Il liberismo editoriale

Il liberismo editoriale

Questo è un guest post scritto da Attilio Nania.

In economia si parla di liberismo quando vi è una relativa facilità, favorita dallo stato, di mettere su un’azienda e mandarla avanti. Una politica liberista prevede quindi tasse poco consistenti, scarsa burocratizzazione, e soprattutto l’assenza di qualsiasi censura morale e legale nei confronti delle attività dall’etica discutibile. La domanda che pongo in questo post è dunque la seguente: in Italia, dal punto di vista dell’editoria, viene seguita una politica di tipo liberista?

La risposta è assolutamente sì. Nel nostro paese la politica editoriale è liberista fino al midollo: le tasse sono modeste, la burocratizzazione è quasi del tutto assente, e il controllo dei contenuti dei prodotti editoriali è pressoché inesistente. Sul fatto che le tasse siano molto modeste non ci sono dubbi, basta considerare ad esempio l’iva, che sui prodotti culturali è al 4% (almeno per ora). Riguardo all’assenza di burocrazia, beh, mi pare che il self publishing ne sia un chiaro esempio: oggi è possibile pubblicare un libro in tempi rapidissimi, l’unica pratica obbligatoria da compiere è il deposito legale, che richiede una spesa irrisoria e può avvenire anche dopo la pubblicazione. Infine, per quel che riguarda i contenuti dei prodotti editoriali, non esiste alcuna associazione che si occupi di “controllo qualità”. A titolo di paragone, mentre a una ditta che produce caldaie non è permesso immettere nel mercato un nuovo modello se non rispetta certi standard qualitativi, a chi si occupa di cultura è invece permesso di pubblicare un libro indifferentemente dai suoi contenuti. Questo è liberismo estremo.

Il liberismo: un bene o un male?

Viste tali premesse, resta però da capire se questo estremo liberismo editoriale sia un bene per la cultura italiana oppure no. Perché se da un lato l’assenza di censure morali favorisce il confronto fra diversi pensieri e il proliferare di nuove idee, d’altra parte permette anche il diffondersi della cosiddetta anticultura, o cultura della disinformazione.

Nella situazione attuale, infatti, nulla vieta che vengano pubblicati libri che contengono informazioni false spacciate per vere. Le eccezioni esistono ma sono pochissime: ad esempio, proprio in questi giorni il parlamento sta decidendo che i contenuti negazionisti, ovvero che negano l’olocausto, non potranno più essere pubblicati.

A nessuno però interessa se in un libro per bambini viene scritto che la Terra è piatta o che due più due fa cinque. Così come a nessuno interessa che un ragazzino possa sentirsi in dovere di scrivere con le “k” al posto di “c” e “h” perché tanto l’ha trovato pure scritto in un libro. Pare che della cultura non interessi proprio a nessuno: ci preoccupiamo di più per un casco di motorino non omologato che per un prodotto culturale scadente che contribuisce allo sfascio dell’arte e della morale.

La cultura può essere democratica?

A mio avviso, il motivo per cui non esiste alcuna forma di controllo sui contenuti delle opere pubblicate è che in passato esso è sempre stato associato alle dittature o alle censure religiose. Alzi la mano chi di voi, arrivato a questo punto del post, non ha ancora pensato anche solo vagamente all’Indice dei libri proibiti o alla censura dei libri antifascisti durante il Ventennio. Beh, è evidente che queste forme di controllo sono degenerazioni inaccettabili. Una persona che per natura si sente uno spirito libero e prova l’impulso di andare contro la morale corrente, considererebbe un’ingiustizia se i suoi scritti non venissero pubblicati a causa dei contenuti. E in effetti sarebbe un’ingiustizia, su questo credo che non ci siano dubbi.

Io prima ho parlato di caschi e caldaie omologate; è ovvio che il paragone editoriale non regge un granché bene, perché parlare di “libri omologati” suona già di per sé una forzatura disgustosa. Tuttavia un conto è la libertà di pensiero, ben altro conto è la libertà di disinformazione. Usare la libertà di pensiero come scusa per diffondere l’anticultura è una pratica che è stata abbondantemente usata da media, editori, filosofi e politici per fomentare l’ignoranza nella popolazione.

Il punto cardine è che dal momento che noi viviamo in democrazia, anche la cultura deve essere democratica. Quindi, un libro che infrange sfacciatamente ogni regola grammaticale e che insegna ai ragazzi che scrivere male è bello, come ad esempio i romanzi di Federico Moccia, deve avere lo stesso valore di un libro meglio curato e dai contenuti più educativi e consistenti. Questa è la democrazia culturale, secondo i moderni soloni della letteratura. Non voglio addentrarmi ulteriormente sulla questione; a questo punto, mi limiterò semplicemente a citare il pensiero di Isaac Asimov, pensiero che in gran parte coincide col mio: essere democratici non vuol dire alimentare la falsa idea che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto il tuo sapere”.

Tre argomenti a favore del liberismo editoriale

Bassi costi e accessibilità. Senza dubbio, questi sono più grandi vantaggi del liberismo editoriale. Parliamoci chiaro: oggi pubblicare un libro è facile, richiede poco tempo e poco denaro. Io il mio primo romanzo l’ho pubblicato in 10 giorni e a costo zero. Ma i bassi costi e l’accessibilità ci sono anche per i lettori. Grazie al web e alle nuove tecnologie, chi ha voglia di leggere e imparare può farlo facilmente e a costi ridottissimi. Si può anzi dire che al giorno d’oggi siamo letteralmente bombardati da notizie, informazioni e testi da leggere. Non mi sto riferendo soltanto ai libri o agli ebook, ma anche ai giornali e soprattutto alle pagine web. Già, perché anche un post può rappresentare una lettura, ed è completamente gratuito. Anche nel caso delle pubblicazioni di articoli nei blog c’è un liberismo totale. Grazie ai servizi offerti da varie società, tra cui anche il famigerato Google, oggi chiunque può aprirsi un sito web in meno di cinque minuti e immettere nella rete montagne di informazioni vere o false, senza essere sottoposto ad alcun controllo. (O perlomeno, a nessun controllo apparente). Dunque, anche sul web c’è una politica liberista che permette un accesso rapido ed economico alle notizie.

Più libertà. Un evidente vantaggio del liberismo è ovviamente la libertà, intesa sia in senso lato che in ambiti specifici. Si può quindi dire, ad esempio, che dal liberismo editoriale derivano libertà di pensiero, libertà di stampa e libertà di espressione. Sì, senza dubbio si tratta di grandissimi vantaggi etici e sociali, e da questo punto di vista mi sento di dire che il liberismo editoriale è molto positivo. Tra l’altro, come ho già accennato, questo liberismo è notevolmente aiutato dalle nuove tecnologie e dalle nuove forme editoriali. Infatti, quando ancora non esistevano i blog e quando il self publishing non era una pratica molto in voga, per pubblicare qualcosa bisognava rivolgersi a una casa editrice o a un giornale, e dunque in qualche modo si veniva sottoposti a un filtro. Ora però le cose stanno rapidamente cambiando, e i vecchi pilastri dell’editoria come Mondadori (in deficit di 48 milioni), Rizzoli (in deficit ma salvata all’ultimo da RCS), e Salani (in deficit di 30 milioni), verranno presto sostituiti dai nuovi colossi internazionali che grazie alla globalizzazione si stanno imponendo in ogni paese, come Amazon (+230 % di fatturato annuo nel 2012) e, più specificamente riguardo all’editoria, Lulu (+160 % di fatturato annuo nel 2012). Queste società e altre simili contribuiscono e contribuiranno sempre più a una libertà di diffusione della cultura e delle informazioni senza alcun limite.

Velocità di pubblicazione. Forse, ancor più dei bassi costi e della libertà, la rapidità con cui avvengono le pubblicazioni è l’aspetto più importante del liberismo editoriale. Perché una maggior velocità di pubblicazione implica una maggior disponibilità di testi per i lettori e quindi una maggior possibilità di scelta da parte loro. Ai tempi di Calvino, i romanzi pubblicati annualmente erano solo lo 0,2 % di quelli pubblicati oggi, il numero di testate giornalistiche in tutta Italia era inferiore a 500 e non c’erano siti web. Per pubblicare un libro gli scrittori impiegavano anni, e questo anche a causa degli editori che facevano perdere loro un mucchio di tempo. Oggi non è più così, e perfino i vecchi dinosauri dell’editoria si stanno dovendo adattare gioco forza alla rapidità e alla frenesia dei tempi moderni.

Tre argomenti contro il liberismo editoriale

I lettori delusi. Ma come, vi chiederete, esistono anche i lettori delusi? Eh già, perché come dicevano i nostri nonni, in fretta e bene non stanno insieme, per cui la velocità di pubblicazione molto spesso porta negli scaffali delle librerie dei libri scadenti. E i lettori ne restano delusi. In un mondo editoriale che presta ai lettori sempre meno attenzione, ci tengo a sottolineare questo aspetto: la soddisfazione di chi legge un libro è l’obiettivo primario di chi lo scrive, e per ottenerla è fondamentale riportare sempre informazioni vere, scriverle in italiano corretto e cercare di essere originali.

La perdita di morale. Sembra quasi che al giorno d’oggi la parola “morale” sia diventata una parolaccia, un po’ come le “ideologie”. Senza dubbio il liberismo e l’anticultura hanno contribuito parecchio in questo senso, e infatti i libri e i film pieni di contenuti completamente immorali proliferano in modo del tutto incontrollato. O meglio, in realtà in modo controllato, giacché una perdita di morale nella popolazione fa comodo politicamente a certuni, ma addentrarsi in tali questioni non è obiettivo di questo post.

La disinformazione. Fra tutti gli argomenti contro il liberismo editoriale, questo è il più importante. La diffusione di nozioni false è per certi versi una pratica che esiste sin dall’età della pietra, giacché la volontà di imbrogliare il prossimo è una componente innegabile dell’essere umano. Tuttavia il liberismo editoriale e i nuovi mezzi di comunicazione stanno dando una spinta mostruosa alla disinformazione. Non voglio dilungarmi oltre, ma un esempio lampante di disinformazione è dato proprio da questo post: tutti i dati numerici di cui ho parlato in questo articolo sono infatti completamente fasulli; li ho inventati di sana pianta, l’unico che si salva è il 4% dell’iva, giacché cominciare con un dato generalmente noto induce i lettori a credere anche al resto. Siete sorpresi? Beh, se non vi aspettavate una cosa del genere, se leggendo questo post avete dato per buoni i dati che ho riportato senza riproporvi di andare subito a verificarli da altre fonti, è un chiaro segno che la macchina della disinformazione funziona benissimo. A questo punto, a tutti coloro che sostengono che qualunque cosa abbia il diritto di essere pubblicata, io chiedo: senza questa precisazione finale, e con tutte le informazioni false al suo interno, questo post aveva diritto di essere pubblicato?

Il guest blogger

Attilio Nania è un raro esemplare di giovane di 23 anni che crede che la filosofia e il ragionamento possano ancora avere un valore nella vita delle persone. La scrittura è una componente importantissima della sua vita, tanto che non ha saputo resistere alla tentazione di autopubblicare un romanzo e ha dato vita al blog Fantashock.

Categoria postPublicato in Editoria, Guest post, In evidenza - Data post29 ottobre 2013 - Commenti23 commenti

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Commenti
  • Gino Fienga 29 ottobre 2013 at 09:56

    Articolo davvero molto interessante.
    La risposta è si, il post andava assolutamente pubblicato perché è ‘critico’ e ‘trasparente’ e riesce ad analizzare il problema da ogni punto di vista e con onestà intellettuale.
    Detto questo, secondo me il problema non è il liberismo o meno, ma la mancanza di strumenti per discernere il ‘buono’ dal ‘cattivo’.
    Strumenti di cui dovrebbe fornirci la scuola, cosa che invece, per mille motivi sembra non riesca più a fare.
    E allora si sta costruendo una generazione di lettori che non sa cosa vuol dire ‘andare alla fonte’ e che non sa valutare la qualità del linguaggio e della struttura di un testo.
    Diceva il buon Giulio Einaudi che l’editore deve ‘educare’ non seguire i gusti della massa. E’ proprio quello che non si fa più.
    Si pubblica solo per vendere e non per ‘fare cultura’. E si ha il coraggio di far passare per letteratura qualsiasi schifezza purché faccia cassa: ogni tanto, qualche falò non farebbe male…

    • Attilio Nania 29 ottobre 2013 at 10:40

      Ciao Gino, vedo che hai colto il senso del post. Il problema è che discernere il buono dal cattivo è sempre un’operazione soggettiva, e dunque soggetta a diverse interpretazioni.

      • Gino Fienga 30 ottobre 2013 at 12:26

        Non credo sia soggettivo dire che Italo Calvino è letteratura di qualità e Silvia Avallone è ‘mmunnezza!!!

        • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 12:30

          Sono perfettamente d’accordo con te. Il problema e’ che ci sara’ sempre chi amera’ a ‘mmunnezza e odiera’ Calvino.

  • Salvatore 29 ottobre 2013 at 10:10

    Lo ammetto, mi hai fregato. Colpa del surfing, come dice in un suo saggio Baricco; cioè il surfare sulle informazioni in maniera superficiale perché troppo abbondanti per poter dedicare a tutte il giusto tempo che un vero approfondimento richiederebbe. E fin quì ci siamo. Le domande e gli spunti che questo post apre sono così numerosi che è semplicemente impossibile raccoglierli tutti, con il dovuto approfondimento, con una semplice risposta. Mi limiterò a dire solo poche cose: sono d’accordo con l’idea che il “liberismo editoriale” (ma andrebbe approfondito il tema) abbia dei risvolti negativi, ma in generale personalmente preferisco un’ignoranza diffusa ad una cultura limitata. La censura c’è stata in Italia e sono felicissimo che ce ne siamo liberati – almeno in parte -. Per quanto riguarda l’ignoranze che la superficialità e la disinformazione alimentano, be’ credo sia una conseguenza inevitabile da quando la “cultura” è diventata un “fenomeno di massa”; cioè da quando chiunque, e non solo esponenti di una certa classe colta, può tranquillamente aprire un blog, un sito o autopubblicarsi un libro. Ma anche in questo caso personalmente preferisco un ignoranza diffusa ad una cultura limitata. Si può non essere d’accordo ovviamente, ma l’educazione all’uso corretto di una linqua non dovrebbe gravare sui libri pubblicati – i quali, tranne casi specifici, hanno solo il compito di raccontare una bella storia – ma sulle istituzioni scolastiche. Qui si apre un tema molto più vasto, in cui non mi addentrerò. Inoltre se gli Italiani preferiscono i rotocalchi scandalistici, le veline e i velini che ballano senza saperlo fare in un programma impegnato nel “sociale” e i prodotti editoriali o televisivi o cinematografici di dubbia qualità forse non è solo colpa della cattiva educazione, o del liberismo, ma magari anche un po’ – e dico solo un po’ per dare speranza – del cattivo gusto generale. Ma questo “problema” esiste da quando esiste l’uomo; non credo che all’epoca degli antichi Romani le cose fossero poi sostanzialmente tanto differenti. Infine, e vado concludendo, siamo sicuramente in un momento di passaggio. Grazie ad internet e alle nuove tecnologie il vecchio modo di diffondere la cultura – soprattutto quella scritta, ma non solo – sta cambiando. Non ho la sfera di cristallo, non so dire dove porterà tutto questo, ma in fondo in fondo non mi dispiace essere protagonista, o spettatore, di cambiamenti così radicali. Con speranza e ottimismo guardo al futuro e continuo a scrivere, si sa mai…

  • Attilio Nania 29 ottobre 2013 at 10:47

    Ciao Salvatore, grazie per l’interessante commento. Un’ignoranza diffusa, quindi, sarebbe meglio di una cultura limitata.
    Beh, io personalmente preferirei una cultura diffusa!
    Proprio come te non possiedo la sfera di cristallo, ma spero proprio che la fase di passaggio che stiamo vivendo porti in quest’ultima direzione.

    • Salvatore 29 ottobre 2013 at 13:40

      Be’ naturalmente anch’io, potendo aspirare al massimo. :)

  • MikiMoz 29 ottobre 2013 at 12:17

    E’ un post molto filosofico, eheh!
    Sei un grande, perché hai scritto un post davvero “interattivo”, con le tue bugie e mezze verità.
    Io sinceramente, non occupandomi della cosa, non so cosa dirti.
    Lo schifo c’è anche senza self-publishing (Il Codice Da Vinci, che meriterebbe di stare nello scatolone del supermercato o dell’autogrill, è stato invece vendutissimo), magari qualche perla può essere sempre pescata :)

    Ah, ti facevo più grande^^

    Moz-

    • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 10:20

      Per pescare le perle servono buoni pescatori, e’ vero, ma soprattutto ci vogliono i bravi animaletti che le costruiscano. Se nessuno crea le perle, neanche il miglior pescatore riuscira’ a pescarle.

  • Kentral 29 ottobre 2013 at 15:31

    Ciao Attilio e scusa il mio commento un po’ ostico.

    Ma credo che pur avendo detto alcune cose interessanti, nel complesso il tuo post fa acqua da tutte le parti. Infatti sin dall’inizio mi hai messo sulla difensiva. Non so che studi hai fatto o percorri, dato che sei ancora molto giovane, ma escludo economia.

    Non hai ben chiaro il concetto di liberismo o comunque lo interpreti abbastanza estremizzato. Già quando dicevi che le tasse in editoria sono modeste senza alcun dubbio, mi hai fatto sorridere per l’ingenuità.

    L’iva non è una tassa che grava sull’impresa ma sul consumatore. E’ chi compra il libro che paga solo il 4% di iva non l’azienda. Gli editori pagano le stesse tasse che pagano tutte le aziende siano queste irpef, irap, ires e via dicendo. Ti assicuro che non hanno sconti perché pubblicano libri, altrimenti vedresti milioni di editori in Italia, che poi vendono altro, solo per non pagare le tasse.

    Capisci che già a questo punto il tuo guest perde di mordente. Anche i dati sugli editori non erano credibili, la Salani piccolo editore non può mai avere quelle perdite. Ti avrei chiesto la fonte per spiegare quei dati.

    Che dire, dovrei fare un commento chilometrico ed è meglio astenersi. Hai detto la tua e comunque per quanto il tuo pensiero sia parziale hai tutto il diritto di essere pubblicato senza che qualcuno lo censuri.

    Io non ho mai letto Moccia e non sono suo fan, ma sono sicuro che i suoi libri siano corretti in grammatica ed in ortografia: sarà passato dai migliori editor italiani. Ma se a me non piace questo autore non significa che non ci sia un pubblico che lo apprezza e che magari inizia a leggere con lui. Poi magari scoprirà che esiste di meglio. Il tuo esempio delle caldaie non regge. Sono omologate perché dentro bruciano gas e se non rispettano delle norme stringenti possono essere estremamente a rischio per le persone. Un libro per quanto falso o scritto pieno di errori non rischia di fare una strage che riempie i cimiteri.

    La morale è un discorso opinabile. Confucio diceva 500 anni prima di Cristo che i giovani erano deprecabili perché perdevano le tradizioni. Lo stesso lo dicevano pure Cicerone, Leopardi, filosofi, politici, poeti e scrittori. Lo si dice da così tanto tempo che per loro dovremmo essere già nella società della perdizione da un pezzo. Suvvia. Siamo figli del nostro tempo.

    Non mi dilungo più sul serio. Grazie comunque per i tuoi pensieri che aggiungono sempre qualcosa in più. E se mi chiedi se ne potevamo fare a meno, ti direi di no. Meglio scrivere ed esprimere pensieri che non farlo perché qualcosa o qualcuno secondo parametri mai oggettivi ce lo nega.

    • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 10:13

      Mah, il concetto di liberismo, in economia, è esattamente quello che dico io. Anzi, avrei potuto parlarne anche peggio, a dir la verità. Se la pensi in modo diverso, spero tanto che tu non abbia costruito la tua opinione ascoltando il tg4, dove il liberismo viene osannato in tutte le salse.

      Per quel che riguarda le tasse, mi dispiace ma l’ignorante sei tu. Non serve un’azienda per pubblicare un libro. Io ho pubblicato in proprio e non ho pagato alcuna tassa. Zero assoluto, capisci cosa intendo? Gli unici a pagare sono stati i librai, che, per l’appunto hanno pagato il 4% di iva. Quando poi dici che se la tassazione fosse così bassa vedrei un sacco di editori in Italia… ma tu hai idea di quanti editori ci siano in Italia? Vatteli a guardare qui
      http://www.wuz.it/directory-libri/8/editori-italiani.html
      …ci sono 14 pagine solo alla lettera A!

      Infine, per quel che riguarda il “Salani piccolo editore”… beh, e’ tanto piccolo che qualche anno fa e’ riuscito ad accaparrarsi Harry Potter dopo una durissima lotta… solo con quel libro ha incassato ben più di 30 milioni, non ti pare?

      • Kentral 30 ottobre 2013 at 12:50

        Attilio la tua risposta al mio commento è molto grave. Mi hai offeso dandomi dell’ignorante. Io non ti ho offeso. Ma è ancor più grave ciò che dici perché è errato.
        Pubblicare un libro è gratis per te. Ma se vendi anche una sola copia devi pagarci le tasse. Le tasse si pagano sul venduto. Se la Mondadori pubblica un libro, l’atto del pubblicare sono costi che poi si scarica. Quello che vende è l’incasso da cui dovrà detrarre i costi. Siamo all’abc di un’impresa.
        L’iva è una partita di giro, vai a documentarti. Il commerciante che la paga non fa altro che incassarla dal cliente e versarla allo stato facendo la differenza tra iva passiva ed attiva.
        Sulla Salani non sai cosa dici. L’ultimo libro di Harry Potter è uscito nel 2007. Quindi se mai ha raggiunto quelle cifre è stato in quell’anno. I fatturati delle aziende vanno da Gennaio a Dicembre. Non è che comprendono un decennio.
        Infine gli editori saranno tanti, ma le imprese in Italia sono milioni.
        A questo mio commento non farò repliche, non mi va di discutere su cose così banali. Spero solo che nella tua replica applicherai prima l’educazione e secondo una corretta documentazione.

        • Attilio Nania 31 ottobre 2013 at 11:02

          Prima ti ho dato dell’ignorante e ora ti do pure del presuntuoso.
          Presuntuoso perche’ presumi di sapere e contraddici chi invece sa e ha esperienza. Come ti ho gia’ detto, IO HO PUBBLICATO, quindi so bene di cosa si sta parlando. Per tua informazione ho venduto ben piu’ di una copia, e non ci ho pagato tasse. Per pagare le tasse dovrei aprire la cosiddetta “partita iva”, ma grazie al regolamento sui prodotti editoriali il tetto minimo di guadagni entro il quale diventa obbligatorio aprirla e’ abbastanza alto e mi permette quindi di evitarla. Proprio per questo non esito a definire liberista la politica editoriale italiana. Ora ti e’ chiaro il discorso o c’e’ altro da aggiungere?

          Inoltre, nel tuo primo commento avevi detto un altro paio di buffonate che avevo avuto il buon cuore di non commentare, ma visto che hai insistito tanto, vedro’ di fare chiarezza anche su quelle.
          Io ho letto piu’ di un romanzo di Moccia e ti posso assicurare che i suoi libri sono sgrammaticati, scorretti morfosintatticamente e pieni di ridicole frasi nominali consecutive. Questo alla faccia dei gradi editor italiani. Quando uno non ha letto un libro farebbe bene a tacere prima di parlarne, perche’ dimostra di essere, come ho detto prima, ignorante e presuntuoso.
          E poi, soprattutto, il tuo sdegno per la morale e’ davvero disgustoso, e’ la cosa che piu’ in assoluto mi fa imbestialire.
          Se per te la cultura di un popolo e’ meno importante dell’esplosione di una caldaia, faresti bene ad andartene da questo paese. Aggiungo soltanto che se l’invenzione e la diffusione della carta stampata non avessero tolto ai monaci ammanuensi il monopolio sulla cultura, a quest’ora avremmo ancora senz’altro gli imperatori e lo stato pontificio.

          • Daniele Imperi 31 ottobre 2013 at 11:51

            @Attilio e @Kentral: discutiamo senza insulti e fare la guerra, ok? :)

          • Kentral 31 ottobre 2013 at 17:41

            Ciao Daniele,
            Non mi interessa replicare. Mi sono preso dell’ignorante, del presuntoso da un tizio che è mi lascia senza parole. Ha detto cose errate al livello tecnico. Non giudico le sue idee. Per il resto non mi importa nulla della qualità di quel che afferma. Non è un problema mio. Saluti.

  • Fabrizio Urdis 29 ottobre 2013 at 16:16

    Ciao Attilio e grazie per l’articolo molto interessante.
    Mettere dei paletti alla libera informazione causa sempre più danni che benefici.
    Secondo me uno dei problemi principali sono i critici che fanno pubblicità probabilmente per interesse personale.
    Forse si potrebbero fare dei siti in cui le loro critiche vengono analizzate e venga assegnato loro una sorta di punteggio, ma non penso che azioni di questo tipo possano dare veri risultati.
    Il problema è come alimentiamo il nostro spirito, ed è chiaro che 99% dei terrestri vanno da Mc donald’s, il 70% di loro ordina Big Mac e solo l’1% beve acqua minerale XD ( a chi volesse approfondire l’argomento della manipolazione consiglio l’ottimo documentario “F come falso” di Orson Welles, d’altronde chi meglio di lui può dare lezioni sul soggetto in questione )

    • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 10:17

      Ciao e grazie del commento.
      Assegnare un punteggio ai critici… e chi assegna un punteggio a chi assegna il punteggio ai critici?

  • Fabrizio Urdis 30 ottobre 2013 at 11:37

    Si potrebbe dare la possibilità a chi ha un sito sulla scrittura di votare (giusto per fare un esempio), e nel voto sarebbe indicato nome e cognome del votante.
    Non sarà il santo Graal ma sarebbe difficile dare il proprio voto a chi ha fatto una buona recensione su 50 sfumature.
    Il problema è che verrebbero consultati da amanti della lettura e chi ama leggere si rende conto senza aver bisogno di fare controlli che 50 sfumature non è un buon libro :)

    • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 11:49

      Non male, come idea, ma ci sara’ sempre chi dira’ che gli inesperti non possono giudicare il lavoro di chi invece ha competenza. Personalmente, non credo che riuscirei a trovare competenza in una recensione positiva delle 50 sfumature, ma del resto, poco sopra al tuo commento ce n’e’ uno in cui si sostiene che nei libri di Moccia non ci sono errori grammaticali perche’ e’ passato dai migliori editor italiani…

  • Fabrizio Urdis 30 ottobre 2013 at 12:19

    Beh, per passare ci sarà anche passato ma non credo si sia fermato più di cinque minuti e giusto per amore di precisione la prima versione di “Tre metri…” è stata pubblicata da una casa editrice a pagamento.

    • Attilio Nania 30 ottobre 2013 at 12:23

      Il problema e’ che poi, nelle edizioni successive, gli errori glie li hanno lasciati perche’ evidentemente erano”chic”. Ecco, questa e’ l’anticultura a cui mi riferivo nel post.

  • Il valore degli ebook gratuiti 1 novembre 2013 at 05:01

    [...] di questo articolo. Si tratta di Attilio Nania, che ha scritto il guest post di martedì scorso sul liberismo editoriale. Secondo Attilio un ebook gratuito è sinonimo di scarsa qualità, come tutti i prodotti [...]

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