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Migliorare la qualità della scrittura

Migliorare la qualità della scrittura
Scrivere è soprattutto un lavoro di continua correzione

Ho parafrasato un aforisma di Enea Silvio Piccolomini, perché credo che possa adattarsi allo scrittore. Più scrivo e più mi chiedo se sia buono ciò che scrivo, più leggo le mie storie e più mi chiedo se si possano chiamare storie.

È questo continuo mettere in dubbio ogni parola scritta che può migliorare l’intera scrittura.

Una rilettura non basta

Io sono uno di quelli che rilegge e corregge ogni paragrafo e ogni dialogo che scrive. È una specie di mania. Per qualcuno non va fatto, ma ognuno scrive come vuole: a me riesce così.

Quando non so come andare avanti con la storia, allora me la rileggo da capo. E rileggendo capita di aggiustare qualcosa, cambiare una parola, accorgersi di un errore.

Una rilettura non basta mai. Quando impagino il racconto da pubblicare nel blog, per esempio, lo rileggo ancora ed ecco che mi accorgo di altri errori.

Imparare la correzione delle bozze

Nel 2009 ho seguito un corso intensivo sulla correzione di bozze, organizzato dalla Bel-Ami Edizioni. È stato interessante e ho capito che correggere le bozze non significa soltanto sistemare un refuso qui e là, come avevo sempre immaginato.

Non è la stessa cosa dell‘editing, ma è un processo più complesso e completo della semplice ricerca di errori di battitura.

L’avverbio non è mai una soluzione

Giorni fa uno scrittore autopubblicato mi “consiglia” un suo romanzo su Twitter. Così scarico l’anteprima su Amazon, leggo qualche pagina col mio Kindle per pc e scelgo di non comprarlo: era un inno agli avverbi. Ne ho contati perfino quasi 20 in una pagina.

Da quella lettura ho visto che l’avverbio diventava parte integrante dell’azione, come se aggiungere “attentamente”, “stranamente”, “finemente”, ecc. possa migliorare la comprensione dell’evento, dare più forza a un concetto.

10 avverbi in una pagina sono eccessivi. Creano rime involontarie. Non solo, ma rendono la scrittura acerba, amatoriale, proprio perché inserire troppi avverbi è una sorta di trucco, di scorciatoia dello scrittore alle prime armi.

Se provate a leggere quella pagina ad alta voce, sentirete il fastidio di tutte quelle desinenze in “mente” degli avverbi.

Rime e inciampi linguistici

L’avverbio crea rime continue, ne abbiamo appena parlato. Ma la nostra lingua è piena di termini che possono rimare. Le mie frequenti riletture me li fanno notare.

Credo che la rima involontaria vada evitata non solo nella stessa frase e nello stesso periodo, ma anche in periodi vicini. E il motivo è semplice: si sente. La rima ha un tono forte, che prevale sul tono generale della storia.

Rileggendo ciò che abbiamo scritto possiamo capire se la nostra scrittura è musicale oppure se qualche parola crea un ostacolo al flusso di lettura. È sempre una questione di suono, per me: ci sono accostamenti che “stonano”, parole che è meglio non mettere vicine.

La concezione del “self-editing”

Lo scrittore non può essere editor di se stesso, lo sappiamo bene tutti. Noi non siamo obiettivi, non al 100% almeno, ma non per questione di supponenza o superbia, ma perché guardiamo la nostra storia con l’occhio interno.

Un editor è qualcosa in più di un puro occhio esterno che legge il nostro testo. È uno che sa come migliorarne la comunicazione, che sa dove è meglio tagliare e dove invece aggiungere.

Però possiamo fare una cosa per salire di livello come scrittori: possiamo leggere i nostri scritti con tutti i pregiudizi che possiamo trovare, dobbiamo leggerla prevenuti: sappiamo che sarà uno schifo, che ci stiamo facendo un grosso favore leggendola, anziché occupare meglio il tempo.

Io credo che la prospettiva cambi radicalmente. Vi faccio un esempio: avevo iniziato a scrivere un racconto per il blog, l’idea venuta in mente in una delle mie escursioni montane, e alla fine ho lasciato perdere: sono stato prevenuto e non penso di aver sbagliato. Quel racconto non era nulla di che.

L’attenzione al significato delle parole

Voglio iniziare con l’estratto di un racconto che sto finendo e che uscirà martedì prossimo.

«Allora è muto.»

«Può essere.»

«Scrivigli le domande su un pezzo di carta.»

«Cosa?»

«Scrivigliele. Se non sente…»

Non notate nulla di strano? A me, anche dopo qualche lettura, suonava bene. Eppure c’è un errore e grande anche, tant’è che ho cambiato con questa versione:

«Allora è sordo.»

«Può essere.»

«Scrivigli le domande su un pezzo di carta.»

«Cosa?»

«Scrivigliele. Se non sente…»

Non è detto che chi sia muto sia anche sordo. E comunque “muto” è chi non può parlare, non chi non può sentire. Il personaggio in questione non parlava, è vero, ma non sappiamo perché. Scrivergli le domande è la soluzione più adatta, sia che non parli sia che non senta.

Ci sono dettagli che sfuggono, perché noi, anche quando scriviamo, stiamo comunque ragionando in modo “colloquiale”, con una lingua farcita di luoghi comuni e modi di dire che abbiamo acquisito e che ci aiutano a ricordare e a collegare.

Il problema è che quei luoghi comuni non sempre funzionano, non sempre sono corretti.

La lettura a distanza di tempo

Sono in molti a dirlo, ma spesso a noi manca proprio il fattore principale: il tempo. Però rileggere un racconto dopo un mese che l’abbiamo scritto fa emergere tutti i nei di quella storia.

Me ne accorgo quando rileggo i miei racconti dopo mesi e mi chiedo se quella frase non poteva essere scritta in un altro modo, se quell’incipit è forte abbastanza, se la storia non faccia acqua da tutte le parti.

E così ho parafrasato anche Socrate.

Come migliorate la qualità della vostra scrittura? Che consigli potete dare?

35 Commenti

  1. Michele Scarparo
    28 gennaio 2014 alle 08:18 Rispondi

    Completamente d’accordo. A partire dal self-editing. E poi un mea culpa perché sono un lettore troppo veloce: se non l’avessi detto tu, l’errore del “muto” non lo avrei trovato :)
    Una cosa che mi piace molto (e infatti la farò) è la rilettura a distanza di tempo: tra un paio di mesi rileggerò il mio primo romanzo. Sono molto curioso di vedere l’effetto che mi farà dopo che sono stato focalizzato per qualche mese a scriverne un altro *molto* diverso.

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:02 Rispondi

      E tra un paio di mesi troverai parecchie cose che non vanno in quel romanzo :)

  2. Marcello
    28 gennaio 2014 alle 09:46 Rispondi

    Mazza, Dani, ovviamente non l’avevo beccato il “muto” col “sordo”!
    Più leggo i tuoi articoli, più imparo e più mi accorgo di non saper scrivere. E la cosa mi fa piacere. Vuol dire che ho una cifra di roba da imparare.

    Saludos!

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:03 Rispondi

      Grazie, Marcello :)
      Dubitare fa sempre bene, aiuta a migliorare.

  3. Salvatore
    28 gennaio 2014 alle 11:05 Rispondi

    Quoto in toto, in queste cose siamo sempre molto allineati, noto. Tuttavia sottolineo solo un “difetto” che purtroppo riscontro sempre nella mia scrittura – o se preferisci nell’approccio alla scrittura – e che ritengo essere anche abbastanza comune in tutti i novizi: la revisione infinita.

    Si tende infatti a non smettere mai di revisionare il proprio testo. Anzi più lo si rilegge più lo si modifica, e ancora e ancora, come un ossessione.

    Bisognerebbe trovare la giusta misura: avere l’umiltà di riconoscere che la propria scrittura di getto non è il verbo, ma anche la maturità ad un certo punto di fermarsi dal correggere e modificare e lasciare fare a qualcun’altro. Ecco l’importanza dell’editor. :)

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:04 Rispondi

      La revisione infinita è normale, ma credo capiti anche agli scrittori famosi.

      Anzi, proprio su questo aspetto ho in mente un post.

  4. Luciano Dal Pont
    28 gennaio 2014 alle 11:17 Rispondi

    Daniele, pensa che ancora adesso, se rileggo parti del mio romanzo che ormai è già in mano alla casa editrice, che presumibilmente lo starà sottoponendo a editing e che uscirà a marzo, trovo io stesso qualcosa qua e là che potrebbe essere scritto meglio, o semplicemente in modo diverso. E dire che prima di darlo all’editore lo avrò riletto e corretto almeno una decina di volte, sempre distanziate l’una dall’altra come ninimo di qualche giorno ma un paio di volte di una ventina di giorni, ma non solo, io nello scrivere uso questa tecnica: oggi scrivo quello che riesco, quello che posso, che so, diciamo due pagine, ma mai completamente di getto, mi fermo spesso, torno indietro, rileggo il paragrafo, correggo, vado avanti. Okay, mi fermo. Il giorno dopo, quando ricomincio a scrivere, rileggo quello che ho scritto il giorno prima, trovo sempre e comunque qualcosa da correggere, e solo dopo averlo fatto vado avanti, nello stesso modo: mi fermo, torno indietro… e così via, fino alla fine. E quando il romanzo è finito, nuove riletture, nuove correzioni. A voler guardare, un romanzo non sarebbe mai finito se non siamo noi stessi, a un certo punto, a decidere che lo è, che così va bene, che è ora di darsi una mossa e di spedirlo all’editore. Salvo poi, una volta spedito, rileggerlo di nuovo e accorgersi che ci sarebbe ancora qualcosa da migliorare…

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:06 Rispondi

      Ho capito che intendi, è che si ha la tendenza a essere perfezionisti, specialmente se si deve inviare il testo a un editore.

      Ma calcola che, in quel caso, c’è comunque un editor che lo legge e che ti darà consigli.

  5. Enzo
    28 gennaio 2014 alle 12:04 Rispondi

    Sì, condvido entrambi i sugggerimenti.
    Solo una continua pratica può far diventare “uno che scrive” in scrittore.
    In secondo luogo, apprezzo anche la ri-lettura come rimedio. Non tanto per il sinonimo o l’avverbio, quanto per lo spunto alla riflessione di nuove forme da usare.
    Ciao, Enzo

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:06 Rispondi

      Sì, rileggere può farti capire anche come impostare una frase o una situazione in modo diverso.

  6. Grazia
    28 gennaio 2014 alle 12:07 Rispondi

    Condivido tutto e aggiungerei: leggere quello che si è scritto ad alta voce, o almeno a mezza voce, se ci sentiamo troppo scemi a declamare con i familiari che ci guardano basiti. Si scoprono anche errori sfuggiti alla lettura muta, ma soprattutto si individuano le frasi piatte, quelle che girano male, quelle di cui si può fare a meno. Con i romanzi è un discreto impegno, ma io lo trovo molto utile.

    • Enzo
      28 gennaio 2014 alle 12:16 Rispondi

      Grazia,
      tu hai fatto una precisazione che vorrei migliorare.
      Registrare la lettura del proprio racconto e riascoltarla.
      E’ ottimo, no?

      • Grazia
        28 gennaio 2014 alle 13:02 Rispondi

        Credo che così sarebbe ancora più efficace. Unico neo: dovrei stoppare la registrazione un miliardo di volte, perché le imperfezioni (chiamiamole così) sono innumerevoli. Pero però… non è detto che non ci provi. ;)

      • Daniele Imperi
        28 gennaio 2014 alle 14:08 Rispondi

        Ottimo consiglio, questo, sentire la registrazione del proprio racconto: è come se ascoltassimo un audiolibro e lo giudicassimo.

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:07 Rispondi

      La lettura ad alta voce ancora non mi decido a provarla, ma prima o poi lo farò.

  7. Ulisse Di Bartolomei
    28 gennaio 2014 alle 12:26 Rispondi

    Condivido in tutto quest’articolo. Io sono un autodidatta “costretto” ma anche poi innamorato del “fai da té”. Ho appena finito di revisionare parola per parola, alcuni miei testi e ciò che ho trovato è paragonabile al sollevare i tappeti di una casa vetusta. Nel 2004 ebbi un’esperienza “illuminante”. Nel rileggere dei vecchi appunti non riuscivo a capire dov’era il core del messaggio. Dovevo interpretare la mia scrittura! Dopo parecchio scoramento, mi manca cultura classica, pensai (ed era vero, sono un tecnico), mi accorsi che usavo vocaboli con troppi sinonimi e troppi luoghi comuni. Erano passati molti anni e nella mia mente delle preferenze semantiche erano mutate. Decisi di usare soltanto i vocaboli meglio attinenti al fatto da descrivere e che possibilmente non avessero sinonimi. Probabilmente ho “creato” un mio stile. Asettico ma non travisabile. Non uso inglesismi né metalinguaggio né turpiloquio e faccio molta attenzione che la scrittura sia tecnicamente corretta ed efficace per un lettore persino ignaro dell’argomento o di una dialettica insolita. E’ pur vero che un correttore di bozze mi sarebbe stato utile, ma avendo scelto l’autopubblicazione avrei dovuto pagarlo e così ho preferito farlo da me, aiutandomi seguendo siti come questo.

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:10 Rispondi

      Sono molto attento anche io ai luoghi comuni: è facile inserirli, purtroppo.

  8. MikiMoz
    28 gennaio 2014 alle 13:09 Rispondi

    La lettura a distanza di tempo ti fa piombare nella dimensione del “ma davvero ho scritto io questa cosa?? Oo”. Ed è un fatto positivo, perché significa che sei cresciuto.

    Quanto al suono -che ti ho anche retwittato tanto sono d’accordo con vossignoria- anche per me sono importantissimi ritmo e musicalità. La musicalità ovviamente è data dalla lingua (quindi, in una eventuale traduzione magari non funzionerebbe allo stesso modo, e lo so bene avendo fatto esami in merito), il ritmo invece lo impone lo scrittore… e lì, più di ogni altra cosa, è questione di gusti del lettore. Come se si ama il rock o il rap, o il valzer (del moscerino :p)

    Moz-

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:12 Rispondi

      Concordo su musicalità e ritmo. Lo vedo da alcuni autori che leggo: pur sentendo che le frasi suonano bene, non apprezzo magari il ritmo, che fa parte dello stile.

  9. Grazia
    28 gennaio 2014 alle 13:11 Rispondi

    Dimenticavo: nei periodi in cui non sono impegnata in qualche prima stesura mi leggo nuovi manuali di scrittura. I concetti di base si ripetono, ma c’è sempre qualcosa di nuovo, e la ripetizione aiuta ad assimilare i concetti senza applicarli scimmiescamente (piace l’avverbio?).

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 14:12 Rispondi

      Vero, la ripetizione aiuta e trovi sempre qualcosa di nuovo. “Scimmiescamente” in questo caso va bene :)

  10. Tenar
    28 gennaio 2014 alle 15:34 Rispondi

    Concordo in tono con il post. Io rileggo e correggo fino all’ultimo momento utile. Poi, se ho spedito il testo da qualche parte, cerco di dimenticarmene. Se lo rileggessi troverei altri errori e, dato che ormai sarebbe troppo tardi, mi deprimerei e basta.

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2014 alle 16:47 Rispondi

      Hai ragione: alla fine, dopo che l’hai spedito, è meglio dimenticarlo.

  11. Kinsy
    28 gennaio 2014 alle 17:15 Rispondi

    Anch’io quando arrivo ad un punto e non riesco a procedere ritorno indietro a rileggere tutto. Poi capita, però che i finali siano molto più frettolosi di quello che vorrei fossero…
    Per quel che riguarda il dialogo, credevo che il gioco “è muto allo scrivi se non sente” fosse voluto! E non vedevo l’ora di leggere un racconto “strano”…

  12. Cristiano Carli
    29 gennaio 2014 alle 09:50 Rispondi

    Quando non si ha la possibilità di far rileggere le proprie cose a qualcun altro (scelta consigliata), l’alternativa è rileggerle a voce alta, per capire come suonano all’orecchio, oltre che nella nostra mente. Di solito l’orecchio è più obiettivo.

  13. franco battaglia
    30 gennaio 2014 alle 06:40 Rispondi

    Io correggo in continuazione. Trattasi di evoluzione compulsiva. Averti scoperto (grazie a Moz) è un altro passettino (cacofonico come “attimino”, ma adatto alla bidsogna…). Complimenti intanto… ed anche qualche accidenti perché ho capito che mi ruberai un sacco di tempo.. ;)

    • Daniele Imperi
      30 gennaio 2014 alle 08:03 Rispondi

      Ciao Franco, benvenuto nel blog.

      Perché ti ruberò un sacco di tempo? :D
      Magari sarà ben speso ;)

      • franco battaglia
        31 gennaio 2014 alle 04:49 Rispondi

        Era un paradosso – li uso spesso -, ecco, sarà una delle prime volte che mi farò derubare con piacere… ;)

  14. maris
    30 gennaio 2014 alle 16:44 Rispondi

    Ciao Daniele, arrivo anche io dal blog di MikiMoz.
    Io ho due passioni: leggere e scrivere. E infatti leggo appena posso, nei momenti e nei luoghi più impensati, ho un blog che è una sorta di diario-on line da quasi 4 anni e scrivo racconti e poesie.
    Dando già solo una sbirciatina qui da te mi sono venuti dubbi su innumerevoli cose…seguirti mi potrà fare solo bene ;)

    • Daniele Imperi
      30 gennaio 2014 alle 17:43 Rispondi

      Ciao Maris, benvenuta nel blog.

      Grazie per le prossime letture, allora :)

  15. Manuela
    31 gennaio 2014 alle 12:48 Rispondi

    utile e costruttivo quest’articolo. mi permetto di condividerlo su twitter. Anche i blogger devono imparare a scrivere meglio, me compresa!

  16. Patrick
    1 febbraio 2014 alle 14:45 Rispondi

    In realtà l’aforisma con cui inizia il post non è sempre vero. Molti – come probabilmente quello scrittore autopubblicato – non dubitano per nulla e non hanno alcuna umiltà. Scrivere, invece, richiede molto lavoro, molta pazienza e molta voglia di migliorarsi.

    • Daniele Imperi
      1 febbraio 2014 alle 17:53 Rispondi

      Ciao Patrick, benvenuto nel blog.

      Hai ragione: l’aforisma a inizio post era rivolto ai veri scrittori ;)

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