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Come Cormac McCarthy cambia l’aspetto della scrittura

Cormac McCarthyCormac McCarthy scrive a modo suo. D’accordo, ogni scrittore ha il suo stile personale, ma McCarthy ha cambiato l’aspetto della scrittura, trasformandola in un materiale fluido che scorre sulle pagine.

Padrone assoluto della parola, con un’ampia proprietà di linguaggio, McCarthy sin dal suo primo romanzo, Il guardiano del frutteto (The Orchard Keeper, 1965), ha imposto i suoi canoni di scrittura, mantenendoli inalterati nel corso della sua carriera letteraria.

No all’uso delle virgolette nei dialoghi

Ho già scritto del perché Cormac McCarthy non usa le virgolette nei dialoghi e qui lo ripeto: per non bloccare la pagina, come se le virgolette fossero di impedimento alla lettura, una sorta di ostacolo.

Ed ecco che le sue storie sono un semplice susseguirsi di parole e frasi, sono storie che devono essere lette. Forse è anche questo il motivo di questa sua particolarità nella scrittura.

Se proviamo a leggere ad alta voce un suo romanzo, per chi ascolta non cambia nulla. Virgolette o meno, la storia scorre senza intoppi di alcun tipo.

Il corsivo come parte integrante del testo

Cormac McCarthy fa un ampio uso del corsivo, che di solito viene inserito nel testo per dare enfasi a una parola, evidenziare un termine straniero, rendere il pensiero di un personaggio.

McCarthy lo usa anche per creare uno stacco nella narrazione, per suggerire al lettore che quel brano, quel capitolo sono sì parte della storia, ma seguono un percorso differente, sono quasi un’introduzione itinerante ad altri personaggi che troveranno più avanti la loro collocazione nelle vicende narrate.

È questo il caso del romanzo Il buio fuori, in cui lo scrittore ha narrato le gesta di alcuni personaggi, in quel contesto tre delinquenti, in capitoli a sé e totalmente in corsivo. Sappiamo subito che quel corsivo non è un ricordo né un pensiero.

Quei capitoli, fra l’altro brevissimi, anche lunghi appena mezza pagina, sottolineano il mistero che aleggia attorno a quella triade di criminali. Il corsivo acuisce il carattere ombroso, cupo, a mezza tinta, possiamo dire, di quella parte della narrazione.

Nel romanzo Il guardiano del frutteto i ricordi dei personaggi, resi in corsivo, si integrano nella narrazione senza soluzione di continuità, rendendo la lettura ancor più scorrevole. McCarthy non ama comunicare direttamente al lettore la presenza di un ricordo, preferisce mostrarlo.

Notate l’eleganza e la fluidità di questo brano, tratto dal III capitolo del libro, pagine 145 e 146:

Gli parve che il moncherino di dito nella scarpa sinistra fosse particolarmente sensibile, e ricordò ancora una volta i fari della lancia che scorrevano sui pilastri del ponte, l’occhio vitreo e accecante del riflettore che lo individuò, in piedi sul ponte di prua sotto un baldacchino di mangrovie, con il piede puntato contro la galloccia e la fune dell’ancora in mano. […]

Il ricordo comincia da “i fari” e viene scritto in corsivo. Sì, il lettore sa che si tratta di un ricordo, ma non ha interruzioni nella lettura e il corsivo rende l’atmosfera della scena ancor più reale.

La stessa atmosfera si respira anche prima, a pagina 47:

Ora, passandole accanto, si ricordò che stava risalendo dalla valletta con il secchio in mano, quando un bambino e una bambina, entrambi più bassi della sua cintura, avevano superato la curva. […]

Passiamo a quest’altro brano, nella pagina seguente, la 147:

Là dove un tempo sorgeva la locanda, l’atmosfera carnevalesca con le poche macchine allineate lungo la strada sotto la cappa di calore tremolante, e tutto intorno gli uomini che si passavano l’ultima bottiglia, chiacchierando tranquillamente, adesso, con le facce accaldate e gioviali. […]

Il ricordo viene suggerito al lettore da un avverbio di tempo. In quel punto sorgeva un tempo una locanda ed ecco che il lettore compie, grazie al corsivo, un salto indietro nel tempo e può figurarsi l’ambiente di quel periodo e ciò che lo caratterizzava.

Spazio a reietti, poveri, sbandati

I personaggi di Cormac McCarthy non sono mai gente irraggiungibile. Sono persone che nel corso della nostra vita possiamo incontrare più volte.

McCarthy dà spazio alla classe più umile del suo paese, riuscendo a coglierne gli aspetti più intimi e a rendere le personalità dei suoi personaggi realistiche, vivide, credibili. Come un attento osservatore che scruti nel profondo dell’animo umano e poi metta tutto per iscritto.

Nel suo capolavoro La strada – anche se ogni romanzo che ho letto di McCarthy mi è sembrato un capolavoro – i protagonisti erano un padre e un bambino che vagavano in un mondo apocalittico. In Sunset Limited ci sono due uomini qualunque, ne Il guardiano del frutteto c’è gente povera che sbarca il lunario, la stessa che più o meno ritroviamo ne Il buio fuori. In Figlio di Dio, come dice lo stesso autore, c’è nient’altro che un figlio di Dio come voi.

Gente comune, sbandati, reietti, criminali anche, e della peggiore fama. La parte più bassa dell’umanità, senz’altro, ma la parte che nasconde il vero volto del genere umano, quello capace di scioccare, il più tremendo, che rende le storie di McCarthy uniche e indimenticabili.

7 Commenti

  1. ferruccio
    12 ottobre 2011 alle 11:49 Rispondi

    Bel post Daniele:-)

  2. Luca bcw
    12 ottobre 2011 alle 12:08 Rispondi

    Gulp… per riportare i pensieri mi comporto come Lui… e non me n’ero mai accorto… ;-)

  3. Daniele Imperi
    12 ottobre 2011 alle 12:10 Rispondi

    @Ferruccio: grazie :)

    @Luca: io sto cominciando, mi sembra proprio un bel modo per esprimere i pensieri.

  4. Luca bcw
    12 ottobre 2011 alle 12:16 Rispondi

    Chi è Luigi? :o

  5. Daniele Imperi
    12 ottobre 2011 alle 12:18 Rispondi

    Ops, corretto :)

  6. Paola P
    12 ottobre 2011 alle 15:12 Rispondi

    Come al solito, senza sapere nulla di McCarty, sto scrivendo anche io un romanzo dove i dialoghi non sono introdotti da virgolette e i ricordi sono scritti in corsivo. Mannaggia a Jung e al suo pensiero collettivo. Non mi crederà mai nessuno che è farina del mio sacco, accidenti :(

    Dany, te l’ho fatto leggere? Si intitola Colla…

  7. Daniele Imperi
    12 ottobre 2011 alle 15:29 Rispondi

    @Paola: no, non l’ho letto mi sa :)

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