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Come migliorare la scrittura dei dialoghi

Come migliorare la scrittura dei dialoghi

In una storia sappiamo tutti quanto siano importanti i dialoghi fra i personaggi. Ma è davvero così facile farli parlare? In un certo senso siamo tentati a rispondere di sì, perché in fondo noi parliamo tutti i giorni e in diversi contesti: famiglia, amici, lavoro, scuola/università, negozi, ecc.

Eppure, proprio lʼazione che ci riesce così naturale sembra non trovare in forma scritta quella semplicità che possiede invece nella realtà quotidiana.

Leggendo diverse anteprime di libri autopubblicati su Amazon ho visto dialoghi spaventosi. Un autore terminava ogni dialogo con i puntini di sospensione, per esempio, un altro li faceva iniziare quasi tutti con “beh”.

Ma non è detto che tutti i grandi autori sappiano scrivere i dialoghi. Se mi fai usare il congiuntivo a un bambino di tre anni, mi dispiace dirtelo, caro autore famoso e quotato, ma di dialoghi non capisci nulla.

Si può migliorare la scrittura dei dialoghi in un romanzo? Certo, ma è davvero sufficiente lʼesercizio? Non proprio, secondo me, così ho pensato a tre metodi che reputo utili per imparare a scrivere dialoghi.

Leggere (e provare a scrivere) drammi

Finora ho letto soltanto un dramma e anche moderno. Si tratta di Sunset Limited di Cormac McCarthy, venduto come “romanzo in forma di dramma”, ma è un dramma, è strutturato e scritto come un dramma.

In casa ho altri drammi, di Shakespeare per esempio, che non ho mai letto, e di altri autori classici. Questo articolo quindi è anche per me, visto che a letture di drammi sono stato molto scarso.

Cormac McCarthy per molti risulta illeggibile, perché non usa le virgolette nei dialoghi, ma secondo me è bravissimo a scriverli. Voglio farvi leggere un pezzo tratto da Oltre il confine.

Potrebbe spegnere quella roba? disse il ragazzo.
Maledizione, ma quello è un lupo.
Sissignore, una lupa.
Che diavolo.
Il camioncino la spaventa.
Spaventa?
Sissignore.
Ma che ti gira per il cervello? Se si libera dalle corde ti mangia vivo.
Sissignore.
Che cosa ne vuoi fare di quel lupo?
È una femmina.
Cosa?
Una femmina. È una femmina.
Al diavolo, non fa nessuna differenza. Che cosa ne vuoi fare?
La sto preparando per portarla a casa.
A casa?
Sissignore.
Per quale stramaledettissima ragione?
Non può spegnere quella roba?

Non so voi, ma io riesco a vedere quel ragazzo e il tipo nel camioncino che parlano.

Ma lasciamo perdere Cormac McCarthy, stiamo parlando di drammi. Sapete tutti cosa sono. Opere letterarie destinate alla scena teatrale, in cui i dialoghi hanno una funzione dominante. Cʼè la descrizione della scena per ogni atto e ogni tanto, accanto al nome del personaggio, può comparire unʼindicazione dellʼautore. Scene e indicazioni sono scritte in corsivo e rappresentano in pratica il narrato del dramma.

Ne La professione della signora Warren di Bernard Shaw si può leggere, per esempio:

LA SIGNORINA (guardando al di sopra del libro) È questa la villa della signora Alison. (Riprende il suo lavoro).

La descrizione della scena del primo atto è lunga mezza pagina, ma in Candida è lunga addirittura tre. Bernard Shaw sarà una delle mie prossime letture.

Leggere drammi ci fa anche capire il ritmo dei dialoghi. Un dramma è una storia portata avanti, narrata anzi attraverso i dialoghi, quindi, probabilmente, è stato tolto tutto il superfluo. E ciò che resta è la storia dialogata.

Leggere fumetti

Che cosa è un fumetto? Una storia raccontata per immagini. Di solito è questa la definizione che sentiamo. In realtà un fumetto è una storia narrata per immagini e dialoghi (e rare didascalie).

Possiamo azzardarci a dire che un fumetto potrebbe essere un dramma illustrato, perché no? Non esiste descrizione della scena a ogni atto, perché le parole sono affidate alle illustrazioni nelle vignette, e non esistono le indicazioni dellʼautore, perché affidate allʼespressione e alla gestualità dei personaggi.

Tolti i disegni, i fumetti sono storie raccontate attraverso i dialoghi. E non potrebbe essere diversamente, visto che la parola “fumetto” indica il vapore dellʼalito entro cui sono contenute le parole del personaggio.

Leggere fumetti ci porta quindi in un mondo pieno di dialoghi, ma, a differenza del dramma, qui esiste una sintesi maggiore per problemi logistici: allʼinterno di una vignetta devono coesistere disegni e testo, quindi il dialogo deve essere sintetico, minimale, ridotto allo stretto necessario.

Andare al cinema

A me piace andare al cinema, preferisco vedere un film al cinema che in TV. Anche in questo caso possiamo fare una similitudine: cinema e fumetti sono molto simili, un film è una storia narrata per immagini (in movimento) e dialoghi. Raramente cʼè qualche parte narrata. Ma un film è fatto di dialoghi.

Anche qui vorrei bacchettare quei registi che fanno parlare i bambini come dei laureati in lingue classiche con 110 e lode. Io sento come parla la figlia di tre anni di un mio amico: ha un dizionario limitato, tanto per cominciare, non conosce la grammatica, non conosce le coniugazioni dei verbi.

Polemiche a parte, vedere un film ci immerge nei dialoghi ma, a differenza di quanto avviene nella lettura di drammi e fumetti, questa volta sono dialoghi ascoltati, quindi ne possiamo percepire la musicalità.

Si può migliorare la scrittura dei dialoghi?

A me sono venuti in mente questi tre metodi, ma mi piacerebbe conoscerne altri da voi: come pensate di migliorare nellʼuso dei dialoghi?

41 Commenti

  1. LiveALive
    9 giugno 2015 alle 07:48 Rispondi

    Avevo pensato pure io ai drammi. Anche le sceneggiature naturalmente. Non avevo pensato ai fumetti perché è raro trovarne di ben scritti.
    Naturalmente bisogna leggere autori bravi nei dialoghi. Spesso si indica Elmore Leonard. Con gli autori classici bisogna considerare che seguivano spesso estetiche diverse: a loro importava che il dialogo fosse bello, a prescindere dal realismo.
    Non bisogna dimenticare ugualmente che ci sono diversi tipi di dialogo: non deve essere realistico per forza. Stoner, per esempio, usa anche dialoghi “mistici” dove le risposte sono così irreali da creare un effetto straniante che le carica di significato.
    Il difficile però, di norma, è mediare il realismo con la vis richiesta dall’arte. Una idea è sì ascoltare i dialoghi reali, con tutti i loro errori, ma provare a togliere le ridondanze e le risposte “di transazione”.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:37 Rispondi

      Non cono Leonard.
      Vedremo se quando leggerò Stoner troverò anche io quei dialoghi mistici :)
      Penso anche io che bisogna togliere certe ridondanze dai dialoghi reali: un conto è essere realistici e un altro mettere insieme un’accozzaglia di frasi sconnesse.

  2. Michelangelo Granata
    9 giugno 2015 alle 08:12 Rispondi

    Mi puoi fare un esempio semplice di come si scrive un dialogo tra due persone.
    Tipo, domanda e risposta, virgolette, punti, a capo, ecc.
    Ti ringrazio
    Michelangelo

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:41 Rispondi

      Ciao Michelangelo, benvenuto nel blog.
      Per quanto riguarda le virgolette puoi trovare diversi metodi: le caporali (« e »), le virgolette (“ e ”) e il trattino (-).
      Io li rendo così:

      «Che cos’è successo?», le chiesi.
      «I miei», riuscì a dire fra i singhiozzi.
      «Stanno male? Chiamo un’ambulanza?»

  3. Banshee Miller
    9 giugno 2015 alle 08:37 Rispondi

    Il cinema credo sia la scuola migliore. Potrebbe sembrare strano ma i dialoghi di un film sono pur sempre dialoghi scritti, nella sceneggiatura. Tarantino credo sia il massimo, per quel che riguarda i dialoghi. Come scrittori sì, Elmore Leonard se la cava piuttosto bene, ma non dimentichiamo Lansdale, che probabilmente lo supera.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:42 Rispondi

      Sì, sono dialoghi scritti, ma noi possiamo percepirli solo sentendoli. Tarantino è un maestro, come Lansdale.

  4. Fabio Amadei
    9 giugno 2015 alle 08:55 Rispondi

    Trovo molto utile fare una scheda sintetica dei vari personaggi della storia (soprattutto i principali) . Un mio amico scrittore consiglia, nei racconti lunghi, di fare delle note sui protagonisti: come vestono, il loro livello culturale, i tic , le debolezze e i punti di forza ecc. Più si caratterizza l’interprete di turno, più diventa facile farlo parlare con le sue parole che magari ti sorprendono (capisci che non sono le tue parole) ed è a quel punto che il dialogo diventa veritiero e credibile.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:44 Rispondi

      Mi sembra valido come consiglio: in quel modo ottieni una buona caratterizzazione del personaggio, quindi il suo parlato sarà più facilmente individuabile. Bisognerebbe inserire anche la provenienza geografica.

  5. Chiara
    9 giugno 2015 alle 09:04 Rispondi

    Sarò banale come le frasi dei razzisti su facebook, ma il metodo che uso per imparare a scrivere i dialoghi è, semplicemente, scriverne il più possibile!
    Gli strumenti che tu citi sono utilissimi, senza dubbio, ma rimane pur sempre teoria. Solo unendo queste letture/visioni all’esercizio pratico si può maturare la giusta esperienza. :)

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:45 Rispondi

      Sì, l’esercizio aiuta, ovviamente, ma secondo me aiuta se sai come muoverti. Se scrivi tanti dialoghi senza prendere atto di come dovrebbero essere scritti, con il semplice esercizio ci fai poco.

      • Chiara
        9 giugno 2015 alle 14:50 Rispondi

        Beh, certo, ovviamente l’esercizio deve essere “consapevole”: prima si scrive, poi si analizza e si valuta anche tramite un confronto. :)

  6. GiD
    9 giugno 2015 alle 10:14 Rispondi

    Va bene i drammi, va bene i fumetti, va bene pure il cinema, ma non scordiamoci delle serie TV!
    Non so voi, ma io i migliori dialoghi botta/risposta, o anche i migliori monologhi, li ho sempre trovati nelle serie televisive più che nei film.
    Alcune serie sono scritte davvero bene. Tanto per citarne qualcuna, “Una mamma per amica”, “Scrubs” e “Grey’s Anatomy” hanno dialoghi strepitosi.

    Tornando nel mondo della letteratura, il mio autore preferito in tema di dialoghi è Christopher Moore. Riesce a mettere su carta dialoghi che sono allo stesso tempo realistici, brillanti e divertenti. Se non è la perfezione, ci si avvicina parecchio.

    Fonti di ispirazione a parte, l’unica cosa fondamentale per scrivere bene un dialogo è rileggerlo come un dialogo, e non come un testo. A voce alta o nella propria testa, c’è bisogno di recitarlo, di simularlo per capire se suona bene o se suona finto.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:47 Rispondi

      Per cinema intendevo film in genere. Non ho letto Moore.
      Hai ragione a dire che bisogna recitare a voce alta il dialogo. In revisione farò senz’altro così.

  7. enri
    9 giugno 2015 alle 12:38 Rispondi

    I film, il teatro, i telefilm e i fumetti sono arti “visive” e secondo me solo in parte possono essere utili alla scrittura.
    Tra i registi mi viene in mente Terry Gilliam di 12 monkeys e i dialoghi tra lo schizzato Brad Pitt e Bruce Willis. Ho dovuto rivederlo 3 o 4 volte per capirlo appieno. Il ritmo del parlato è difficilmente ripetibile su carta e secondo me la sceneggiatura per un film situazionale, mi viene in mente ora il recente Winter’s sleep, difficilmente potrebbe essere leggibile senza bombole e respiratore. Troppo lunghi i monologhi, troppo serrato il dibattito… risulterebbe certamente stancante (per il lettore, non per il regista).
    Io credo che il dialogo tra i nostri personaggi debba innanzitutto essere sincero e comprensibile. Il modo in cui il nostro amico parla lo caratterizza. Farlo lavorare e parlare sono due attrezzi importanti per formare quel fil rouge telepatico tra scrittore e lettore, di cui la sincerità ne è substrato.
    Anche a me piacciono molto i dialoghi (e non solo) di McCarthy. Il suo stile scarno, sprezzante, acido; l’assenza di punteggiatura e la continuità che ne deriva; il modo in cui li fa dibattere o dialogare… non sai mai se sono fratelli o si stanno per sgozzare a vicenda… ma alla fine ti fa amare anche un mostro, un serial killer… non so come fa… è magico!

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 13:49 Rispondi

      Il fumetto non è solo visiva come arte. Su McCarthy hai ragione: io ho adorato Figlio di Dio, eppure è un necrofilo assassino!

  8. Maria Concetta Manzi
    9 giugno 2015 alle 14:00 Rispondi

    La difficoltà maggiore nella scrittura di un dialogo per me è quella di rendere le espressioni e il linguaggio del corpo dei personaggi. Quando parliamo con qualcuno, spesso ascoltiamo con gli occhi, una comunicazione silente che fa da cornice a quello che ci diciamo in realtà.
    Trovo stucchevole l’uso di espressioni del tipo “Che diavolo!”, per sostituire quelle di uso comune e considerate volgari. Il dialogo per essere credibile, deve essere autentico, scorrevole e se la situazione lo richiede, ci sta anche l’imprecazione!
    Il cinema e le serie tv sono delle ottime palestre per allenarsi a trovare il ritmo nei dialoghi. Una tra le mie preferite, per i dialoghi serrati e mai banali, è ” Brothers & sisters”.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 15:02 Rispondi

      La narrazione che accompagna il dialogo: non è facile, infatti. E non sempre possiamo cavarcella con un semplice “disse” o “rispose”.
      Riguardo all’espressione “Che diavolo” usata in quel romanzo, c’è da dire che il romanzo è ambientato attorno alla Seconda Guerra Mondiale. Chi parla è un anziano, se non ricordo male. I ragazzi invece usano espressioni anche volgari.

  9. Veronica
    9 giugno 2015 alle 15:53 Rispondi

    Rispondo da lettrice, visto che non ho velleità di fare la scrittrice: i dialoghi ben riusciti, secondo me, sono quelli che ben si sposano con il personaggio che parla per cui credo che una cosa importante per scrivere dei dialoghi fatti bene sia, in primis, caratterizzare bene il personaggio anche con le sfumature che non finiranno nella storia e poi cercare di immedesimarsi in lui, provare a pensare che cosa si direbbe e come lo si direbbe se si fosse quella persona. Lo so non è facile, ma nessuno ha mai detto che scrivere lo sia. ;)
    ***
    L’altra cosa che credo sia assolutamente fondamentale è leggere i dialoghi ad alta voce, dando le intonazioni giuste in base alla caratterizzazione del personaggio e cercare di capire come suonano: se sono musicali, se sono in linea con la psicologia e le caratteristiche del personaggio, ecc.
    ***
    Ripeto, sono opinioni da lettrice per cui potrei sbagliarmi alla grande, ma, se dovessi scrivere io un dialogo, probabilmente farei così.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 16:27 Rispondi

      Non sbagli, secondo me, anche altri hanno evidenziato le tue stesse cose.

  10. ulisse di bartolomei
    9 giugno 2015 alle 16:55 Rispondi

    Salve Daniele

    dopo aver letto il tuo articolo, ho avuto la sensazione come se tu fossi andato a scartabellare tra le mie scartoffie. Purtroppo hai (come al solito) ragione e da qualche minuto sto ricontrollando i tre puntini di cui ho un po’ abusato. Indubbiamente si possono evitare, ma in un dialogo dove entrambi gli interlocutori si trovano impreparati nel formulare risposte o pensieri compiuti, i tre puntini appaiono inevitabili per significare, appunto, un impantanamento ponderale, se così si può definire… Che ne pensi?

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 17:10 Rispondi

      A dirti la verità a me non piacciono. Ne tollero una volta in un dialogo, ma vedere botta e risposta terminare con i 3 puntini è veramente brutto.

      • LiveALive
        9 giugno 2015 alle 20:55 Rispondi

        Dai un occhio a una pagina di dialogo de I Vicere di DeRoberto. Poi dimmi XD

        • Daniele Imperi
          10 giugno 2015 alle 07:37 Rispondi

          Visti. Fastidiosissimi e anche inutili per almeno il 90%.
          Però, ancora una volta, metti in mezzo un testo antico. Siamo nel 2015, non più nell’800.

  11. ulisse di bartolomei
    9 giugno 2015 alle 17:30 Rispondi

    bisogna allora confezionare dei dialoghi “all’inglese cinematografico” dove tutte le emozioni vengono “proferite” in una dialettica elegante o aulica. Invece dei tre puntini “perdoni la mia esitazione, in verità mi coglie impreparato, però consiglierei…” e robe analoghe. L’avviluppo discorsivo si amplia inevitabilmente.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 17:32 Rispondi

      Non so, che cosa intendi per “impantanamento ponderale”?

  12. Danilo (IlFabbricanteDiSpade)
    9 giugno 2015 alle 17:50 Rispondi

    Purtroppo non ho particolari suggerimenti, ma ne accolgo volentieri dato che i dialoghi (nella scrittura pura) sono sempre stati il mio punto debole. Curiosamente, in fase di sceneggiatura, sono invece una delle cose che mi riesce meglio. Vacci a capire…

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 18:07 Rispondi

      E allora, quando li scrivi, fai finta che stai sceneggiando :)

  13. ulisse di bartolomei
    9 giugno 2015 alle 18:01 Rispondi

    Impantanamento ponderale nel senso che non ti vengono le parole adeguate. Può essere una difficoltà di pretta perizia dialettica oppure che cerchi delle espressioni “diplomatiche” per una circostanza inusuale e quindi ti servono quei pochi secondi per riflettere.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 18:08 Rispondi

      Ok, ma questo può accadere raramente, no? Comunque sia, io troverei delle alternative, anziché riempire il dialogo di 3 puntini.

  14. Marco
    9 giugno 2015 alle 18:07 Rispondi

    Direi che le serie televisive (e Cormac McCarthy) sono una buona scuola. Qualcuno ha già scritto che occorre leggere ad alta voce: concordo, e non vale solo per i dialoghi, ma un po’ per tutto. I fumetti li ho abbandonati, ma Tex e Zagor erano i miei preferiti (con Topolino). Quando li leggevo non pensavo affatto a scrivere.

    • Daniele Imperi
      9 giugno 2015 alle 18:16 Rispondi

      Anche io ho abbandonato i fumetti, almeno quelli nuovi. Le serie TV americane ok, quelle italiane mi fanno venire l’orticaia.

  15. ulisse di bartolomei
    9 giugno 2015 alle 18:47 Rispondi

    Concordo con le alternative. Anch’io seguo la filmografia angloamericana di qualità per la piacevolezza dei dialoghi. Purtroppo si tende sempre più a italianizzarla con doppiaggi adeguati all’individuo medio (o mediocre), ma quando sono corretti è certamente preferibile al serraglio dialettico italico.

  16. Lisa Agosti
    9 giugno 2015 alle 19:44 Rispondi

    Leggere i dialoghi ad alta voce aiuta a capirne il ritmo e il tono. Di solito li scrivo, li leggo ad alta voce, poi li riscrivo aggiustando l’intonazione. La cosa più difficile per me è far parlare i diversi personaggi con diverse voci e modi di esprimersi, e in questo caso diventa utile pensare a personaggi del cinema. Quando torno in Italia allora farò una scorpacciata di film, ma non doppiati, per carità, da quelli non si può imparare nulla.

    • Daniele Imperi
      10 giugno 2015 alle 07:28 Rispondi

      Questa è una cosa che vorrei in revisione, perché richiede più tempo.
      Anche dare una voce propria ai personaggi è difficile per me, è naturale, si tende a scrivere come se fossimo noi a parlare. Io cerco sempre di figurarmi mentalmente il personaggio.
      Dalle tue parti non trovi nessun film?

  17. Grazia Gironella
    12 giugno 2015 alle 22:31 Rispondi

    Hai citato dei buoni metodi. Anche sviluppare l’attenzione ai dialoghi reali aiuta, e c’è chi recita i propri dialoghi, eventualmente facendosi aiutare da amici. Io uso soprattutto la lettura ad alta voce durante la revisione, che trovo molto utile. In generale comunque sono rilassata nei dialoghi, perché mi piacciono e ho l’impressione di piacere a loro. ;)

    • Daniele Imperi
      13 giugno 2015 alle 09:10 Rispondi

      Farsi aiutare dagli amici può essere una buona idea ma non fa per me. In revisione però li reciterò ad alta voce.

  18. Simona
    14 giugno 2015 alle 11:49 Rispondi

    I dialoghi, come il resto della trama, devono essere credibili nel loro contesto. Un cavaliere medievale non può parlare come il manager di una multinazionale.
    Una nota riguardo i puntini di sospensione (che non sopporto perché “ammosciano” le frasi): è corretto usarli in un dialogo quando un personaggio interrompe l’altro?
    Esempio
    “Ti avevo detto di…”
    “Oh, non ricominciare con questa storia.”

    • Daniele Imperi
      15 giugno 2015 alle 07:28 Rispondi

      Sì, è corretto usarli per interrompere qualcuno che parla. Io ho anche visto usare l’assenza di punteggiatura e ho provato un paio di volte a fare così, ma alla fine non mi convinceva, soprattutto il lettore pensava mancasse qualcosa nel dialogo.

      • Simona
        15 giugno 2015 alle 10:30 Rispondi

        Questo è l’unico caso in cui uso i puntini. Anch’io avevo provato a non mettere nulla, ma er proprio brutto da vedere e bloccava la lettura

  19. Marco Moretti
    27 luglio 2015 alle 14:10 Rispondi

    Avere chiaro il personaggio, visivamente; il suo background, il lavoro che fa, il suo quartiere. Alternare le frasi con le descrizioni dei moviementi: quando scrivi non hai il disegno o le immagini. I film (serie etc ecc) sono utilissimi, visto che sono tutto dialogo. Mi pare possano servire anche a dosare la durata e le pause. E sono d’accordo che una bella storia è resa da bei dialoghi; ricordandosi che quando due persone litigano non parlano come in una conferenza, se parla un ragazzo non si esprime con metafore e cosi’ via. Certe volte mi piace anche leggere a voce alta…anche se l’ideale sarebbe essere in due. L’altro problema mi sembra sia la lunghezza: tra due persone non sempre si parla alternativamente a blocchi interi minuti.

    • Daniele Imperi
      27 luglio 2015 alle 14:58 Rispondi

      Sì, il film anche secondo me è utile per capire quanto debba durare un dialogo. Però ricordiamoci che un film condensa una storia in due ore, mentre nel romanzo è decisamente più lunga.

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