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Usare il linguaggio per creare l’ambientazione

Usare il linguaggio
Da poco ho letto Embassytown, un romanzo di fantascienza di China Miéville, autore che ho conosciuto con Perdido Street Station e La città e la città. In quei romanzi mi ha fatto capire subito la sua genialità e anche l’innovazione che ha portato nel fantastico.

E con Embassytown, anche se m’è piaciuto meno degli altri, ha dimostrato di essere uno scrittore da seguire e prendere come esempio. Ho preferito gli altri due romanzi per via del tipo di narrazione, che qui è in prima persona e molto riflessiva, una storia piena di ragionamenti, supposizioni, che alla fine ha rallentato la mia lettura e m’ha fatto perdere in parte anche l’interesse per le vicende.

Ma Embassytown è un buon romanzo da analizzare per capire come va costruita l’ambientazione di una storia, anche se non ho trovato dettagliate descrizioni di quel mondo futuro. Miéville qui ci fa conoscere il suo mondo a piccole dosi, affidandone la descrizione a tanti altri elementi, primo fra tutti le parole.

Il linguaggio come parte fondamentale dell’ambientazione

Per scrivere un romanzo di fantascienza è importante studiare la lingua. La propria e anche le lingue estere. E quelle morte. Non dico di diventare linguisti, ma di sicuro bisogna apprezzare le lingue e le loro diversità. Così come conoscere l’etimologia, disciplina che mi ha sempre affascinato.

Nella fantascienza è frequente trovare parole nuove. Mi meraviglierei del contrario. Tuttavia anche in altri generi letterari la parola e il linguaggio hanno una grande rilevanza, poiché determinano l’ambientazione.

Tanti anni fa a Roma potevi comprare un cartoccio di fusaie. Una volta ne ordinai a un pub in provincia di Latina e il cameriere mi chiese di ripetere. Erano anni che non sentiva quella parola. Magari al nord Italia neanche l’hanno mai sentita. Se scrivo una storia ambientata a Roma negli anni passati e uso quella parola, ho creato parte dell’ambientazione. Non basta, certamente, ma concorre a creare immagini e sensazioni (e sapori) nella mente del lettore.

Miéville ha fatto così con Embassytown, ma anche con gli altri romanzi. Ne La città e la città ha usato il verbo “disvedere”, raro, che significa ignorare. Ma “disvedere” rendeva molto più del semplice ignorare. Ricordate che i sinonimi non esistono. Disvedere è l’azione principale della storia, quella che rende possibile sopravvivere nella città. O nelle città.

In Embassytown Miéville ha preso in prestito parole da altre lingue, come il tedesco. La moneta corrente è l’eumarco, ma a Embassytown si usa l’ersatz, parola tedesca che significa “sostituzione”. Una moneta che sostituisce quella corrente. Dal tedesco ha anche preso i termini Immer (sempre), lo spazio, e Manchmal (qualche volta), la realtà.

La lingua parlata dai personaggi è l’anglo-ubiq: un inglese (anglo) che si parla ovunque (ubique in latino significa dappertutto).

Altri termini sono di una semplicità disarmante, ma quanti ci pensano davvero? I miab sono navi spaziali che consegnano merci e posta. Miab: message in a bottle.

Miéville gioca con le parole.

L’uso del linguaggio nei vari generi letterari

Parole nuove e combinazioni di termini non esistono soltanto nella fantascienza. Chi ha letto Il signore degli anelli ricorderà l’erba-pipa fumata dagli Hobbit. E chissà quante altre parole e quanti concetti ci sono che ora mi sfuggono.

In ogni genere, mainstream compreso – e anche nel romance –, il linguaggio ci aiuta a creare l’ambientazione o a ricrearla se non è un’ambientazione immaginaria. Le parole disegnano immagini nella mente del lettore.

Quando devo scrivere una storia di fantascienza e immagino un mondo futuristico, prendo carta e penna e inizio a inventare parole nuove. Avendo studiato latino e greco – che ancora sommariamente ricordo – sono avvantaggiato, per tutto il resto esistono i dizionari.

Si possono creare parole nuove anche unendo due parole italiane: ecco che nascono i vagomotori, le quasi-pistole, i turnogenitori, lo schermo-inquisitore, le dita-armate e le zie-padri in Embassytown. Sono termini tradotti, sia chiaro, e talvolta è necessario scendere a compromessi. In originale le quasi-pistole sono chiamate sometimes-guns, ma una traduzione letterale in questo caso non avrebbe avuto senso.

Nel romanzo storico è importante la fedeltà alla realtà storica, quindi non c’è nulla da inventare, ma solo da ricercare. I termini esistono già e vanno usati. In un romanzo storico, anzi, anche la narrazione deve attenersi in un certo senso al periodo storico trattato. Ne avevo parlato tempo fa: evitare di usare parole moderne che a quel tempo non esistevano. Il dizionario del Corriere ci dà la data in cui un termine è entrato nella nostra lingua.

Se da una parte il linguaggio è necessariamente moderno, dall’altra le parole vanno studiate in modo da scegliere quelle che si armonizzano con il contesto storico. Se la storia è ambientata durante il regno di Tarquinio il Superbo, non potete definire un personaggio un “povero Cristo”, perché Cristo apparirà soltanto mezzo millennio più tardi.

Nei romanzi ambientati ai nostri oggi dobbiamo tener conto di quali parole usiamo, di quali concetti vanno di moda, ma anche qui bisogna fare attenzione agli anni in cui si svolge la nostra storia. Gli anni ’90 non sono antichi, ma gli smartphone non esistevano ancora (anche se il termine nacque nel 1997).

Ogni epoca ha le sue parole e il suo linguaggio.

Usare il linguaggio per creare l’ambientazione di una storia

So di essere fissato con la lingua e con il linguaggio, forse perché mi è sempre piaciuto scoprire i segreti delle parole – ecco perché ne controllo sempre l’etimologia – però un romanzo, una storia in genere, è fatto di parole e è attraverso il linguaggio che comunichiamo coi lettori.

Per voi invece quanto è importante l’uso del linguaggio quando scrivete?

28 Commenti

  1. Chiara
    16 giugno 2016 alle 08:47 Rispondi

    Il linguaggio è importantissimo, e concordo con te con il fatto che possa, talvolta addirittura debba, essere utilizzato per strutturare il contesto. Non sempre, però, è facile farsi capire. Ricordo di aver mandato in crisi la mia beta, qualche mese fa, dopo aver fatto ricorso al termine “popolarone”, che a Milano è usato da chi vive in periferia, spesso in senso per indicare le case popolari, spesso palazzoni enormi e affollati. Era il protagonista a osservare l’ambiente, quindi la scelta era pertinente, ma lei non aveva capito. Talvolta, quindi, il ricorso ai sinonimi diventa fondamentale.

    Quanto hai detto sul passato recente si lega al commento che avevo scritto la volta scorsa, mentre mi è venuto in mente il sociologo Bauman, quando ho letto la frase: “Disvedere è l’azione principale della storia, quella che rende possibile sopravvivere nella città. O nelle città.” Embassytown offre mica uno specchio della società post-moderna? :)

    • Daniele Imperi
      16 giugno 2016 alle 13:52 Rispondi

      Neanche io avrei capito “popolarone”. È un gergalismo regionale, quindi lo capirebbero solo a livello locale. Lo hai inserito nella narrazione? Io avrei messo una nota per spiegarne il significato.
      “Disvedere” non è usato in Embassytown, ma nel romanzo La città e la città.
      Non ho ancora capito cosa significhi post-moderno, quindi non so dirti :)

      • Chiara
        16 giugno 2016 alle 16:46 Rispondi

        Post-moderna è la società così come si è (de)strutturata dagli anni 80 in poi. Sul mio blog c’è una categoria che si chiama “scrittura e post-modernità”, che ne parla. Avevi anche letto e commentato i post, se non sbaglio.

        No, alla fine la parola l’ho tolta e sostituita con “casermoni”, più facilmente comprensibile. Sebbene la storia sia ambientata a Milano, i regionalismi ci stanno se vengono compresi. :)

        • Daniele Imperi
          16 giugno 2016 alle 16:52 Rispondi

          Ah, vedo che la mia memoria va sempre peggio :D
          Casermone si usa anche qui. In bocca al personaggio però il gergalismo ci può stare.

          • Chiara
            17 giugno 2016 alle 10:35

            Sì, ci può stare, purché non si usino parole troppo difficili da capire, oppure soggette a un rapido invecchiamento. Casermone penso ormai sia diffuso in tutta Italia, merito di Gomorra! :D

  2. Monia
    16 giugno 2016 alle 08:48 Rispondi

    Ti ci vedo, stare in piedi, quasi-serio come una pistola quando basterebbe premere il grilletto, fissare un punto, oltre il parcheggio stellare delle navi spaziali.
    Turnogenitori e zie-padri non fanno altro che farti domande su domande sfiorando e poi afferrando e facendo a pezzi e riasemblando parole su parole tutte pronunciate freneticamente in anglo-ubiq.
    Sei in questa terra di mezzo per parlare dell’importanza del linguaggio.
    Un ragazzino, che sembra un hobbit con occhi troppo grandi per riuscire a disvedere quando necessario, ti fa una domanda.
    Ti piace, una domanda che ti piace finalmente.
    Sorridi (lo sappiamo tutti che anche tu sorridi) e dici “i sinonimi non esistono” e ci lasci qui a pensare a quanto le parole non sono mai solo parole.
    Le persone sono parole e le parole sono persone.

    • Valentina
      16 giugno 2016 alle 09:07 Rispondi

      Buongiorno Miss Razionalità :D
      Sono entrata a far parte dei calamisti, l’altra sera ho espresso un desiderio ho trovato una parola magica e ho scritto una lettera che non farò mai leggere. :)
      Scrivi davvero, davvero bene. Brava.

      • Monia
        17 giugno 2016 alle 18:26 Rispondi

        Ahhh, io ho sempre detto che i Blu Pennuti hanno buon gusto!
        (Scherzi a parte, grazie Miss Sentimentomanonsolo! Spero ti sia divertita a fare quelle robe da calamisti, robe un po’ matte, anche perché ormai, mi spiace dirtelo, ma ne fai parte.)

        • Valentina
          20 giugno 2016 alle 08:58 Rispondi

          Mi sono divertita ma non solo… :) Miss Sentimentomanonsolo mi piace un sacco :D
          A presto!

    • Daniele Imperi
      16 giugno 2016 alle 13:54 Rispondi

      E Monia è una che con le parole ci sa fare :D

  3. Tenar
    16 giugno 2016 alle 10:49 Rispondi

    Bellissimo post! Non sono il lessico, anche la sintassi crea ambientazione. “Fharenheit 451” le frasi sono brevi, con accostamenti molto particolari, quasi psichedelici e questo rende benissimo il senso di isolamento straniante in cui vive il protagonista. “Il silmarillion” è epico, nel senso che riprende la sintassi dell’epica, solo un medioevalista avrebbe potuto scriverlo. E così via, potrei continuare all’infinito. Sopratutto se si scrive di un mondo altro o di un’altra epoca bisogna adattare non solo il lessico, ma anche la sintassi all’ambientazione e al mondo mentale dei personaggi che vi si muovono.

    • Elisa
      16 giugno 2016 alle 11:44 Rispondi

      d’accordissimo.
      Per creare l’atmosfera, ad esempio di un romanzo storico, bisogna usare una sintassi, un vocabolario e più in generale uno stile narrativo che rispecchi il modo di formulare frasi e pensieri dell’epoca in cui vogliamo ambientare il romanzo. Se devo leggermi uno storico con periodi brevissimi e dialoghi veloci e sbrigativi tra un comandante del IV secolo a. C. e un suo soldato simili a quelli di 2 adolescenti moderni di periferia, ecco che mi vien voglia di lasciarlo nel suo scaffale.
      Eppure… eppure ci sono storici diventati best seller che usano proprio un linguaggio moderno.
      Come sempre… de gustibus. Questo è il dilemma…

      • Daniele Imperi
        16 giugno 2016 alle 13:57 Rispondi

        Sono d’accordo. Puoi fare qualche esempio di scrittori di romanzi storici che hanno usato sintassi non adatte?

        • Elisa
          17 giugno 2016 alle 12:14 Rispondi

          domani, vado in biblioteca e me li segno.

        • Elisa
          19 giugno 2016 alle 12:52 Rispondi

          Ad esempio A. Perez.
          Diversi invece sono C. Jacq e il nostro Manfredi che, dal mio punto di vista, sanno coniugare l’atmosfera del tempo (o per lo meno quella che ci aspetteremmo in base alle nostre “esperienze” culturali – per rispondere alle osservazioni di Nani + sotto) con le esigenze di comprensione e di leggibilità dell’uomo moderno.

      • Nani
        17 giugno 2016 alle 12:31 Rispondi

        Non credo siano proprio inadatti, almeno nell’esempio che ha fatto Elisa. Ho letto Macrone e Catone, di Simon Scarrow, uno che va molto nel suo genere. Romanzo storico di ambientazione romana (sec. non ricordo, forse proprio IV come dice Elisa) e i due protagonisti parlano proprio cosi’, come due bori della periferia (per chi non capisse il termine “boro”, Daniele lo traduce sicuramente meglio di me, visto che io non trovo uguale sinonimo di altrettanta efficacia :) ). Parolacce a destra e sinistra, con vari atteggiamenti che molto ricordano i ragazzi di strada nostrani. Poi senti il mio fido esperto del periodo (mio marito, l’appassionato di storia romana) e scopri che questi romani erano parecchio sboccati e che non te la mandavano a dire, come si dice da noi. Ecco, io non me lo aspetto, soprattutto non in un romanzo storico. Ma se la mia aspettativa si basa su un’idea sbagliata, su un pregiudizio storico, chi e’ nel fallo: io o lo scrittore?

        “In originale le quasi-pistole sono chiamate sometimes-guns, ma una traduzione letterale in questo caso non avrebbe avuto senso”, dici tu.
        Ma a me anche “quasi-pistole” fa ridere, probabilmente perche’ preso fuori contesto. Inoltre Sometimes-guns mi fa intuire che a volte quelle cose funzionano come pistole, altre no. Quasi-pistole mi rimanda a qualcosa di incompiuto, invece. Quale delle due e’ quella vera? :)

        Poi, un’altra cosa su cui io non sono totalmente d’accordo, ma questo capisco che e’ un problema legato al periodo storico di cui parlo: “Se la storia è ambientata durante il regno di Tarquinio il Superbo, non potete definire un personaggio un “povero Cristo”, perché Cristo apparirà soltanto mezzo millennio più tardi”.
        Io parlo degli Ostrogoti in Italia (diciamo la guerra gotica: 536-552, anno piu’ anno meno). A quell’epoca non esistevano tutti quei termini che contengono -nc- (anca, per dire) perche’ sono stati introdotti da quei bruti dei Longobardi, calati in Italia solo una quindicina di anni dopo la sconfitta dei goti. Tuttavia, mi sembra assurdo andarmi a cercare tutti quei termini che una volta significavano “anca” solo per amor di verita’ fiologica, termini che probabilmente nessuno capirebbe.
        Ma ammetto di scadere nella pignoleria con questo esempio. Il problema non si pone, perche’ sarebbe assurdo premiare la verita’ filologica in favore della verisimiglianza.
        Mettiamo un’altra questione, allora, inerente il mio caso: il termine “barbaro”. Si sa, Barbaro ha sempre avuto connotazione negativa. Fino poi a scoprire che non e’ cosi’, che da quando i barbari si erano fatto meno barbari, abitando su suoli dell’impero e adottando politiche e usanze romane, il termine barbaro era utilizzato semplicemente per distinguerli dai romani (per chi ne capisce qualcosa, distinzione tra romani veri e propri – senza scadere in tutte le distinzioni di stato civile che c’erano – e federati dell’ultimo periodo). Lo dimostrano le lettere di Teodorico, re goto in Italia, in cui chiama i suoi con il nome di barbari, distinguendoli dai romani, abitanti del suolo italiano. Io, naturalmente, faro’ come lui, Teodorico, e continuero’ a far dire barbari ai goti riferendosi a se stessi, ma capisco che c’e’ il rischio di essere presa per scema. :)
        Questo per dire: bisogna adeguarsi all’ignoranza generale e magari rinunciare a qualche esattezza storica di linguaggio e non solo di linguaggio, o andar dritti per la propria strada, rimanere fedele allo spirito del tempo ed essere comunque preso per un incompetente che non si documenta, perche’ quello che si sostiene sembra falso?

        Ps: Macrone e Catone sono fantastici per la descrizione di battaglie e assedi, ma come storie, beh… stendiamo velo pietoso.
        2Ps: in inglese, il nome dei due personaggi non rimano. E’ in Italiano che non si possono sentire vicini. :D

        • Daniele Imperi
          17 giugno 2016 alle 12:59 Rispondi

          Il “boro” è il borgataro :D
          Quasi-pistole fa ridere anche me, come fa ridere “sometimes-guns”. Non so che abbia voluto intendere l’autore. Da quanto ho capito è come dici, alle volte funzionano come armi, altre no.
          Come avresti tradotto tu? Semi-pistole?
          Non sapevo dei termini che hanno -nc-. Ma in quel caso è diverso che usare “povero Cristo”.
          Sui barbari hai ragione. Ma scrivendo un romanzo storico, secondo me, dovresti inserire a fine romanzo una nota storica in cui spieghi un po’ di cose ;)

          • Nani
            19 giugno 2016 alle 19:21

            Scusa, Daniele, avevo saltato la tua risposta. :)
            Hai ragione, borgataro! Come ho fatto a non pensarci?
            Le quasi pistole, eh, forse le avrei tradotte come qualche-volta-pistole, a-volte-arma-da-fuoco, oggetti-polifunzionali-talvolta-da-sparo… :DDDD
            No, non saprei. Probabilmente quella letterale sarebbe stata la migliore, anche se a me non fa impazzire la trovata in lingua originale. Dalle un nome astruso, una sigla alla O.P.T.d.S. (che riassume l’ultimo dei miei tentativi di traduzione), spiegala una volta, o anche un paio, in diversi modi, e poi fai affidamento sulla buona memoria del lettore che sicuramente ricolleghera’ il nome all’oggetto.
            Per le postille sul finale, non sono proprio a favore. Tempo fa ho letto un bel racconto distopico, se non erro la classificazione di genere, di Davide Mana (la quarta scimmietta), che mi e’ pure piaciuto parecchio. L’autore ha fatto un lavorone di incastri e rimaneggiamenti storici, ma poi alla fine ha messo in appendice tutti i riferimenti nascosti nel racconto, spiegando persino da dove venissero fuori i nomi di alcuni personaggi, o le strofe di canzoni che si sentivano in sottofondo. Un po’ mi ha smorzato l’entusiasmo, perche’ mi ha fatto sentire come una cretina che deve essere imboccata per godere interamente dell’opera. Certo, senza la sua spiegazione in calce avrei mancato l’80% dei riferimenti, ma il compito del racconto non e’ mostrare al lettore quanto e’ bravo e accurato lo scrittore, ma farlo divertire a trovare quanti piu’ riferimenti alla storia vera riesce. Tu mi dirai che i riferimenti in romanzi storici sono un’altra cosa. Forse hai ragione. O forse no. Il lettore intelligente indaga per conto suo. Certo, gli puo’ fregare poco di andarsi a cercare perche’ un autore mai sentito nominare, e quindi non autorevole, abbia usato il termine barbaro in un determinato contesto. Ma in questo caso, penso che anche mettere la spiegazione in calce a un simile uso non renda un servizio vero all’opera. In linea di principio, a meno che non sia davvero necessario per far comprendere sfumature fondamentali, io non ce la metterei la nota esplicativa, in nessun genere di opera.

          • Daniele Imperi
            20 giugno 2016 alle 09:03

            “Qualche-volta-pistole” fa ridere, però. E parecchio, anche.
            La postilla alla fine della storia non deve servire come spiegazione della storia stessa, secondo me. Almeno quelle lette finora non erano così.

        • Elisa
          17 giugno 2016 alle 21:39 Rispondi

          non è un problema se i 2 personaggi dicono parolacce a go go. L’importante è che siano attinenti al periodo… Ho la maturità classica e so che, quanto a parolacce e volgarità varie, gli antichi romani non erano meno degli italiani contemporanei.
          Quello che invece mi fa specie sono dialoghi tra personaggi importanti o tra questi e i loro sottoposti in cui emerge la superficialità di base e la fretta intrisa di banalità per arrivare al dunque… proprio come i ragazzi del giorno d’oggi (magari al pub dopo qualche birra, una schiera di ragazzette che ascolta – ben peggio di loro – e il nulla dentro e fuori di sè). Per carità… se uno sta per morire o è in battaglia vada per le parole brevi intrise di azione, ma se il dialogo è inserito in situazioni più “tranquille” vorrei sentire discorsi di quel periodo, con la cadenza, la musicalità e la cultura/mentalità propri di quel periodo.

          Quanto alla verità storica, io per i dialoghi mi atterrei a quelli che trovo negli scritti degli autori antichi (se esistono scrittori di quell’epoca). E sulla base poi di quanto emerge dai dialoghi imposterei anche il “resto” dello stile. L’importante è che tutto sia coerente. Poi per carità una strizzatina d’occhio alla modernità non guasta (perchè in quella i miei lettori vivono) ma stona parecchio sentirne troppa in un romanzo storico.
          Se invece non esistono scritti di una certa epoca allora lo stile me lo inventerei stando sempre attenta a non perdere la poesia dell’epoca. E qual’è ‘sta poesia? Quella che la maggior parte dei lettori si è formata nella testolina in base a libri letti (saggistica), sussidiari delle elementari, film.
          Un po’ come fa la pubblicità… ;)

          • Nani
            18 giugno 2016 alle 21:03

            Ciao, Elisa. Tu dici: “Per carità… se uno sta per morire o è in battaglia vada per le parole brevi intrise di azione, ma se il dialogo è inserito in situazioni più “tranquille” vorrei sentire discorsi di quel periodo, con la cadenza, la musicalità e la cultura/mentalità propri di quel periodo”.
            Il problema e’ che stiamo parlando di soldati, cultura nulla (perche’ di certo non erano i senatori o i patrizi che andavano a fare la guerra, anzi, spesso erano barbari che poco avevano voglia di farsi una cultura) e anche se ne avevano (mi sembra che uno dei due, Catone se non sbaglio, aveva studiato e l’autore cercava, goffamente, di dimostrarlo. Ma l’ho gia’ detto, Scarrow non e’ un grande scrittore, ma un bravo ricostruttore di strategie e tattiche militari), di certo non filosofeggiavano tra loro. Per la mentalita’ sono d’accordo, deve esserci, perche’ e’ quella che ti inserisce nello spirito dell’epoca, ma i discorsi che facevano tra soldati non credo fossero molto piu’ aulici di quelli dei ragazzetti all’uscita del pub, anche tra le alte gerarchie. Forse ho troppa poca stima dei soldati? :)
            Con questo non dico che non si possa fare, sia ben chiaro. Anzi, sicuramente la lettura ne trarrebbe parecchio vantaggio, ma evidentemente non tutti gli autori ne sono capaci.
            Lo stile impostato sugli scritti dell’epoca, purtroppo non sempre si puo’ fare, secondo me. Nel mio caso, nessuno reggerebbe nemmeno la prima pagina del romanzo. Io mi baso molto sugli storici dell’epoca e a volte si fa davvero fatica a comprendere persino il senso dei dialoghi che mettono in bocca ai vari protagonisti. Se poi si prendono gli atti ufficiali, peggio ancora, visto che sono scritti in burocratichese dell’epoca. Non potrei mai immaginare di scrivere dei miei protagonisti usando la voce dell’epoca. Prima di tutto perche’ pochi ne comprenderebbero la bellezza, e poi perche’ risulterebbero distaccati, lontani. E la narrazione sembrerebbe forzata su uno stampo ormai obsoleto, secondo me. Eh, lo stile e’ una brutta bestia. Difficile davvero arrivare a capire come e da dove tirarlo fuori.

    • Daniele Imperi
      16 giugno 2016 alle 13:56 Rispondi

      Grazie :)
      Hai ragione, anche la sintassi è importante. Giusto l’esempio de Il Silmarillion.

  4. PADES
    16 giugno 2016 alle 10:52 Rispondi

    “I sinonimi non esistono”. Concordo in pieno. Le sfumature di significato possono essere legate al proprio vissuto e quindi personali, ma lo scrittore bravo conosce e usa le sfumature legate al vissuto di tutti (o quasi).
    Quando leggo un incipit e dai termini usati capisco subito epoca e ambientazione sono felice, perché ho trovato un libro che mi piacerà.

    • Daniele Imperi
      16 giugno 2016 alle 13:58 Rispondi

      Dall’incipit infatti si dovrebbe riuscire a capire molto dell’ambientazione, proprio grazie al linguaggio usato. Al prossimo libro che inizio ci farò caso.

  5. Matteo Rosati
    16 giugno 2016 alle 15:39 Rispondi

    Argomento molto interessante. Io sono dell’idea che anche le “espressioni idiomatiche” siano da tenere sotto controllo e da sfruttare: nel parlato ne usiamo in continuazione, ma nello scritto sarebbe meglio usarle volontariamente e non lasciarsi sedurre dalla loro indubbia comodità. In certi generi letterari, come fantascienza e fantasy, si possono anche inventare modi di dire ed espressioni idiomatiche nuove, per dipingere una cultura immaginaria: la vita di un popolo si rispecchia sempre nel suo modo di esprimersi. Frank Herbert, secondo me, era bravissimo in questo.

    • Daniele Imperi
      16 giugno 2016 alle 15:42 Rispondi

      Vero. Anche nei romanzi storici bisognerebbe farci attenzione, magari alcuni modi di dire non esistevano nell’epoca della nostra storia.

  6. Andrea Venturo
    26 giugno 2016 alle 11:30 Rispondi

    E lo so bene che il linguaggio, in un libro, fa l’ambientazione.
    Ho dovuto studiare greco antico prima di poter dare voce ai mie elfi e golosi elassoi; tedesco per orchi e nani… meno male che conosco abbastanza bene inglese, francese e spagnolo (più numerosi dialetti) per dar voce alle altre razze.
    Ora scappo: ho lasciato l’altronave in sosta vietata, se me la rimorchiano rischio che si mette con un… Altro.

    • Daniele Imperi
      27 giugno 2016 alle 08:05 Rispondi

      Il tedesco per orchi e nani lo vedo bene, in fondo sono creature della mitologia nordica :)

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