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L’inverno sta arrivando

Un racconto apocalittico di 500 parole

L'inverno sta arrivando

L’inverno sta arrivando.

Ricordo il motto di Casa Stark, nelle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di Martin. Sfoglio spesso quei romanzi, specialmente il primo, con quei cenni sui mondi e le creature oltre la Barriera e quella vita resa sempre a rischio da un inverno glaciale. Nella mia camera, solo, osservo la neve che scende attraverso la finestra a doppi vetri e tutto quel bianco profondo che s’estende per la città, coprendo ogni cosa. Ascolto il silenzio di quella che le autorità hanno chiamato la piaga di ghiaccio. Un freddo così gelido che potrebbe bruciare la pelle. Sono uscito qualche volta, per le strade ormai silenti dove non passano più vetture né trotterellano i cani né planano passeri e piccioni in cerca di cibo. Infilato in una giacca tecnica da montagna, le mani guantate, un cappello polare in testa, passamontagna, sciarpa e scarponi. Ero pronto per una scalata sulle Alpi, mentre in realtà me ne andavo per una via di Roma sfidando la bufera di neve.

A uno a uno i coinquilini del mio palazzo se ne sono andati. Le riunioni condominiali, negli ultimi tempi, s’erano fatte più agitate del solito. Intolleranza e insofferenza dettavano legge e così fu deciso che ognuno pensasse per sé. Ho sempre contestato l’abbandono del palazzo, perché là fuori, ormai, non c’è più vita e quella che c’è è da evitare. Non so che fine abbiano fatto tutti quanti, ma di certo non buona. Non sono andati lontano, con quella loro spocchia superficiale. Ho visto brandelli dei loro vestiti, un giorno, durante una delle mie escursioni all’esterno. Alle volte mi piace saggiare il pericolo e spingermi sempre più in là, conquistare strade, quartieri. Lo faccio di giorno, però, perché la notte… è bene rientrare quando calano le tenebre e il gelo si fa più pungente.

Adesso è giugno, siamo alle soglie dell’estate, ma fuori la temperatura è scesa a -15° e il paesaggio ricorda le terre del nord.

L’inverno sta arrivando. È divenuto ormai anche il mio motto, perché ogni giorno che passa sento l’inverno sempre più vicino. Ma non quello stagionale, parlo dell’inverno della vita, del congelamento definitivo dell’esistenza, della fine del mondo e dell’inizio di qualcosa di completamente differente. Un’era glaciale che non avrà fine.

Dalla mia camera osservo la neve cadere e penso al futuro che non avrò. Appunto i miei pensieri e mi sento finalmente pronto per l’ultimo giorno. Ripercorro la mia vita e sorrido, perché in fondo io ho sempre amato il freddo e la stagione invernale, la neve e il gelo. Sarcastico destino che scolpirà un omega sul ghiaccio della mia lapide bianca.

Fuori, oltre i vetri quasi opachi, il vento s’è alzato, solleva grumi di neve come fossero polvere. Il cielo è sempre più bianco e il freddo sarà artico, posso avvertirlo. Mi domando come sarà l’umanità che rinascerà dalla disfatta. Ma a me non importa, io non ci sarò. Sarò un corpo mummificato senza più nome.

L’inverno sta arrivando. Di nuovo. E questa volta per sempre.

5 Commenti

  1. Luigi Leonardi
    17 giugno 2012 alle 11:03 Rispondi

    E’ questo, Daniele, un “prodotto” che non scaturisce tanto da un pessimismo cosmico, quanto da una chiara visione verso la natura che a suo piacimento genera, distrugge, rigenera.
    Per quanto possa fare l’uomo non ha voce in capitolo.
    Per tutte le loro scoperte, la loro conoscenza, intelligenza.. gli uomini non domineranno mai l’universo. Sempre il freddo li agguanterà nel pieno della loro vanagloria.

  2. Lucia Donati
    17 giugno 2012 alle 11:19 Rispondi

    Già i doppi vetri della camera, in cui il protagonista è solo, fanno intendere che il mondo è fuori, distante e freddo e che egli è lontano da quel mondo pur vivendoci. Egli è distinto da quel mondo come lontani sono i vicini con cui non sono auspicabili contatti e con i quali non c’è comprensione né similitudine. E il mondo è superficiale e spocchioso e non si può condividere questo suo modo di essere. Anche se è estate è freddo ma è un freddo dell’umanità in generale; è un “non essere in contatto umano”. Ma al protagonista “sembra” non importare il futuro possibile o immaginato come una catastrofe: si sente già molto lontano, “senza più nome”. Un corpo senza più interessi perché solo carne mummificata senza più anima. Ben narrato.

  3. Romina Tamerici
    17 giugno 2012 alle 16:00 Rispondi

    Un bel racconto, molto profondo ed esistenziale. Mi piace molto la conclusione con quel senso di estraniamento da una vita ormai destinata a finire. Forse il congelamento è una metafora dell’incapacità dell’uomo di cambiare davvero e che lo porta a fossilizzarsi in abitudini che sono simili alla morte del vero spirito? Magari no, comunque a me ha fatto pensare questo.

  4. Daniele Imperi
    17 giugno 2012 alle 18:55 Rispondi

    Grazie dei commenti, a me non è che sia piaciuto molto questo racconto, l’ho scritto per seguire l’involontaria sfida lanciata da un’amica :)

  5. Romina Tamerici
    18 giugno 2012 alle 09:48 Rispondi

    Indipendentemente dalla sfida in questione, spero tu abbia vinto!

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