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Sulle Montagne Nebbiose

Un racconto onirico di 300 parole

Sulle Montagne Nebbiose

I miei piedi affondavano sulla neve opaca che copriva d’un bianco perenne l’antico sentiero, la strada di roccia che portava lassù, sulla cima delle Montagne Nebbiose. Ero in cerca dell’atavica dimora del dio scomparso, figura senza nome che nei villaggi vallivi si menziona appena.

Non trovai immagini né statue né bassorilievi nella Città di Giada, come se persino l’umanità avesse bandito quel dio svanito nel nulla millenni or sono. Quando parlai con il capo d’un villaggio per chiedere informazioni sul percorso da seguire, egli si ritrasse, come impaurito d’un ancestrale timore. Volse lo sguardo verso l’orizzonte, dove la catena delle Montagne Nebbiose si stagliava nella luce spenta del tramonto invernale.

Tentò di dissuadermi, ché la cima era maledetta, vi dimorava qualcosa di così antico e demoniaco che non poteva neanche esser pensato.

Scossi la testa a quelle leggende che consideravo frutto dell’ignoranza popolare e m’incamminai con alcune provviste verso il regno della nebbia e del nulla.

Ancora oggi, dopo tanti anni, mi chiedo il perché di quella scelta insensata. Troppo tardi. Prigioniero nel cuore delle montagne, posso solo aggrapparmi al pensiero e al sogno.

La neve era alta, ma il cammino per nulla faticoso. Impiegai poche ore per raggiungere la vetta e allora vidi.

E seppi.

Fu là che il dio senza nome, bandito dall’Olimpo di quella civiltà, s’era rifugiato. Là era adesso il suo mondo, che avrebbe dovuto restare intonso, proibito a piede umano.

Vidi le immonde creature che sorvegliavano l’ingresso sacro, spaventosi guardiani senza requie, e quando mi voltai per fuggire da quell’incubo inverosimile mi ritrovai circondato da corpi corazzati e fetidi. Più volte lottai contro quella forza sovrumana, ma infine cedetti.

Per un tempo immemorabile rimasi incosciente. Riaprii gli occhi in un limbo di vapore gelido, senza scampo.

E quello fu l’ultimo mio ricordo delle Montagne Nebbiose.

3 Commenti

  1. Romina Tamerici
    3 giugno 2012 alle 12:47 Rispondi

    Bello! Ah, la curiosità, quale sciagura per gli uomini!

  2. Luigi Leonardi
    3 giugno 2012 alle 13:19 Rispondi

    Nei tuoi racconti, Daniele, c’è sempre qualcosa di tenebroso, qualcosa che incombe, qualcosa che l’uomo, nonostante la sua paura atavica dell’ignoto, deve inseguire, deve scoprire, comprendere per un istinto ineluttabile di volontà di conoscenza.
    In questi tuoi racconti colgo quel decadentismo attraverso il quale cerchi come.. una fusione con l’ignoto, col sovrannaturale, quasi se volessi fuggire la mediocre realtà di questo tempo.

  3. Daniele Imperi
    3 giugno 2012 alle 14:54 Rispondi

    @Romina:grazie:)

    @Luigi: questa me la segno e la userò a mo’ di testimonial :D

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