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Quel maledetto giorno a Måløy

Un racconto di spionaggio

Quel maledetto giorno a Måløy

Il traghetto proveniente da Florø mi vomitò a Måløy, la città più inutile dellʼintera Norvegia. Era un sabato sera dʼagosto e, tanto per cambiare, pioveva. Non aveva mai smesso da quandʼero atterrato a Bergen giorni prima. Una pioggia leggera e continua, fastidiosa, che cessava appena qualche minuto per poi riprendere. La terra era imbevuta dʼacqua come una spugna satura, sui marciapiedi incontravo più lumache che pedoni, grosse limacce che di volta in volta trovavo fotocopiate sullʼasfalto dalle ruote delle biciclette in corsa, il cielo era sempre grigio e cupo, la temperatura fissa sui 12° o meno. Quella era lʼestate norvegese. I 35° di Roma, il cielo sempre azzurro e terso e lʼafa soffocante erano un ricordo lontano.

Sbarcai sullʼisola di Vågsøy intorno alle 22, ma cʼera ancora luce come se fosse pomeriggio. La città di Måløy si estendeva di fronte a me, grigia e malinconica. Avevo uno zainetto in spalla, lʼunico mio bagaglio, e sembravo un turista come tanti. Niente alberghi, niente macchine a noleggio e soprattutto niente armi. Dallʼalto ci tenevano alla riuscita della missione e al mimetismo perfetto e curato nei minimi dettagli. Non avevano però pensato alle vesciche che avevo ai piedi, incerottati allʼinverosimile. In una settimana avevo macinato più chilometri io che un maratoneta in pieno allenamento. E non era ancora finita.

Dal piazzale del porto raggiunsi la prima strada degna di questo nome per cercare informazioni sul campeggio. Era deserta. Vagabondai qualche minuto finché vidi fermarsi unʼauto da cui scesero un ragazzo e una ragazza. Gli andai incontro e in un norvegese comprensibile chiesi loro dove si trovasse lo Steinvik Camping. La risposta fu come una martellata sui miei piedi impiagati. Ero sbarcato su unʼisola e per dormire dovevo ritornare nel continente, percorrendo il lungo ponte a S e un altro bel tratto di strada, oltre quattro chilometri sotto la pioggia fino al campeggio.

Mi accolse una donna di mezza età, fredda e per nulla felice di avere un nuovo cliente. Chi viaggia in tenda paga poco, non è quindi la clientela favorita. Non mi permise di pagare col bancomat e così fui costretto ad assottigliare le poche corone che mi restavano. Mi trovai una piazzola, montai la tenda sotto la pioggia che non accennava a smettere, sistemai zaino e sacco a pelo allʼinterno e andai alla reception a cercare qualcosa da mettere sotto ai denti. Tornai in tenda e mangiai un gelato e uno snack, ascoltando le gocce che colpivano il telo e augurandomi che almeno lʼindomani mattina il tempo mi permettesse di tornare a Måløy senza rischiare i reumatismi.

Mi svegliai alle 7. Pioveva ancora. Maledissi di nuovo quel tempo bastardo, mi vestii e andai in bagno. Poi smontai la tenda, ficcai tutto dentro lo zaino, me lo buttai sulle spalle e di nuovo in marcia, verso il ponte a S e lʼisola delle meraviglie. Mentre camminavo, quasi zoppicando sul marciapiedi e riparato dalla pioggia da un leggero keeway, mi chiesi se e quando si sarebbe fatto vivo il mio contatto. Non mʼavevano dato nessuna descrizione dellʼuomo – o era una donna? – che avrei dovuto incontrare.

Dal ponte presi la Gate 2 – semplicemente la “strada 2”, senza troppa fantasia – per raggiungere la biglietteria del porto, là dove ero sbarcato la sera prima. Nel piazzale cʼera movimento, era appena arrivato un traghetto e un poʼ di gente stazionava sul molo o se ne allontanava. Stavo puntando dritto verso le panchine per far riposare i piedi, quando mi sentii chiamare. Nessuno fece il mio nome, ovvio, ma il tipo che mi veniva incontro, da poco uscito dalla nave, aveva urlato al mio indirizzo un “Where are you going?” poco discreto.

Sperai che non ce lʼavesse con me, ma mi andò male. Lʼuomo ripeté la domanda. Non amando urlare in mezzo alla strada, preferii avvicinarmi prima di rispondergli, ma lui insisté di nuovo. Quando me lo trovai davanti, mi augurai – pregai, anzi – che non fosse quello il contatto che mi aveva mandato V., altrimenti gliela avrei fatta pagare cara. Era un uomo sui cinquantʼanni, non sembrava fosse più vecchio anche se li portava male, più alto di me e con almeno trenta chili in più. Aveva naso e zigomi arrossati, il colorito tipico di chi ha fatto dellʼalcol il suo migliore amico, e infatti aveva lʼalito che puzzava di vino e lo sguardo annebbiato. Indossava pantaloni e giubbetto di jeans e in testa portava un copricapo di pelo grigio. Dʼaccordo che quella non si poteva certo definire unʼestate tropicale, ma non eravamo neanche nellʼArtico. Lo salutati in norvegese e lui mi rispose in inglese. Parlavo davvero così male la sua lingua? Dopo i primi convenevoli si tolse il copricapo. Era la prima volta che vedevo un uomo non cambiare aspetto dopo essersi tolto il cappello. Credetti quasi che portasse due identici copricapo uno sopra allʼaltro, tanto i suoi capelli somigliavano allʼammasso di peli grigi che sʼera appena tolto. Gli dissi di essere diretto a Selje e alle rovine medievali di Selje Kloster. “Go”, mi fece allora lui, dirigendosi verso le panchine della biglietteria insieme a me. La mattinata era iniziata davvero bene.

Trascorsi due ore con quel tipo, seduto su una panchina a guardare il mare. Le due ore più lunghe della mia vita. Lʼuomo parlava lentamente, faticando a trovare le parole, più per lʼalcol che gli circolava nel sangue che per la scarsa padronanza dellʼinglese. Di tanto in tanto mi voltavo nella speranza di scorgere qualcuno avvicinarsi – il mio contatto – ma quellʼisola pareva di nuovo deserta, tanto che mi convinsi quasi potesse essere lui la persona che dovevo incontrare. No, non era possibile, pensai, non si sarebbe dilungata così e poi quel norvegese sembrava davvero autentico o lʼagente mandato da V. avrebbe dovuto vincere lʼOscar per quellʼinterpretazione.

Non ci presentammo. Adesso che ricordo non mi disse mai il suo nome né mi chiese il mio. Era solo interessato al mio viaggio e prese a darmi una serie di consigli sulle “attrazioni” del posto. Si fece dare una cartina dellʼisola – ne avevo presa una nel traghetto – e mi disse di andare a visitare lʼisoletta di Silda, che sorgeva a nordest rispetto al porto.

«Non ci sono navi che ci vanno e io sono a piedi», gli risposi.

«Ma è molto bella», mi fece.

Cosa vuoi, che ci vada a nuoto? Avrei voluto chiedergli.

«Allora vai a vedere il fungo.»

Dovete sapere che questa è una delle attrazioni turistiche di Måløy, una grossa roccia che lʼerosione marina ha plasmato a forma di fungo. Ma è dallʼaltra parte dellʼisola, venti chilometri andata e ritorno.

«E come ci arrivo? Non ho la macchina», gli ripetei.

«A piedi», disse tranquillamente.

Ecco perché V. non mi aveva fatto portare armi.

Mi restituì la mappa e aprì lo zaino, tirandone fuori una bottiglia di Coca Cola da un litro e mezzo, piena di un liquido denso color fango, con uno strato biancastro di due centimetri sul fondo.

«Do you like wine?»

«No, thanks», fu la mia risposta veloce e decisa.

Se quello era vino, io ero il Papa.

Ma pareva proprio di sì, perché lʼuomo svitò il tappo e ne bevve una lunga sorsata. Disse che in Norvegia il vino costava molto – come tutto il resto, avrei voluto aggiungere io – e così lui lo faceva da sé in casa. Non indagai sugli ingredienti che usava.

La conversazione si spostò sul mio viaggio. Mi consigliò di prendere la nave per Selje, perché impiegava meno tempo del bus. Era vero. Il traghetto era alle 21 e sarebbe arrivato allʼisola alle 22,30, mentre il bus era alle 20 e sarebbe arrivato alle 22. Ma era fin troppo chiaro che conveniva prendere quello, visto che partiva e arrivava prima della nave.

Cercai di spiegarglielo.

«Ma la nave ci mette di meno», mi disse, ostinato.

Restai calmo e tentai di fargli capire quel gioco di orari e percorsi che permetteva al bus di arrivare alla stessa destinazione mezzʼora prima della nave, pur impiegando più tempo.

«Io prenderei la nave, fossi in te».

Era una battaglia persa in partenza.

Mi alzai per sgranchirmi le gambe. Il tempo sembrava essersi rimesso, la pioggia era cessata ma il cielo restava coperto da quelle nuvole perenni. Del mio contatto nessuna traccia. V. non mʼaveva detto granché, soltanto che dovevo arrivare a Måløy e attendere lʼagente il giorno successivo. Lʼincontro sarebbe avvenuto tra le 9 e le 21. Non avrei dovuto aspettare oltre. Se non si fosse fatto vivo, la missione sarebbe saltata e io avrei dovuto partire per Selje.

Tornai a sedermi e vidi lʼuomo attaccarsi ancora alla bottiglia. Nel frattempo ne aveva fatto fuori un terzo e così mezzo litro di vino era andato. Senza contare quello che sʼera scolato prima di arrivare sullʼisola.

Riattaccò a parlare e gli vennero ancora a mancare le parole per completare le frasi. Prese a darsi dei colpi sulla fronte col pugno, come a voler sbatacchiare la materia grigia per liberare le parole che non gli uscivano. Poi si voltò verso di me con quello sguardo perso nelle nebbie dellʼalcol e scandì ogni parola come se dovesse essere lʼultima.

«I donʼt think well because Iʼm drunk», disse.

E continui a bere?, stavo per dirgli, ma avevo paura della risposta. Forse sarebbe stato un pensiero troppo impegnativo per le condizioni della sua mente.

Dopo qualche minuto si alzò, mi augurò buon viaggio e se ne andò. Lo vidi allontanarsi con quella camminata incerta, lo zaino su una spalla e il copricapo di pelo calcato di nuovo sulla testa, finché scomparve alla vista in qualche strada di quella città senza futuro.

Io restai lì, a rimuginare sulla missione e sul perché lʼavessero affidata proprio a me, un agente che non aveva mai partecipato a operazioni estere. Forse perché ero lʼunico che conosceva il norvegese.

«Non ho agenti liberi», mi disse V. qualche giorno prima. «Sono tutti fuori e poi è una missione facile, devi solo incontrare il contatto e ricevere un messaggio.»

«Sono stato sempre in ufficio», obiettai.

«Un agente è un agente e deve ricoprire qualsiasi incarico, lo sai bene.»

Aveva ragione. Così quattro giorni dopo lasciavo Roma diretto a Bergen.

E ora eccomi qui, ad aspettare un collega che non avevo mai visto, in un paese che aveva fatto della pioggia la sua ragione di vita, coi piedi martoriati dalle vesciche, a morire di noia in unʼisola che spacciava un ponte e un sasso come attrazioni turistiche.

Guardai lʼora sul cellulare. Era quasi mezzogiorno. Decisi di fare un salto da Narvesen, la catena di piccoli supermercati in cui trovare di tutto a prezzi decenti. Mi comprai un trancio di pizza, sapendo che sarebbe stata ben lontana da quella mangiata a Roma. Non deluse le mie aspettative, ma avevo fame e quello passava il convento. Bevvi un poʼ dʼacqua e mʼincamminai verso la stazione degli autobus. Magari si sarebbe fatto vivo il contatto e io avrei potuto prendere il bus per Selje.

«Non parte nessun autobus oggi, è domenica.»

Ero rimasto diversi minuti a decifrare gli orari delle partenze. Poi era arrivato un bus, aveva scaricato i passeggeri e lʼautista era venuto verso di me, così ne avevo approfittato per chiedergli informazioni.

«Devi prendere la nave.»

«Ma qui cʼè scritto che il bus parte alle 20», gli feci notare.

«Sì, ma non oggi», ripeté. «È domenica e in questo periodo non ci sono corse. Però cʼè la nave alle 21. Se devi tornare al porto, ti do un passaggio.»

Non avevo motivo di restarmene lì e così approfittai della cortesia dellʼautista. I miei piedi lo ringraziarono.

Quando tornai alla mia panchina, notai un pescatore. Era appena arrivato e si accingeva a buttare la lenza proprio lì, sullʼacqua del molo dove attraccavano traghetti e imbarcazioni private. Mi ricordò i romani che pescavano sulle acque del Tevere, nel pieno centro di Roma. Ero assorto nei miei pensieri quando vicino a me sedette un uomo. Non riuscii a vederlo bene in faccia perché era voltato dallʼaltra parte, ma il fumo di una sigaretta mi arrivò al naso.

«Vai alla stazione degli autobus», disse senza neanche togliersi la sigaretta di bocca. «E aspettami lì.»

Non feci in tempo a voltarmi verso di lui che era già sparito. Il contatto! Non mi alzai subito per non dare nellʼocchio, anche se oltre a me cʼera solo quel pescatore. Ma non potevo sapere se ci fosse stato qualcuno a osservare da una delle case vicine al molo. Tirai fuori dalla tasca la cartina e mi misi a guardarla come a scegliere la mia prossima destinazione. Dopo qualche minuto mi alzai, dirigendomi allʼappuntamento. Maledissi il mio collega, che avrebbe potuto farsi vivo cinque minuti prima al capolinea dei bus senza obbligarmi a questo ennesimo supplizio per i miei piedi sanguinanti, e la pioggia che aveva ripreso a cadere e quellʼisola che avrebbe dovuto restare disabitata.

In capo a un quarto dʼora ero arrivato, ma la stazione era deserta. Il mio contatto non cʼera e neanche sarebbe più arrivato, ma in quel momento non potevo certo sospettarlo. Cercai di ricordare cosa avevo visto di lui. Allʼaddestramento avevamo imparato a registrare in pochi secondi ogni minimo dettaglio anche vedendolo con la coda dellʼocchio.

Era alto circa un metro e ottanta. Da seduto avevo notato che mi superava di qualche centimetro. Pesava sugli ottanta chili, aveva capelli neri tagliati corti, forse tenuti in parte con la riga. Non aveva barba e era ben rasato. Vestiva con un paio di pantaloni color cachi e una maglietta polo gialla. Ai piedi aveva un paio di scarpe di tela, ma non ne ricordai il colore. Sullʼetà non mi pronunciai, vista la mia proverbiale lacuna a capire gli anni di chicchessia.

Attesi per un paio dʼore, prima di decidermi ad alzarmi e incamminarmi di nuovo verso il porto. Forse era un errore, ma due ore mi sembravano troppe, era di sicuro successo qualcosa che gli aveva impedito di presentarsi. Ma io non potevo certo mettermi a cercarlo né avrei potuto chiedere a qualcuno. Che fare in questi casi? Maledetto lavoro dʼufficio, un altro al mio posto se la sarebbe cavata meglio.

Quando arrivai al porto, la biglietteria aveva appena aperto. Entrai, chiesi alla ragazza quando partiva la nave per Selje, tanto per passare qualche minuto, poi tornai a sedermi fuori alla solita panchina.

La sirena della polizia ruppe il silenzio mezzʼora dopo. Allora anche a Måløy succede qualcosa, dissi fra me, mentre vedevo la volante dirigersi verso la stazione dei bus. Qualche minuto più tardi giunse anche unʼambulanza e un pensiero mi passò per la mente.

Il mio contatto si fa vivo circa tre ore prima, non arriva allʼappuntamento e adesso polizia e ambulanza sfrecciano per le strade deserte della città. I due eventi erano collegati?

La risposta mi arrivò unʼora più tardi. Una coppia di turisti americani veniva proprio dal capolinea e lʼuomo disse che qualcuno aveva trovato un cadavere oltre il ciglio della strada, un paio di chilometri a nord. Era uno straniero, forse un turista. Stavo parlando con loro quando lʼauto della polizia entrò nel piazzale del porto e ne scesero due agenti. Si diressero alla biglietteria e parlarono qualche minuto con la ragazza, poi uno di loro ci vide e uscì a interrogarci.

Avevamo visto un uomo vestito con un pantalone color cachi, scarpe di tela blu e una maglietta gialla? Rispondemmo tutti di no. Lʼagente fece la stessa domanda anche al pescatore, che diede la medesima risposta.

Ero stato fortunato. Quando il contatto si era seduto accanto a me, il pescatore mi dava le spalle, quindi non aveva potuto vederlo. E la biglietteria del porto era ancora chiusa. Oltre a me e allʼuomo che pescava sul molo non cʼera nessun altro.

Gli agenti se ne andarono, gli yankee presero a passeggiare per il porto confabulando su quellʼinsolito avvenimento e io crollai sulla panchina in preda al panico.

V. non aveva dato istruzioni sul da farsi in caso di morte del contatto, ma suppongo equivalesse al mancato incontro. In fondo io aspettavo dalle 9 di quella mattina e ormai si erano fatte quasi le 17. Il fatto che avessi visto il contatto, che mi avesse parlato e che unʼambulanza ne avesse portato via il cadavere erano solo dettagli.

Comunque avrei dovuto attendere altre quattro ore prima di poter lasciare quella maledetta isola. Quattro ore in cui avrebbe potuto capitare qualsiasi cosa.

Chi aveva ucciso il mio collega? Perché non credevo fosse morto per un malore. Quale messaggio doveva riferirmi? Qual era la sua missione? Da dove veniva? Perché era stato messo a tacere?

Tutte quelle domande minacciavano di mandarmi i nervi in pezzi. Dovevo mantenere la calma e continuare a fingermi un turista in partenza per Selje. E aguzzare la vista, notare qualsiasi personaggio o atteggiamento sospetto. E ricordare, soprattutto, che non avevo armi, ma i miei nemici, chi aveva ucciso il mio contatto, .

Entrai nella biglietteria e mi misi a chiacchierare con la ragazza. Accennai allʼaccaduto nella speranza di avere qualche dettaglio in più, ma lei ne sapeva meno di me. Così attaccai a parlare di Selje chiedendole qualche informazione sulle rovine del monastero. Riuscii così a trascorrere unʼora. Si erano fatte le 18 e mancavano ancora tre ore allʼarrivo del traghetto.

Tornai a sedermi alla panchina, ma questa volta tenni sottʼocchio il piazzale del porto per poter scorgere chiunque si fosse avvicinato.

Le tre ore successive non furono facili da trascorrere e più di una volta temei di rimetterci la pelle. Passai mezzʼora passeggiando per la strada principale, entrai da Narvesen guardando distrattamente i prodotti e comprandomi uno snack, ne uscii ritornando sui miei passi e vidi lʼauto. O, meglio, fu lʼauto a vedere me.

Era una berlina bianca e dentro cʼerano due persone. Non sembravano norvegesi, anche se la targa lo era. Unʼauto presa a noleggio. Procedevano nella direzione opposta alla mia e il passeggero, che si trovava sul mio stesso lato, non mi staccò gli occhi di dosso finché non mi superò. Giurai che continuasse a guardarmi dallo specchietto retrovisore fin quando una curva della strada non glielo consentì più.

Non diedi a vedere di essermene accorto, osservai tutto con la coda dellʼocchio mentre sgranocchiavo il mio snack e fingevo di guardare le vetrine che incontravo. Per tutta lʼora successiva mi chiesi chi fossero quei due e perché quellʼuomo mi osservasse con tanta insistenza, ma dentro di me sapevo bene che non potevo liquidare quel fatto come una semplice coincidenza. Anche un novellino al primo giorno di corso ci sarebbe arrivato. «Le coincidenze non esistono», ci avevano detto durante lʼaddestramento. E adesso che sapevo con certezza che non lo era, come me ne sarei tirato fuori indenne?

Le 19 passarono e alle 20 la pioggia aumentò di intensità. Mi riparai nella biglietteria del porto e trovai la ragazza intenta a spiegare qualcosa a un avventore. Fuori, il pescatore proseguiva imperterrito a catturare pesci con la sua lenza, buttandoli sul molo e lasciando che morissero sfiatati in agonia. Potevo quasi sentire i colpi ritmici della coda sul cemento farsi via via più radi, man mano che la vita abbandonava la creatura. Ci mise parecchio a morire. Quanto occorse al mio contatto? Comʼera stato ucciso?

Mentre queste domande si formularono da sole nella mia testa, riconobbi, parcheggiata sulla strada oltre il piazzale del porto, la vettura noleggiata avvistata unʼora prima. Dentro cʼera solo lʼuomo che mi aveva guardato. Dovʼera lʼaltro?

Andai a sedermi in una delle sedie disposte a cerchio nella biglietteria e sentii la ragazza salutare lʼavventore con cui stava parlando. Lʼuomo, alto almeno un metro e novanta per cento chili di stazza, capelli rasati e occhiali da sole, ben vestito, mi lanciò una lunga occhiata prima di uscire e dirigersi verso lʼauto che lʼattendeva. E così adesso tutti e due mi avevano squadrato, registrando ogni mio particolare nella loro mente.

Staʼ tranquillo, mi dissi, è tutto sotto controllo. Tu al loro posto avresti agito allo stesso modo. Anche V. si raccomandava sempre di osservare con attenzione ogni persona della scena da controllare. «Chiunque può essere la vostra preda, chiunque può nascondere una diversa identità e diversi intenti», ci diceva spesso.

A pensarci bene, sembrava il ritratto sputato del sottoscritto. Iniziai a sudare freddo.

Presi il cellulare e guardai lʼora. Mancavano circa quaranta minuti alla partenza del traghetto. Mi alzai per chiedere alla ragazza se fosse puntuale – domanda superflua in Norvegia – ma era una scusa per dare unʼocchiata al piazzale. Lʼauto non cʼera più. Dovʼerano andati quei due?

La tentazione di uscire per controllare era forte, nonostante la pioggia e le vesciche ai piedi, ma resistetti. Avrebbero potuto farmi fuori prima per strada e lì dentro adesso. Pochi testimoni – che avrebbero potuto anche liquidare – e la sicurezza di andarsene indisturbati. La carta di credito usata per noleggiare la vettura non avrebbe portato a nessuna persona esistente.

Per i successivi quaranta minuti, fino allʼarrivo della nave, rimasi a rimuginare sugli ultimi avvenimenti, perché cʼera qualcosa che non mi quadrava. Ormai ero convinto al cento per cento che il mio contatto era stato ucciso dai due che mi stavano tenendo dʼocchio – perché era chiaro anche questo e forse lo facevano da prima che io uscissi da Narvesen. Non esistono coincidenze. Dunque mi avevano visto parlare col mio collega o, almeno, avevano visto lui sedersi accanto a me e andarsene pochi secondi dopo. Sapevano chi era e averlo visto avvicinarsi a un turista e allontanarsene subito dopo gli era parso sospetto. Il mio contatto aveva la priorità, perché io ero intrappolato a Måløy fino alle 21, mentre lui era sicuramente venuto lì in auto. Dovevano quindi far fuori prima lui. Perché non mi aveva dato subito il messaggio? Forse perché sapeva di non avere tempo e magari sospettava di essere seguito. Forse pensava che la stazione dei bus fosse un posto più tranquillo – e infatti era sempre deserta, non aveva abitazioni attorno e permetteva di fuggire in fretta. Uccidermi per strada era pericoloso, cʼera qualcuno oltre a me e la polizia era già in allerta per via del primo omicidio. Uccidermi alla biglietteria del porto idem. E poi, in questi casi, non si agisce in modo avventato. La spia va uccisa con discrezione, nessun testimone, nessuna morte inutile, nessun innocente coinvolto. Le chiamano morti silenti. Nessuno vedeva né sentiva mai nulla. Nessuno veniva mai accusato né processato.

Un sospetto iniziò a serpeggiare nei miei pensieri.

Come mi avevano individuato? Non cʼerano molte persone per strada né al porto, al massimo ne avevo incontrate dieci in tutto. Ma loro avevano puntato me. Avevano forse una mia descrizione? Una mia foto? Probabile. Tutti noi avevamo foto e descrizione degli agenti da liquidare. Erano i dossier X, come a significare di metterci una croce sopra. Ironia macabra.

Da lontano vidi arrivare la nave. Guardai lʼora: erano le 20 e 55. Puntuale come sempre. Mi alzai e mi buttai lo zaino sulle spalle. Azzardai unʼocchiata verso il piazzale mentre salutavo la ragazza. Lʼauto bianca era di nuovo parcheggiata sul ciglio della strada. Ma era vuota.

Calcolai quante probabilità avevo di sfuggire alla morte, ma mi tranquillizzai subito perché il molo si era riempito e adesso là fuori cʼerano almeno venti persone. Non potevano spararmi in mezzo a tutta quella gente. Ma avevano sparato al mio collega? Non sapevo come fosse morto.

Il traghetto era a un centinaio di metri dallʼattracco, quando scorsi lʼuomo che avevo incontrato allʼinterno della biglietteria. Finsi di non accorgermene e mi allontanai per avvicinarmi alla banchina e essere pronto a salire. Ma proprio in quel momento vidi il guidatore dellʼauto, che mi stava osservando. Che cosa avevano intenzione di fare? Mi augurai che non salissero con me, altrimenti avrei finito i miei giorni in una nave della tratta Måløy-Selje.

Sulla banchina si formò la fila per imbarcarsi sulla nave, che arrivò in pochi minuti e scaricò i passeggeri. Uno dellʼequipaggio, in divisa, si piazzò davanti allʼentrata e controllò i biglietti. Ero in coda anche io, mostrai il mio e sgattaiolai dentro. Ero al sicuro? Forse.

Mi voltai, osservando gli ultimi passeggeri salire a bordo, ma non vidi più i due dellʼauto. Che fossero saliti anche loro? Stavo scandagliando lʼintero porto in cerca dei due killer quando una mano si posò sulla mia spalla e io sbiancai.

Lasciai cadere lo zaino a terra e mi preparai a difendermi, quando lʼuomo parlò. E nella mia lingua.

«Devi imparare a riconoscere gli amici dai nemici», disse, sorridendo dallʼalto del suo metro e novanta.

In un attimo tutti gli eventi di quella maledetta giornata iniziarono a scorrermi davanti come dentro un film, ogni fotogramma che andava al suo posto minando tutte le teorie che avevo formulato.

«Questa volta ti è andata bene», disse ancora lʼuomo, allungando una mano e consegnandomi un libro. «È per V.», aggiunse. «Buona fortuna.»

Saltò sul molo un attimo prima che il norvegese chiudesse il cancelletto e sparì alla mia vista, dileguandosi in mezzo alla gente appena sbarcata dal traghetto. Entrai e cercai un posto in cui sedermi, il più possibile appartato. Sedetti, buttai a terra lo zaino e la nave si mosse, scivolando sulla superficie del mare nel silenzio di quellʼestate norvegese.

Guardai il libro che conteneva il messaggio per V. Era La spia perfetta di John le Carré. Sorrisi. Stavolta la tempestività di quellʼinvolontario sarcasmo doveva essere una coincidenza.

Nota

Questo racconto è autobiografico al 70%. Lʼunica parte che non corrisponde al vero è quella della spia. Non sono un agente segreto, come potete benissimo immaginare, e non cʼè stato nessun cadavere nellʼisola. Il resto, invece, è accaduto realmente nellʼagosto del 2012, durante il mio ultimo viaggio in Norvegia.

Ricorderò sempre quel maledetto giorno a Måløy, come ricordo tutta la pioggia che ho preso in 18 giorni e i quattro o cinque chilometri percorsi quasi ogni volta per raggiungere i campeggi e per ritornare in città, ricordo le lumache e i lamponi lungo le strade, ricordo di aver montato e smontato la tenda sotto lʼacqua ogni giorno, ricordo le dodici interminabili ore trascorse su quellʼinutile isola nellʼattesa di una nave che mi portasse via, ricordo le vesciche ai piedi e il male che facevano, ricordo le due ore passate a parlare con quellʼubriaco e ricordo quel povero pesce che dopo unʼora aveva ancora la forza di sbattere la coda, così attaccato alla vita come un albero secolare al suolo, ricordo la cena fredda mangiando un gelato e un Lion e la padrona dello Steinvik Camping che non mʼha fatto pagare col bancomat, ricordo il lungo ponte a S che la guida della Lonely Planet ha avuto il coraggio di menzionare come attrazione e ricordo la città di Måløy inserita in quella guida e la mia decisione di andarla a visitare.

Ma se non lʼavessi fatto, mi sarei perso tutto questo.

50 Commenti

  1. nani
    9 settembre 2015 alle 08:14 Rispondi

    Si sente che e’ un luogo che hai vissuto.
    Immaginavo proprio te, seduto sulla panchina a chiacchierare con l’ubriaco o a imprecare contro le vesciche! :D
    E’ carino, anche se in un paio di punti io avrei alleggerito, dando meno spazio alle considerazioni dirette del personaggio. E si’, devo ammettere che il finale non me lo aspettavo. Anche se non mi stava simpatico il tizio fatto fuori, non mi aspettavo che i due bruti fossero i buoni. Ah, sono proprio fuori allenamento! Devo tornare a speculare di piu’ sulle mie letture.

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 10:43 Rispondi

      Hai immaginato bene :D
      Anche secondo me andrebbe alleggerito un po’.

  2. Fabrizio
    9 settembre 2015 alle 08:12 Rispondi

    Grazie per il bel racconto Daniele.
    La Norvegia mi ha sempre affascinato e tu mi ci hai fatto fare un bel viaggetto, anche se non proprio nella parte più interessante. :)

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 10:41 Rispondi

      Grazie a te per la lettura :)
      I fiordi a me non sono piaciuti per niente, forse perché ha sempre piovuto…
      Della Norvegia ti consiglio le isole Lofoten, che prima o poi visiterò, e la zona del sud/sudest.

  3. Chiara
    9 settembre 2015 alle 09:28 Rispondi

    Il racconto mi è piaciuto.
    è scorrevole e ironico, pur nell’apparente assurdità della situazione.
    C’è solo qualche imprecisione formale. Se vuoi, ti dico in mail. :)

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 10:43 Rispondi

      Grazie :)
      Dimmi pure per email le imprecisioni, ma puoi farlo anche qui, se vuoi.

      • Chiara
        9 settembre 2015 alle 16:07 Rispondi

        Una sola:
        “Vagabondai qualche minuto finché vidi fermarsi unʼauto da cui scesero un ragazzo e una ragazza. Gli andai incontro e in un norvegese comprensibile chiesi loro dove si trovasse lo Steinvik Camping.”
        Secondo me “andai loro incontro” è meglio. :)

        Per quel che riguarda l’altra imprecisione che avevo notato, sono andata a verificare. Ho scoperto, con immensa sorpresa, che si può dire anche “marciapiedi”, sebbene meno utilizzato del più comune “marciapiede”.

        • Daniele Imperi
          9 settembre 2015 alle 16:31 Rispondi

          Per la prima hai ragione, sta meglio la tua versione :)
          Marciapiedi: non ci avevo pensato, meno male che è corretto. Ho scritto così perché l’ho sempre detto a quel modo.

          • LiveALive
            9 settembre 2015 alle 18:18 Rispondi

            Pure io. Qui veneto, ma mamma è de rroma, quindi magari…

  4. ombretta
    9 settembre 2015 alle 10:00 Rispondi

    Bello, in perfetta linea con i libri gialli che sto leggendo al momento ambientati al nord Europa. Potresti tirar fuori un buon poliziesco, pensaci ;)

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 10:44 Rispondi

      Grazie Ombretta :)
      No, nessun poliziesco con questo racconto, già mi ha stufato :D

  5. Monia
    9 settembre 2015 alle 12:41 Rispondi

    La parte iniziale la senti svettare. Sembra come lo slancio iniziale che hai quando hai appena iniziato a scalare una montagna e hai tanta voglia di scalarla e la fatica è quella cosa che ti accarezza, non che ti ghermisce. E “impiagati” mi piace un sacco come aggettivo.

    Nel mezzo sferruzzerei un po’, come qualcuno sembra abbia tagliuzzato la Norvegia per farne i fiordi.

    Alla fine aggiungerei un tocco di pathos prima della rivelazione, come sarebbero serviti un po’ di grappoli di vera uva a quell’intruglio definito fantasiosamente vino.

    L’ubriacone è un personaggio amabilissimo.

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 12:46 Rispondi

      Inpiagati piace anche a me, ma quel giorno invece no :D
      Sarebbe da sferruzzare anche un po’ all’inizio. Il pathos non m’è venuto…
      L’ubriacone, alla fine, non era antipatico. Se lo rivedo, gli chiedo con cosa fa il vino.

  6. Salvatore
    9 settembre 2015 alle 12:58 Rispondi

    Mi è piaciuto, bella atmosfera. Frasi sempre un po’ troppo lunghe, secondo me, come se avessi l’ansia di dire tutto subito. E poi eliminerei completamente, o quasi, i “disse” e i “rispose”, ad esempio: “mi fece”; “gli ripetei”; “mi disse, ostinato”; “ripeté”. Questi li toglierei. Bravo.

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 13:14 Rispondi

      Grazie :)
      Dici troppe lunghe le frasi?
      “Fece” non mi piace, a dirti la verità. Nel prossimo racconto non troverai tutti quei “disse” ;)

      • Salvatore
        9 settembre 2015 alle 17:30 Rispondi

        Alcune si, in tre o quattro periodi addirittura e senza necessita. Senza eliminarle le puoi separare con un punto e un intercalare in più.

        • LiveALive
          9 settembre 2015 alle 18:17 Rispondi

          Daniele è proustiano (o ciceroniano, veda lui a preferenza), lasciamogli la sua imponente sintassi. Che poi, ti dirò, a mio gusto più la frase è lunga meglio è. Certo non conta la lunghezza della frase, conta come la si usa, nessuno lo nega; però oggi la paratassi va troppo di moda, soprattutto quando le caratteristiche linguistiche dell’italiano rendono naturalmente più semplice rispetto a molte altre lingue creare lunghe catene di subordinate senza perdere chiarezza. Basta sapere come fare, a non perdere chiarezza. Tipo certi passaggi di Moravia…
          La prossima volta io voglio una serie di battute ognuna accompagnata dal suo “disse”. Mi dicono dalla regia che c’è chi lo fa.

          • Daniele Imperi
            9 settembre 2015 alle 18:30 Rispondi

            Non ho mai letto Proust e ho letto un’opera solo di Cicerone :)
            Ma tutte sti “disse” avete trovato? Poi controllo meglio, ma non mi pareva fossero tanti.

          • LiveALive
            9 settembre 2015 alle 19:41 Rispondi

            In realtà a me non danno fastidio: in generale, mi è sembrato ci fossero molte poche battute. A livelli lovecraftianj.

  7. Danilo Spanu (IlFabbricanteDiSpade)
    9 settembre 2015 alle 14:23 Rispondi

    È la prima volta che leggo un tuo racconto, quindi ti ringrazio in anticipo di averlo postato e ti spiego il perché. Finché si tratta di copy, di scrivere per il web, è tutto facile: si fagocitano tecnicismi e savoir-faire (si scrive così?) e il gioco è fatto. Qui però c’è molto di più, ci sei tu con le tue esperienze, le tue emozioni e quel pizzico di fantasia che, se ben dosato, trasforma ogni aneddoto in un’avventura. Scrivendo in “prosa”, inevitabilmente, ti metti in gioco e questa è una decisione difficile.
    Bello e stilisticamente a me congeniale. In sintesi, mi piace come scrivi e leggerei volentieri un tuo romanzo perché il tuo modo di raccontare mi coinvolge.
    Lo spy-thriller nordico va di moda negli ultimi anni, stai pensando di cavalcarne l’onda? ;)

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 14:51 Rispondi

      Grazie Danilo :)
      Credo che tu abbia ragione sul mettersi in gioco con la narrativa ancor più che con i vari tecnicismi, ecc. Mi hai dato l’idea per un post: più in là svilupperò questo concetto ;)
      Non voglio cavalcare quell’onda, comunque, il racconto m’è venuto in mente così tempo fa, l’ambientazione nordica c’è perché realmente vissuta.

  8. LiveALive
    9 settembre 2015 alle 15:56 Rispondi

    Perché aggiungere la storia “esotica” della spia in vece di fare un puro racconto di viaggio? È Letteratura anche quella.

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 16:02 Rispondi

      Perché non sarebbe narrativa. E qui non pubblico racconti di viaggio, poi.

      • LiveALive
        9 settembre 2015 alle 16:18 Rispondi

        Perché non sarebbe narrativa? Solo perché non ha una trama tradizionale? E Gente di Dublino quindi non è narrativa? In fondo nessuno sa distinguere una vicenda reale da una inventata, se si fa tutto per bene. Qua invece, e non vi sia offesa, sin dai primi paragrafi ho capito subito che ti stavi riferendo a qualcosa di reale, forse a causa della pletora di particolari. Il testo in sé non va da nessuna parte e i suoi dubbi non vengono risolti – il che va benissimo, perché mi pare che il tuo scopo fosse dare l’aria sospesa del Deserto dei Tartari. Ma secondo me rendeva meglio in altra maniera, senza forzare una trama in un contesto che non è il suo.
        Un particolare tecnico: io eviterei le descrizioni “a elenco”, spesso se non ci sono fa niente.

        • Daniele Imperi
          9 settembre 2015 alle 16:33 Rispondi

          Giusto, è narrativa di viaggio. Ma va saputa scrivere e io non l’ho mai scritta.
          Non sarebbe stata però interessante, almeno secondo me.
          Quali sono le descrizioni a elenco?

          • LiveALive
            9 settembre 2015 alle 16:39 Rispondi

            “Lʼuomo, alto almeno un metro e novanta per cento chili di stazza, capelli rasati e occhiali da sole, ben vestito” tipo questa. Puoi saltarla (in fondo cambia niente, il lettore lo ha già immaginato a modo suo), o aggiungere della verve (in vece di “l’uomo, alto un metro e novanta” mettere “il gigante”), o essere più specifici (in vece di “ben vestito” mettere “con un completo bianco che sembrava Truman Capote” XD)

          • Valentina
            9 settembre 2015 alle 16:42 Rispondi

            Non sono d’accordo sul “non sarebbe stata interessante”. Secondo me tutto può essere interessante, se ben scritto. :D Lascio a livealive la parola sulle descrizioni.

        • Daniele Imperi
          9 settembre 2015 alle 16:55 Rispondi

          Sulle descrizioni non sono d’accordo. A me non dispiacciono e in alcuni contesti le vedo bene. Raramente mi capita di leggere romanzi in cui non compaiano.

          • LiveALive
            9 settembre 2015 alle 18:20 Rispondi

            Sbagliano tutti! XD seriamente, ti ho mostrato tre varianti, più c’è la tua ovviamente: vedi come ti pare più bello.

        • nani
          10 settembre 2015 alle 04:31 Rispondi

          Alessio, tu sei un macete sulla testa degli scrittori! :D

          A parte gli scherzi, le descrizioni: servivano a specificare la formazione del personaggio: quando una spia va a scuola, la prima cosa che impara, a detta di tutti i romanzieri di polizieschi, e’ sviluppare una sorta di fredda memoria fotografica. Ed eccola qui, con calcolo dell’altezza e del peso corporeo, etc. Ok, forse nel racconto la stima e’ fin troppo precisa, ma a parte cio’, gli altri dettagli ci stanno.

          La trama che non si innesta nella descrizione del luogo: e perche’? La verosimiglianza del luogo toglie qualcosa alla storia poliziesca? Non mi sembra. Tutt’al piu’ mi rende la lettura piu’ comprensibile, mi avvicina alla situazione. Mi dirai che e’ inusuale pensare a spie romane che vengono mandate in missione in Norvegia. Ma per me e’ inusuale anche pensare a spie russe che vengono avvelenate col polonio in un sushi-bar londinese.

          Gente di Dublino, intendi “the Dubliners” di Joyce? Ma non erano racconti di epifanie? (lo lessi nei miei anni di studi e non ci capii nulla, per questo me li ricordo ancora :D).

          Secondo me, i difetti del racconto sono altri. In linea di principio, Daniele e’ uno scrittore che non si fida troppo dell’attenzione del lettore. O del suo grado di perspicacia. E questo appesantisce un po’ il racconto che, di per se’, e’ piacevole.

          • LiveALive
            10 settembre 2015 alle 08:05 Rispondi

            Perché un machete? In realtà come vedi sono abituato a non esprimere mai giudizi di valore: non ho detto che è bello e neanche che è brutto. Dico solo ciò che sento. Naturalmente ciò basta a capire anche ciò che penso XD
            La descrizione come mezzo per mimare la memorizzazione, be’, anche così si poteva fare in modo migliore, più netto: fosse stato un artifizio chiaro l’avrei colto. Ciò non toglie ovviamente che avere un maggior grado di precisione (come quel “completo bianco” al posto di “vestito elegante”) non poteva che giovare in tutti i casi (a meno che non si stia raccontando un sogno: come Buzzati, lì la fumosità andrebbe bene).
            Il problema riguardo trama e ambientazione, direi, è che non c’è alcun motivo per cui la trama dovesse svolgersi là in vece che a Roma, se non appunto la precisa voglia di fare un affresco del luogo. Bastava poco: se una spia va a londra per rapire in corgi della regina, è una scemenza, ma almeno è giustificato, è qualcosa che sta solo in quel luogo. Qui nulla giustifica la spedizione in Norvegia. Allora tanto valeva qualcosa a la dubliners (per capirli devi considerare questo: è la più perfetta rappresentazione del reale possibile, cioè fatta di eventi il più possibile insignificanti. Però eventi collegati sempre dallo stesso tema. Con uno stile che mima il contenuto, iniziando con la narrazione fanciullesca, quella da tema scolastico, quella dal gusto epico, fino al romanzo maturo. Una tale unità rende dubliners, più che un libro di racconti, un romanzo con ambientazione protagonista).
            Notiamo i diversi approcci letterari tra me e Daniele: lui voleva rendere interessante l’affresco di un luogo, e ci ha inserito la spy-story. Io invece avrei creato un testo esistenzialista sull’attesa: avrei fatto sedere su una panchina il personaggio ad attendere una ragazza, e per 10 pagine sarei andato avanti con un flusso di pensieri estenuante e lentissimo, anzi letargico, sulle preoccupazioni, sulla natura dell’attesa, e sull’attentissima analisi di ogni minimo particolare ambientale. Alla fine si alza e si dice che non è stato tempo buttato perché ha imparato come muore un pesce, e come muore una lumaca. Come sugello cambio d’inquadratura, la ragazza si era seduta davanti a lui, ma convinta che non potesse essere lui quello dell’appuntamento al buio perché troppo brutto (lo stesso aveva pensato lui di lei), se ne va pensando di aver buttato via la giornata.

          • nani
            10 settembre 2015 alle 10:13 Rispondi

            :D
            Mi piace la tua versione esistenzialista, ma penso che quella spy di Daniele avrebbe piu’ seguito. E qui l’eterno dubbio: l’immortalita’ o il successo?
            Ah, io, se mai divenissi scrittrice, mi accontentero’ del successo. ; D
            Quando dici che nulla giustifica l’ambientazione in Norvegia: anche tu, Alessio, metti in dubbio la capacita’ che il pubblico ha di riempire i buchi che l’autore lascia aperti (di proposito o meno). A parte la sospensione dell’incredulita’, ma io me le sono poste queste domande: perche’ in un luogo dimenticato da Dio? Che sia una prova per una spia che troppo navigata non e’, una specie di prima missione senza importanza tanto per testare le capacita’ del povero malcapitato? Del resto, il poveraccio lo dice: perche’ proprio me, che sono stato sempre dietro una scrivania?
            E dove lo mando un novellino, nel mezzo di una metropoli, sotto il possibile attacco di un abile nemico che sicuramente sa come spostarsi e mimetizzarsi nel caos cittadino? Non e’ meglio un remoto angolo di mondo, poco frequentato e magari anche umidiccio, con tante lumachine viscide e pesci che non ne vogliono proprio sapere di crepare? E cosi’ ti giustifico anche il numero esoso degli spioni che seguono il tizio fino al battello (ben due, contro uno solo mandato in missione e un altro del partito avversario): sono in due per tener facilmente sottocontrollo possibili elementi di disturbo (leggi: spia nemica che vuole far fuori il novellino).
            Oddio, mi sento di aver scritto anch’io una spy story, adesso. :D

            Joyce … ma perche’ non riesco proprio a farmi venire la voglia di leggermelo? : /

          • LiveALive
            10 settembre 2015 alle 11:07 Rispondi

            Io posso giustificare tutto con la mia testa. Però il lavoro non devo farmelo io XD se l’autore vuole che me lo faccia io, deve farlo capire, deve spingere in modo naturale il lettore modello verso una riflessione di quel tipo. Però, vedi, in un testo esistenzialista sarebbe stato più facile perché lì non si sente esattamente la necessità di una giustificazione, sai che il focus è da un’altra parte. In realtà in dubliners, pur avendo una impostazione di questo tipo, l’ambientazione è fondamentale però… Pensa, questa estate ho letto l’opera omnia di Joyce.

          • nani
            10 settembre 2015 alle 12:33 Rispondi

            Certo che l’autore ti deve guidare verso un’interpretazione, altrimenti la narrazione e’ insulsa e innervosisce. Ma se un verso per interpretare il racconto io ce l’ho trovato, e senza sforzarmi, vuol dire che una segnalazione c’e’. Il problema e’ che questo non dichiarare, ma far solo intuire, cozza poi col fatto che nella parte centrale il personaggio si dilunghi in speculazioni senza importanza (le domande che si fa, le considerazioni, etc.), ma questo l’abbiamo gia’ detto (non uso il pl maiestatis, mi riferisco al commento di Daniele che diceva che anche secondo lui va alleggerito).
            Io non sono tanto per gli autori che ti devono palesare tutto: a me piacciono i Rebus. Forse e’ per questo che adoro Pavic’, lo strutturalista serbo (e guai a te se non lo conosci!), che ti incasina tutto il testo, e non solo a livello narrativo, e tu, piano piano e con pazienza, ti devi trovare un filo che spesso cambia a seconda di chi lo legge. L’opera e’ creatura non solo di chi la scrive, ma anche di chi la legge, no?
            Per tornare allo scritto esistenzialista: in un testo del genere (esistenzialista, dico), difficilmente il protagonista avrebbe dato un giudizio di merito alla giornata. E allora, la cosa che rende affascinante il tutto (la diversa interpretazione della ragazza e del ragazzo) non ci sarebbe stata e il racconto sarebbe stato un puro e semplice speculare senza importanza. :) Lo so, Proust lo fa. Ma un Proust gia’ c’e’ e difficilmente ne partoriremo un altro.
            Chiamiamo il tuo testo intimista e non se ne parli piu’. :D
            E io che ho letto durante l’estate, adesso che mi ci fai pensare? Ah, me tapina, nemmeno PennaBlu! :D

          • LiveALive
            10 settembre 2015 alle 13:12 Rispondi

            Bah, Proust: prolisso e prolasso, io sono sicuro di poter fare di meglio.
            (io sto scherzando perché è uno dei miei preferiti, ma sappi che ci sono professori universitari che sostengono quanto ho detto sul serio)
            (e naturalmente è proprio il vagare senza meta della speculazione il punto! Come fa tutto l’Ulisse, no? Esistenzialista, dico, nel senso di riflessione sulla fragilità dell’esistenza. Tipo Dostoevskij, dico, non Proust.)
            In realtà la tua interpretazione mi pare una fantasia esterna al testo, una tua speculazione cioè, non qualcosa che il testo ti conferma. E questo non va bene, perché allora qualsiasi giustificazione va bene, anche che il suo capo sia stato sostituito dagli alieni con una copia priva di alcuna conoscenza di geografia.

          • nani
            10 settembre 2015 alle 13:58 Rispondi

            Dai, pignoletto, gli ufo non ce li riesco ad infilare nemmeno io! :D

            Adesso non ho tempo per andare a fare le pulci al racconto, qui e’ ora di andare a letto. Ma domani, se ne ho la forza, ti trovo gli indizi.

            Buonanotte.

          • nani
            11 settembre 2015 alle 11:25 Rispondi

            Pensavi che avrei mollato, ve’?
            Allora: Per quel che riguarda il racconto, lo ammetto, da nessuna parte e’ dichiarato che si vuole addestrare il novello James Bond, ma se prendi gli ultimi tre paragrafi (la spia navigata si rivolge al novellino con espressioni tipo “ti e’ andata bene”, “la prossima volta”; mettici anche la sottile frecciatina del titolo del libro che gli viene consegnato…) e li colleghi alle brevi info che vengono date all’inizio (il novellino parla norvegese, quindi un collegamento con la Norvegia c’e’; non si e’ mai spostato dall’ufficio romano e una spia, a detta di V., deve sapersela cavare su qualsiasi terreno), allora la mia deduzione potrebbe suonare anche giustificabile, dai!
            E ora, tu, ragazzo pignoletto! Accetta la mia interpretazione e arrenditi. Io in cambio accettero’ il tuo racconto esistenzialista e mi asterro’ dall’accennare al fatto che nemmeno Dostoevskij avrebbe proposto al lettore un giudizio sull’esperienza. ; D
            Ps: ma a me piace davvero l’idea del tuo racconto, sai? Lo stai scrivendo?

          • LiveALive
            11 settembre 2015 alle 16:27 Rispondi

            Lo sai che è comunque una giustificazione debole, non rende la Norvegia esclusiva XD
            Vabbè. Ma in fondo neanche il mio testo come l’ho immaginato offre un giudizio: semplicemente constata due esperienze opposte che dunque si annullano. Certo però che il Grande Inquisitore, in somma…! XD non lo sto scrivendo e dubito che lo scriverò mai. Sia perché ora ho bisogno di qualcosa di estremo, sia perché nella creazione sono estremamente pigro, faccio un testo ogni morte di papa.

  9. Valentina
    9 settembre 2015 alle 16:32 Rispondi

    Ciao Daniele,
    da lettrice stavolta mi sento di poter intervenire :-) Grazie prima di tutto per averci regalato un racconto! Concordo in pieno con Danilo a proposito del “mettersi in gioco con la narrativa”.
    Detto questo:
    La prima parte mi piace molto. Mi piacciono le immagini che usi, ho adorato le lumache fotocopiate, i piedi impiagati, e la pioggerella mi è scivolata addosso.
    La parte centrale l’ho trovata un po’ meno scorrevole. Non so se è una questione di frasi lunghe o meno (è vero, sono lunghe, ma perché “troppo”? Cos’è il “troppo”? ). Non credo che bastino periodi brevi per far “scivolare” un racconto. Forse sono le tante domande. Forse troppi “disse”, “ripeté ostinato”, ecc. :-) . Forse qualche (se mi permetti, da lettrice) frase come questa
    “Senza obbligarmi a questo ennesimo supplizio per i miei piedi sanguinanti”
    che a mio avviso avresti potuto sostituire con
    “Senza obbligare i miei piedi sanguinanti a questo ennesimo supplizio”. Non alleggerisce un po’?
    Il pathos…. Beato te che ancora ci provi, io al momento c’ho rinunciato, proprio non mi viene ;-)
    La nota mi piace moltissimo.
    Grazie per questo ennesimo spunto di riflessione. Ciao!

    • Daniele Imperi
      9 settembre 2015 alle 16:36 Rispondi

      Ciao Valentina,
      grazie per la lettura :)
      Ai “disse” non ho fatto caso, ma la prossima volta li conto col mio sistema e ne elimino un po’. Non ho fatto caso neanche alle frasi lunghe.
      Sicuramente ci sono varie parti che possono essere alleggerite.
      Nel prossimo racconto c’è più pathos – o almeno così mi sembra.

  10. Marina
    9 settembre 2015 alle 21:17 Rispondi

    Voglio darti un giudizio di tipo diverso: non è il contenuto del racconto che mi colpisce, ma chi quel contenuto lo ha elaborato, cioè il suo autore, il narratore Daniele Imperi. Ho letto soltanto un altro tuo racconto in rete e mi ero fatta un’idea, adesso leggendo questo la confermo: quando fai letteratura sei diverso, sembra venire fuori una parte di te che in veste di blogger non emerge. Boh, non chiedermi approfondimenti, perché le mie sono sensazioni che sto registrando a caldo. Questo Daniele mi piace di più! ;)

    • Daniele Imperi
      10 settembre 2015 alle 07:18 Rispondi

      Grazie della lettura :)
      Credo tu abbia ragione, anche secondo me si è in generale diversi quando si scrivono articoli e quando si scrivono racconti, almeno io mi vedo diverso, non sono sicuro capiti anche agli altri. Ma forse è il proprio la tipologia di scrittura che rende così diversi.

  11. Alessandro
    9 settembre 2015 alle 22:06 Rispondi

    Un bel racconto, come del resto gli altri che ho letto qua. Mi piace il tuo stile e l’atmosfera che riesci a creare nei tuoi racconti. Si sente che i luoghi descritti li hai visitati realmente. In una parola, coinvolgente. Complimenti!
    Concludo dicendo che anche a me, come a Valentina, piace moltissimo la nota conclusiva che spiega dove, quando e come nasce l’idea del racconto.

    • Daniele Imperi
      10 settembre 2015 alle 07:20 Rispondi

      Grazie :)
      Se i luoghi li hai vissuti in prima persona riesci a renderli meglio. La nota mi è sempre piaciuta nei romanzi letti, quindi ho deciso di aggiungerla a tutto ciò che scrivo.

  12. Mauro Ronci
    9 settembre 2015 alle 22:34 Rispondi

    Bello. Sono entrato dentro la storia con estrema facilità e l’ho vissuta!

    • Daniele Imperi
      10 settembre 2015 alle 07:20 Rispondi

      Grazie Mauro :)

  13. Marco
    10 settembre 2015 alle 07:53 Rispondi

    Buono. A me piace il Nord Europa, e mi aspettavo che alla fine saltasse fuori che era tutta (o in parte) risultato di un tuo viaggio da quelle parti. La figura del pescatore, marginale, è tuttavia resa bene: a dimostrazione che chi racconta è democratico, e se c’è un personaggio, c’è per un motivo, non per occupare spazio.
    Avevo letto un altro tuo racconto, ma questo mi sembra migliore, più maturo.

    • Daniele Imperi
      10 settembre 2015 alle 08:05 Rispondi

      Grazie :)
      Il Nord Europa tornerà ancora nelle mie storie, anche se non so quando.

  14. Giulio F.
    10 settembre 2015 alle 12:09 Rispondi

    Mi piace, ho apprezzato molto l’atmosfera che si è delineata dall’inizio alla fine del racconto. Mi ha stupito il colpo di scena finale.

    • Daniele Imperi
      10 settembre 2015 alle 12:11 Rispondi

      Grazie Giulio :)
      Durante la stesura ho modificato qualcosa rispetto all’idea iniziale: prima il buono era quello che sarebbe morto, ma mi sembrava banale. Quindi poi è cambiato anche il finale.

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