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Linguaggio indisciplinato: ecco perché l’analisi linguistica vi farà abbandonare (o quasi) la grammatica normativa

Linguaggio indisciplinatoQuesto è uno guest post scritto da Federica Lucantoni.

Il linguaggio è movimento, attività, creazione, fermento. La linguistica, proprio a causa dell’oggetto del suo studio, ha la necessità di muoversi tra il concreto e l’astratto. È importante non conformarsi rigidamente all’astrazione perché la realtà del linguaggio può essere compresa solo nella concretezza, nella quotidianità, nelle strade, nei mercati o in ogni situazione comunicativa specifica. Analizzando il linguaggio bisognerebbe sempre ricordare che le forme astratte non si oppongono a quelle concrete, non costituiscono un’altra realtà, non sono loro nemiche, ma hanno lo scopo di esistere per spiegare quello che accade nel concreto. Nel quotidiano noi incontriamo solo gli atti linguistici (la parole, per utilizzare la terminologia del linguista Ferdinand de Saussure, che intende in tal modo sottolineare la distanza dalla langue).

L’astrazione scientifica è necessaria per lo studio del linguaggio, ma non dovrebbe sostituirsi alla realtà concreta. Dunque esiste un’idea di giustezza, ma nella realizzazione esistono lingue, parlanti e la capacità che hanno questi ultimi di realizzare il loro sapere linguistico (o langue). La capacità di esprimersi dei parlanti varia a seconda della loro provenienza geografica e sociale, dello stato d’animo che stanno provando in quel momento, della situazione nella quale si trovano. La variabilità è legata al modo in cui essi scelgono – consapevolmente o inconsapevolmente – di esprimersi.

Questo guest post nasce da un commento fatto su un post di Daniele di qualche tempo fa. Il post si intitolava “5 errori grammaticali” e al suo interno Daniele riportava alcuni comportamenti linguistici tipici etichettati dall’autore come errori grammaticali. Ho fatto notare a Daniele che alcuni “errori”, visti da un altro punto di vista, potevano forse essere il frutto di una scelta espressiva dei parlanti.

Dissi in quell’occasione che la storia della lingua pura è una burla che le maestre ci hanno raccontato alle elementari. Una bugia utile per imparare a scrivere, a parlare e a comunicare. Un burla che, almeno parzialmente, andrebbe compresa come tale. La grammatica normativa ama distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Ci dice quando usare la “h” e quando non usarla e ci impone le forme corrette dei verbi. Alcune regole – l’uso della h, ad esempio – sono imprescindibili, intoccabili e sacrosante regole grammaticali. Altre, invece, sono relative esclusivamente al contesto.

Prima che io mi perda nei meandri di spiegazioni teoriche passerò a degli esempi.

L’uso di Assolutamente in luogo di “sì” o “no”

Quante volte vi è capitato? Magari con il vostro capo, a lavoro.

Parlante A: Allora invio la mail?

Parlante B: Assolutamente.

Assolutamente cosa? Sì o no? Grammaticalmente la risposta è ambigua e le nostre maestre così ci boccerebbero. L’intercomprensione tra parlanti, invece, renderà possibile capire il significato di questo scambio di battute. Sarà il contesto ad aiutarli. Tale forma, invisa alla grammatica normativa, è ormai rientrata nell’uso neostandard dell’italiano. È disambiguata dal contesto e dalla situazione comunicativa, che in effetti la rende comprensibile. Se anche ad A rimanesse il dubbio, potrebbe chiedere a B: “quindi sì?”. E il parlante A quasi sicuramente confermerebbe.

Tale espressione linguistica è valida come forma dell’italiano neostandard; a tale livello di lingua, è pertanto lecita e può essere utilizzata.

È importante capire il livello della nostra interpretazione.

Mancata concordanza del genere

Pensiamo ad un esempio ancora più normativamente inaccettabile: una mancata concordanza del genere.

Sul mio sito di scrittura, avevo portato quest’esempio:

Parlante A: “dammi la manino”.

Tale forma è inaccettabile a livello grammaticale perché manca la concordanza del genere. Si tratta di una forma tipica dell’italiano popolare ed è adducibile ad un parlante che probabilmente non ha consapevolezza dell’italiano standard o neostandard, o magari è dovuta ad una realizzazione distratta e veloce. Tale realizzazione però, nel suo contesto (la mamma che al supermercato dice al figlio di dargli la mano affinché non si perda), è comprensibile ed efficace a livello comunicativo.

È giusto riconoscere questa varietà come non standard.

Per fortuna può venirci incontro la sociolinguistica, ovvero quella branca della linguistica che studia le reali realizzazioni dei parlanti e le confronta con la norma, lo standard, la regola.

Fare sociolinguistica significa analizzare le varietà della lingua, quella che noi incontriamo nel quotidiano:

  • Varietà diafasica: dipende dal contesto nel quale avviene la comunicazione. Il mio modo di parlare con gli amici è diverso dal modo di parlare che utilizzo in un contesto formale (ufficio, presentazione pubblica etc…).
  • Varietà diatopica: dipende dalla provenienza geografica. Noi italiani in questo siamo l’esempio migliore. Ricordiamo che all’epoca dell’unificazione l’italiano standard non esisteva. I parlanti italiani erano il 2%, i restanti potevano comunicare solo in dialetto. Nonostante l’avvento della televisione, l’uso del dialetto rimase per molto tempo maggioritario. Ancora oggi, in alcune regioni, il dialetto è la lingua utilizzata negli ambienti informali. È inevitabile portarsi dietro delle influenze. L’Italia è anche il luogo dove esistono i geosinomini (diverse forme linguistiche per designare medesimi significati). Proprio la scorsa estate, in Salento, ho utilizzato la parola “cocomero” per indicare la più famosa “anguria”, chiamata più al sud anche “melone d’acqua”).
  • Varietà distratica: dipende dalla classe sociale di appartenenza.
  • Varietà diamesica: dipende dal mezzo attraverso il quale si comunica. Rende diverso il parlato dallo scritto ed il telegramma dalla lettera. Oggi ha raggiunto il suo picco massimo con la scrittura delle chat o di Twitter.
  • Varietà diacronica: dipende dal tempo. Oggi, quasi mai, si usa il voi (rimasto solo in qualche dialetto del sud). Il voi incontrato in forma scritta distingue una lingua antica e ben lontana dal neostandard di cui sopra.

La lingua va interpretata a diversi livelli. Non bisognerebbe mai stigmatizzare totalmente delle forme, perché il modo di esprimersi o di parlare ha sempre un valore comunicativo e dice qualcosa del parlante, della sua situazione sociale o della sua provenienza geografica. La prospettiva sociolinguistica è entusiasmante. Io la apprezzo per il suo realismo. Nel nostro quotidiano, infatti, quasi mai troviamo la norma delle nostre care maestre. Ci capita solo di incontrare parlanti.

Ma non è finita qui. Vediamo un altro esempio:

Parlante A: ti dispiace passarmi il sale?

Parlante B: (passa il sale al parlante A)

Cosa è accaduto? Se leggessimo la domanda di A da un punto di vista del contenuto (o denotativo) dovremmo dire che questo scambio di battute non ha senso. B avrebbe dovuto rispondergli “Sì, mi dispiace” oppure “no, non mi dispiace”. Ma tutto ciò non avrebbe senso nella realtà e tutti noi, di fronte ad una di queste due risposte, avremmo la sensazione di non essere stati compresi.

La spiegazione di questo scambio di battute, ancora una volta, non è comprensibile attraverso la mera interpretazione grammaticale dei significanti. Infatti, da un punto di vista connotativo, la frase di A è traducibile così:

“B, tu che sei più vicino al sale, passamelo ché la mia pietanza è sciapa”

Questo è l’esempio in cui la lingua non dice, ma fa. Tale livello linguistico è interpretabile attraverso la pragmalinguistica, quella parte della linguistica che studia gli atti linguistici, ovvero le azioni che si fanno attraverso la lingua. Con le parole possiamo “ordinare”, “offendere”, “chiedere”…

La frase di A non è che una richiesta, mascherata con una veste di gentilezza. È “ti dispiace passarmi il sale” ma sarebbe potuto essere “mi passi il sale”, “passame er sale”, “puoi passarmi il sale, per favore?”, “potresti passarmi il sale?”. Lo scopo di questa frase non è una risposta a livello di contenuto, ma un’azione. Perché attraverso la lingua noi agiamo.

Infatti a questa richiesta c’è solo una “risposta” pertinente: che B passi il sale oppure no. Una risposta a livello denotativo del tipo “sì, mi dispiace” farebbe supporre al Parlante A che B ha un problema di comprensione o magari che sta facendo dell’ironia. Se non mi credete, provate!

Se non si usasse la cortesia nel quotidiano probabilmente potrebbero nascere altri problemi che quella domanda “grammaticalmente ambigua” invece risolve. Perché la lingua non si preoccupa solo della “giustezza normativa”, ma dell’efficacia nei contesti.

L’errore in senso stretto è contenuto nell’esempio di Daniele “Un parco e un giardino rigoglioso”. Tale frase, soprattutto in forma scritta, è grammaticalmente sbagliata. Anche l’uso improprio del piuttosto che in luogo di oppure è un errore bell’e buono contro il quale continuo a scagliarmi violentemente. La sottile differenza tra una mancata concordanza di genere (esempio di Daniele) e il piuttosto che improprio è che la prima forma non crea ambiguità di comprensione tra i parlanti, mentre la seconda sì. Il piuttosto che improprio potrebbe anche soppiantare (e in parte lo ha fatto) l’uso di “oppure”, ma ciò creerebbe – e crea – ambiguità con l’uso proprio del piuttosto che. Quante volte vi è capitato di soffermarvi a riflettere su una frase contenente il “piuttosto che” per assegnargli il significato secondo l’uso proprio o secondo quello improprio?

Lo scopo di questo post è di stimolare una riflessione linguistica a seguito dell’osservazione dei fatti linguistici. Il presupposto indispensabile è che la lingua, soprattutto parlata, non faccia che palesare la varietà e la variabilità degli esseri umani. Tale variabilità rende ogni realizzazione unica e, a seconda del tipo, comunicativa di informazioni sul parlante. Quest’approccio è difficile da accogliere proprio perché tutti noi siamo stati cresciuti a “pane e grammatica normativa”. Ci hanno inculcato la questione della giustezza grammaticale: sarebbe difficile – e forse anche ingiusto – abbandonarla del tutto. Ancora mi capita di incontrare post su Facebook di parlanti giovani che non sanno mettere la “h” quando serve. Ciò ovviamente è grave ed è sintomo di forte degrado culturale. Al contrario, invece, la riduzione dell’uso del congiuntivo che sempre più spesso diventa presente è un fenomeno di semplificazione che andrebbe analizzato e non stigmatizzato:

“Immagina che tra un mese si libera un posto in banca, tu che faresti?”

e non

“Immagina che tra un mese si liberasse un posto in banca, tu che faresti?”

Non vi sembra che il fenomeno somigli molto alla quasi totale scomparsa del passato remoto nel centro e nel nord Italia?

Da linguista, la cosa che più mi affascina è che i parlanti comprendono intuitivamente tutte queste situazioni comunicative pur non avendo nozioni di linguistica. Tutti sono in grado di saltare da una varietà all’altra pur non avendone alcuna consapevolezza. I parlanti sono talmente immersi nella lingua che neppure se ne rendono conto. La conoscenza della lingua prescinde dalla coscienza della lingua stessa.

Quando approcciamo all’analisi della lingua e alle riflessioni generiche sul linguaggio dobbiamo pensare che esiste la norma ed esiste anche il parlare. La norma detta le regole, ma la realizzazione linguistica è sempre dei parlanti. Foneticamente esiste uno ed un solo modo per pronunciare il fonema /a/. Nella realtà esiste la realizzazione della medesima variante fatta da me, da Daniele, da Laura, Diego, Alvaro…

Nella norma esistono le regole, nella realizzazione le diverse realtà linguistiche, sociali, geografiche.

Nella norma esiste l’idea, nella realtà la realizzazione, spesso lontana dall’idea.

Il linguista Eugenio Coseriu diceva: “il parlare è la realizzazione individuale e concreta della norma. Contiene la norma stessa unita all’originalità espressiva dei parlanti”.

E tale originalità espressiva non andrebbe mai sottovalutata.

La guest blogger

Federica Lucantoni è laureata in Linguistica. Lavora presso la Direzione del Personale e Organizzazione del gruppo Engineering, dove si occupa di selezione, sviluppo e gestione delle risorse umane.

Cura insieme a Laura Varlese il sito di scrittura il Vino e le Viole come autrice di contenuti e blogger.

19 Commenti

  1. Michelangelo Granata
    11 novembre 2014 alle 08:28 Rispondi

    “Immagina che tra un mese si liberasse un posto in banca, tu che faresti?”
    Desidero sapere se si può (o possa?) scrivere così:
    “Immagina che tra un mese si liberi un posto in banca, tu che faresti?”

    • Daniele Imperi
      11 novembre 2014 alle 10:49 Rispondi

      Anche se noi tendiamo a usare il congiuntivo passato (si liberasse), in realtà va usato al presente in quel caso, perché il verbo che lo introduce è al presente.

      Altro esempio del parlato: “Andassero tutti al diavolo”. È corretto invece dire “Vadano tutti al diavolo”.

  2. LiveALive
    11 novembre 2014 alle 08:58 Rispondi

    Io, avendo dato un esame in linguistica, ho trovato il post semplice (si occupa della base assoluta della linguistica). ma altri, all’inizio, credo si siano trovati un poco spaesati.

    In realtà io sarei anche più estremo, e metterei in discussione anche l’uso dell’H. À valore diacritico, no? Ma se,all’interno di un sistema come quello di un testo, si trova un altro modo per distinguere la a preposizione dalla à di avere, è ok: così fa D’Annunzio nelle Vergini delle Rocce.
    Stessa cosa, naturalmente, per la K, che ha una lunghissima tradizione nell’italiano, come sai.
    ….naturalmente, oggi, questo ha senso solo a scopo artistico, solo per imitare un dato modo di scrivere. È pur vero che a scopo artistico uno può anche fare come Joyce e arrivare pure a ignorare gli spazi…

    Come dici, infatti, bisogna distinguere il livello della comunicazione, ma anche il tipo di testo che si scrive: per questo dico che nella scrittura creativa la grammatica va in secondo piano – e Daniele mi guarda male.
    Altro esempio: tra amici, nessuno si scandalizza per un “gli dico” al posto di “le dico”. Se invece parlo con il professore devo stare attento a questo, mentre, magari, anche lui sarà disposto ad accettare un “gli dico” inteso come “dico loro”. Se scrivo al Capo di Stato invece dovrò evitare anche questo.

    “un parco e un giardino rigoglioso” è brutto. Ma noi facciamo un sacco di accordi a senso: “un poco di nebbia è salita dal fiume”. Chi direbbe “è salito”? “il 90% degli italiani sono andati a votare…’. Va tanto bene quanto “è andato”, no? Se si esagera con la logica pura arriviamo a casi bizzarri come: “un sacco di ragazze è seduto sul muretto”, con soggetto grammaticale maschile singolare quando quello logico è femminile plurale.

    Quindi sono d’accordo su tutto… Ma io non me la prenderei così tanto con il “piuttosto che”. Anche “ovvero” è una forma ambigua, ed è brutto, e sarebbe brutto anche per il piuttosto che. Credo però che la forma potrebbe trovare spazio come una “disgiuntiva inclusiva” da usare al posto di “e/o”. Pare infatti (da quanto è emerso discutendo a lezione) che ci sia chi lo percepisce e usa in questo senso.

    • Carlo
      11 novembre 2014 alle 12:48 Rispondi

      Penso che eliminare le H dal verbo avere creerebbe molte più fastidi di quanti ne risolverebbe. Alla fine è una convenzione linguistica, e le convenzioni linguistiche si rispettano appositamente per farsi capire. Se farsi capire non è farsi capire, ma fare gli originali, ben vengano le K, via le H e gli spazi, ma ben vengano anche le critiche di chi considera certe variazioni scortesi o addirittura irrispettose nei confronti degli altri (perché per interpretare il testo occorre più tempo).

      Quanto al “piuttosto che”, trovo che sia assolutamente da condannare, a meno che non si desideri che la parola cambi di significato… Oltre ad essere una forma potenzialmente sgradevole, qui il rischio di incomprensione è piuttosto grande. Sinceramente non ho ancora capito perché mai uno debba prendersi la briga di dire “piuttosto che” piuttosto che “o”…

    • Federica
      11 novembre 2014 alle 15:08 Rispondi

      @LiveALive, sono d’accordo con te sul valore “poetico” della a senza h, ma è un’altra cosa rispetto al mio esempio.
      Mi è capitato recentemente di avere un diverbio verbale scritto con un giovane ragazzo che non sapeva assolutamente dove mettere la h e dove no. Insomma… non credo che la sua fosse una forma stilistica, ma tutt’altro!

      La scrittura abbreviata con “k” è molto interessante. Ormai fa parte dei linguaggi giovanili ed è un’abbreviazione legata al mezzo: è nata con i 160 caratteri degli sms e si è espansa tra giovani e meno giovani. Consiglio di seguire #scritturebrevi che analizza proprio questi livelli di lingua (www.scritturebrevi.it).

      Tra amici nessuno si scandalizza se scambi “gli dico” con “le dico”, la situazione comunicativa lo consente, è vero. Questo esempio rientra nella diafasia.

      Del piuttosto che mi interessa il valore psicolinguistico: è sentito infatti come forma aulica e il parlante che lo usa -sbagliando!- ha la sensazione di utilizzare una forma aulica e molto, molto formale!

      Il che sarà molto utile a farsi di un’idea di come quella persona stia viendo, in quel momento, quella situazione comunicativa!

      Per la serie… parlami e ti dirò chi sei (e quanto vuoi mascherarti dietro la lingua che usi! :) )

      • LiveALive
        11 novembre 2014 alle 16:16 Rispondi

        Quando penso all’uso della K, penso anche alla sovrabbondanza di modi in cui si rende il suo fono. Che, ke; cuore, kuore; cane, kane; quadro, kuadro. Mi chiedo: sarebbe più facile imparare la scrittura della nostra lingua se usassimo direttamente la K? Agli stranieri nom verrrbbe automatico? Ma so che qui Renzj dice che, rispetto all’inglese e al francese, la nostra lingua è già semplice, da questo punto di vista, e non ha bisogno di simili modifiche.

        • Federica
          14 novembre 2014 alle 16:27 Rispondi

          Sarebbe un cambio ortografico non indefferente. Comunque non credo che l’italiano sia una lingua semplice da imparare. Non più facile dell’inglese, almeno nella scrittura.
          Pensa alle eccezioni o a quel “ci pleonastico” tanto difficile da spiegare o, come proprio ricordavi tu, alle mille scritture del fono k, per non parlare delle doppie o dei plurali!

  3. Salvatore
    11 novembre 2014 alle 09:01 Rispondi

    Lo scopo di scrivere qualcosa è di farlo leggere a qualcuno. Lo scopo di farlo leggere è quello di comunicare. Non importa se informazioni o emozioni o sensazioni, semplicemente comunicare. Ora, farlo in forma scritta significa usare uno strumento. Se il senso, il significato, chiamiamolo più semplicemente “l’oggetto”, della comunicazione arriva perfettamente all’interlocutore, con chiarezza, senza dubbi o incomprensioni, allora lo scopo è raggiunto. Se riesci a farlo senza usare la punteggiatura (James Joyce) o usandola in modo difforme alle abitudini comunemente accettate (McCarthy) allora va bene, perché comunque hai raggiunto il tuo scopo: ti sei fatto comprendere. Ho citato la punteggiatura, ma lo stesso discorso si allarga alle espressioni gergali.

    • LiveALive
      11 novembre 2014 alle 09:23 Rispondi

      Con McCarthy ti riferivi ai dialoghi senza virgolette? Sappi che si sta facendo da almeno 70 anni: dialoghi di quel tipo li troviamo già in Faulkner. XD (che a sua volta ha imitato Joyce)

      Sì, ciò che dici è corretto. Naturalmente uno può anche essere volutamente ambiguo e orfico.

      Ma allora arriviamo alla questione: cosa è legittimo voler comunicare? È legittimo comunicare gioia? Certo. È legittimo comunicare disgusto? Certo. …ma se un libro di 1000 pagine si pone lo scopo di trasmettere la noia più completa? Merita la pubblicazione? La recensione sarà negativa? Anche se l’autore ha comunicato esattamente ciò che voleva?

      • Salvatore
        11 novembre 2014 alle 10:01 Rispondi

        Se l’autore avrà comunicato esattamente quello che voleva non può che essere soddisfatto del risultato, anche a fronte di una recensione negativa o di una non pubblicazione. ;)

  4. enri
    11 novembre 2014 alle 11:23 Rispondi

    Il dialetto è il vero linguaggio popolare e la lingua canonica (grammatica, sintassi, pronuncia ecc.) l’accordo di attribuire una significanza comune nota ad un oggetto azione idea al fine di permettere la comunicazione e la comprensione del pensiero al di fuori del proprio ambito locale (amici paese provincia regione). Nel parlato non ci sono regole. C’è chi storge il naso o anche si offende per forme scorrette o considerate irriverenti (la.mancanza del Voi o del Lei) ma in fondo è un problema suo. Certi vip della lingua o personaggi prominenti potrebbero addirittura prendersela ma in generale la sincerità e la schiettezza alla fine sono sempre bene accette perché oltre a comunicare realmente qualcosa, trasmettono qualcosa di te.
    Tra le forme di comunicazione, la scrittura è forse la più complessa. Richiede un ragionamento ponderato, almeno una revisione, forse una riscrittura. Mentre scrivo “imparo” a fissare e a fermare il pensiero. La velocità di elaborazione che possediamo è molto più ampia e veloce di qualsiasi computer. Tutto sta a riuscire a trasmettere per iscritto le sensazioni che abbiamo nella pancia e le visioni della mente. Ma non è facile perché 1) siamo tutti diversi uno dall’altro 2) la sensazione o il pensiero noi l’abbiamo già è bisogna tradurlo in parole senza perdersi 3) mancano la gestualità e gli indicatori fisici, i “tell” dei pokeristi. Nell’atto espressivo tutto è lecito, ma io preferisco leggere se è scritto bene e se mi trasmette qualcosa di vero, di possibile, di realistico ma comunque sincero. Non importa se è difficile complesso lento veloce forbito o infantile… Non sono forse belli i disegni dei bambini?

  5. Chiara
    11 novembre 2014 alle 12:01 Rispondi

    Mi è piaciuto molto questo articolo e penso che condividiamo l’approccio di base. Mi sono resa conto, rileggendo alcuni brani che ho scritto, che essere troppo ligi alla grammatica fa perdere di vista la naturalezza e va ad alimentare un distacco nel lettore, che non si riconosce nei personaggi e nelle loro parole. Per cui, quando si scrive, certi errori sono accettabili, purché pertinenti e contestualizzati. :)

  6. Alessandro Cassano
    11 novembre 2014 alle 14:53 Rispondi

    Il punto è che la grammatica “normativa” viene spesso stuprata da chi proprio la ignora, e le contraddizioni che caratterizzano la nostra lingua (consiglio a tutti la lettura del libro “Val più la pratica”, meraviglioso) diventano troppo spesso scusanti per semianalfabeti alla ricerca di specchi su cui arrampicarsi per giustificare le proprie involontarie ed eccessive “licenze”.

    • Federica
      11 novembre 2014 alle 18:03 Rispondi

      Ma io non penso si tratti di “contraddizioni che caratterizzano la nostra lingua”, ma di livelli diversi di lingua.
      La grammatica normativa non può e non deve certamente essere ignorata (vedi il banale esempio della h in grammatica), ma non si può neppure pensare che la lingua sia interpretabile solo col punto di vista normativo.
      Cioè, potresti concettualmente anche farlo, ma avresti una visione dei parlanti – e della lingua – davvero molto riduttiva anche perchè nessuno parla la lingua pura, neppure tu.

      È teoria, non riscontrabile nella quotidianità…

  7. Ivano Landi
    11 novembre 2014 alle 18:16 Rispondi

    Mi sono goduto l’articolo, ma mentre leggevo cercavo altri possibili esempi. Uno potrebbe essere l’uso di “quindi” al posto di “poi”, molto diffuso nel parlato. Nello scritto è ammissibile?

    P.S. Qua da noi (area fiorentina) dire “anguria” al posto di “cocomero” è quasi offensivo :D

  8. Federica
    14 novembre 2014 alle 16:21 Rispondi

    Dipende sempre che livello di scritto stiamo analizzando. Non ho citato nelle variazioni la diamesica, quella che proprio si riferisce alla differenza tra scritto e parlato. La contraddizione di oggi è legata al fatto che la variazione diamesica si sta assottogliando enormemente, questo perchè non c’è più molta differenza tra parlato e scritto!

  9. Chiara Mazza
    18 luglio 2016 alle 12:57 Rispondi

    Mi chiedo perché stigmatizzare allora il “piuttosto che” in vece di “oppure”. Io personalmente lo trovo bruttissimo e condivido con te sul fatto che sia ambiguo, eppure è qualcosa che nasce dall’uso come tutti gli altri esempi che citi e tra dieci, venti o cinquant’anni magari non ricorderemo più “oppure”, esisterà soltanto “piuttosto che” che avrà perso ogni valore avversativo. Chi lo sa? Ma soprattutto, perché no?
    Sulla semplificazione del congiuntivo: in francese è già avvenuta da un pezzo e non è morto nessuno… anzi… nessuno ricorda più la coniugazione del congiuntivo passato… ;)
    Comunque grazie, bel post!

    • Federica
      6 settembre 2016 alle 17:40 Rispondi

      Ciao! Leggo solo ora, scusa il ritardo.
      Il “piuttosto che” improprio crea incomprensioni nella comunicazione. Nella forma impropria ha un significato diverso dalla forma propria, il che quindi può compromettere l’interazione.

      esempio: il mio capo mi dice “chiama il cliente x piuttosto che il cliente y”

      propriamente significa: “chiama il cliente x”
      impropriamente significa: “chiama l’uno o l’altro”

      A seconda di come lo uso, capisco una cosa o il suo contrario!
      Quest’accavallamento linguisticamente non può esistere perché compromette la comunicazione, si tenderà sicuramente ad evolvere (probabilmente eliminandolo) e se non verrà eliminato evidentemente è perché in fondo non dà così fastidio (se ci pensi è ristretto solo ad alcuni ambienti).

      La semplificazione del congiuntivo anche in italiano è già avvenuta: nel colloquiale e nel popolare è ignorato da un pezzo, ma ciò non non è lesivo per la comunicazione …

      Grazie! ;)

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