazioni superflue. Ma anche in questo caso, con una gestione moderata (magari con dei dialoghi) si possono dare le info necessarie al lettore senza cadere nell’infodump.

    Io sono a una dozzina di manuali, e mi considero cmq all’inizio. Ogni tanto faccio dei tentativi diversi della stessa scena per esercizio. E’ a mio avviso una buona palestra. E ho notato che la stessa scena ma col cambio di POV, ad esempio, cambia tantissimo. Quindi, è bene non fermarsi mai con lo studio e l’esercizio perché con la pratica poi si capiscono le sfumature che si possono dare al proprio lavoro col semplice cambio di POV o di persona o di tempo. ^^

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 17:07 Rispondi

      Giusta osservazione sul POV. Focalizzare tutto sul protagonista può però essere limitativo, perché se c’è intreccio devo spostare il POV su altri personaggi.

  5. Fabrizio Urdis
    25 agosto 2013 alle 21:44 Rispondi

    Argomento interessantissimo e su cui mi sono sempre posto dei dubbi.
    Per quanto mi riguarda bisogna distinguere tra POV e narratore omniscente.
    Utilizzando un POV, che sia prima o terza persona, c’è una questione di coerenza che deve essere rispettata, usando invece il narratore omniscente chi racconta sa tutto, comprese emozioni, pensieri, ect, ect…
    Ho iniziato a scrivere utilizzando la prima persona, perchè nel caso in questione volevo che il lettore percorresse lo stesso “cammino” intrapreso dal protagonista, poi sono passato alla terza persona e poi al narratore omniscente.
    Quest’ultimo è quello che trovo più interessante perchè, malgrado a primo acchito possa sembrare il più semplice, penso sia il più difficile da utilizzare.
    Lo paragono all’uso dell’assurdo, che permette di spaziare in orizzonti mai esplorati con la scusa che quello che si racconta sia paradossale, ma se tutto ciò che mettiamo su carta non è allineato alle regole insensate che abbiamo dato, tutto stona e mette in evidenza la scarsa capacità d’osservazione dello scrittore.
    Allo stesso modo se possiamo descrivere anche i pensieri più intimi dei nostri personaggi, anche ciò che mai si sono sognati di confidare al prete in confessione, allora bisogna essere precisi come dei chirurghi, altrimenti, nostro malgrado, diventeremo ridicoli.

    Grazie per il post :-)

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 17:18 Rispondi

      Grazie a te del commento ;)

      Sul narratore tornerò un giorno con un post.

  6. Francesca
    25 agosto 2013 alle 23:33 Rispondi

    E’ un problema che mi pongo sempre più di frequente, soprattutto nei racconti. La terza persona onnisciente e il tempo passato remoto sono le caratteristiche “classiche” del romanzo occidentale ottocentesco. E credo anche che questa impostazione stia pian piano invecchiando, che non risponda più adeguatamente al punto di vista, al modo di vivere del pubblico contemporaneo. Io tendo a scrivere i racconti in prima persona, perchè mi consente di attingere a piene mani alla soggettività di almeno un personaggio, così da fornire al lettore qualcuno per cui parteggiare. Ma allo stesso modo mi sento prigioniera di quella che sento un po’ come una “scorciatoia per scrittori alle prime armi poco raffinati nell’incanalare le emozioni”. Ultimamente sto prendendo ad esempio Borges, ha una terza persona perforante e per niente artificiosa. Con il mio romanzo invece sto tentando un po’ di sperimentazione, usando il presente e il passato remoto per designare/connotare due luoghi, invece che due tempi diversi…vedremo l’effetto finale :)

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 17:22 Rispondi

      È vero che si tratta di una narrazione vecchia. Fai bene a sperimentare e a provare varie soluzioni. Anche miste nella stessa storia magari.

  7. Katia Anna Calabrò
    26 agosto 2013 alle 18:23 Rispondi

    Io continuo a preferire la terza persona, in una storia.
    Il racconto in prima persona, dove ci sono più personaggi fondamentali alla storia, sbilancia sempre il racconto e la trama. E poi, anche se c’è un io protagonista e narrante, anche lui ci racconterà gli altri in terza persona, solo che lui avrà la prevalenza suglia altri e ci “imporrà” il “suo” punto di vista. Preferisco la terza, sì. :-)

    • Daniele Imperi
      28 agosto 2013 alle 17:25 Rispondi

      Non avevo pensato che con la prima persona gli altri personaggi sono narrati in terza :)

      Io le uso entrambe, secondo la storia.

  8. LiveALive
    26 giugno 2014 alle 14:10 Rispondi

    Daniele, scusa se pesco vecchi post, ma c’è una cosa che mi interessa (chissà, magari ci si può scrivere un post…).

    Ho letto, non ricordo dove, che il narratore, anche quando è onnisciente, va sempre inteso come un personaggio.
    Chiediamoci: c’è davvero differenza tra un narratore che dice “Mario mangia la bistecca”, e Mario che racconta “io mangio la bistecca”? Teoricamente la prima persona dovrebbe essere più vicina al personaggio, ma in realtà qui, in entrambi i casi, abbiamo la sensazione di sentire la storia, di vedere il personaggio da fuori, anche quando parla in prima.

    Ma il punto non è questo. Il punto è che il narratore-Dio non è nella scena, il personaggio sì. …sicuri? Personalmente, non ci vedo alcuna differenza tra Mario seduto sulla panchina e guarda ciò che fa la gente, e il narratore che mi dice ciò che fa la gente.
    La differenza, teoricamente, sta in questo: se c’è Mario, lui sente i rumori, il vento, e comunica ciò che sente in relazione a ciò che vede. La cosa però non mi convince totalmente. Anche il narratore, pure quando onnisciente, ha la sua interiorità. Per le sensazioni, ecco, forse è il motivo principale per favorire l’immersione, ma mi chiedo: se un narratore onnisciente salta di testa in testa a riportare le varie sensazioni, rispetto al riportare le percezioni del singolo personaggio, che differenze ci sono? Forse ci si immerge meglio in un singolo corpo, e le sensazioni di vari corpi non sono altrettanto forti? Non so, su questo lascio una nota alla fine.

    Cosa importante è il gergo. Il narratore in genere si sente con una forma ricca, sconsigliata nella “transparent prose” (orwellian prose?). Però, si consiglia pure di filtrare tutto con la mente del personaggio, e quindi di usare il suo stile. Ma chiediamoci ancora: c’è differenza tra un narratore che usa una forma barocca, e un Marino protagonista del libro che proprio pensa in modo barocco? E c’è differenza tra un narratore barocco, e un finto manoscritto del seicento scritto in maniera barocca? E ancora: c’è differenza tra il descrivere con una prosa barocca un uomo che si lava i denti, e descrivere un salotto francese del seicento? Forse lo stile ha senso solo se giustificato dal contenuto?

    Non so rispondere bene a queste domande perché non trovo riscontri in me dell'”immersione”. Teoricamente, se tutto il libro si ancora ad un personaggio e ci riporta tutte le sue sensazioni e vede tutto con i suoi occhi, dovremmo immergerci meglio in lui, e vivere in modo più intenso la vicenda. Mah. È logico, ma nella mie esperienze, non ho mai “sentito” nulla del genere. Non mi sono mai sentito particolarmente catturato da una tecnica di questo tipo, ma forse sono io che sono un lettore atipico. Per dire: non mi è mai capitato di leggere un libro perché la trama mi paresse interessante, né mentre leggevo mi sono mai particolarmente interessato alla vicenda complessiva, ma sempre e solo all’evento corrente.

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