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Il manoscritto nel cassetto fa la muffa

Questo è un guest post scritto da Salvatore Anfuso.

… quando finire un libro non è facile come cominciarlo

Ci siamo passati tutti. A tutti è capitato di riporre il proprio manoscritto in un cassetto. Non è per farlo stagionare che lo piazziamo lì. Non è neanche per attendere un riscontro da un editore. È per dimenticarlo. Lo vogliamo dimenticare perché non riusciamo a terminarlo. Questo è un dato di fatto, quanti di voi non trovano riscontro in queste parole posso tranquillamente smettere di leggere adesso. Per tutti gli altri invece c’è una domanda a cui dare una risposta: perché?

Come iniziamo non è come finiamo

“Io sono io, diamine!” È questa la spinta con cui iniziamo a scrivere ogni manoscritto. Si chiama: ego. L’ego è quel fuoco nel petto, all’altezza del cuore, che sussurra parole dolci alle nostre orecchie. Non so cosa dica alle vostre, alle mie dice: “Questa è una dannatissima idea geniale! Solo tu puoi scriverla nel modo giusto. Ci sono forse altri che sanno scrivere bene quanto te?”.

Ok, lo ammetto, ho un ego sproporzionato. Alla fine del post ne distribuisco tocchetti omaggio a chiunque ritenga di averne bisogno. Ma se siete aspiranti scribacchini come lo sono io, be’, allora non mentite: avete un ego sproporzionato anche voi. È un male?

Benché le motivazioni per iniziare non siano sempre quelle corrette, o le più oneste, c’è di buono che danno una gran spinta. Io le prime trenta pagine le brucio. Nel senso che le scrivo tanto velocemente da vedere le fiamme levarsi. Poi il fuoco si trasforma in brace e la brace, prima o poi, si spegne.

Il segreto di un buon barbecue

Il segreto di un buon barbecue non è la fiammata iniziale, quella che vi serve ad accendere il fuoco, ma la brace. La brace deve essere calda, ma non eccessivamente. Soprattutto, deve durare a lungo. Più a lungo dura la brace, più carne riuscite a cucinare. È un dato di fatto.

Come fare a tenerla calda e costante per un tempo lungo? Se lo sapessi avrei forse scritto questo post? No. Starei scrivendo il mio ottavo libro invece. Ottavo, sì. Perché tanti sono i manoscritti che ho iniziato e mai concluso. Sono tutti finiti in quel cassetto e inizia a essere affollato. Soprattutto, inizio a essere stufo.

Ho conosciuto un uomo un giorno. Lavora in Ferrari e scrive da Dio. Ormai ha una certa età, ma a suo tempo ha tentato anche lui. Ha vinto pure un concorso, uno di quelli importanti, patrocinato da Stefano Benni. Io ho letto qualche suo racconto. Lasciano a bocca aperta. Nonostante questo, non lo troverete in libreria. Perché? Perché inizia e non finisce nessun romanzo. Viene quasi da pensare che sia un male comune.

Mal comune non fa mezzo gaudio

Ci passiamo tutti. Alcuni non riusciranno mai a superare questo impasse. Dovrei sentirmi meglio per questo? Non vi sentite a posto con la vostra coscienza se guardandovi attorno ne vedete molti come voi? Io no. Mi fa solo più male. Soprattutto mi viene da chiedermi: perché?

Ho chiesto in giro. Ho coinvolto altri aspiranti scrittori. Perfino qualcuno che uno o due libri li ha scritti davvero. Le risposte, però, non sono arrivate. Qualcuno, i più tecnici o quelli fissati con la disciplina, mi ha suggerito di cambiare tecnica. Di fare una scaletta. Di preparare tutto prima in modo tale che quando si inizia a scrivere devi fare solo quello. Risultati? Sempre gli stessi.

Qualcun altro ha detto che l’idea che sta alla base non è buona. Oppure che non sono pronto io a scrivere un libro. O, ancora, che l’ispirazione non va cercata; se impieghi dieci anni a scrivere un libro non c’è nulla di male. Anzi, è addirittura meglio. Sapete cosa penso di tutte queste chiacchiere? Sì, lo sapete, ma lo dico lo stesso: tutte cavolate!

Non è il metodo a fare un libro

Conoscete forse qualche scrittore, tra quelli famosi, che usano la stessa identica tecnica di qualcun altro? Io no. Lasciate perdere quello che scrivono nei loro manuali. Servono solo a vendere libri e a gonfiare miti. Non importa il metodo. Nessuno usa lo stesso. Preferite scrivere la notte e dormire di giorno? Bevete il latte prima di iniziare? Fate venti flessioni a ogni capoverso? Perché queste cose dovrebbero incidere sul riuscire a concludere un progetto?

Forse c’è un metodo che può indicarvi come scrivere un incipit da urlo. Forse. Non credo però che esista alcuna tecnica che vi possa aiutare a tenere accesa la brace. Vi svelo un segreto: la brace brucia se lo desiderate. Ci state credendo davvero in quel dannato manoscritto? Perché avete iniziato a scriverlo? Per farvi dire bravo? Anche fosse, è un’ottima motivazione, ma dovete crederci. Smettete quindi di ascoltare tutti quelli che vi dicono (o scrivono) che l’editoria fa schifo, o che gli italiani non leggono, o che il talento in Italia non è premiato. Questi non sono problemi vostri. Non ora, almeno.

Iniziate invece ad ascoltare chi vi dice: scrivi bene, dovresti continuare. Oppure, credici perché solo così si realizzano i sogni. Credere nei sogni li fa realizzare! Ascoltate un idiota. E lasciate perdere i geni. I guru. Quelli che sanno tutto, ma non combinano mai nulla.

La domanda è perché

Resta una domanda a cui dare una risposta: perché? Perché non ci riuscite? Perché la brace si spegne? Perché non finite quello che iniziate? La risposta è: perché avete paura! Paura, sì. Vi sembra banale?

Una volta ho fatto un corso da venditore. Sì, sono un venditore. Uno di quelli che potreste trovare sul vostro pianerottolo a vendervi enciclopedie. Solo che io sono bravo e vendo sogni. Perché ogni oggetto, ogni progetto, ogni servizio, è un sogno. La soddisfazione di una necessità tanto desiderata. In quel corso dicevano che la motivazione principale per cui un venditore non vende è la paura di avere successo.

Lo desiderate, ma allo stesso tempo lo temete. Quindi: avete paura. Non ci sono scappatoie. Il motivo è tutto qui. Altrimenti davvero non riuscireste a finire un libro? Quante parole avete scritto nella vostra vita? E quante ne avete lette? A sufficienza per scriverne decine di libri, ne sono sicuro. Non è la stessa cosa, certo, ma alla fine non è neanche tanto diverso. Se non concludete non è per mancanza di idee, altrimenti non iniziereste nemmeno. Non è perché non sapete scrivere, questo non è un problema vostro, ma del lettore. Non è neanche perché non avete tempo, avete il tempo di leggere questo post ad esempio. Allora usatelo meglio e scrivete.

Il motivo è solo la paura. La paura di avere successo. A causa di questa paura, rinunciate in partenza. Certo, la spinta è talmente forte da farvi cominciare, ma poi la paura vi ferma la mano. Smettete di avere paura allora. Smettete di preoccuparvene. L’unica cosa che conta è la storia che avete in mente e il piacere che provate a scriverla. Tutto il resto, non conta un (*censurato*)!

Perché la paura non fa paura

Non è della paura di avere successo che avete paura? E allora di cosa? Cosa ferma la vostra mano? Cosa vi impedisce di terminare quello che cominciate? Ditelo voi, vi ascolto.

Il guestblogger

Vendo sogni, ma vorrei scrivere certezze. Leggo da prima di avere imparato a farlo e scrivo da molto, molto tempo. Sto lavorando al mio ottavo romanzo, quello buono. Solo che gli altri sette non li ho mai conclusi. Questa potrebbe essere la volta buona, ne sono quasi sicuro. Restate in campana dunque, non si sa mai. Nel frattempo vi invito a leggere i miei post, sul mio blog, e i miei racconti. Alcuni hanno vinto qualche concorso, qui e là. Soprattutto, sono convinto di una cosa, una sola: Credere nei sogni li fa realizzare!

77 Commenti

  1. Fabio Amadei
    25 agosto 2014 alle 08:50 Rispondi

    Ah, mi ci sono riconosciuto con tutte le scarpe. E’ proprio la paura che ti blocca, che non ti fa più scrivere e frena le tue idee e ti prende il panico e smetti di scrivere o provare a scrivere.
    Per la cronaca, anch’io faccio il venditore.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 09:00 Rispondi

      Ciao Fabio, grazie per aver commentato. Se ci riesci, come vinci la paura?

  2. Chiara
    25 agosto 2014 alle 08:59 Rispondi

    Prima ancora che tu rispondessi alla domanda “perché?”, avevo già tratto la medesima conclusione: è la paura a fregarci, perché siamo chiusi dentro un’ideale zona di comfort fatta di mediocrità, e ciò che può esserci ad di fuori ci spaventa.
    Io stessa più volte ho rischiato di mollare per paura. Non tanto del successo, quanto della fatica. Perché 10 ore al giorno trascorse fuori casa possono essere veramente alienanti, ci si ritrova a scrivere la sera, quando le energie mancano e tutto langue. Arrivata il 7 agosto in uno stato psicofisico pietoso, mi sono chiesta più volte chi me lo faccia fare di scrivere un libro, curare un blog e tutto ciò che ne compete.
    Ma credo in questo sogno. Portarlo avanti non è soltanto un obiettivo, ma una necessità spirituale profondissima. Non voglio vivere condannata alla mediocrità, né sprecare quello che riconosco come un dono bellissimo.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 09:05 Rispondi

      Ciao Chiara, grazie per aver commentato. La paura della mediocrità può essere un’ottima spinta a terminare il manoscritto. Devo dire che anch’io ho la tua stessa spinta.
      Anch’io lavoro dieci ore al giorno e scrivo la notte. Ho una compagna che asseconda i miei desideri e si fa da parte per lasciarmi scrivere e questo mi uccide, perché tutto il tempo che passo chiuso in cucina a lavorare al mio manoscritto è tempo che sottraggo a lei.
      Sono motivi validi per impegnarsi a finire? Forse sì, ma anche così non basta. Non basta mai.

      • Chiara
        25 agosto 2014 alle 12:21 Rispondi

        Una persona mediocre, in fondo, è solo quella che rinuncia ad esprimere sé stessa.
        Pertanto, vive un’esistenza limitata ed infelice.

  3. Tenar
    25 agosto 2014 alle 09:21 Rispondi

    Quello che dici è vero. Tuttavia un metodo aiuta. Attenzione, non un metodo pre confezionato, ma uno su misura per noi, che funzioni per noi. Come il famoso “metodo di studio” c’è chi ripete ad alta voce, chi fa schemi, chi registra le lezioni, chi studia di notte e chi all’alba, non importa. Basta trovare quell’insieme di abitudini che ci rassicuri e ci aiuti ad andare avanti. A me rassicura la scaletta. Se la storia fila non c’è nessun problema a cambiarla e deviare, ma se non fila è la mia corda di salvataggio. So cosa deve accadere dopo e posso comunque scrivere il capitolo successivo, magari non in modo “ispirato”, ma dignitoso. Per tornare indietro e cambiare c’è sempre tempo, ma intanto mi sono sbloccata.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 10:10 Rispondi

      Ciao Tenar, grazie per il tuo commento. Sì, ne sono convinto, un metodo aiuta a scrivere. Forse non ad arrivare alla fine, ma a scrivere sicuramente. Io un tempo scrivevo di getto. Adesso mi aiuto con una scaletta e trovo che sia molto più facile non perdersi fra le righe. Poi ognuno ha il proprio, come dici tu. :)

    • Chiara
      25 agosto 2014 alle 12:22 Rispondi

      Sono d’accordo con te. Un metodo ci vuole, ma non deve essere standardizzato. Io credo di dover ancora potenziare il mio. Ciò che mi aiuta di più, però, è la visualizzazione: mi immagino il personaggio, l’ambientazione, quello che fa, tutti i dettagli che lo circondano. Basta una decina di minuti, e poi filo come un treno :)

  4. Nani
    25 agosto 2014 alle 09:23 Rispondi

    Se posso essere onesta, io credo poco a questa cosa della paura. Soprattutto se e’ la paura del successo.
    Posso capire Chiara, anche se io la chiamerei piu’ stanchezza che paura, ma paura del successo…
    A volte si accantona un libro solo perche’ ci si rende conto piu’ o meno consciamente che non funziona.
    E poi sono davvero convinta che solo le persone capaci di autoimporsi una disciplina ferrea riescano a portare a termine un progetto cosi’ complesso come puo’ essere la scrittura di un romanzo.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 10:16 Rispondi

      Ciao Nani, grazie per aver commentato. Il punto è riuscire ad arrivare alla fine, ma se il manoscritto non lo finisci come puoi sapere che non funziona? Non credo che lo si accantoni per questo. Forse è solo più facile pensarlo. :)
      Sicuramente hai ragione a dire che ci vuole molta disciplina.

      • Nani
        25 agosto 2014 alle 10:45 Rispondi

        Beh, no, non credo che devi finirla, la storia, per vedere se funziona. Anni e anni fa avevo anch’io velleita’ di scrittrice. Avevo una storia niente male tra le mani (quando scopri storie di quel genere le riconosci, non c’e’ niente da fare). Tentai un’approccio e per qualche tempo, come dici tu, il tutto correva da se’. Poi ad un tratto il blocco. Il cassetto. La fine. E nonostante non riuscissi a togliermela dalla testa, quella storia, non c’era nulla da fare: non funzionava.
        Solo di recente ho capito il perche’. Non so nemmeno come ha fatto a scattare la consapevolezza, ma e’ li’: se voglio che funzioni, devo stravolgere tutto e ricominciare da capo, altrimenti non c’e’ modo che si lasci portare a termine.
        In un certo senso, la mia storia e’ fortunata, se davvero avro’ tempo da dedicarle (e di sicuro non bastano i cinque min che dedico alla lettura del post di giornata), vedra’ compimento. Ma di certo, se non mi fosse saltata in mente la “ristrutturazione” cosi’ da sola e per caso, io, a quel romanzo, non ci avrei piu’ messo mano per il resto della mia vita: non funzionava.

        Ps: quando scrivo, anche solo i miei post, raramente faccio scalette dettagliate. La mia scrittura e’ anarchica, anche se cerco di costringerla, mi sfugge sempre dalle mani. Chiaro sintomo di mancanza di disciplina. Per questo non credo che riusciro’ mai a scrivere davvero.

        • Nani
          25 agosto 2014 alle 10:48 Rispondi

          Si’, state tranquilli, lo so che “un’approccio” non si scrive. E’ scappato da solo! :D

          • Salvatore
            25 agosto 2014 alle 10:54

            Sarà stato anarchico anche lui. :)

            Adesso però mi hai messo la curiosità addosso, mi devi assolutamente dire cosa c’era che non andava! Non per forza raccontandomi la tua idea, ma per grandi linee. Non posso più vivere senza saperlo. O.O

            P.S. quindi quando lo finisci questo manoscritto, sta facendo la muffa lo sai sì?

    • Chiara
      25 agosto 2014 alle 14:46 Rispondi

      Non sono d’accordo, se non in parte.
      Una disciplina ferrea non può sostituire la creatività: siamo artisti, non impiegati. Personalmente, tutte le volte che ho cercato di “timbrare il cartellino” ho partorito brani stanchi e senz’anima.
      Certo, un minimo di costanza ci vuole: io stessa cerco di fare un pochino ogni giorno per mandare avanti il mio romanzo. Se non si tratta di scrivere, lavoro sulle idee e sui personaggi. Ma questa non deve essere un’imposizione, altrimenti non faccio più nulla.
      Poi, ovviamente, è soggettivo. Questa cosa riguarda ME, ma le mie parole non vogliono avere pretesa universale :)

      La paura del successo esiste: se le persone se ne rendessero conto, tutti i problemi sarebbero risolti. Si tratta di un timore sotterraneo ed inconscio…

      … nel mio caso, comunque, c’era anche tanta stanchezza!

      Un saluto

      • Salvatore
        25 agosto 2014 alle 14:54 Rispondi

        Esiste, eccome. Non solo, è pure una delle paure più sordine e difficili da affrontare. Perché si può anche accettare l’idea di aver paura di NON essere all’altezza, ma accettare l’idea di aver paura di esserlo (all’altezza) proprio no. E’ un fatto di orgoglio. ;)

        • Nani
          25 agosto 2014 alle 15:26 Rispondi

          Mah, onestamente non credo di capirla, questa paura. E’ legata all’insicurezza?

          • Salvatore
            25 agosto 2014 alle 15:31

            Difficile da spiegare. Ci provo. Mettiamo che desideri davvero qualcosa, ma che temi di non poterla avere. Allora preferisci rinunciare in partenza piuttosto di scoprire che, sì, davvero non potevi. In un certo senso non avere l’oggetto del proprio desiderio per rinuncia personale piuttosto che perché non ne sei realmente all’altezza, fa meno male. E’ meno doloroso. Quindi rinunciare a concludere il manoscritto è un modo per proteggersi dallo scoprire che proprio non sai scrivere. :P E succede sopprattuto a chi ci tiene davvero molto, eh. Non pensare.

          • Chiara
            25 agosto 2014 alle 16:17

            Salvatore ha già parzialmente risposto, ma io penso che ci sia anche una paura legata alla necessità di CAMBIARE ciò che ci fa sentire al sicuro.
            Prendiamo me, ad esempio: ho ricominciato da poco a scrivere un romanzo e ho dovuto affrontare tantissimi mostri. La stanchezza di cui parlavo prima è uno di questi. La necessità di guardarmi dentro per capire meglio quali fossero i miei demoni anche: tutto ciò che scriviamo, in fondo, ci appartiene, nasce dal nostro inconscio. Poi c’è l’ansia di non farcela, di non essere all’altezza, di svelarmi troppo attraverso alcuni personaggi ed alcune situazioni…
            Quando noi scriviamo un romanzo facciamo un vero e proprio viaggio dell’eroe, non dissimile da quello del protagonista. Abbiamo un obiettivo, incontriamo degli ostacoli, litighiamo con noi stessi. Chi di noi è davvero in grado di accettare tutto ciò? Scivoloni, cadute, rifiuti…
            E se poi il libro è concluso, se un successo anche minimo arriva, ci sono altri cambiamenti. Il contatto con il pubblico, che a molti scrittori, schivi per natura, fa paura. E anche l’idea che, una volta centrata la meta, si brancolerà nel buio.

  5. Fabio Amadei
    25 agosto 2014 alle 09:45 Rispondi

    Quando si parla di paura, almeno per me, e’ la paura di non farcela, di non essere all’altezza del compito che si è prefissati.
    Quando la storia non “tira”, i personaggi risultano banali e l’ispirazione viene meno, ti blocchi e forse sarebbe bene cancellare tutto e ricominciare daccapo. L’importante è superare il momento difficile e farsi un bagno d’umiltà e riprendere con uno spirito diverso.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 10:25 Rispondi

      Anche questa è paura del successo. Se dovessi farcela finiresti per smentire quello che pensi da tanto tempo, cioè di non farcela, di non essere all’altezza. Ma il punto è: sei tu che devi dire a te stesso se ne sei all’altezza o sono i tuoi lettori a doverlo fare? Io credo che il compito si uno scrittore sia scrivere. Il compito dei lettori leggere e giudicare il risultato. Ognuno faccia il suo.

  6. LiveALive
    25 agosto 2014 alle 09:46 Rispondi

    Quella nell’immagine è una lettera in quattro pagine di Emily Austin Perry scritta al marito. Quella è la fine della quarta pagina, integrata il 21 giugno (le prime tre dovrebbero essere del 17).

    In questo periodo ho pensato alla possibilità di riprendere un mio vecchio testo, quello immenso su Luigi XVI che non ho mai completato perché troppo lungo.
    In sostanza, credo che l’unico metodo per finire davvero un romanzo di ampio respiro è costringersi a scrivere “alcune parole” ogni giorno. Dico alcune parole perché nel mondo ideale lo scrittore riesce a scrivere 2000 parole ogni giorno, ma la verità che alcune volte non va e basta, e allora l’importante è scriverne anche solo un centinaio, solo per fare un passettino in avanti. Per esperienza so che se ti fermi per un periodo poi non riprendi più…

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 10:20 Rispondi

      Ciao Live, grazie per il tuo commento. Pensa che io ho incontrato gente che sosteneva esattamente l’opposto: costringersi a scrivere ogni giorno è la morte dell’ispirazione.
      Alla fine non credo che esista una soluzione valida per tutti e, sempre allo stesso tempo, non credo che il metodo centri nulla con il riuscire a finire un manoscritto. Bisogna solo essere convinti e crederci. Alla fine è tutto molto semplice: se è questo che vuoi fare, allora lo fai! Altrimenti fai altro… ;)

      P.S. io ho fatto altro per dieci anni, ricordi? :P

  7. Moonshade
    25 agosto 2014 alle 11:51 Rispondi

    Ciau! Grazie del post!
    Penso che in realtà ognuno ha la “propria” scrittura, e quindi ognuno dovrebbe prima idearsi il suo metodo per approcciarsi ad essa. Tutti i manuali, i “io faccio così” degli autori più affermati non dovrebbero essere un ‘si fa così’, ma quanto più presi come una vaga indicazione rassicurante su “ehi, capita anche a me questo e quel problema / mania”.
    Personalmente posso solo dire che sono riuscita a finire il mio manoscrittino solo perché avevo una consegna, quindi una data di scadenza. Probabilmente è questo che mi ha frenato per moltissimo tempo – e frena moltissime persone: scrivere è un lavoro privato, quindi non abbiamo un capo o un direttore fino a che non invieremo il manoscritto e qualcuno lo accetterà. Non è la paura, è solo il fatto che nessuno ci corre dietro.
    Tuttavia mi è anche capitato di osservare che il lavoro può non procedere per pigrizia, perché si è più affezionati all’eterna frase “sto scrivendo un libro…”; il manoscritto resta incompiuto perché non si ha la voglia, non si legge abbastanza, oppure, è solo troppo ‘grande’.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 12:39 Rispondi

      Ciao Moonshade, grazie per il tuo commento. Molto interessante davvero, infatti hai sottolineato un paio di cose alle quali non ho accennato per non trasformare un post in un libro. Cosa, tra l’altro, che mi avrebbe impedito di terminarlo. ;)
      Vero, pigrizia, scadenze, boss con la frusta in mano, o loro mancanza, abitudine, sono tutte attitudini che ci impedisco (quasi a tutti) di terminare il manoscritto. Ma cos’è una scadenza se non una paura? Una paura positiva in questo caso. Forse ci stai suggerendo che bisogna averne di paura invece? :)

      • Moonshade
        25 agosto 2014 alle 16:08 Rispondi

        Io di solito scrivo post gargantueschi quindi siamo stati fortunati °^° ! Comunque, la scadenza fa sempre paura {sarà per questo che gli inglesi l’hanno chiamata ‘DEADline’?}, e il non averla magari ti fa sentire un po’ il capo di te stess* per i tempi, i modi e il linguaggio che si usa, ma fino a quel momento è tutta roba che capisci solo tu che ci stai lavorando, mentre al contrario dovrebbe essere qualcosa che chiunque può leggere e capire. La “consegna” non dovrebbe far paura solo perché devi presentare il lavoro finito -io parto avvantaggiata: vivo di consegne, per questo è diventato il mio metodo-, ma anche perché deve essere comprensibile, quindi ci dovrebbe essere il doppio lavoro: controllo di quello che si sta facendo + lavoro fisico {tempo passato a scrivere}, forse è anche rendersi conto lentamente di questa cosa che spesso lascia il manoscritto nel cassetto, perché è il manoscritto stesso che comincia a far paura all’autor*. Sento spesso anche il “ci ho provato ma non son buono”. Fino a che non si finisce – non ci si obbliga a farlo- non si può davvero sapere, e nessuno lo finirà al nostro posto.
        Il finale, il successo, nessuno mi capirà sono cose troppo astratte per farmi paura, perché l’unica cosa che temo è di lasciarli incompiuti oppure di inserire cose che poi non riesco a risolvere nel plot.

  8. Giordano
    25 agosto 2014 alle 12:12 Rispondi

    Io su questo fenomeno del romanzo nel cassetto mi sono fatto un paio di idee, avendo provato sulla mia pelle le stesse gioie e dolori descritte in questo post.
    E ho concluso alcune cose:

    1) Il più delle volte quello che abbiamo in testa non è una storia, bensì *una scena* della storia. Una scena avvincente, sexy, ma pur sempre un frammento. Un frammento che può andare bene per un racconto.
    Affinché questo “frammento” diventi un romanzo, è necessario inserirlo in una trama convincente. E sottolineo “convincente”: dopo una settimana o un mese deve continuare a esserlo.
    Io da qualche tempo lavoro sempre innanzitutto sulla trama e cerco di renderla sensata e plausibile, trattenendo l’eccitazione iniziale.

    2) Volere scrivere un romanzo vincente è come volere diventare un atleta vincente: non ci si può improvvisare.
    Certo, la natura può averci dato delle doti innate che ci faciliteranno il lavoro, tuttavia quasi sempre la regola delle 10.000 ore non sbaglia (vedi http://bit.ly/1vecAgd ).
    Per diventare un campione bisogna investire tempo, crederci, sudare, piangere sopra al manoscritto se necessario.
    Soprattutto, bisogna imparare a capire quando vale la pena investire su qualcosa o quando stiamo sbagliando. Su 10 storie fantastiche ricaveremo magari solo 3 trame credibili e se ci va bene solo 1 di esse avrà un qualche potenziale.
    Leggevo che la Rowling stessa (vedi qui http://bit.ly/1tAD3BD ) ha dovuto lavorare moltissimo per sviluppare e sistemare la sua storia. In alcune interviste spiegava inoltre come avesse scritto scene fini a se stesse dove provava i dialoghi tra Ron e Harry o tra altri personaggi, così, giusto per capire se tutto filasse o meno.

    3) Se si scrive con in testa fama e soldi, è dura arrivare alla fine del progetto. Bisogna puntare a scrivere un buon libro che piaccia a noi e magari pure a qualche amico.
    Qualsiasi cosa venga dopo è un plus ma bisogna tenere a mente che le statistiche non sono favorevoli, uno su mille (o milione) ce la fa.
    E difficilmente si diventa ricchi/benestanti (o ci si riesce a mantenere) con il primo libro, comunque vada ci vorrà tempo.

    • Salvatore
      1 settembre 2014 alle 09:23 Rispondi

      Ciao Giordano, scusami se non ti ho risposto subito. Semplicemente non ho visto il tuo commento. Ti rispondo adesso. Quello che dici è molto razionale e sono giunto io stesso alle stesse conclusioni. Infatti oggi lavoro su una scaletta prima di iniziare a scrivere. L’ho fatto per il mio secondo manoscritto (quello buono…), ad esempio. Sicuramente hai ragione che non bisogna scrivere avendo in mente fama e soldi. Sono le motivazioni sbagliate. Grazie per aver commentato.

  9. franco zoccheddu
    25 agosto 2014 alle 12:43 Rispondi

    La paura di finire: assolutamente d’accordo con te!
    Poi però, pensandoci, mi viene in mente che questa paura ha una sua strana struttura, è come se vivesse. Mi spiego: un giorno c’è, un altro va via e ti senti onnipotente, un altro ancora sei lì nel mezzo con la mente che ti spinge ma il cuore che ti frena. Voglio dire: la paura di terminare è molto complessa a articolata, è un amico-nemico che ora ti butta a terra ora ti fa chiedere se ha senso arrendersi per così poco.
    E’ una brutta faccenda che ognuno di noi deve prima o poi affrontare. Forse non tutti vinceremo questa battaglia, ma vale la pena affrontarla.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 13:07 Rispondi

      Ciao Franco, grazie per il commento. La paura è onnipresente, ma l’autostima ti fa fare su e giù. Teniamola su. ;)

  10. Grazia Gironella
    25 agosto 2014 alle 13:03 Rispondi

    Non la vedo proprio così. Credo che la prima causa sia una mancanza di convinzione nata dalla paura dell’insuccesso, piuttosto che del successo. Non credi davvero di poter scrivere qualcosa di buono, pensi che probabilmente stai solo perdendo il tuo tempo, perciò non porti termine niente.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 13:09 Rispondi

      Ciao Graziella, grazie per il tuo commento. Le paure sono cose strane, si comportano come nella box (dice Clint Eastwood) agendo al contrario. Se hai paura di non essere all’altezza non inizi nemmeno. Invece qual’è la paura che ti fa iniziare, ma non terminare?

      • Salvatore
        25 agosto 2014 alle 13:10 Rispondi

        Strafalcione: qual è…

        • LiveALive
          25 agosto 2014 alle 13:47 Rispondi

          Se lo consideri troncamento (cioè ha esistenza autonoma, come è nella convenzione attuale), già, ma puoi anche fare come Saviano e continuare con l’apostrofo. In fondo anche Collodi, che piace tanto a Daniele, lo considerava elisione, e dunque metteva l’apostrofo.

          • Salvatore
            25 agosto 2014 alle 14:02

            Molto carina, grazie Live. :)

      • Grazia Gironella
        25 agosto 2014 alle 15:09 Rispondi

        Non dico che la paura del successo non esista, però di solito quando si inizia a scrivere c’è un entusiasmo, una spinta che ti fa sentire un dio (per me almeno è stato così). Poi arriva qualche intoppo o qualche rifiuto, dubbi e pigrizia avanzano, e allora ti domandi: ma sarò in grado? E lì forse molli, o forse no.Credo che comunque ognuno abbia i suoi babau personali, perciò non è detto che i miei siano quelli di tutti.

        • Salvatore
          25 agosto 2014 alle 15:13 Rispondi

          No certo, ma credo ci sia un “atteggiamento” di fondo che accomuna tutti. Mi devo scusare con te, perché ti ho chiamata Graziella. Sono dislessico e ho unito il tuo nome al tuo cognome… :P
          Carino il tuo blog, mi sono fatto un giro! ;)

          • Grazia Gironella
            25 agosto 2014 alle 15:40

            Non ti dico quanto sia frequente il nesso Grazia Gironella = Graziella… Grazie per la visita al blog, spero di risentirti.

  11. Max
    25 agosto 2014 alle 13:32 Rispondi

    Tutto molto vero, ma aggiungo che il metodo esiste, poi uno può personalizzarselo e adattarselo. Io di libri ne ho scritti e ne scrivo. Tutte le volte che mi trovo nella situazione di mettere in pausa un progetto è essenzialmente per due motivi:
    1) non ho creato una mappa accurata dei contenuti. Come deve svilupparsi il lavoro, le fasi cruciali e, soprattutto, la fine.
    2) non mi sono dato una scadenza da rispettare per la prima stesura

    L’ispirazione è la fiamma ardente di cui parlavi nel post mentre se riesci a domare ispirazione ed entusiasmo canalizzandoli con un metodo e con un po’ di disciplina, allora scrivere diventa un’attività a cui dedichi spazi e tempi precisi. Per me essere in balia della buona idea è una questione di umore e non posso aspettare di avere l’umore giusto per finire un libro. Mi devo porre degli obbiettivi e aggiustare il tiro strada facendo, se occorre.
    Ma il binario occorre.
    È una direzione da seguire.
    Proprio come in una storia.
    Poi vendere è un’altra storia ancora ;-)

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 21:09 Rispondi

      Ciao Max, grazie per il tuo commento e la tua testimonianza. Il metodo mi piacerebbe impararlo, anche se temo di non esserne tagliato. Però, leggendoti, ragionavo sul fatto che, forse, se sei riuscito a concludere dei progetti è possibile che tu di paure non ne abbia. Al di là del metodo, intendo. :)

      • Max
        25 agosto 2014 alle 23:54 Rispondi

        Grazie a te per l’apertura. In effetti la paura non la calcolo, se non quella di scrivere delle cose che mi sembrano banali (e lo faccio in continuazione).
        Sono più dominato dall’entusiasmo e dalla voglia di arrivare all’ultima riga per consegnare il lavoro. Che sia un articolo, un post o un libro.
        Mi motiva vedere quel traguardo: la pubblicazione, ovvero il dare in mano il mio lavoro al pubblico.
        A ben pensarci…… Un po’ di paura di non piacere la conservo sempre… Ma forse è un bene, proprio per quell’ego di cui parlavi tu, almeno ci si può ridiscutere ed essere critici rileggendosi.
        In fondo tutti noi sappiamo quali sono i punti deboli di quello che scriviamo, no?
        Allora tanto vale usare la consapevolezza della debolezza per diventare forti ;-)

        • Salvatore
          26 agosto 2014 alle 09:37 Rispondi

          Posso chiederti una cosa Max? Anche tu lavori con le scadenze? Nel senso che hai una data che non puoi sforare per consegnare i tuoi lavori. Solo una curosità personale…

  12. Luciano Dal Pont
    25 agosto 2014 alle 13:58 Rispondi

    Ciao Salvatore, a leggere questo tuo post mi sembra di leggere quello che io stesso scrivo, quello che io stesso penso. Concordo e sottoscrivo dalla prima all’ultima parola. E, come ho scritto altre volte qui sul blog di Daniele (ciao Daniele, ogni tanto mi rifaccio vivo, ma anche quando non commento ti seguo sempre :-) ) io non ho mai sofferto di nessuna delle classiche paure dello scrittore. E dico davvero. Sarà che ho un carattere ribelle, di quelli che vanno sempre contro corrente fosse anche per il solo gusto di farlo, sarà che, come dici tu parlando di te stesso, anch’io ho un ego esageratamente pazzesco, sono egocentrico e narcisista all’inverosimile (ma non sono arrogante però) sarà che ho sempre creduto in me stesso e ho sempre avuto una fortissima autostima, sarà per tutta una serie di fattori, comunque sono sempre andato avanti come un rullo compressore. Ho finito diversi lavori, alcuni li ho mandati a case editrici che li hanno rifiutati e come tutti gli aspiranti scrittori ho accumulato negli anni una discreta collezione di lettere di rifiuto, poi ho scritto un libro che è diventato il mio romanzo d’esordio, è stato pubblicato da una casa editrice piccola ma molto seria (alla larga dalla cosiddetta editoria a pagamento, sempre) e a marzo è uscito in libreria. E così cono passato da aspirante scrittore a scrittore esordiente, e sono fermamente convinto di potermi affermare. Ora quel romanzo lo sto promuovendo, ma intanto ne sto scrivendo altri due in contemporanea. A me capita di abbandonare un lavoro per qualche tempo, magari per iniziare a sviluppare una nuova idea che mi prende all’improvviso, ma prima o poi lo riprendo e lo finisco. Sempre. Non so, forse sono il meno adatto a cercare di rispondere alla domanda contenuta nel post, ma mi andava di commentare perché questo tipo di argomenti mi affascinano e mi accendono sempre in modo particolare. E a proposito di sogni, concludo citando una parte di un dialogo contenuto nel mio libro: I sogni sono irrealizzabili solo quando noi crediamo siano tali. Gli ostacoli più impervi che possiamo incontrare sulla strada della loro realizzazione sono quelli che noi stessi edifichiamo dentro di noi, nella nostra mente.

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 14:06 Rispondi

      Ciao Luciano, grazie per il tuo commento. La penso così in effetti, come nella tua frase di chiusura. Complimenti per il libro. Non avere paure è un ottimo modo per arrivare alla fine di un manoscritto. I miei otto manoscritti incompiuti mica li ho buttati eh, sono lì che aspettano. Solo che nel frattempo fanno la muffa. Prima o poi mi deciderò a toglierla. ;)

      • Luciano Dal Pont
        25 agosto 2014 alle 14:36 Rispondi

        Certo, devi farlo assolutamente! Grazie per i complimenti e in bocca al lupo per i tuoi (per ora) incompiuti :-)

  13. Luciano Dal Pont
    25 agosto 2014 alle 14:05 Rispondi

    Ah, dimenticavo: non ho un metodo per scrivere, non mi obbligo a scrivere ogni giorno a una determinata ora o cose del genere. Scrivo bene alla mattina, di solito, ma in generale scrivo quando ne ho voglia, e per fortuna questa voglia ce l’ho spesso… :-)

  14. Nani
    25 agosto 2014 alle 15:20 Rispondi

    Salvatore
    Sarà stato anarchico anche lui.
    Adesso però mi hai messo la curiosità addosso, mi devi assolutamente dire cosa c’era che non andava! Non per forza raccontandomi la tua idea, ma per grandi linee. Non posso più vivere senza saperlo. O.O
    P.S. quindi quando lo finisci questo manoscritto, sta facendo la muffa lo sai sì?

    :D Si’, in effetti puzza un po’, quel cassetto. Ma se ti ci devi mettere, devi avere costanza. E se vuoi avere costanza devi avere tempo. Non basta decidere di scrivere. Devi documentarti. Il che vuol dire studiare. E questo richiede parecchie ore tra ricerche e memorizzazione (a me non basta prendere appunti. Devo aver in mente i dettagli perche’ il tutto possa funzionare davvero). Poi devi studiare il soggetto, capire come farlo brillare, perche’ se raccontato male potrebbe anche raggiungere l’effetto contrario a quello desiderato. Io avevo sbagliato completamente punto di vista narrativo. Ho un periodo estremamente lungo da coprire (una guerra durata una ventina di anni) e un personaggio in particolare che mi intriga. Ma non posso seguire tutte le sue evoluzioni durante una ventina di anni, per non parlare degli antecedenti. In questo caso non puoi seguire una linea temporale logica, o come la volete chiamare. Non funziona ne’ per te, che ti ritrovi incastrato in mille episodi di uguale importanza, ne’ per il lettore, che magari, nonostante gli spuntini graziosi con cui lo infioretti, preferisce prende la storia vera e leggersela.
    La parte piu’ dura e’ prendere tutto il malloppo puzzolente e metterlo da parte, perche’ cambiare strategia narrativa vuol dire rendere inservibile molta di quella roba. E alcune di quelle cose funzionavano davvero. Lo vedo adesso, rileggendole dopo un bel periodo di abbandono e molta piu’ esperienza come lettrice. Ma vabbe’, meglio una storia che funziona che tanti bei capitoletti ammuffiti, no?
    Appena le mie arpie (leggi pargole) andranno all’universita’, il piu’ lontano possibile da casa, tentero’ seriamente di svilupparlo. Per ora, faccio finta, a tempo perso. ; )

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 15:27 Rispondi

      Credo di aver capito. Io mi sono trovato lo stesso problema quando ho tentato di scrivere un romanzo che abbracciava tre, ben tre, generazioni… Al momento è lì, nel cassetto. Prima o poi sarò abbastanza bravo da tirarlo fuori di nuovo. Al momento no però, eh!

      • Nani
        25 agosto 2014 alle 17:01 Rispondi

        No, dai, tre generazioni e’ da masochisti! :D
        Vabbe’, pure una ventina di anni di guerra non e’ da furbi, lo so.

  15. Salvatore
    25 agosto 2014 alle 15:48 Rispondi

    Grazia Gironella
    Non ti dico quanto sia frequente il nesso Grazia Gironella = Graziella… Grazie per la visita al blog, spero di risentirti.

    Davvero? Be’, mi rassura parecchio.
    Certamente, anche perché pubblichi una sola volta alla settimana se non ho visto male. Un impegno sopportabile. :)

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 15:50 Rispondi

      Rassicura… Come vedi, non ho speranze. -.-‘

  16. Lisa Agosti
    25 agosto 2014 alle 18:06 Rispondi

    Caro Salvatore, forse è ora che compri uno dei tuoi sogni e finisci un romanzo! Allora anche noi ci crederemo. Altrimenti predichi bene e razzoli male! Ti consiglio di leggere un bel blog post, è sul sito Penna Blu, scritto da un tale Salvatore ;)

    • Salvatore
      25 agosto 2014 alle 18:13 Rispondi

      Ciao Lisa, grazie per il tuo commento.
      Proverò, anche se nessuno segue mai davvero i consigli che dà agli altri. ;)
      Io un sogno l’ho già comprato, si chiama: scrivere. Vediamo se si realizza. :)

  17. HenryKing17
    26 agosto 2014 alle 10:32 Rispondi

    Leggo il post. C’è tanta carne al fuoco, dalla paura all’ego sproporzionato all’inutilità di metodi indotti. Ci sarebbe da scrivere un libro.
    Io credo comunque che un metodo, o una scaletta serva. Non serve a un bel niente un incipit da urlo, se poi da questo si scivola nel nulla. Non serve neanche scrivere da dio, perché questo è cibo per la mente e per l’ego.
    I corsi per lo più sono tenuti da scrittori in albore, magari da quarant’anni, che pretendono spesso di insegnare quanto loro stessi non sono riusciti a fare. Andresti ad un corso di cucina da un cuoco che fa schifo? C’è comunque del buono nel socializzare e nel relazionarsi. Al limite si può organizzare un bel suicidio di massa o incontrare la donna dei tuoi sogni :-) (sto leggendo lo zio Stephen, perdonatemi il macabro ed il romantico)
    Dopo le interessanti riflessioni, permettimi Salvatore, mi sembra sia tu ad ergerti su quel piedistallo che poco prima tanto deprecavi; e mi riferisco sia alla crocefissione del “metodo” che all’individuazione in tutti “noi” (prima parli in terza e poi in seconda persona) del “nostro” problema: la paura (del successo).
    Desidero quindi dare il mio personalissimo contributo alla causa. Scrivere dev’essere un piacere e per me lo è. Diventa un lavoro quando chiuso in una gabbia, che ovviamente ci costruiamo noi. Può essere la paura, come un tema troppo stretto, o, come racconti tu, un inizio a mille con conseguente patapum. Con la tecnologia mobile e le cuffiette possiamo scrivere anche allo stadio, adesso, se vogliamo, non serve più la stanzina buia e fumosa o il cottage sul lago. I metodi degli altri non servono è vero se non per confronto, ma un minimo di costanza e di ritmo ci vuole. Io non ho il blocco dello scrittore. Semplicemente a volte non scrivo, per uno dei 50.000 e più motivi per cui non si scrive (bello il post di Daniele al riguardo). Sto sviluppando il mio metodo, leggendo qua e là e spuntando quello che meglio mi sembra si adatti a me. Tra non molto lo applicherò, anche forse a quei manoscritti ammuffiti nel cassetto. Forse.
    Ciao e grazie.

    PS: Anch’io sono un ex venditore, anzi brand manager. Ora dirigo un fagnentificio :-) Ho fatto, e tenuto anche, molti corsi di vendita e dalla mia esperienza posso dirti che non vendi se non conquisti (la simpatia e la fiducia) del cliente. Dipende poi molto anche da quello che vendi. Io “studiavo soluzioni personalizzate” nel campo dell’archiviazione, del retro-sportello. Ma se vendi tortillas alla paprika il discorso cambia. Buona giornata a tutti.

    • Salvatore
      26 agosto 2014 alle 13:50 Rispondi

      Ciao Henry, grazie per il tuo commento. Anche se non credo di averlo capito fino in fondo. Si parlava di riuscire a portare a termine la stesura di un libro. Cosa che non è poi così scontata a quanto pare. Personalmente vanto ben sette manoscritti iniziati e messi da parte. Forse l’ottavo è quello buono. Naturalmente si parla sempre di ciò che si teme di più… ;)

  18. Alessandro Cassano
    26 agosto 2014 alle 10:40 Rispondi

    Esercizio e concorso sicuramente interessanti ma… mi risulta che Robin Edizioni sia un editore a pagamento…

  19. Alessandro Cassano
    26 agosto 2014 alle 11:03 Rispondi

    ops… ho commentato sotto il post sbagliato. Sono un idiota.

  20. Claudia
    26 agosto 2014 alle 23:31 Rispondi

    Tutto racchiuso in una sola parola, PAURA!
    Ne so qualcosa :) ma prima o poi quell’infido vocabolo si farà da parte lasciando volare via il sogno.

    • Salvatore
      27 agosto 2014 alle 10:55 Rispondi

      Ciao Claudia, grazie per il commento. Incrociamo le dita che avvenga davvero! ;)

  21. violaliena
    27 agosto 2014 alle 11:44 Rispondi

    Bellissima discussione, mi riconosco in molte delle cose dette. Colleziono indomita robe ammuffite.
    Magari riguardo le dimensioni dell’ego dell’aspirante scrittore, ne ho uno formato micro, sono parecchio insicura.
    Eppure, anche dal basso della mia prospettiva, non credo che sia unicamente la paura a causare il blocco. Certo c’è una dose di pigrizia, di tendenza a conservare il proprio stato di aspirante che è noto e tranquillo e pure assai poco faticoso. Il “mi piacerebbe”, “potrei” ha potere tranquillizzante, ipnotico.
    Ma penso che quello che mi paralizzi e poi mi cementi in posizione statica sia anche altro.
    L’idea iniziale che tanto mi gasa e fa partire in quarta, spesso è un alito, un flash, una scena o un’intuizione.
    Poi si deve trasformare in parole, in sequenze, va collocata in un contesto logico, va sviscerata, studiata. Bisogna costruire quello che c’è intorno, popolarla arricchirla e spesso, almeno io, mi perdo proprio qui. Non la riesco a espandere, da entusiasmante diventa frustrante e addio, arricchisce la mia collezione di incompiuti.

    • Salvatore
      27 agosto 2014 alle 11:56 Rispondi

      Ciao violaliena, grazie per il tuo commento. Insicurezza e ego sono due cose diverse. Io ne ho a secchiate di entrambe. L’ego mi porta a pensare di essere all’altezza di scrivere, l’insicurezza di scrivere cavolate una volta iniziato. :P

      Certo che scrivere è una gran fatica. Non lo dico certo io, ma fior fiori di scrittori professionisti e di successo. Bisogna solo vedere se il piacere di farlo e i risultati che ne conseguono sono più grandi della fatica. Io ad esempio sono pigrissimo. Così pigro che per anni le storie che avevo in mente non le ho neanche scritte, solo pensate… ;)

  22. Mala Spina
    27 agosto 2014 alle 12:08 Rispondi

    Bellissimo post, l’ho letto proprio volentieri e ne avevo bisogno :-*
    Il mio è un problema simile. Il mio scritto è finito ed è un successo già questo, perché ho sempre lasciato i progetti a metà. Poi come dice Salvatore ho iniziato a crederci davvero e ho composto un racconto dall’inizio alla fine e gli altri sono già abbozzati.
    Ora che vorrei pubblicarlo su Amazon sono entrata in un circolo vizioso e sono bloccata da paure tipo: “Ma sarà scritto in maniera dignitosa?”, “la trama sarà abbastanza avvincente”, “ogni volta che lo rileggo trovo qualcosa da aggiustare, finirò mai??”, “la punteggiatura!” e altre cose simili.
    Forse mi ci vuole qualcuno che mi dia uno spintone?

    • Salvatore
      28 agosto 2014 alle 23:16 Rispondi

      Ciao Mala Spina, grazie per il commento. Per rispondere alla tua domanda: no, non finirà mai. Non solo, ma più “l’aggiusti”, più corri il rischio di guastarlo. Se hai la possibilità di far guardare il tuo lavoro da un editor in gamba, approfittane. Altrimenti smetti di modificarlo e lanciati. L’unico riscontro serio non è il tuo giudizio, ma quello dei tuoi lettori. Ti faccio il mio miglior in bocca al lupo!

    • LiveALive
      2 settembre 2014 alle 09:58 Rispondi

      Bisogno di un editor? Posta un estratto.

      • Salvatore
        16 febbraio 2015 alle 16:11 Rispondi

        Live, sei ancora disponibile come editor? Potrei tenerti in considerazione per il futuro? Sono sempre alla costante ricerca di un editor… Ma lo hai già fatto? Lo fai per lavoro, o lo fai per passione?

  23. HenryKing17
    27 agosto 2014 alle 16:03 Rispondi

    Ciao Salvatore, capisco quello che scrivi, ma non capisco quello che non hai capito. Credo di non essermi poi discostato dal tema, anzi dai temi da te introdotti. Se posso essere più chiaro, chiedi pure. In fondo si parla di opinioni a confronto e la condivisione aiuta :-) Concordo con violaliena sullo spessore che sta assumendo la discussione. ;-)

    • Salvatore
      27 agosto 2014 alle 21:54 Rispondi

      Ciao Henry. Ad esempio non ho capito se anche tu, come me, riscontri la stessa difficoltà a terminare un manoscritto una volta iniziato. Se sì, non ho capito se associ la difficoltà alla paura di avere successo (come sostengo io) o ad altre cause. In quel caso, quali? Se invece non riscontri difficoltà, pur potendo dire ovviamente la tua al riguardo (ad esempio svelandomi come fai!), non puoi sapere se la paura del successo sia una cosa reale o meno. Tu non ce l’avresti. :)
      Come venditore, anzi brand manager, ti sarà capitato di vedere un sacco di giovani venditori tirarsi indietro senza neanche tentare. Il segreto del vendere è l’esatto opposto: buttarsi. Invece, si guadagna la stima e la fiducia dei clienti per tenerli nel tempo, non per vendere. Prima di guadagnare la loro stima bisogna farsi conoscere. E per farsi conoscere non bisogna avere paura di riuscirci. Sembra bizzarro, lo capisco, ma la paura del successo esiste e influisce più di molte altre paure. Anche nel quotidiano. Almeno, questa è la mia opinione.
      Inoltre, rileggendo il tuo precedente commento, volevo precisare che la difficoltà a terminare un manoscritto e il blocco dello scrittore sono due cose ben diverse. Lo specifico solo perché non ho capito se avevi accomunato le due cose. Io ad esempio il blocco dello scrittore non so neanche se esista. Invece so per certo che esiste la difficoltà di portare a termine un manoscritto… Ma sono inconcludente e scostante di carattere. Questo potrebbe incidere più di qualsiasi paura, me ne rendo conto.
      Infine, e poi mi fermo altrimenti scrivo un’altro post, non sono d’accordo sulla necessità di un metodo. Ma devo spiegarmi meglio: È apprezzabile e direi normale se sviluppi un tuo metodo. Io prima di iniziare a scrivere pulisco e riordino la scrivania. È un mio modo di “mettere chiarezza” nella mente. Poi scrivo solo se alle spalle ho un muro. Se scrivessi, come fanno in molti, con la faccia rivolta al muro e la schiena al resto della stanza, non credo riuscirei nemmeno a rispondere a una mail. Probabilmente in una vita precedente sono stato pugnalato alle spalle… Quello che invece contesto è l’idea che esista un metodo universale, come vorrebbe farci credere certa industria statunitense (che pur un metodo lo ha sviluppato per l’amor del vero). Vedo troppi aspiranti scrittori buttare soldi in manualistica, corsi e consigli discutibili. Certo, anche i miei consigli sono discutibili, ma dall’alto della mia cattedra almeno lo ammetto. :)
      Mi sono dilungato, scusami.

  24. Angelo F
    28 agosto 2014 alle 16:40 Rispondi

    Ciao Salvatore.

    Bello il tuo post.
    Provo a dirti la mia in proposito: no, non è la paura del successo a bloccare, ma la mancanza di metodo. Le prime pagine sono chiare e limpide nella mente, ma poi se seguendole a ruota libera rischiamo di perderci…
    Hai ragione, non tutti gli scrittori hanno lo stesso metodo e ognuno deve trovare il proprio, ma leggere i manuali di scrittura aiuta ad affinarlo.
    Io finora avevo scritto solo racconti: quelli sì riuscivo a terminarli, mentre quando mi imbarcavo in un romanzo, dopo 70.000-80.000 caratteri mi bloccavo.
    Ora sono arrivato in fondo al mio primo romanzo e lo sto revisionando.
    Come? Ho trovato il mio metodo: programmo, faccio scalette, ma lo faccio a modo mio. Mon procedo per schemi ma per piccole sintesi di scene e quando comincio davvero a scrivere non mi blocco, perché ho congià svolto il filo che mi porterà fuori dal labirinto. Devo solo seguirlo fino all’uscita. E vuoi sapere la verità? Non è un filo che mi lega ma che m fa sentire libero.

    Angelo F.

    • Salvatore
      28 agosto 2014 alle 23:23 Rispondi

      Ciao Angelo, grazie per il commento. Il tuo metodo mi ricorda molto i 13 punti di Chuck Palahniuk. Pur contraddicendomi con quanto affermato, trovo che le sue indicazioni siano molto sensate. Se ti capita, leggile.
      Io non contesto UN metodo, quello personale, ma IL metodo, quello istituzionale.
      Mi piace la scaletta per scene. Credo anche che in assoluto funzioni bene. Anch’io lavoro in questo modo. In un certo senso, credo che tutti in fondo lavorino così, perché ogni scrittore quando scrive immagina una scena. Poi c’è chi la prepara prima, chi l’abbozza in scaletta e chi fa a istinto. Io preferisco l’istinto, ma non disdegno la scaletta. Essa rappresenta il salvagente quando si rischia di affogare. Un po’ come le briciole di Pollicino in mezzo alla foresta. Complimenti per il libro e in bocca al lupo. :)

  25. Giuse Oliva
    29 agosto 2014 alle 00:30 Rispondi

    Mmmh… Come rispondere a questa domanda, anzi come posso riordinare le idee che leggendo il tuo post mi sono affiorate… non lo so. Troppe, troppe frasi che si affollano!
    Allora provero` ad essere semplice e concisa.

    Chissene frega della paura o di tutto il resto!

    Ecco quando (diciamo) 6 anni fa iniziai a scrivere il mio secondo romanzo e che tengo a precisare: colcusi in due anni, non me ne fregava assolutamente nulla dell’editoria, della pubblicazione o di qualsiasi altra cosa. Dovevo scrivere.
    Solo questo DOVEVO.
    Saraa` che amo le cose difficili e complesse e quindi ho sempre e dico sempre scritto storie lunghe. Forse troppo.
    Ma il mio seppur piccolo ego mi imponeva di scrivere e di finire. Avevo de personaggi e un lettore che aspettava il capitolo nuovo.
    Il mio mondo premeva di essere letto e di vivere e io amavo, si amavo (tengo a dire che sono felicemente fidanzata con un ragazzo magnifico e paziente) vedere la mia amica leggere, emozionarsi, piangere e ridere.
    Il mio ego, come lo chiami tu, veniva alimentato e io dovevo scrivere. Perche` scrivere e` una necessita`.

    Quel romanzo aspetta una revisione, cosa che daro` sicuramente nei prossimi mesi, piu` che revisione sara` ricrittura, perche` mi sento pronta e matura a sufficienza.

    Adesso voglio aprire una piccola digressione: per ogni racconto o romanzo finito ne ho almeno il doppio non finiti e persi. Si, persi chissa` dove… sono disordinata, ma e non lo fossi non potrei creare mondi tanto vari e diversi.

    In questo momento ho quasi concluso il primo libro di una trilogia, ma cio` che mi tiene a dire che ho i miei 3 lettori che aspettano e chiedono sempre il capitolo nuovo e questo per me sono iniezioni di ego e autostima allo stato puro. Soprattutto perche` nella vita (ho 25 anni… anche se sembro un ottantenne) la mia autostima e` arrivata sottoterra, perdendo di vista me stessa.

    Scrivere e` la somma di tante esperienze. E` mettersi a nudo. Affrontare paure e situazioni che nella realta` ti sembrano distanti. Scrivere ti costringe a conoscere te stesso; a scoprire quanto sei coraggioso o vigliacco.

    Secondo me quando non si riesce piu` a terminare un racconto e` solo perche` abbiamo toccato qualcosa, che in quel determinato periodo della vita e` troppo. Semplicemente (e in barba agli avverbi in -mente) TROPPO.

    Non buttate i vostri manoscritti! Non dimenticatevene, perche` loro non lo faranno! Credetemi e come quando si dipinge (ho anche dipinto) non si butta mai niente. e anche quando la tela vi sembra la piu` brutta e inutile, in realta` e` quella che ti insegna di piu`. Ti parla e come la tela il vostro racconto non finito.

    Riprendetelo! Anche se sono passati anni! Finitelo…sarebbe un peccato lasciarlo incompiuto no?

    Ok scusatemi, ho scritto troppo. Forse sono anche andata off-topic, ma questa volta avevo bisogno di condividere questo mio pensiero e scusatemi se sono risultata noiosa o saccente. Non lo sono e non volevo esserlo, ma ho da poco capito cosa mi piace fare. Io scrivo. Scrivo per me e per chi mi vuole leggere. E continuero` a farlo a discapito di tutto.

    Buona notte e buona scrittura!

    • Salvatore
      29 agosto 2014 alle 01:16 Rispondi

      Ciao Giuse, grazie per aver commentato. Bellissimo pensiero il tuoi e, no, non si andata off topic. Almeno per me. Credo che tu abbia, forse involontariamente, indicato l’unico antidoto possibile alla paura (o a qualsiasi altro ostacolo) di finire un manoscritto: quel DOVEVO chiarisce tutto. La scrittura è proprio questo, un esigenza a cui non si può resistere. Nella ricerca del libro perfetto troppo spesso lo dimentichiamo. Grazie per avermelo ricordato!

  26. Giuse Oliva
    29 agosto 2014 alle 01:57 Rispondi

    Scusatemi per i refusi e gli errori vari, ma quando mi faccio prendere dalla foga non rileggo nemmeno.

    Grazie a te per aver letto il mio post, a quanto pare, chilometrico!

    Mi raccomando scrivi! Le parole sono il nostro ossigeno!

    Grazie a te per le tue riflessioni che pubblichi regolarmente. Se non avessi letto il tuo post probabilmente non mi sarei fermata e non avrei concretizzato cio` che ho detto prima, percio` grazie.

  27. La ricerca del libro perfetto | Salvatore Anfuso
    29 agosto 2014 alle 11:27 Rispondi

    […] settimana fa ho scritto un guest post per Pennablu. Ho parlato dell’incapacità di riuscire a portare a termine un manoscritto e della paura di […]

  28. GiD
    1 settembre 2014 alle 19:40 Rispondi

    Sì, in effetti è la paura che a volte mi blocca, ma non quella del successo.

    La paura dell’aspirante scrittore, secondo me, è quella di rendersi conto che la sua storia, in fondo, non è granché. Perché finché resta nella nostra testa il nostro romanzo è perfetto, ma quando cominciamo a buttarlo su carta c’è sempre il pericolo di scoprire che, no, non è tanto buono.

    Nel mio caso questa è una paura che va a braccetto con il mio perfezionismo, perché è proprio il voler essere perfetto in quello che scrivo che non mi fa sentire mai abbastanza pronto.
    Ma ci sto lavorando, per fortuna. Come si dice, il primo passo è ammettere di avere un problema. :D

    • Salvatore
      1 settembre 2014 alle 23:15 Rispondi

      Ciao GiD, grazie per aver commentato. Quella che descrivi però è esattamente la paura del successo. La paura del successo è quel timore che ti porta a rinunciare in una azione per la preoccupazione di scoprire di non essere all’altezza delle aspettative. Rinunciare è un modo per difendersi. Puoi darle il nome che vuoi, ma è sempre la stessa. Smettila allora di tentennare e lanciati! :)

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