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Luce morente

Un racconto di fantascienza di 300 parole

Luce morente

Era tempo di tornare sulla Terra. Aveva capito cosa fosse quella luce che nei cieli estivi si vedeva anche a occhio nudo. Non era una nuova stella apparsa nel firmamento. Era qualcosa di più. Era qualcosa di animato.

E adesso che aveva la conoscenza, adesso che sapeva, doveva tornare. Quel segreto non poteva restare sconosciuto. Era troppo grande per non essere condiviso.

Quando indirizzò l’astronave verso la Terra, notò la scia, una lama di penombra che lo seguiva, che aveva il colore di quella luce, una smorta tonalità che spegneva ogni residuo di euforia. Per il tempo che lo separava da casa quella luce d’ombra lo accompagnò, buia compagna in quel suo viaggio interstellare.

Osservò nel monitor la zona dello spazio dove la misteriosa luce s’era formata. Immagini a tre dimensioni scorrevano davanti a lui, in una sequenza inquietante e appagante al tempo stesso. La luce era più grande, immensa, come se si stesse espandendo fino a voler ammantare l’intero universo. Non poteva essere altrimenti. La luce era cosciente, ne aveva captato i pensieri, se così potevano essere chiamate quelle sensazioni che aveva ricevuto. Non erano né suoni né immagini, ma conoscenza allo stato puro.

Poco prima di entrare nell’orbita terrestre, quando uno sconfinato velo di luce morente lo univa al cuore dello spazio, seppe che era destinato a un compito che nessun altro poteva portare a termine. Era il portatore. Colui che avrebbe portato quella luce sulla Terra. Non ne conosceva lo scopo, ma non aveva importanza. La luce sapeva cosa doveva fare, era nata per quello.

«Terra, sto rientrando» disse, e chiuse la comunicazione. Con una lenta manovra atterrò nella base spaziale. Quando uscì dal portello sorrise. Il suo pianeta non era più rischiarato dall’intensa luminosità del cielo, ma avvolto per sempre dalla morente luce d’un insolito tramonto.

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