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Quantʼera bella la letteratura dʼun tempo

Della bellezza delle opere classiche e della perdita della sontuosità letteraria

Libri di un tempo

Osservando – e leggendo – i classici antichi e moderni ci facciamo unʼidea di come sia cambiato il modo di fare letteratura. Non parlo solo di linguaggio, indubbiamente la lingua cambia e si evolve, ma anche di struttura delle opere, di narrazione.

La sensazione che ho avuto è che un tempo ci fosse un rapporto più diretto fra autore e lettore, una vicinanza che è andata pian piano scomparendo, lasciando il posto a un distacco, a una certa freddezza. Come se lʼautore volesse dire: “il mio posto è questo e il tuo, lettore, è questʼaltro”.

Alcuni elementi, prima presenti nelle opere letterarie, ora si trovano di rado. Qualcuno riesce a sopravvivere, spunta qui e là in qualche romanzo, ma in generale la letteratura ha perso quella sontuosità, quella eleganza, che un tempo possedeva.

E quella fratellanza, anche, quel contatto diretto, vicino, con i lettori.

La divisione in libri dellʼopera

Dividere un romanzo in libri a me è sempre piaciuto. Non so spiegarmi il motivo, forse perché mi ricorda appunto il passato, un antico modo per suddividere la materia da trattare. Il Frankenstein è diviso in tre volumi, invece, con una introduzione dellʼautrice e una prefazione del marito Percy. Anche Il signore degli anelli di Tolkien presenta questa divisione in libri.

Che significato hanno i libri? Quella di raggruppare i capitoli allʼinterno di un argomento generale. Ne Il signore degli anelli troviamo questa suddivisione:

  • Parte I – La compagnia dellʼanello
    • Libro I
      • Capitolo I – Una festa a lungo attesa
      • Capitolo II – Lʼombra del passato
      • ecc.

La dedica

Non quella che si usa oggi, ridotta a una frase. Ne Il Principe di Machiavelli cʼè una dedica a Lorenzo deʼ Medici. È lunga una pagina. Ma quel tipo di dedica ha un significato diverso da quella odierna.

Nel Don Chisciotte della Mancia Miguel De Cervantes dedica lʼopera al Duca di Béjar, scrivendo:

Certo della buona accoglienza e dellʼonore che Vostra Eccellenza concede ad ogni sorta di libri […] mi sono deciso a dare alla luce Il fantasioso cavaliere Don Chisciotte della Mancia col patrocinio del chiarissimo nome di Vostra Eccellenza.

Fra i secoli XVI e XVII era una sorta di omaggio al potente del tempo, e infatti il nome più corretto è dedicatoria (in latino era detta epistola nuncupatoria): un omaggio solenne, quindi, dellʼautore a un personaggio illustre della sua epoca.

La lettera al lettore

Ne I viaggi di Gulliver si legge “Lʼeditore al lettore”, anche se in questo caso è di un personaggio fittizio, certo Richard Sympson, cugino e amico di Gulliver.

Anche ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo cʼè “Al lettore”, in cui uno dei personaggi del romanzo, Lorenzo Alderani amico dellʼOrtis, tenta “di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consecrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura.”

Quella lettera aveva – o voleva avere – un sapore di autenticità. Far immergere il lettore ancor più nella storia. Ricordiamo che ne I promessi sposi cʼè stato un espediente simile: la finzione che si trattasse di un manoscritto del ʼ600. Idem per romanzi come La lettera scarlatta di Hawthorne e altri.

Il Proemio

Lo troviamo nelle opere omeriche, nellʼEneide, ma anche ne LʼOrlando furioso, nella Gerusalemme liberata. Di solito introduce i poemi e le opere epiche, ma si trova anche in altre opere.

La sua funzione era di introdurre la narrazione e spiegarne la trama (protasi), ma nellʼepica cʼera anche lʼinvocazione alle Muse.

Nel Decamerone leggiamo:

Comincia il libro chiamato decameron, cognominato prencipe galeotto, nel quale si contengono cento novelle, in diece dì dette da sette donne e da tre giovani uomini.

Il titolo di questo proemio suggerisce subito al lettore la struttura del libro.

Il riassunto del capitolo

Si ritrova anche nel romanzo moderno, ma nei classici spesso cʼera questa usanza, se vogliamo chiamarla così. Lʼho sempre trovata una bella idea, che mi piacerebbe introdurre in qualche storia.

Lʼautore dà qualche notizia di sé e della sua famiglia; primi allettamenti a viaggiare. Naufraga e cerca di salvarsi a nuoto; giunge in salvo sulla costa del paese di Lilliput; è fatto prigioniero e portato nellʼinterno del paese.

I viaggi di Gulliver, Capitolo I, Parte I

Un sunto del capitolo, che avvisa il lettore degli argomenti – delle scene! – che vi troverà.

Porto Praya – Ribeira Grande – Polvere atmosferica con Infusori – Costumi di unʼAplisia, e di una Seppia – Rocce di S. Paolo, non vulcaniche – Singolari incrostazioni – Gli insetti, primi coloni delle isole Fernando Norhona – Bahia – Rocce brunite – Costumi di un Diodonye – Conserve e Infusori – Pelagia – Cause dello scoloramento del mare. Capitolo 1 – Santiago. Isole del Capo Verde.

Charles Darwin, Viaggio di un naturalista introno al mondo

In questo esempio cʼè invece un semplice elenco dei temi del capitolo, ma il libro è un diario dei viaggi esplorativi di Darwin.

Credo che questo tipo di riassunto sia molto utile a chi scrive, perché ne rappresenta una specie di sinossi ridotta allʼosso, anzi una scaletta vera e propria che lʼautore può usare per sviluppare i capitoli.

Quantʼera bella la letteratura dʼun tempo, mi ritrovo a pensare ogni volta che apro unʼopera antica, dei secoli passati, e quanto è fredda, lontana, commerciale allʼinverosimile quella attuale.

Che ne pensate?

30 Commenti

  1. Banshee Miller
    26 agosto 2015 alle 08:07 Rispondi

    Certo, la letteratura di una volta era più potente, soprattutto quella dell’ottocento. Il romanzo dell’ottocento ha toccato la vetta. Il motivo credo che sia: il genio si esprime tramite il mezzo che va per la maggiore. Nell’ottocento era il romanzo, poi c’è stato il cinema, la musica, oggi sicuramente non so, ma forse è un problema che si presenta sempre a chi vive il periodo.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 17:48 Rispondi

      Sì sono d’accordo sul romanzo dell’800, è proprio quello che preferisco.

  2. Chiara
    26 agosto 2015 alle 08:54 Rispondi

    Il tipo riassunto che tu hai proposto, tratto dal libro di Darwin, è utilizzato anche da Raul Montanari, ma a me non ha mai fatto impazzire, perché crea un percorso semantico per il lettore, che condiziona la sua interpretazione.
    A parte questo, concordo con il fatto che i libri di un tempo erano curati maggiormente. La vocazione stessa del letterato è cambiata: un tempo la lettura era alla portata di pochi eletti, un’attività riservata solo alle persone colte. Al giorno d’oggi, i libri sono potenzialmente alla portata di tutti (il fatto che molti non leggano, poi, è un altro discorso) e questo scoraggia lo scrittore “intellettuale” in quanto sa che potrebbe non essere compreso fino in fondo.
    Inoltre, le infinite possibilità di riprodurre un’opera hanno portato a quella che Walter Benjamin definisce “perdita dell’aura”: il romanzo (così come i quadri e la musica), da opere d’arte sono diventate beni di consumo a tutti gli effetti. Devo ammettere, con un certo rammarico, che noi scrittori siamo i primi a dimenticarci di essere artisti: quando qualcuno analizza gli elementi commerciali dell’opera già in fase di progettazione mi si gela il sangue… ;)

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 17:51 Rispondi

      Non credo che quel riassunto possa condizionare il lettore, a meno che non sia scritto in modo da essere interpretato.
      Sul fatto che oggi si pensi troppo al libro come bene di consumo sono d’accordo.

  3. Marco Amato
    26 agosto 2015 alle 09:17 Rispondi

    Mah…. Se per questo com’era bella la musica del passato, e i cartoni della nostra infanzia vuoi metterli con quelli di oggi? Per non parlare dei giovani, dove sono finiti i giochi semplici, le tradizioni?
    Ecco quando si incomincia a pensare così è proprio il sintomo della vecchiaia. A volte ci casco pure io. ;) Ci sono caduti anche i grandi del passato, Confucio, Cicerone, Leopardi, giusto per dirne tre.
    Anche a me piacciono i classici, ma non esageriamo. Quei quattro classici che sono rimasti delle migliaia di migliaia di opere scritte in ogni tempo è evidente che siano il meglio della storia della letteratura. Vogliamo selezionare tutti i capolavori del trecento e tutti quelli del novecento e scopriamo che il novecento è superiore?
    Qualcuno hai mai provato a leggere il Convivio di Dante o l’Africa di Petrarca (che lui riteneva la sua vera opera immortale).
    Molti proemi, introduzioni erano non atti di riconoscenza, ma lecchinaggi ai padroni o ai politici potenti. A quei tempi i poeti potevano vivere se mantenuti da mecenati. È stato Beethoven il primo artista a autodeterminarsi rifiutando i padroni per affermare io voglio vivere con i proventi della mia musica.
    E Dante non era certo comunista quando poetava:
    «Tu proverai sì come sa di sale
    lo pane altrui, e come è duro calle
    lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.»
    Ma semplicemente esprime la condizione misera dell’artista di ogni tempo, tranne che nel nostro.

    • LiveALive
      26 agosto 2015 alle 10:04 Rispondi

      Be’, ma confrontare i capolavori del trecento con quelli del novecento sarebbe operazione abbastanza sciocca. Lo sarebbe da un lato perché quelli del 900 sono troppo vicini a uno zeitgeist passeggero, e quelle del 300 troppo radicate nei valori della nostra tradizione (c’è chi crede che in casi del genere il nostro cervello rinunci volontariamente al senso critico). E poi: quale fantastico criterio assoluto e fuori dal tempo dovremmo usare per questo confronto?

      • Marco Amato
        26 agosto 2015 alle 10:30 Rispondi

        È evidente che sia sciocco. Non si possono paragonare i classici che hanno avuto una scrematura di secoli con la contemporaneità. Ma questo non significa che nella contemporaneità i capolavori non manchino.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 17:53 Rispondi

      I sintomi della vecchiaia su tutto quello che appartiene al passato ce li ho fin da bambino :)

  4. Salvatore
    26 agosto 2015 alle 09:25 Rispondi

    Io sto leggendo Delitto e castigo, mi piace un sacco. Non so se tutta la letteratura classica sia meglio di quella moderna; non sarei così categorico. Ad esempio, Il giovane Holden mi è piaciuto moltissimo e non è certamente letteratura classica. L’unica cosa che ci allontana troppo dai classici, e non ce li fa apprezzare a fondo, è il distacco linguistico. Prendi i Promessi sposi ad esempio, se fossero riscritti con un linguaggio più attuale (esperimento fatto con Il giovane Holden e secondo me riuscitissimo) li apprezzeremmo molto di più.
    Comunque ti trovo troppo nostalgico… su, forza, è ora di reagire: scrivi un bel romanzo “d’altri tempi”! :)

    • LiveALive
      26 agosto 2015 alle 10:07 Rispondi

      Ma d’altro canto io nel Decameron ciò che ci trovo di bello è proprio la lingua: senza, oggi ci apparirebbero novelle piuttosto piatte. Devi considerare pure che il contesto esiste tanto nel contenuto quanto nella lingua, e che la lingua pure, in una certa misura, determina lo stile. È pur vero però che i classici degli altri paesi noi li leggiamo nella nostra lingua, e che Busi, Eco e altri hanno tradotto in lingua corrente i nostri classici.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 17:55 Rispondi

      I promessi sposi vanno bene così :)
      E io decisamente un nostalgico!
      Per il romanzo d’altri tempi ci penserò.

  5. LiveALive
    26 agosto 2015 alle 10:01 Rispondi

    Senza dubbio il distacco autore-lettore è maggiore, ma in un certo senso è stato il lettore a volerlo: in generale, oggi preferisce leggere la storia pura, come guardare un film, senza sentire la presenza dell’autore. Il riassunto del capitolo, come nel Tristham Shandy, oggi sarebbe impossibile (“e la sorpresa?”, dicono), eppure a me non dispiace, ti fa sentire di più l’avanzamento nella lettura, e dà soddisfazione.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 17:57 Rispondi

      Il lettore è cambiato, è vero. In peggio. Forse è la velocità con cui si muove il mondo oggi che lo ha fatto cambiare.

  6. Loredana
    26 agosto 2015 alle 10:32 Rispondi

    Forse c’era maggiore captatio benevolentiae tra autore e lettore. L’autore cercava il sostegno e l’attenzione del lettore (anche per non trascurabili motivi economici, certamente) e si rivolgeva direttamente a lui. Probabilmente non aveva paura di farlo. Oggi mi sembra che ci sia maggiore distanza, dovuta anche ai pc che frappongono schermi fisici. Perché scrivevano nell’Ottocento? Perché scrivono oggi? Mi sembrano due punti di partenza interessanti da esaminare.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 17:58 Rispondi

      Hai sollevato una bella questione. Ma chi sa rispondere?

  7. Alessandro C.
    26 agosto 2015 alle 12:35 Rispondi

    Prima dell’avvento del romanzo moderno, l’approccio dell’autore era generalmente del tipo “siediti qui, voglio raccontarti una bella storia”. Oggi, soprattutto per l’influenza della scuola americana, la narrazione è diventata molto più “cinematografica”. Il rapporto diretto tra autore e scrittore viene visto come una minaccia alla sospensione dell’incredulità. Eppure io lo trovo ancora evocativo e molto più attraente di tante pacchianate moderne.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 17:59 Rispondi

      Sono d’accordo al 100%. Mi riprometto di scrivere un romanzo come si faceva una volta :)

      • LiveALive
        26 agosto 2015 alle 19:22 Rispondi

        Però può essere una operazione interessante davvero. All’inizio ci metti pure le poesie che dedicano gli amici all’opera, come facevano nel 600. Poi, narratore onnisciente a profusione, stile elegante, imiterai pure la lingua secentesca (preparati quindi a lunghe ricerche linguistiche e filologiche). Poi lo pubblicherai come un inedito di Marino, e ci farai i soldi.

  8. Poli72
    26 agosto 2015 alle 13:23 Rispondi

    Il fattore principale che ha trasformato il modo di impostare le opere letterarie e’ senza dubbio l’avvento delle nuove tecnologie di intrattenimento.La radio,il cinescopio prima ,la televisione ,il cinema da ormai 60 anni ,poi infine la galassia internet.La letteratura non dimentichiamoci che e’ anche, e forse sopratutto, intrattenimento.I sopracitati concorrenti sono potenti ed aggressivi,sono facilmente fruibili perche’ i contenuti vengono espressi sotto forma di immagini e suoni ,mezzi di trasmissione molto piu’ immediati ed incisivi della parola scritta.Il potenziale lettore di oggi, d’altra parte ,e’ distratto ed estrememente volubile ,nonche’ spesso stressato dai ritmi di vita moderni,ha meno energie intellettuali ,meno pazienza ,meno volonta’ per dedicarsi a intrattenimenti attivi come la lettura ,piu’ propensione alla comoda passivita’ del televisore o del social network.La letteratura dal canto suo si e’ dovuta adeguare lottando contro questi “nuovi mostri” ,adottando stili e forme sempre piu’ dirette ed immediate.Eliminando prima di tutto ogni possibile fronzolo o rallentamento ,quali potevano essere, come li citi Tu : proemi,dediche,sunto del capito, lunghe introduzioni e quant’altro,la letteratura moderna cerca di immergere subito il lettore nel vivo della storia ,adottando un linguaggio quanto piu’ possibile diretto ed incisivo ,cercando forme e modi per replicare i colpi di scena e gli effetti speciali del cinema.

    Sopravvivera’ la letteratura nei secoli a venire?!

    Magari verra’ inventato,come si vede in alcuni film e si legge in alcune opere di fantascienza , un macchinario in grado di inculcare le informazioni passivamente nelle menti degli uomini , magari mentre dormono.
    Realisticamente ,credo che per lo scrittore ci sara’ sempre lavoro.Perche’ egli crea dal nulla.
    E’ un Dio in un certo senso.Pensate ai filmoni cinematografici ,ai programmi tv ,a quelli radiofonici,ai contenuti internet ,c’e’ sempre dietro, in origine, l’opera di qualche Dio che ha concepito e scritto l’idea.Lo sceneggiatore ad esempio e’ egli stesso scrittore creativo,(quando non riprende ed adatta la trama scritta da altri).Dal suo lavoro dipende il film ,il programma tv o radiofonico.Dal suo lavoro dipendono migliaia di altre persone del cast.Si parla molto del fatto che i videogames stiano diventando l’intrattenimento principe del futuro.Ebbene dietro ad ogni opera videoludica c’e’ sempre la mente di un Dio creativo che ha costruito mondi , personaggi,vicenda del gioco.Lo scrittore appunto!

    • LiveALive
      26 agosto 2015 alle 14:23 Rispondi

      Ma immagino che lo scrittore si veda anzitutto come autore di romanzi, più che di sceneggiature o idee astratte. Vuole che il suo lavoro si veda. Semplicemente, mi chiederei: perché la letteratura? È più facile che in futuro continui a leggere chi ha una passione per lo stile, per la parola in sé, rispetto a chi vuole raccontare storie, che è una cosa per cui ci sono metodi inevitabilmente più efficaci.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 18:03 Rispondi

      Penso anche io che oggi il lettore sia più volubile e facile alla distrazione.

  9. giuseppina
    26 agosto 2015 alle 16:11 Rispondi

    La letteratura di un tempo non c’e’ piu’ e come tutti gli altri settori era dominato dal mondo maschile, per fortuna dal 900 ad oggi le donne hanno potuto lasciare e lasceranno le loro opere letterarie a parita’ di merito.

    • Daniele Imperi
      26 agosto 2015 alle 18:06 Rispondi

      La parità di merito non è oggettiva. Dipende dalle opere non da chi le ha scritte.
      E anche se quella letteratura era dominata dall’uomo, ciò non toglie che fosse bella.

    • LiveALive
      26 agosto 2015 alle 19:35 Rispondi

      Però, permettimi di bilanciare la dichiarazione, e diciamo che in reatà le donne che davvero lo meritavano un posto nella Storia lo hanno avuto: Saffo, Beatrice de Dia, Corilla Olimpica (considerata, in vita, uno dei maggiori poeti di tutti i tempi), Teresa Bandettini (stimata anche dal Monti), Lesbia Cidonia (lei invece da Parini)… Questo vale anche nelle altre arti, comunque: già Vasari scriveva che le donne possono raggiungere lo stesso livello degli uomini eccetera. Senza dubbio ne ricordiamo meno, ed è vero che un po’ è per pregiudizio, ma la grandezza di questo pregiudizio è minore di quello che questo farebbe intendere: infatti, erano davvero poche quelle che si occupavano di certe arti, alcune perché non istruite, altre perché avevano altri impegni “casalinghi”, altre ancora perché essendo immerse nello zeitgeist forse lo vedevano come “cose da uomini”. Il pregiudizio comunque, in una certa misura, c’era. Oggi però ci penserei diverse volte prima di sostenere la critica femminista per gli stessi motivi che Harold Bloom ha ampiamente analizzato: per quanto il “pregiudizio” nel confronto della donna non sia scomparso in diversi àmbiti, comunque è così ridotto soprattutto nel mondo letterario (dove, non a caso, le donne leggono di più) che non ha senso credere che ci siano autrici di valore che stiamo nascondendo per sessismo.

  10. Tenar
    26 agosto 2015 alle 23:30 Rispondi

    Quant’era bella certa letteratura di un tempo. Quella che ci ricordiamo, che abbiamo letto perché è arrivata fino a noi (mentre molte altre opere sono morte travolte dalle onde del tempo) e, tra quella che abbiamo letto e quella che ricordiamo, quella che abbiamo apprezzato. Perché io amo i titoli ai capitoli, magari anche il riassuntino ” in cui capita questo e quest’altro”, amo certa narrativa ottocentesca, certa epica, ma ricordo benissimo anche dei mattonazzi indigeribili. E ricordo la mia prof di greco e latino che diceva, a prossimo di un poema minore romano che lei aveva letto per la tesi “E ho capito che c’è proprio un motivo, se non è famoso come l’Eneide”.

    • LiveALive
      27 agosto 2015 alle 00:06 Rispondi

      Il gusto precede o succede il canone? Cioè: noi ricordiamo l’Eneide perché ci pare bella, o l’Eneide ci pare bella perché la ricordiamo?

  11. Giorgiana
    2 settembre 2015 alle 13:21 Rispondi

    Degli elementi descritti quelli che trovo disturbanti sono la divisione dell’opera in libri e il riassunto. La prima mi crea confusione e fastidio, come in quei saggi pretenziosi in cui l’autore invece di fare un bello schemino deve sfoggiare mille giri di parole e quindi si trova a elencare le cose in questo modo: Punto A…. Punto A; a)…. Punto A; b)… è un’effetto “scatola dentro la scatola” che odio profondamente. Il fatto del “dove eravamo rimasti?” invece non ha una ragione logica, mi suona solo inutile.
    Invece le cosiddette dediche mi hanno sempre affascinato. So che a un certo tempo le dediche ossequiose erano di dovere, ma come anche l’invocazione alle Muse avevano in qualche modo il sapore di qualcosa di alto, di profondamente ispirato. “Alla mia sorellina” o “Dedico questo libro a Mario” (non conosceremo mai questo Mario, quindi perché dovrebbe importarcene qualcosa?) non hanno chiaramente lo stesso effetto, anzi. E meno male che sono così corte, appunto.

    Comunque, è vero che oggi rispetto a un tempo si è presa (o ripresa?) una certa distanza con il lettore, però ho notato che in certi pochi casi (succede soprattutto quando si scrive in prima persona) può capitare che ci si rivolga non tanto a un “tu” quanto a un “voi”. Ho letto certi protagonisti rivolgersi a un ipotetico pubblico dicendo “ci credereste che…?” piuttosto che “ci crederesti che…?” , come se il lettore di riferimento non fosse più il singolo lettore che sta leggendo il libro ma un pubblico di massa indistinta che si è messo a leggere lo stesso libro nello stesso momento, come una folla piazzata davanti allo stesso televisore. Ho fatto l’esempio del protagonista in effetti, però mi sembra di averlo visto fare anche da un’autore che scriveva in terza persona. Ma sono appunto casi abbastanza rari…
    Io non sono una fan accanita del autore-lettore TROPPO confidenziale, perché alla lunga mi stanca.. ho riletto da poco “Il Fantasma dell’Opera” di Leroux, che ho sempre amato (curioso, essendo un giallo) e mi sono resa conto che la continua presenza dell’autore cominciava a scocciarmi, quando avrei voluto immergermi di più nella psicologia dei personaggi…
    Tuttavia, è una tecnica che non mi spiacerebbe ritrovare nella letteratura contemporanea, almeno ogni tanto.

    • Daniele Imperi
      4 settembre 2015 alle 07:58 Rispondi

      Le dediche di un tempo avevano un altro significato, è vero. E concordo sul fatto che la dedica di oggi vada fatta più corta possibile proprio perché ben pochi conoscono la persona citata.
      Nei romanzi moderni mi capita raramente di vedere l’autore rivolgersi al lettore, in genere l’ho visto fare nei romanzi un po’ umoristici.
      La presenza dell’autore nel libro forse disturberebbe anche me.

  12. Alessandro
    22 aprile 2016 alle 23:46 Rispondi

    La mia saga di romanzi che sto scrivendo la vedo più come un’epopea classica, non compare ironia, ma sesso anche molto spinto, il protagonista stesso proviene dai classici pagani, anche se in alcune cose si intravede il cristianesimo tipo angeli e demono buoni o cattivi anzi una delle saghe famose a cui mi sono ispirato ha preso dalla divina commedia (ripeto ho preso due saghe famose e le ho mischiate, nessuno lo ha mai fatto forse), il tutto ache se ho mischiato antico e contemporaneo reale e fantasy

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