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La lettura è percezione

La lettura è percezione

Ogni lettore è differente dall’altro, perché ogni persona è differente dall’altra. Siamo entità isolate, in fondo, ognuno con proprie sensazioni e proprie sensibilità. E da lettori questa sensibilità si attiva maggiormente, secondo me, perché leggendo entriamo in un altro mondo e se quel mondo non è come il nostro, come quello che sogniamo, come quello che inconsapevolmente abbiamo ricreato dentro di noi, ci ritroviamo spaesati.

Leggere è come rivivere la propria vita, non importa se reale o soltanto immaginata. Leggere è in fondo leggere dentro noi stessi, in ciò che amiamo e crediamo. Leggere è percepire.

E la lettura inizia sempre dal titolo.

Che cosa comunica il titolo di un libro?

La lettura è percezione

Come scegliamo un libro da leggere? In base all’autore che conosciamo, certamente, ma non sempre è così. Non possiamo conoscere ogni scrittore. E allora cosa ci fa scattare l’impulso di acquistare e leggere un libro? Una recensione? Raramente mi baso sulle recensioni.

Se ci pensate un attimo, è soltanto uno l’elemento del libro che riesce a creare una connessione con noi: il titolo. Anche la copertina, ovviamente: un’immagine è in grado di andare oltre le parole, in un’immagine, espressione d’arte visiva, si condensano infiniti concetti e si nascondono messaggi.

Ma il titolo è fatto di parole: è un sussurro lanciato dallo scrittore alle orecchie del lettore. È un tentativo di richiamare la sua attenzione. Badate bene: è solo un tentativo, perché non tutte le orecchie sono in grado di ascoltare quel sussurro.

La funzione del titolo è empatica. Proprio così, in ogni titolo si scatena un’empatia che raggiunge il lettore. Non tutti i lettori, ma solo quelli che si trovano sulla stessa lunghezza d’onda.

O meglio: quali caratteristiche hanno i grandi leader?

Ne hanno 7 e oggi ti dico che la più importante di tutte si chiama empatia.

Sì, perché grazie all’empatia il leader può coinvolgere altre persone, magari suoi dipendenti, magari altri professionisti, in quella che è la sua visione del futuro. Vola più in alto di Andrea Girardi.

Per me un titolo deve svolgere la funzione di leader. Deve coinvolgermi. Deve spingermi a seguirlo e a leggere ciò che nasconde nelle pagine che annuncia.

Titoli che non richiamano empatia

Il titolo deve entrare in contatto coi miei sentimenti. Quando lo leggo, devo riuscire a stabilire una connessione. Devo vedere una porta socchiusa, non sbarrata.

Ci sono libri che mai riusciranno a farsi leggere da me, proprio a causa della mancata connessione. Voglio fare qualche esempio per chiarire la mia posizione e so quasi per certo che voi, invece, avete letto e apprezzato quei libri.

  • L’eleganza del riccio di Muriel Barbery: un titolo che contiene due sostantivi distanti concettualmente fra loro. Ok, bisogna pur andare oltre il mero significato delle parole e cercare di leggere fra le righe, di capire cosa voglia dire l’autrice. A parte il fatto che io non so leggere fra le righe e neanche amo farlo, a me un titolo come quello mi tiene distante.
  • Guida galattica per autostoppisti di Douglas Adams: lo so, è un romanzo cult, ma a me quel titolo non comunica nulla, non entra in sintonia con me. La mia amica Elisa me l’ha consigliato, io ero titubante, ma era il periodo in cui non riuscivo più a leggere narrativa. Così l’ho comprato e ho iniziato a leggerlo. E dopo 20 pagine l’ho abbandonato. Che cosa stava dicendo quel libro? Non ne ho idea, io non sono riuscito a connettermi con l’autore, col suo stile, con la sua storia.
  • La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano: anche se il titolo contiene una verità (i numeri primi, l’abbiamo imparato a scuola, sono quei numeri divisibili soltanto per 1 e per se stessi, quindi soli di natura), tuttavia non è un romanzo che tratta di matematica. È di certo un titolo d’effetto, che ha colpito molti, ma non me.

La lettura è percezione. E se io non percepisco nulla, se un titolo, se le prime pagine di un libro non arrivano nella parte più profonda di me, non riuscirò mai a leggerlo.

C’è gente che ha odiato Il Signore degli Anelli e gli do ragione: per me è il miglior romanzo del fantasy classico che esista, per me deve diventare anzi un classico, per me è un capolavoro (no, quel libro è un capolavoro oggettivamente, non soggettivamente), ma per altri no. Perché? Perché non c’è stata una connessione.

Fra quei lettori e Tolkien la porta era sbarrata. Nessuna empatia. Nessuna connessione. Nessuna percezione positiva.

La narrativa non è un po’ poesia?

Be a poet, even in prose”, disse Baudelaire. Ne parlai in un post sulle citazioni tempo fa. Quanto aveva ragione! Ho provato a leggere alcuni racconti trovati in rete e oltre due tre paragrafi non sono riuscito ad andare. Nessuna poesia in quella narrativa, un flusso piatto di parole solide, senza quella liquidità che ti fa scorrere la lettura.

Cosa sentiva l’autore in quel momento? Nulla, secondo me. Altrimenti è impossibile scrivere in quel modo, è impossibile scrivere senza comunicare ciò che hai dentro, che senti. Non puoi scrivere senza poesia, perché la poesia è l’espressione prima dello scrittore.

La lettura è percezione?

Che cosa provate quando leggete un titolo in libreria? Cosa vi spinge in quel titolo ad aprire il libro? E cosa vi fa continuare a leggere quel libro?

È percezione la lettura, secondo voi?

31 Commenti

  1. Fabrizio Urdis
    26 settembre 2013 alle 08:17 Rispondi

    Buongiorno Daniele :-)
    post interessante che mi ha fatto riflettere.

    Non so se sia sempre così ma di certo la tua versione corrisponde con quella di tanti lettori.
    Penso sia per questo che molti scrittori, spinti secondo me dalle case editrici, dicono che il loro libro è basato su fatti realmente accaduti e che i libri “autbiografici” stanno diventando sempre più numerosi.
    Concordo con te ( e con Baudelaire ) anche sul fatto che la prosa, in un certo qual modo, debba essere poesia.

    Non sono d’accordo sui titoli citati, al contrario penso siano dei buoni titoli e, in alcuni casi, niente di più.

    Credo bisogna distinguere anche in base al lettore, io cerco sopattutto storie originali e ben scritte la cui lettura penso possa arricchirmi, non ne posso più di storie di sesso, intrighi religiosi, persone che partono in pellgrinaggio e scoprono il senso della vita.

    Mi baso molto sulla recensione , il titolo mi intriga ma, vista anche la brutta sorpresa con uno dei titoli da te citati, guardo anche di cosa parla la storia e leggo magari le prime pagine.

    Adoro gli “ovvero”, cioè un titolo breve spesso seguito da una spiegazione ( per esempio: Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba ) e i titoli inusuali in genere.

    Come ti dicevo però il tuo post mi ha fatto riflettere, i titoli dei miei racconti e dei miei romanzi assomigliano a quelli di cui ho parlato ( in uno ho messo anche l’ovvero); empatia.

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:20 Rispondi

      Ciao, Fabrizio, grazie.
      Non dico che siano brutti titoli, non sono stimolanti per me.

      Sulle storie di sesso, intrighi religiosi, persone che partono in pellgrinaggio concordo in pieno. Ormai è tutto già visto e letto.

      Non leggo le recensioni, anzi non ne tengo conto, perché comunque sono sempre soggettive.

      Anche a me piacciono i titoli con “Ovvero” e anch’io ho un progetto di romanzo con un titolo così :)

  2. Francesca
    26 settembre 2013 alle 08:43 Rispondi

    Ciao Daniele,
    normalmente un libro mi chiama da sè… ne vengo quasi attirata e non solo dal titolo ma anche dalla copertina. La mia sarà una deformazione professionale legata al design ma così è…
    Ho un mio gusto personale e normalmente non mi discosto mai troppo anche se effettivamente un titolo intrigante e un’immagine affascinante potrebbe indurmi a sperimentare un nuovo genere.
    Per continuare a leggere poi però l’empatia è essenziale.
    Se non mi comunica nulla, se non è in grado di portarmi in un mondo “parallelo” che mi fa staccare dalla mia quotidianità o che mi riporta alle mie radici e al mio essere più profondo… lo abbandono dopo poche pagine
    Ecco questo è il mio pensiero
    Bell’articolo anche se ti devo deludere…nessuna empatia con Mr. Degli Anelli :)

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:22 Rispondi

      Sulla copertina hai ragione, anche per me è così :)

      Come te, anch’io ho i miei gusti personali e non tendo ad allontanarmene, perché quando l’ho fatto non mi sono trovato bene.

      Sul Signore degli Anelli, è normale: trovi appassionati o gente che non l’ha gradito. Nessuna via di mezzo :)

  3. Il mondo di Dru
    26 settembre 2013 alle 09:53 Rispondi

    Ciao Daniele,
    non so se è la prima volta che commento, per tanto piacere di ‘conoscerti’ (anche se temo ci sia un’asimmetria informativa, tu non conosci me, ma io mi sono letta tutto il tuo blog quindi qualcosina di te la conosco ;) ).
    Io mi sono riscontrata in pieno nelle tue parole riguardanti l’empatia del titolo. Non mi fido delle copertine, le guardo, le ammiro, ma non ho mai comprato un libro solo per la copertina. Può attirarmi ma leggo anche la trama. Al contrario ho comprato libri solo per il titolo. Certo, anche in quel caso ho dato un’occhiata anche alla trama e, se ne ho avuto modo, anche a qualche commento in internet (ma in genere scelgo da sola, il mio rapporto con i libri si basa su un vicendevole ‘amore a prima vista’: io li vedo e mi innamoro, loro mi vedono e mi saltano in mano), però in questi casi, se il titolo ‘sussurra’, il riassunto può essere anche pessimo, probabilmente lo comprerò lo stesso. E al 90% mi piacerà anche. In genere è questa la media dei libri comprati per il titolo.
    Ti porto solo l’esempio più recente: io non amo molto i romanzi veri o simil veri (senzatetto, emarginati, diversamente abili, persone affette da qualche malattia e simili) perchè rischio di passare le ore a piangere come una fontana (empatia estrema). Eppure attualmente sto leggendo un libro con una protagonista autistica (Me, who dove into the heart of the world, in italiano La donna che si immerse nel cuore del mondo) e lo sto trovando un libro bellissimo, che mi fa pensare quasi ad ogni pagina, che mi porta a farmi domande e ad analizzare come vedo io il mondo.
    Conosco i tre libri da tre citati. I primi due hanno ‘parlato’ e mi sono piaciuti. Il terzo forse mi diceva qualcosa, ma ero incerta, l’ho letto sull’onda del passaparola ed è stato un disastro.
    Credo di essere una persona fortunata perchè, come dicevo, se un titolo mi parla, in genere mi parla anche il libro che lo porta; per contro, nei rari casi in cui questo non accade, l’irritazione e la rabbia possono raggiungere i livelli massimi. Questo in genere accade quando il titolo viene messo a caso (succede con i libri tradotti) e non rispecchia, neanche in maniera metaforica, il contenuto. Se è comunque una bella storia, ci faccio meno caso. Se è pessima, scritta male o comunque con dei difetti, prima di dire la mia opinione ho bisogno di giorni per calmarmi, perchè se la comunicassi subito potrei sembrare una scaricatrice di porto. Sembrerà eccessivo, ma mi sento ‘tradita’: mi è stata promessa una storia che non mi viene raccontata. Certo è la mia percezione, ma come dicevi tu si tratta di empatia: un titolo tocca determinate corde, ma all’interno non c’è niente di ciò che l’ha fatto risuonare all’inizio.
    Quanto alla domanda su cosa mi fa continuare la lettura, non riesco a rispondere, perchè sono una di quelle lettrici che non riesce ad abbandonare un libro (in tutta la mia ‘carriera’ di lettrice conto 5 abbandoni e ho letto un numero di libri che supera le tre cifre, testi scolastici e universitari esclusi).

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:28 Rispondi

      Ciao … (come ti chiami?) e benvenuta nel blog.

      Sì, credo sia la prima volta che commenti.

      Anch’io devo dire di esser stato fortunato: solo in rari casi non m’è piaciuto un libro che mi aveva attirato. Riguardo alle copertine, mi lascio attrarre, eccetto che per alcuni generi, come il fantasy, che ultimamente sforna illustrazioni a caso che potrebbero andar bene per qualsiasi storia.

      Neanche io apprezzo molto le storie vere…

  4. MikiMoz
    26 settembre 2013 alle 12:28 Rispondi

    Beh, appunto… la questione è assolutamente personale. Ci sono dei titoli che attirano e altri che attirano meno, ma dipende dalle persone. Sai che i Diabolik che vendono di più -pare- siano quelli che contengono, nel titolo, il nome dell’oggetto che il ladro dovrà rubare? Tanto che per scaramanzia, ogni anno, uno dei dodici episodi è intitolato come l’oggetto del colpo.

    A me i titoli incuriosiscono, ma l’empatia la percepisci a pelle: da un 50 sfumature di grigio, titolo peraltro non brutto, non ti aspetti comunque nulla a priori :p

    Moz-

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:29 Rispondi

      Non sapevo dei titoli di Diabolik :)

      E concordo sul titolo delle 50 sfumature :D

  5. franco zoccheddu
    26 settembre 2013 alle 12:30 Rispondi

    Potrà sembrarti strano, ma ultimamente i romanzi che leggo mi sono ispirati dall’aver visto il film che ne hanno tratto. Un tempo accadeva sempre il contrario: leggevo, e la lettura era sempre cronologicamente un passo avanti, solo dopo vedevo i film (ex. “Il nome della rosa”, o “Ragione e sentimento”, etc. ). Ora che leggo più saggi e meno romanzi, il cinema mi ha “superato”, per così dire.
    Che sia negativo o positivo, non saprei. Ho appena terminato “Hunger Games”, il primo libro, dopo aver visto coi miei figli il film, che non mi è dispiaciuto. Mi sono subito buttato a capofitto nella lettura del secondo libro (mi sto obbligando a leggerlo in originale).
    Insomma, che dire? I tempi e le abitudini cambiano: che sia io stesso a decidere o un film a ispirarmi, l’importante è continuare a leggere. Alla fine un libro che mi piace è sempre l’occupazione che preferisco.

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:31 Rispondi

      Nulla di strano, anche io ultimamente ho letto romanzi perché conosciuti tramite il film! Ma è normale, dai, mica puoi conoscere tutta la letteratura mondiale.

  6. Alessia
    26 settembre 2013 alle 13:28 Rispondi

    Sono una lettrice esigente e diffidente. Se un libro fa sensazionalismo, come “Il Codice da Vinci” o “Harry Potter”, non lo guardo a priori. So che nell’80% dei casi resterò delusa. “Harry Potter” credo sia stata una delle poche eccezioni a dovermi far ricredere.
    Detto ciò, la prima cosa che mi colpisce è la copertina. Se non è curata, se ha immagini sgranate o una tipografia che cozza, lascio perdere. E’ il primo accenno ad una mancanza di cura che potrei ritrovare all’interno. Poi viene il titolo.
    In genere mi faccio fregare dai titoli evocativi, “Sotto la pelle” di Faber, per esempio. Sono titoli che mi chiamano “di pancia” e dire che cosa mi chiami, non lo so.
    Se un titolo mi incuriosisce ma non mi ipnotizza, leggo le standing ovation delle riviste e la bio dell’autore.
    Dicono moltissimo di quello che ti trovi tra le mani, sapendo già di cosa parlerà la storia. Tra i miei romanzi preferiti, non a caso, c’è anche “Oceano Mare” di Baricco, che poi mi ha profondamente delusa con tutti gli altri suoi lavori. E’ un romanzo evocativo e onirico, proprio come il suo titolo. Mi soffermo sul punto Tolkien: sono tra quelli che non lo sopportano. Non mi trasmette nulla, non ha epicità a mio avviso ed è un polpettone che ha dato vita a un genere letterario. Stimo l’autore come un grandissimo inventore, ma a me il romanzo non ha trasmesso proprio nulla.

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:33 Rispondi

      Anch’io non leggo di solito libri che fanno parlare. E mi pregio di dire che ho letto Harry Potter, il primo romanzo, quando era ancora sconosciuto. Lo trovai in offerta, la trama non mi diceva granché, ma lo presi lo stesso. E ho letto tutta la serie.

      Ecco: Oceano Mare è un altro di quei titoli che non mi spingono all’acquisto.

  7. Marco F.
    26 settembre 2013 alle 14:42 Rispondi

    Ciao Daniele!
    Bello il tuo punto di vista non ci ho mai pensato… La mia scelta per i libri sinceramente non la so… Non ho un modello decisionale, a volte per il titolo, a volte per il caso, altre volte perché l’autore o la trama mi piace. Non lo so.
    Sicuramente la copertina è la prima cosa che guardo quando sono in libreria ma ho l’abitudine di leggermi l’abstract dietro il libro e scegliere soltanto se quello riesce incuriosirmi.
    Per finire un libro, però, è sì necessario il coinvolgimento anche se ci sono libri che mi godo di più e altri che mi godo di meno. Alcuni classiconi li leggo più per la fama e per i contenuti, ultimamente mi sto dando a saggi non proprio divertenti ma che leggo volentieri perché riconosco utili. La narrativa purtroppo l’ho accantonata da un po’ ma quando leggo narrativa o mi prende oppure abbandono. Così è stato con IT che non mi è minimamente piaciuto.

    La prossima volta hce vado il libreria penserò sicuramente a questo post. Proverò a spegnere il cervello e ascoltare le sensazioni, chissà se a cervello spento riuscirò a scegliere bene.

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:36 Rispondi

      Ciao Marco, benvenuto nel blog.

      Sull’abstract parlerò a breve ;)

      Mi fa piacere che ti sia piaciuto il post e fammi sapere se quando andrai in libreria ti sarà stato utile. Che generi di saggi stai leggendo? Perché anch’io ne ho parecchi non proprio divertenti.

      • Marco F.
        26 settembre 2013 alle 18:06 Rispondi

        Saggi? Ora che sono in fase scrittura tesi li ho accantonati un po’.
        Però mi sono fatto una scienza sul volontariato leggendo libri sia sociologici che di psicologia delle organizzazioni, tante ricerche e qualche articolo scientifico. Queste sono state le letture dell’estate, piuttosto noiose, tranne per un libriccino che sto consigliando a tutti i miei amici del volontariato.
        L’ultima lettura di piacere è stata “Il Maestro e Margherita”, ormai diversi mesi fa ed ho in pausa “così parlò Zarathustra”.
        Insomma… Queste è tutto!

  8. Tenar
    26 settembre 2013 alle 14:49 Rispondi

    Credo che tu abbia detto delle sacrosante verità.
    La lettura è percezione, è il ritrovare noi stessi in pagine scritte da altri, è un’alchimia misteriosa che fa risuonare qualcosa dentro i noi.
    A volte l’alchimia non si crea e non penso che la colpa sia poi così tanto dal titolo (almeno per me).
    So che non ami la mia scrittrice preferita, U.K. Le Guin, questo non ti rende un lettore o uno scrittore peggiore da me, ma solo diverso, non sei entrato in risonanza con i suoi scritti.
    Allo stesso modo ci sono libri bellissimi che ho incontrato nel periodo sbagliato della mia vita, che sono risultati irritanti che non mi hanno dato tutto quello che avevano da dare.
    Il caso più clamoroso, credo, per me è stato Madame Bovary, letto per forza al primo anno del liceo. Lo ricordo con tale sofferenza che da quel momento non sono più riuscita a decidere di leggere un classico dell’800 francese. Paradossalmente ho un rapporto migliore con l’800 inglese che non ho mai studiato e che ho letto solo per mia scelta.
    Detto questo credo che ci siano anche delle basi oggettive per dire se un libro è o non è un buon libro. Tu fai l’esempio del Signore degli Anelli, che si ama o si odia (anch’io lo amo). Credo però che sia oggettivo che sia un testo di una forza immaginifica unica. Può non piacere, non si può dire che Tolkien non sia stato bravo a creare un altrove.

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2013 alle 15:38 Rispondi

      Grazie, Tenar.

      Della Le Guin ho letto solo il primo romanzo della pentalogia (sono 5 mi pare, sulla saga di Heartsea, giusto?).

      Sì, Tolkien è stato un genio non solo a creare un altrove, ma a crearlo completo. Non dimentichiamo che ha creato una lingua…

  9. Massimo Vaj
    27 settembre 2013 alle 15:14 Rispondi

    A rigore per percezione si dovrebbe intendere tutto ciò che cade sotto i nostri sensi, i quali, approfittando di quella caduta, ci inviano sensazioni, a volte incoerenti, che la nostra intelligenza, attraverso il suo mezzo che è il pensiero, interpreta secondo i propri limiti. La lettura di un libro è quindi sì un fatto percettivo, ma il suo fine riguarda l’intelligenza, non i sensi che costituiscono soltanto il canale comunicativo che arraffa l’esteriorità per sezionarne gli aspetti in modo che l’intelligenza, regina dell’interiorità, ne possa beneficiare. Chi dispone di un’intelletto sviluppato non si lascia influenzare dal titolo, e neppure dai contenuti, ma analizza le ragioni che hanno indotto lo scrittore a scrivere attraverso un’analisi che ha per scopo la definizione di una sintesi. Sintesi che sarà il frutto di quella lettura e, spesso, anche un’ottima ragione per aspettare, fuori casa e impugnando una mazza da baseball, lo scrittore… :D

    • Daniele Imperi
      27 settembre 2013 alle 15:18 Rispondi

      Vero che non bisognerebbe fermarsi al titolo. Però ho fatto la prova con libri dai titoli che non mi attiravano e non sono riuscito a leggerli.

      La percezione scatta anche in fase di lettura.

      • Massimo Vaj
        27 settembre 2013 alle 16:49 Rispondi

        Ho la netta sensazione che tu stia usando impropriamente il termine “percezione” al posto di “intuizione”. Quest’ultima può essere di tipo istintivo oppure a carattere intellettuale, ma spesso le persone confondono i due diversi domìnii come se fossero uno solo. L’Intuizione intellettuale è la capacità di cogliere il vero o il falso di ogni cosa in relazione al principio dal quale quella cosa è nata, ed è anche chiamata Ispirazione, quando è la conoscenza perfetta, esente dal dubbio, dei princìpi normativi dell’esistenza.

        • Daniele Imperi
          27 settembre 2013 alle 17:02 Rispondi

          No, l’intuizione non credo c’entri in questo caso. La percezione è qualcosa di più profondo, no? Diciamo che l’intuizione si fonda sull’istinto, ma la percezione proviene da dentro, dall’animo, se vogliamo chiamarlo così.

          • Massimo Vaj
            27 settembre 2013 alle 19:10

            Dunque ho visto giusto, stai confondendo i termini. L’Intuizione intellettuale è la capacità più elevata a disposizione della natura umana, è da quella che nasce l’Ispirazione spirituale ed è da questa centralità dell’essere che prendono forma le idee che, prima di essere tradotte dal pensiero, sono informali. Per percezione si deve intendere ciò che è percepito dai sensi e, naturalmente, dall’istintualità, che è proprietà psichica occupante la sua parte inferiore e animale.

          • Massimo Vaj
            28 settembre 2013 alle 07:34

            Quello che tu hai chiamato animo è la psiche, e non è la parte superiore dell’essere umano, a meno che tu non intenda posizionare, in una ipotetica gerarchia di valori, l’intelligenza dietro la sfera emotiva… C’è molta confusione attorno alla valenza di anima e di spirito. Per essere precisi l’anima è propriamente la psiche, regno del mentale e anche dell’illusione, ma il pensiero è solo il mezzo attraverso il quale la centralità informale dello Spirito, che è Intelligenza universale, attua se stessa degradando nell’intelligenza individuale che usa il mentale per esprimere le proprie idee. È essenziale avere chiari questi concetti, che naturalmente non ho inventato io, perché hanno carattere universale, altrimenti si incorre in seri errori di principio che, a cascata, si complicano fino a condurre nel vicolo cieco della confusione. Uno scrittore è dallo spirito trae le proprie idee, ma è la propria maturità interiore, applicata alla propria esistenza, che affila gli strumenti coi quali può attingere dal Mistero la qualità di ciò che conosce ed eventualmente scrive. Il “sentire a pelle” è un orrendo modo di dire che descrive l’istinto animale, e non è l’Intuito intellettuale il quale, nelle persone molto evolute è l’elemento attivo chiamato illuminazione spirituale. Prendi questo mio descrivere per quello che è: non un’invenzione di chi sta scrivendo…

          • Massimo Vaj
            28 settembre 2013 alle 10:00

            Il fatto che tu abbia scelto un trompe l’oeil come copertina del tuo scritto, la quale mostra la realtà di quella immagine in dipendenza del punto di vista dal quale la si osserva dimostra che tu, per percezione, intendi quella sensoriale, ma se tu dovessi intenderla per analogia con la diversità dei punti di vista intellettuali, che danno risposte diverse perché posizionati diversamente sulla circonferenza della realtà… allora in questo ultimo caso di profondità ed elevazione del punto di vista si tratta, e queste sono caratteristiche dell’intelligenza individuale che comunque si avvale della sfera psichica, col pensare e il sentire emotivo che la caratterizzano. Quando, invece, l’essere ha accesso all’Intelligenza universale, il suo non è più propriamente un “punto di vista”, perché l’Intelligenza universale pone l’essere che vi ha accesso al centro della circonferenza e non più sui possibili e diversi punti della stessa.

  10. Giuliana
    27 settembre 2013 alle 17:50 Rispondi

    Ci sono tanti elementi che mi spingono alla lettura di un libro.

    La copertina influisce abbastanza, però non mi soffermo lì, perché può darsi che la scelta dell’involucro sia stata infelice, ma che il contenuto all’interno meriti ugualmente.
    Il titolo influisce, però non basta a scoraggiarmi: anche se non mi piace, do comunque un’ulteriore possibilità all’autore, e apro il libro alla prima pagina.
    Per prima cosa lo annuso. Lo so, sembra sciocco, ma sentirne l’odore mi aiuta ad entrarci in sintonia.
    Poi, leggo i trafiletti in sovracopertina, sia quello che riassume la trama, sia quello che racconta in breve la vita dell’autore.
    Se li trovo di mio gusto, faccio il passo successivo: leggo la prima pagina, in genere per intero (ecco perché passo delle ore in libreria, ci vuole tempo ad eseguire tutte queste operazioni per ogni singolo libro che si prende in mano ;))
    Se trama e modo di scrivere mi aggradano e incuriosiscono a sufficienza, il libro è mio, a prescindere da titolo, copertina e recensioni.

    Non compro quasi mai su passaparola, perché l’ho fatto alcune volte e sono rimasta profondamente delusa (Il Codice da Vinci e 50 sfumature solo per citarne due).
    Harry Potter l’ho preso in mano dopo anni che era uscito perché quando abitavo in Inghilterra ne sentivo sempre parlare con tono entusiasta. Rientrata in Italia, mi è capitato sott’occhio e ho pensato di sfogliarlo per cercare di capire a cosa fosse dovuto quell’enorme successo.
    Superata a pieni voti l’analisi di cui sopra, è finito dritto nella mia libreria, e da lì poi nel mio cuore.
    Per comprendere ancora meglio la mente di chi l’aveva generato, ho comprato anche l’autobiografia dell’autrice, che me l’ha fatto apprezzare in misura ancora maggiore.

    • Daniele Imperi
      27 settembre 2013 alle 18:10 Rispondi

      La copertina anche per me può essere un elemento su cui soprassedere (se devo leggere, ovvio).

      Il titolo però mi blocca o conquista.

      E anch’io leggo l’incipit e quasi tutta la prima pagina, ma lo sfoglio anche, leggendo qualche brano qui e là.

  11. Giuliana
    27 settembre 2013 alle 18:19 Rispondi

    Daniele Imperi
    E anch’io leggo l’incipit e quasi tutta la prima pagina, ma lo sfoglio anche, leggendo qualche brano qui e là.

    … ma così ti rovini la sorpresa :P

    Io per un periodo ho avuto il vizio di leggere l’ultima pagina ancor prima di iniziare il libro: ero troppo curiosa di sapere come andava a finire e pensavo (con un pessimismo che in genere non è da me) “Così se mi succede qualcosa almeno ho letto la fine”. Poi, ripensandoci meglio, ho smesso di farlo, un po’ perché sapere già il finale toglieva gusto alla lettura e un po’ perché mi son detta “Tanto se mi succede qualcosa, sapere come va a finire non sarà più una mia esigenza” :D

  12. Luca Sempre
    29 settembre 2013 alle 16:09 Rispondi

    Si. E’ percezione.

  13. lorella
    2 ottobre 2013 alle 10:32 Rispondi

    Io leggo sempre l’ultima pagina per sapere se comprerò quel libro. Lo so che può sembrare strano, ma dall’ultima pagina capisco se mi coinvolgerà…sinceramente non mi interessa per nulla la “sorpresa”.
    Certo la cosa che mi attira per prima è la copertina (sarà che io sono “visuale” ossia mi interessano l’arte e le “cose artistiche”) poi il titolo sì però…però a volte con i titoli ho sbagliato e ho letto libri consigliati da persone che stimo che non avrei mai letto proprio per via del titolo (a mio avviso infelice). Diciamo che un libro ti attrae se “ti assomiglia” però la condivisione con persone che stimi (ad esempio un gruppo di lettura) può farti scoprire “mondi” (ossia libri) che ti sarebbero rimasti preclusi se ti basi solo sulla tua percezione.

    • Daniele Imperi
      2 ottobre 2013 alle 12:41 Rispondi

      Ciao Lorella, benvenuta nel blog.

      Sulla fine invece non sono d’accordo, non proprio per la sorpresa, diciamo che magari in qualche caso puoi aspettartela, ma perché è comunque legata a tutto il resto. Il coinvolgimento, secondo me, deve partire dai primi paragrafi.

      Difficilmente ascolto i consigli di chi conosco per le mie letture, perché la lettura per me è molto personale e solo in rarissimi casi sono riuscito a leggere ciò che mi era stato consigliato.

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