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Il messaggio dello scrittore

Il messaggio dello scrittore

Parecchio tempo fa avevo scritto un post simile, ma era visto dalla parte del lettore: mi chiedevo, appunto, se leggessimo cercando il messaggio lasciato dallo scrittore nella storia. In uno degli ultimi articoli di Appunti a margine si è accennato, anche nei commenti, a questo messaggio: Chiara ha parlato del quinto chakra, la comunicazione:

Penso che ogni romanzo debba veicolare un messaggio che vada oltre l’immediatezza della trama e si leghi alla premessa iniziale.

Riflettere su questo aspetto della scrittura è interessante, ma anche fondamentale, secondo me, perché può farci capire che tipo di scrittori siamo, che cosa cerchiamo nella scrittura e che cosa vogliamo far leggere ai lettori.

Lʼimpossibile dicotomia fra lo scrittore e la sua mentalità

Noi siamo ciò che pensiamo, siamo il modo in cui vediamo il mondo, in cui concepiamo la realtà, in cui giudichiamo tutto ciò che ci circonda. La nostra mentalità influisce sulle nostre azioni, sul nostro modo di vivere, sulle nostre passioni, sulla scelta delle persone che frequentiamo.

La scrittura, come forma espressiva di una persona, non può essere esente dalla mentalità della persona stessa. Il nostro modo di pensare ci condiziona, ma è giusto che sia così.

Per me lʼopera omnia di uno scrittore è la sua filosofia di vita, a prescindere da ciò che abbia scritto e pubblicato. È il suo modo di vedere le cose, di raccontare lʼesistenza, il suo modo di costituire un ordine personale delle cose.

È come se ci dicesse: “Ecco, per me il mondo è questo”.

Messaggi chiari e messaggi nascosti

Talvolta il messaggio lanciato dallo scrittore è evidente, magari il suo romanzo è un attacco diretto, senza mezzi termini, la storia e i suoi personaggi diventano uno strumento nelle mani dello scrittore per lanciare il suo messaggio.

Altre volte non è così limpido quel messaggio, non arriva a tutti. Parlando con unʼamica dellʼultimo Mad Max visto al cinema, lei mi scrisse che il film aveva un “bel messaggio”… che naturalmente io non ho percepito per niente.

Ma molti sostengono che anche la saga di Harry Potter e Il signore degli anelli abbiano questi messaggi, per me inesistenti.

Messaggi o… gusti personali?

Siamo sicuri che si tratti sempre di messaggi lanciati dallʼautore e non di semplici gusti personali? Scrivi ciò che vorresti leggere: se amo leggere storie sugli universi paralleli, mi piacerebbe anche scriverne. Che diavolo di messaggio sto lanciando?

Ok, potrei anche trovarne uno, posso scrivere una storia lanciando un messaggio particolare e usando la realtà alternativa come “scusa”. Ma mi sembra una considerazione troppo azzardata.

I messaggi nelle mie storie

Fra i racconti pubblicati nel blog alcuni hanno un “messaggio”, non ricordo ora se voluto o meno. Comunque rappresentano un mio modo di pensare o una sorta di attacco, anche, a certi sistemi.

Rivedendo quelle storie, su 147 racconti pubblicati soltanto 7 hanno una sorta di messaggio: Lʼordine naturale delle cose, Vita in una bottiglia, Il campo dei dannati, Campagna elettorale, Padrone del mondo, Lo scherzo, Buona caccia. Non arriviamo neanche a un 5%.

Ho dato unʼocchiata anche a 9 romanzi che vorrei scrivere e nessuno ha un messaggio. Sono 5 storie del genere fantastico, due romanzi storici, un noir e uno di avventura.

Questo significa che a me interessa la storia, non necessariamente un messaggio da dare al lettore. Nel caso dovessi pubblicare quei romanzi, sarebbe bello vedere se qualche lettore vi trova un messaggio.

Che cosa comunica lo scrittore?

La scrittura è comunicazione, non dobbiamo mai dimenticarlo. È uno strumento potentissimo che crea un ponte fra noi e il lettore e ci permette di esprimere il nostro sentire, senza filtri e condizionamenti.

Questo è quanto sostiene Chiara nel suo post sui chakra di un romanzo.

Quello che a me non piace di queste affermazioni – che condivido con alcune riserve – è che si potrebbe arrivare a scrivere romanzi con la morale, latente o meno, come le favole di un tempo. Trasformarci tutti in tanti Fedro o Esopo.

Messaggi o meno, io voglio scrivere e raccontare storie che intrattengano, soprattutto, che illustrino realtà che a me piacciono, temi che mi sono cari, mondi in cui vorrei vivere o aver vissuto, luoghi che vorrei esplorare, universi immaginari che mi piace sognare.

Se in tutto questo voi vedete un messaggio, allora quello è il messaggio. Se anche questo significa lanciare un messaggio con la scrittura, allora anche io scrivo lanciando un messaggio.

Altrimenti mi sta bene anche lʼetichetta di scrittore superficiale, commerciale. A me non cambia nulla, il mio unico traguardo è riuscire a finire un romanzo e pubblicarlo.

I vostri messaggi nella scrittura

Ora tocca a voi fare un esame di coscienza sulle storie che avete scritto e su quelle che volete scrivere: quante hanno un messaggio? Quante, soprattutto, sono state pensate partendo con un messaggio ben chiaro in mente?

55 Commenti

  1. Banshee Miller
    29 giugno 2015 alle 07:42 Rispondi

    Non ricordo chi ha detto, a proposito delle sue opere, che sono sempre i lettori/critici a tirare fuori un lago da uno straccio bagnato (Shakespeare? Wild? giuro non ricordo). Più o meno credo che sia così. In alcuni casi l’autore ha in mente un messaggio preciso che vuole lasciare, ma il più delle volte credo siano tutte interpretazioni “inventate” dal lettore.
    Quello che io faccio quando scrivo, e che fanno in molti, è creare personaggi che rispecchino con i loro atteggiamenti, le loro azioni e i loro pensieri, quello che mi piace o che non mi piace, quello che penso, come la vedo su determinati argomenti. Non so questo voglia dire mandare messaggi, però alla fine della storia qualcosa dovrebbe restare.

    • LiveALive
      29 giugno 2015 alle 09:17 Rispondi

      Non vorrei spararla male, ma credo sia stato Asimov.
      Comunque l’interpretazione è una scienza critica, non sono fantasie libere. Questo non vuol dire che ogni interpretazione sia stata pensata dall’autore, ma ci sono criteri storici. Per il resto comunque ti rimando al mio commento XD

      • Banshee Miller
        29 giugno 2015 alle 13:12 Rispondi

        Preso! è Asimov. Era il terzo nome che mi ballava in testa, ma non ho osato. Mi sembrava troppo distante dagli altri due, per poter essere vero, e non volevo far figuracce. Chissà poi come mai avevo in mente proprio quei due…

        • LiveALive
          29 giugno 2015 alle 14:19 Rispondi

          Se Wild è Wilde, be’, perché il 99% delle citazioni qualsiasi vengono attribuite a Shakespeare e Wilde, tanto per. Tanto hanno detto tante di quelle cose che, presa una frase a caso, è molto probabile che uno dei due l’abbia detta. Chi era quello che ha detto qualcosa tipo “qualsiasi cosa possa pensare, so che Shakespeare l’ha già pensata”? (sono abbastanza sicuro che non sia di Shakespeare. Allora è di Wilde). Ecco, allora non è neanche sbagliato.
          (però si capiva che la frase non è nello stile di Shakespeare, no? Non ce lo vedo a dire una cosa così. Wilde, sì, visto che cose simili le ha dette; ma stilisticamente siamo lontani, lui avrebbe cercato qualche paradosso XD)

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 18:48 Rispondi

      Anche secondo me spesso sono i lettori a interpretare le opere, a meno che lo scrittore non abbia esternato il suo messaggio.

  2. barbara
    29 giugno 2015 alle 07:52 Rispondi

    Io credo che uno scrittore non dovrebbe sforzarsi di trovare per forza un messaggio per arricchire la trama della sua storia. Ci sono occasioni in cui questo messaggio si farà sentire spontaneamente e lui se ne renderà conto solo a fine stesura ed altre in cui la storia rimarrà fine a sé stessa. Sia in un caso che nell’altro è probabile che molti lettori trovino comunque fra le righe una specie di codice personale, dipende dalle loro esperienze di vita e da quanto si rispecchiano nell’eroe e nella sua avventura.

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 18:51 Rispondi

      Io penso che, se deve esserci un messaggio, allora deve arrivare prima della storia. Scrivi cioè la storia per diffondere il tuo messaggio.

  3. Gloutchov
    29 giugno 2015 alle 08:26 Rispondi

    Bah… Diciamo che lo scrittore, che lo voglia o no, nei suoi scritti mette il suo modo di pensare. Sia che scriva di vampiri, di mostri, di amori adolescenziali, la narrazione della storia non può che essere pilotata dal bagaglio culturale di chi scrive, e in un qualche modo, dalla sua ideologia. Prendo il caso della Fallaci, se uno legge i suoi romanzi, è evidente che nei primi scritti c’era passione per il mondo islamico. Ricordo bene quanto inshallah, ma anche altri romanzi, descrivessero quel popolo in modo davvero positivo. Poi… dopo l’undici settembre, ecco il fulmine a ciel sereno. La rabbia e l’orgoglio, e i libri successivi… un bel cambio di opinione, davvero!
    Tornando a bomba, io ho probabilmente una risibile esperienza nel campo della scrittura, ma una cosa l’ho notata. Quando ho scritto racconti, o romanzi, in cui volevo veicolare un messaggio, interrogando alcuni lettori a campione (a quei tempi avevo un discreto microscopico seguito) ottenevo risposte curiose, perché ognuno di loro ci trovava cose differenti da quelle a cui io avevo pensato e/o per lo meno mirato.
    E’ stato interessante perché ho capito che, per quanto uno scrittore cerchi di veicolare una sua idea, un suo messaggio, poi il lettore finisce per assimilarlo in base alle proprie predisposizioni, e ciò fa mutare l’insieme, e magari crea un qualcosa di unico e differente.
    Trovo questa cosa molto affascinante… davvero :-)

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 18:55 Rispondi

      È vero che quando scrivi una storia ci metti la tua ideologia, a prescindere dalla storia. Per forza c’è parte di te.
      Curioso davvero che i lettori avessero trovato messaggi diversi. Forse dipende dal tipo di storia o di messaggio.

      • Gloutchov
        30 giugno 2015 alle 09:34 Rispondi

        Immagino che anche il lettore, quando legge, sia condizionato dal suo modo di pensare e di vedere le cose. E’ così che me la sono spiegata :-)

  4. ombretta
    29 giugno 2015 alle 08:38 Rispondi

    Il mio fantasy (in cerca di editore) è partito, come dici tu, dall’immaginaria ambientazione che mi piacerebbe vedere e dai “poteri” che sarebbe utile avere, ma dopo l’incipit è subentrato il messaggio. È stato forte e chiaro fin dalla progettazione del romanzo stesso. Se poi verrà capito o no, è un’altra cosa. Penso che chi scrive una storia metta un po’ di se stesso in tutti, o quasi, i personaggi perché è questo che la rende viva. Da lettrice, invece, quando manca, o non lo percepisco, quello che potrei definire l’elemento vivificatore, un romanzo diventa per me solo un esercizio letterario dell’autore e lo dimentico.

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 18:58 Rispondi

      Il problema secondo me è che potrebbe non essere capito. Io almeno non ho mai trovato messaggi nei libri letti, ma sono un caso a parte :D

  5. Chiara
    29 giugno 2015 alle 08:45 Rispondi

    Ciao Daniele, grazie della citazione! Penso che questo sia un bel post, al quale risponderò con un altro post, in quanto sono sorte nuove riflessioni.

    Credo che quanto scritto sul post dedicato ai chakra sia stato parzialmente frainteso. Io non ho mai detto, nemmeno fra le righe, che lo scrittore debba “cercare un messaggio” da trasmettere già in sede di progettazione, perché spesso emerge spontaneamente nella prima stesura ed è rafforzato in revisione. Tuttavia, ogni storia possiede un interrogativo di base (quello del romanzo in fieri è “una persona che vive in società può essere veramente libera?”) e la risposta è di per sé un messaggio, che non ha niente a che vedere con una morale “fiabesca”.

    Ogni romanzo ha un messaggio implicito (nei gialli per esempio è spesso connesso al movente del delitto) anche se talvolta lo scrittore non ne è consapevole, perché scaturisce quasi inconsciamente dalla sua penna, si lega alle sue convinzioni e alle sue idee. Questo messaggio però è proposto, non imposto. Infatti, come dice Gloutchov, spesso il lettore lo interpreta a modo suo, ed è giusto che sia così. :)

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 19:03 Rispondi

      Facciamo la guerra dei post :)
      Mi riferivo alla parte citata: ogni romanzo deve veicolare un messaggio.
      Quello di cui parli non è un vero messaggio. È solo la storia.

      • Chiara
        30 giugno 2015 alle 08:29 Rispondi

        Sì, però se il quesito di base ha un valore filosofico, psicologico o spirituale, la risposta non può che essere una sorta di messaggio, secondo me. :)
        P.S. Nessuna guerra, solo sana interazione fra bloggers!

        • Daniele Imperi
          30 giugno 2015 alle 08:45 Rispondi

          Sì, in quel caso allora possiamo parlare di messaggio anche secondo me.

  6. LiveALive
    29 giugno 2015 alle 09:16 Rispondi

    Come ti avevo detto una volta, non bisogna mai considerare il “messaggio” qualcosa di separato dall’estetica. è vero che un romanzo deve essere “bello”. è vero che, se non vuole essere insipido e vacuo, deve essere anche “significativo”. Ma il “significativo” è comunque una parte del “bello”, nel senso che ritrovare in un romanzo una alta complessità, più piani di lettura, messaggi nei quali ci si ritrova, è una esperienza estetica positiva.
    Devi considerare inoltre che, riprendendo Aristotele, anche nella storia, come nella Storia, il potenziale non è il reale, se noi dobbiamo far accadere un unico evento, comunque, in realtà, ci sono migliaia di eventi possibili, migliaia di modi di rigirare una trama. Come scegliere? Uno dei criteri sta appunto nel messaggio: cioè giro la trama in modo da sostenere quel che voglio sostenere, coerentemente.
    Riguardo la natura dei messaggi, sì, a volte sono spiattellati direttamente, e questo li rende goffi. Altre volte sono nascosti, ma questo porta un nuovo problema: come faccio a sapere che quel messaggio esiste, e non è una mia invenzione? Naturalmente è una domanda inutile: se un’opera genera quel messaggio, vuol dire che era nella sua potenza; che l’autore l’abbia immaginato, non ha importanza, perché se è per questo l’autore non ha completo controllo neppure sulle emozioni del testo, e l’importante è che il testo possa comunicare in molti modi con molti fruitori, e quali siano esattamente questi modi non è importante (Jeff Koons, Marcel DuChamp, James Joyce, sono tutti artisti che hanno detto di aver creato volontariamente opere senza significato preciso, ma piuttosto opere che devono generare il più alto numero di significati possibili a seconda di chi le osserva). Comunque, dei criteri esistono. Ci sono epoche storiche in cui l’inserimento di un messaggio nascosto è quasi un obbligo (vedi quel che scrive Dante autocommentandosi). Ci sono delle “spie” nell’opera, come puoi vederle nel cinema di Sorrentino, o come puoi vederle in tutti i testi di Calvino e soprattutto Borges. A volte è l’extratesto a rivelarlo (così Joyce ha dichiarato esplicitamente che Ulisse contiene un sacco di trucchi per i critici, così Dante ha dichiarato nelle lettere che ci sono più modi di leggere la sua opera…). In ultimo, per capire quali interpretazioni sono corrette e quali fantasie (perché è prassi critica che il testo abbia interpretazioni infinite ma non illimitate; cioè interpretazioni innumerevoli ma basate su pochi percorsi semantici) serve la coerenza: coerenza tra le parti del testo, con l’immaginario dell’autore, con le altre opere, con le opere che sappiamo che l’autore ha letto; eccetera.
    Detto questo, io credo che comunque una specie di velato messaggio un testo lo lascia sempre. Non un messaggio chiaro, qualcosa come “aboliamo il veleno dell’alcol!”, ma un messaggio più “emotivo”. Ciò che l’opera deve sempre comunicare,infatti, è un’emozione; e questa emozione è generata da un evento, e quindi è in relazione ad esso. Questo è, a ben pensarci, un messaggio, una “morale” immancabile. Questo è ancor più vero se pensiamo che un testo non può non offrire un modo di vedere il mondo (forse generato proprio dalla relazione evento-emozione).

    • Banshee Miller
      29 giugno 2015 alle 13:19 Rispondi

      Più o meno è quello che ha detto io, in modo più succinto e molto meno approfondito, e cioè che l’autore scrive, e il lettore interpreta. Che il lettore segua o meno criteri stabiliti importa poco, perché l’autore potrebbe benissimo non aver seguito proprio nessun criterio.

      • LiveALive
        29 giugno 2015 alle 14:23 Rispondi

        Be’, io intendo che bisogna distinguere comunque un “lettore comune” da uno che vuole fare un commento critico. Nel senso che è giusto che il lettore comune associ le idee come vuole, perché l’artista comunque non ha mai completo controllo su ciò che trasmette. Se uno vuole fare un commento critico, escludendo cioè la sua percezione personale, allora deve andare a scavare un po’, ed esistono dei metodi di lavoro. Non oggettivamente certi, ok, ma comunque “probabilmente veri”.
        (qui ci sarebbe poi un’altra questione, cioè la legittimità di un commento critico: è cioè giusto che il commentatore guidi l’interpretazione del lettore, indicandogli i percorsi semiotici da seguire? è giusto che il commentatore indichi al lettore ciò che è più probabile che l’autore intendesse? Secondo alcuni sì; secondo altri, no)

        • Banshee Miller
          29 giugno 2015 alle 14:43 Rispondi

          Figurati che non ho mai letto nessuna introduzione o prefazione prima del romanzo, proprio per non avere schemi preconfezionati da seguire o anche solo piccole pulci all’orecchio.
          Credo che Daniele nel post parlasse di lettori comuni.

  7. Erin Wings (Irene Sartori)
    29 giugno 2015 alle 10:40 Rispondi

    Io sono una “scrittrice” superficiale e mi va bene così. Se dovessi scervellarmi per trovare un messaggio nei miei scritti, o inserirne uno, non potrei più pensare alla storia. A me è la storia che interessa, poichè, se voglio mandare un messaggio al lettori, scrivo una frase, un pensiero, qualcosa di infinitamente più chiaro, semplice, preciso, che arrivi dritto al punto.
    Per me lo scrittore dovrebbe concentrarsi sulla storia. Se è scritta ed elaborata bene, è probabile che contenga comunque qualche piccolo messaggio, o che tratti temi importanti. E tanto basta, a mio avviso.
    Comunque bell’articolo! molto interessante sicuramente. Ora ho capito davvero il mio punto di vista su questa faccenda dei messaggi. A me non interessano, quando si parla di romanzi.
    Grazie :)

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2015 alle 08:10 Rispondi

      Per me è lo stesso. Meglio concentrarsi sulla storia. O inserire brevi messaggi, ma chiari. Non so se farei una cosa del genere, magari è capitato senza che lo volessi.

  8. Salvatore
    29 giugno 2015 alle 11:31 Rispondi

    Ricordo di aver letto – in On writing – Stephen King suggerire all’aspirante scrittore di non preoccuparsi del “messaggio”, di limitarsi a raccontare una bella storia. Se poi il messaggio c’è lo stesso, dice il King, tanto meglio. Io sono d’accordo, anche perché a cercare di voler inserire volutamente un messaggio si rischia di salire in cattedra e di dare l’impressione di voler fare a tutti i costi la morale al lettore.

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 19:08 Rispondi

      Non ricordo tutto di quel libro ma sono d’accordo. Per me il messaggio o nasce subito o per niente.

  9. Tenar
    29 giugno 2015 alle 12:14 Rispondi

    Ciò che scrivo riflette la mia visione del mondo. Siccome io ho delle idee, ci sono cose della società che apprezzo e non apprezzo, cose che ritengo giuste o sbagliate, tutto ciò, che lo voglia o no, si riverserà su quello che scrivo. Dato che è inevitabile, che almeno sia consapevole.
    Poi ci sono casi in cui io non ho un’idea su un fatto, ne scrivo proprio per indagarlo e magari arrivo a conclusioni che sconcertano in primis me…
    Tornando all’esempio di Mad Max, è chiaro che il regista ha una sua visione del mondo che traspare dalla pellicola (visione che si può apprezzare oppure no, io, ad esempio, ho apprezzato), ma non perde neppure un millisecondo a farti la morale.

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 19:11 Rispondi

      Penso la stessa cosa. È così anche per me. Credo comunque che a me non arrivino proprio i messaggi. Mai percepiti nei libri e nei film :)

  10. Fabio Amadei
    29 giugno 2015 alle 12:46 Rispondi

    Il messaggio può essere un “work in progress” per lo stesso scrittore. Quasi sempre è un moto dell”anima, un qualcosa di inesprimibile e depositato a livello inconscio, nascosto nel profondo. Forse un grido di allarme, una latente insoddisfazione che non si riesce a portar fuori, in maniera chiara e definitiva. Forse sta qui il desiderio dell’autore di scrivere, cercando di far uscire ciò che non è limpido o che magari ci fa soffrire, a doverlo esternare.

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 19:13 Rispondi

      Questa mi sembra una buona interpretazione di messaggio :)

  11. LiveALive
    29 giugno 2015 alle 14:33 Rispondi

    Aggiungo un’altra questione… perché, il messaggio? Cioè: perché si vuole esprimere “qualcosa” tramite un testo letterario e non tramite un saggio?
    è una delle cose di cui si discute di più. Qualche parere che si sente:
    1- il messaggio è il messaggio: che lo si esprima tramite un saggio o tramite un racconto non importa, è una scelta stilistica come un’altra. (obiezione: ma un saggio è chiaro, un testo narrativo va interpretato: se si deve dire qualcosa, perché non dirlo così com’è?)
    2- perché, seguendo Holderlin, seguendo Kundera, ci sono messaggi che solo il testo letterario può esprimere. Questa è anche la mia idea: il saggio cioè (si) esprime (con) significanti, mentre il testo letterario (si) esprime (con) puri significanti. Per dire: non si dà un nome a una condizione familiare, ma la si mostra in atto. Ora, è chiaro che i significanti sono sempre una semplificazione, un “raggruppamento”; quindi la letteratura avrà comunque qualcosa da dire che la pura saggistica non può fare. (Se un saggio usa un esempio narrativo, comunque quel frammento non è saggistica: è normale che esistano forme ibride, come il romanzo-saggio)
    3- perché la narrazione usa mezzi che il saggio normalmente non può usare; il saggio cioè convince con la logica, la narrazione con l’emozione. (obiezione: ma la saggistica, soprattutto estera, usa comunque l’emotività, e non tutte le narrazioni la usano)

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 19:23 Rispondi

      La questione non è perché il messaggio ma se lo scrittore lo lancia o meno. Al tuo primo commento rispondo domani ché è troppo lungo.

      • LiveALive
        29 giugno 2015 alle 19:28 Rispondi

        Errata corrige: il saggio usa significanti, il testo letterario usa significati. (certo le parole sono significanti, ma il modo in cui li usa il testo letterario serve a mostrare significati puri, senza dare un nome a ciò che rappresenta)
        Facciamo un post anche sul perché il messaggio? XD

  12. Luciano Dal Pont
    29 giugno 2015 alle 13:50 Rispondi

    Il mio romanzo d’esordio è stato definito “Una favola moderna sulla forza dei sogni e sulla capacità di non arrendersi” ed era esattamente questo il messaggio che volevo lanciare attraverso questo libro, ce l’avevo già in mente ancor prima di iniziare a scriverlo. Anche il mio secondo romanzo, che sto ultimando, vuole lanciare dei messaggi, anzi, una serie di messaggi a livello psicologico/esistenziale, e anche in questo caso la cosa era largamente premeditata. Invece, per contro, ho iniziato a scrivere un noir che dovrebbe diventare il mio terzo romanzo pubblicato, e che non intende lanciare alcun tipo di messaggio… be’, forse… si, dico forse, perché poi alla fine un messaggio potrebbe trasparire tra le righe… e ho in mente un altro noir che, nel momento in cui l’ho pensato, non aveva insito in se alcun messaggio da lanciare, ma poi, riflettendo sulla possibile trama e sui vari personaggi e i loro comportamenti, in realtà ne trovo diversi, e dire che non ho nemmeno iniziato a scrivere. Ma prima di questo dovrebbe vedere la luce una sorta di dramma psicologico sullo sfondo di un amore gay, e questo conterrà decisi messaggi contro l’omofobia e a favore della libertà sessuale, di cui sono fervente fautore e sostenitore…
    In conclusione, io credo che ogni autore rappresenti un caso a sé, e che non sia possibile stabilire una regola pro o contro i messaggi contenuti nelle storie che si vogliono proporre ai lettori, l’importante è appassionare il lettore, interessarlo, renderlo partecipe, se poi si riesce anche a trasmettere una messaggio o una morale, tanto meglio…

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 19:17 Rispondi

      Nel tuo caso ci sono in partenza. Però a essere sincero a me non piace leggere un libro sapendo che è stato scritto per dare un messaggio. Non so quanto il messaggio possa influire in modo negativo sulla storia.

  13. Ivano Landi
    29 giugno 2015 alle 16:49 Rispondi

    Se devo attribuire un messaggio a quello che scrivo, lo riassumo tutto in questa frase: “Niente è ciò che sembra”.

    • Daniele Imperi
      29 giugno 2015 alle 19:19 Rispondi

      Mi piace e me ne approprio :D

  14. Poli72
    29 giugno 2015 alle 21:18 Rispondi

    Secondo me e’ bello rivelare un messaggio positivo .Non raccontarlo o descriverlo ,ma farlo scaturire fra le righe poco alla volta.
    Certo, obbietterete voi, ci vuol mestiere e tanto ,per far cio’.
    E’ quella componente che una volta finito il libro lascia nella mente del lettore qualcosa di indefinibile che torna a galla anche a distanza di anni e fa ricordare il romanzo.
    il messaggio e’ cosa propria dei grandi scrittori.
    In un romanzo il messaggio non e’ necessario,molte opere di grande successo ad esempio il “Codice da Vinci” ,basano la loro attrattiva principale sul mistero e la rivelazione.Tuttavia una volta letto ,uno se lo scorda velocemente.Ripenso invecie al solito Mccarthy e al suo capolavoro “La strada”.L’amore piu’ forte di ogni cosa che lega il padre a suo figlio trasuda forte e sincero fra le pagine di una storia che tratta di morte, distruzione e disperazione dall’inizio alla fine.Quel messaggio insegna che l’amore vero e sincero e’ il motore che permette di superare ogni avversita’.Una semplicissima verita’ che l’autore non ha mai descritto banalmente ,ma ha avuto la capacita’ di far sentire al lettore attraverso le gesta dei protagonisti.Se un qualsiasi autore riesce nell’ intento di includere nella sua opera un bel messaggio senza cadere in banalita’ ,da’ al suo scritto un valore aggiunto non indifferente.

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2015 alle 08:28 Rispondi

      Senz’altro un messaggio positivo può dare un valore aggiunto all’opera, ma anche uno negativo, secondo me, mostrando appunto i lati sbagliati, secondo l’autore, della società.

      • Poli72
        2 luglio 2015 alle 04:16 Rispondi

        I lati negativi ,Daniele ,della vita ,del mondo e della societa’ li viviamo sulla nostra pelle tutti i giorni. Secondo me un’opera letteraria che voglia piacere al pubblico deve seguire i canoni del cinema ,ovvero il lieto fine .O perlomeno la speranza che le cose migliorino o si aggiustino.Un finale negativo e’ da film horror.Filone attualmente in caduta libera.Nessuno credo vuol evadere mentalmente leggendo libri di un autore che promette finali desolanti ,catastrofici o deprimenti .

        • Daniele Imperi
          2 luglio 2015 alle 08:17 Rispondi

          Non sono d’accordo. Il finale dipende dalla storia, non deve per forza essere lieto, felice, non deve per forza andare tutto bene.

  15. Grazia Gironella
    29 giugno 2015 alle 22:08 Rispondi

    Non c’è niente che io abbia scritto che non contenga un messaggio. Spesso il messaggio l’ho compreso solo alla fine, o rileggendolo in seguito; certe volte mi è venuto in mente subito. Credo che il termine “messaggio” possa essere inteso in diversi modi, e da questo nasca la discussione. Se lo vedi come “la morale”, ti sembra di non inserirlo quasi mai, ma secondo me non è questo. Il messaggio non è solo quello volontario da parte dell’autore, ma anche quello che il lettore deduce dalla storia. Esempio: un ragazzo decide di riportare il fratello sulla retta via. Come finisce? Che muore, ma il fratello inizia a ravvedersi? Messaggio che riceve il lettore: può finire male, ma anche nel male c’è una scintilla di speranza. Finisce che il fratello buono recupera il fratello cattivo? Messaggio che riceve il lettore: se ti impegni al massimo, raggiungerai l’obiettivo. Se il fratello buono si arruola nella gang, il messaggio puoi immaginarlo. C’è sempre un possibile significato, anche quando come autore non lo hai pensato. Di solito questo messaggio involontario rientra nella visione della vita e il mondo da parte dell’autore, ma può capitare che il lettore riceva altro. La storia, una volta uscita dalle tue mani, è tua quanto del lettore, che può leggerci quello che gli aggrada. Dato che è sempre possibile trarre un insegnamento dai fatti narrati, ogni storia contiene uno o più messaggi. Forse non tutti saranno d’accordo, ma io la vedo così.

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2015 alle 08:30 Rispondi

      No, non intendo la morale, ma un pensiero forte dell’autore. Se lo deduce il lettore, allora non è più il messaggio dell’autore.
      Il lettore può ovviamente leggerci quello che vuole, ma io, autore, posso però smentire quella interpretazione.

    • Chiara
      30 giugno 2015 alle 08:31 Rispondi

      Brava, Grazia!!! :)
      è esattamente quello che penso io. Il messaggio non necessariamente coincide con la morale, ma si lega sempre alla premessa ed è intrinseco nell’evoluzione dei fatti.
      Sono pienamente d’accordo con te!

  16. Giorgiana
    30 giugno 2015 alle 11:01 Rispondi

    Ovviamente è impossibile che il mio punto di vista non influenzi quanto scrivo. Ad esempio, il protagonista può essere portatore di certi valori o avere una visione del mondo incompatibili con i miei valore o la mia visione del mondo, ma se non lui sarà un altro personaggio o una precisa situazione a esplicarli. Però tenderei a separare il mero punto di vista personale, da cui è difficile distaccarsi, dal messaggio vero e proprio. Il messaggio è una cosa più intenzionale. Certo, che traspaia o meno, che a un lettore salti subito all’occhio e a un altro lettore no, conta.
    Mettiamo caso che uno scriva la storia di un serial killer, narrata magari in prima persona, un personaggio spietato e brutale: a prescindere da cosa pensa l’autore dell’omicidio, la trama dovrebbe per forza veicolare un messaggio della serie “uccidere è sbagliato” o addirittura “celebrare” degli atti moralmente sbagliati? Personalmente se scrivessi una storia del genere sarei interessata ad analizzare la psicologia del personaggio senza soffermarmi a banalizzare su cosa è giusto e su cosa è sbagliato. Effettivamente però ci sono romanzi che sembrano aggrapparsi a un’idea con tanta insistenza al punto che ti costringe a chiederti: ma qui l’autore sta cercando di dirmi qualcosa? E questo in realtà non vale solo per la letteratura, ma anche per il cinema o le serie tv. In questo ambito ho trovato molte più persone che si ponevano la questione del messaggio lanciato da un film o da un regista. Non so fino a che punto serva scervellarsi, io penso che si tenda sempre un po’ a cercare un perché dietro ogni cosa anche quando non serve.
    Ad esempio, la morte di Voldemort, che ha reso meglio nel film a mio parere, nel libro mi è sembrata fin troppo rapida e poco calcata, perfino poco dignitosa per un personaggio del genere. Un mio amico ha commentato così: “Sì, in effetti anche secondo me è così, ma quello che la Rowling ha voluto trasmettere è la “banalità del male” ” Io non l’ho letta affatto così, ma comunque.. XD

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2015 alle 11:07 Rispondi

      Anche io credo che il messaggio sia intenzionale. Non riuscirei però a creare un protagonista opposto ai miei valori e ideali.
      Per me la storia è solo intrattentimento, nulla più. Quando vado al cinema, non voglio pensare né scervellarmi, ma solo divertirmi. Idem quando leggo: voglio rilassarmi, informarmi, divertirmi. Tanto ho già sperimentato più volte che a me non arrivano messaggi. Ecco perché non capisco mai quando qualcuno mi parla fra le righe.

      • Giorgiana
        30 giugno 2015 alle 11:20 Rispondi

        Io penso sarebbe un buon esercizio scrivere tentando di calarsi nei panni di un personaggio in cui faremmo fatica a immedesimarci (più dal punto di vista umano che della scrittura), forse sarebbe più facile in un racconto breve, dove non devi trascorrere troppo tempo nella testa di suddetta “sgradevole” persona.. purtroppo io ragiono in termini più lunghi e se devo calarmi nei panni di un personaggio per lungo tempo deve per forza essere in pare affine ai miei ideali sennò sai che crisi d’identità! XD
        Io sono cinefila e quando mi butto su film cervellotici è dura uscirne, ma nel cinema diciamo che è più evidente, risulta più facile distinguere tra un film che vuole intenzionalmente trasmettere qualcosa da un film puramente commerciale, nella letteratura secondo me la linea è meno marcata e possono emergere più equivoci.

  17. Federico
    30 giugno 2015 alle 12:55 Rispondi

    Ogni romanzo comunica sempre qualcosa, anche di piccolo, a me; molti lettori potrebbero non ritenersi d’accordo.
    Che sia Fantasy o “rosa”, questo non ha importanza, riesce sempre a donarti un’ emozione particolare. Ognuno ha una storia ben precisa: allora qualcosa “comunica”, ti fa imparare caratteristiche particolari.
    Daniele, spero tu riesca a capire quello che sto dicendo.
    Un messaggio? Un messaggio molto particolare? Be, non è detto… ogni lettore ne potrebbe “trovare” vari, diversi… ne esistono molti, dato che si interpreta a piacere; la mente è fantastica, dato che racchiude le “varie” emozioni che ciascuno di noi prova.
    :)

    • Daniele Imperi
      30 giugno 2015 alle 13:09 Rispondi

      Le emozioni sono una cosa, il messaggio un’altra, però. A me non arrivano mai messaggi, ma le emozioni sì, anche se non sempre.
      Il fatto che i lettori ne trovino diversi è normale, ma era quello il messaggio che voleva dare l’autore?

  18. Federico
    30 giugno 2015 alle 13:14 Rispondi

    Bisognerebbe capire cosa davvero vorrebbe comunicare lo scrittore ;)

  19. Simona
    30 giugno 2015 alle 18:54 Rispondi

    Sono d’accordo con Daniele, un messaggio intenzionale si decide prima di scrivere e ci si costruisce sopra la storia. Per i miei libri di fantasia non l’ho mai fatto, al massimo ci sono scene nelle quali, attraverso personaggi o situazioni, esprimo la mia opinione su qualche argomento. Quando, invece, mi sono cimentata in un libretto autobiografico sui miei viaggi in Indonesia, avevo ben chiaro da subito il messaggio che volevo lanciare al lettore e ho costruito il libro di conseguenza.
    La differenza di approccio e di risultato è evidente leggendo le recensioni: gli articoli (su siti per viaggiatori) che presentavano il mio libro sull’Indonesia si concentravano proprio sul messaggio, mentre quelli che riguardavano le mie storie di fantasia (su siti di letteratura) si soffermavano sullo stile e sulla trama.

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2015 alle 08:06 Rispondi

      Inserire le proprie opinioni attraverso personaggi e situazioni viene spontaneo, secondo me. Io almeno ne trovo spesso, anche nei fumetti ne ho trovate.
      Alla differenza di approccio sulle recensioni non avevo pensato, ma hai ragione, è naturale che sia così, quando il messaggio è appunto forte e evidente.

  20. Marco
    30 giugno 2015 alle 20:18 Rispondi

    Il mio messaggio è di avere compassione delle persone. Non è granché magari, ma cerco almeno di evitare di fare l’esperto o il professorone, come va di moda spesso. Ci riesco? Non lo so, vado avanti comunque.

    • Poli72
      1 luglio 2015 alle 00:00 Rispondi

      Secondo me e’ un gran bel messaggio il tuo.Rimango dell’idea che un messaggio positivo sia lietamente ricordato dal lettore anche in futuro .Un messaggio, invece, desolante e negativo ,sebbene realistico, non mi piace e credo che sarebbe piu’ facilmente dimenticato .Opinione personale ,ovviamente.

    • Daniele Imperi
      1 luglio 2015 alle 08:07 Rispondi

      In tutte le storie che scrivi c’è quel messaggio?

  21. Lisa Agosti
    4 luglio 2015 alle 16:21 Rispondi

    Il messaggio nelle mie storie non manca e si capisce bene, fin dalle prime pagine. Se però dovessi esprimerlo a parole non riuscirei a farlo con una frase concisa e definitiva. Se ne coglie il pieno significato solo tramite l’evoluzione dei personaggi, o così mi è stato detto da una beta-reader. Forse questo deriva dal fatto che è un messaggio anti-convenzionale rispetto a quello classico che di solito si trova nella letteratura dedicata alle donne trentenni.
    (Vediamo se oggi il commento andrà di nuovo in moderazione o se finalmente ho imparato la lezione!)

    • Daniele Imperi
      6 luglio 2015 alle 07:37 Rispondi

      Messaggio anti-convenzionale? Però se si capisce dalle prime pagine, allora perché il pieno significato si svela soltanto dopo parecchie, con l’evoluzione dei personaggi? Quindi in pratica quasi alla fine della storia.

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