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Perché leggo i classici

ClassiciIl secondo libro letto nella mia vita era un classico. Segno, forse, che questo genere letterario che non è un genere vero e proprio doveva entrare nella mia vita per non uscirne mai più. Ho già parlato altre volte dei classici e della loro importanza e ora ne parlo in un altro modo, forse più personale.

Leggo i classici perché li considero romanzi completi e insuperabili, che mi fanno sentire nostalgia di un mondo mai vissuto. Mi sono avvicinato ai classici, anzi ho iniziato a curiosare fra i classici, guardando una collana di libri di mia madre, I Grandi Classici della Letteratura, edita da Fabbri Editori, edizioni degli anni ’60 credo. E ricordo che mi incuriosivano.

Che cosa è un classico

La frase “Un classico non tramonta mai” è fin troppo conosciuta, anche se vera. Ma un classico è un libro che lascia qualcosa di diverso in ognuno di noi, è un libro che suscita in ogni lettore emozioni e sensazioni personali e quindi porta inevitabilmente a una personale definizione.

Provo a elencare ciò che un classico mi ha sempre ispirato, ciò che mi aspetto dalla sua lettura.

  • Ricercatezza di stile: tutti gli autori classici che ho letto avevano uno stile di scrittura preciso, tanto che forse basta leggerne una riga e indovinare a chi appartiene.
  • Storia: dietro un classico c’è sempre una storia solida, viva, completa, una storia che so essere pensata nei minimi dettagli, che mi illustra la vita di un tempo, il mondo che non c’è più.
  • Sapore antico: non so come definire questa sensazione/aspettativa. È però ciò che avverto quando ho un classico fra le mani. Quel libro sa di antico e a me piace tutto ciò che è antico.
  • Passione: intesa come trasporto. Da un classico mi aspetto che sia coinvolgente, avvincente, che mi tenga legato alle pagine, ma allo stesso tempo un libro da cui possa staccarmi per poi riprenderlo senza dimenticare nulla.
  • Tranquillità: anche in questo caso non so come spiegare questa sensazione/aspettativa. Vedo un classico come un libro tranquillo, ma non so che significhi. Una lettura che mi tranquillizza, forse, anzi è sicuramente così.

Un classico può annoiare?

Ci sono classici che non mi sono piaciuti e che mi hanno annoiato. I cinque racconti di Natale di Dickens per me sono stati di una gran noia. Così come Primavera della Undset, scrittrice norvegese, la cui lettura ho abbandonato dopo qualche decina di pagine perché non accadeva nulla.

Ma queste possono essere viste come eccezioni. In fondo i romanzi classici sono tantissimi e è impossibile che possano piacere tutti. Recentemente ho acquistato un po’ di altri volumi, che spero di leggere presto, perché la lettura dei classici dovrebbe essere propedeutica. Ma sono tanti, innumerevoli e sarà dura leggerli tutti.

Il primo classico letto

Il primo romanzo classico che ho letto è stato La montagna incantata di Thomas Mann. Della mia avventura con questo romanzo ho già parlato nel post “Quando ho iniziato a leggere e perché“. In breve fui obbligato a leggere un libro, a scuola, e scelsi quello che per me aveva tutte le connotazioni del romanzo fantasy, ma che poi sfociò in un sanatorio per tubercolotici.

Non fu un fiasco, anzi, il romanzo mi è piaciuto molto e ho acquistato e letto altro dell’autore. Dei primi dieci libri letti, otto sono classici, presi da quella famosa collana di mia madre. Ho apprezzato autori come Knut Hamsun, Clemens Brentano, R.L. Stevenson, Tomasi di Lampedusa, G. Büchner.

A quelli ne seguirono altri.

Un classico, posso dire, è un libro che non si dimentica, anche se non piace. Forse perché dietro c’è una storia che è diversa da quelle moderne, forse perché quelli come me sono portati a ricordare tutto ciò che appartiene al passato, o forse perché anche un classico è in fondo una lettura d’evasione, ci fa evadere da questa realtà per entrare in una realtà passata che, anche se più dura e spietata della nostra, è senz’altro più pura e avvincente, ben lontana dallo squallore di quella odierna.

Perché leggete i classici?

E voi leggete i classici? Se sì, perché?

22 Commenti

  1. Neri Fondi
    26 ottobre 2012 alle 09:54 Rispondi

    Capisco perfettamente quello che intendi.
    Pur avendo cominciato più tardi a leggere i classici, più o meno all’inizio del liceo, condivido interamente quelle sensazioni che descrivi tu.
    Uno dei grossi “problemi” che mi si presenta nel leggerli, però, è che trovo il loro stile (specie quelli scritti nel secolo XIX) talmente bello che poi mi viene difficile ritornare a letture dei giorni nostri. Insomma, c’è un incredibile amore per la bella scrittura dentro quei libri, una ricercatezza stilistica, un’eleganza senza paragone, che a mio parere sembra essere svanita ai giorni nostri.

    Poi magari è una mia sensazione e basta, ma non posso farci nulla.

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2012 alle 10:05 Rispondi

      Concordo sulla bellezza dello stile, tanto che a me piace ogni tanto scrivere a quel modo, piace provarci anzi. La ricercatezza di quella lingua è davvero svanita, oggi.

      • Lucia Donati
        26 ottobre 2012 alle 13:38 Rispondi

        Anche a me piacciono certi stili, mi viene in mente Polidori o Maugham e viene voglia, sì, di saper scrivere come loro: ci sono autori che si fanno ammirare… Poi penso che solo in pate è giusto pensarla così; in parte è sbagliato: ognuno ha il suo stile ed è originale e il lavoro che fa è certo migliorabile ma, in ogni momento, di valore e non sostituibile con il lavoro di qualcun altro né con uno stile che, pur ammirabile, non è il proprio. Il grande autore ha un grande compito col suo esempio: quello di ispirare un nuovo autore a migliorare.

      • Neri Fondi
        27 ottobre 2012 alle 15:45 Rispondi

        È uno dei miei problemi principali quando scrivo :/ Generalmente tendo troppo a quel tipo di ricercatezza, e per i giorni d’oggi risulto un po’ eccessivo.

  2. Lucia Donati
    26 ottobre 2012 alle 11:06 Rispondi

    Ma tu parli di romanzi classici o anche di saggistica? Mi pare d’aver capito che hai preso in considerazione i romanzi. Quella che tu chiami ricercatezza dello stile (ma bisognerebbe capire a quale periodo e a quali classici ti riferisci) io l’ho intesa come “qualità” dalla quale una volta gli scrittori non potevano e soprattutto non volevano prescindere: era anche cosa normale cercare il valore nelle cose. Lo stesso discorso vale per la “storia solida” e la passione. Il sapore antico e la tranquillità, secondo me sono collegati in qualche modo alle “radici”, al passato e danno sicurezza. Perché piacciono i cosiddetti “classici” (in generale, certamente non tutti)? Perché portano ad un tempo in cui probabilmente c’era maggior qualità e chi legge si rende conto di questo dalla qualità stessa del narrato. L’essere umano riconosce consciamente o no quello che vale e tende ad esso: è quello che gli piace; gli non tende al vuoto di significati.

  3. Daniele Imperi
    26 ottobre 2012 alle 11:19 Rispondi

    Intendo i romanzi. Ho letto pochissimi classici nella saggistica. Comunque il discorso non cambia, negli uni e negli altri.

    • Lucia Donati
      26 ottobre 2012 alle 13:27 Rispondi

      Beh, quando dici che il classico è una lettura d’evasione il discorso, se ti riferisci alla saggistica, cambia. Comunque è abbastanza evidente che tu ti riferisci in questo post esclusivamente ai romanzi. Ma, attenzione, i classici non sono solo romanzi, probabilmente era meglio specificare, altrimenti s’intende un discorso generalizzato, a volte non proprio preciso.

      • Daniele Imperi
        26 ottobre 2012 alle 13:32 Rispondi

        Sì, non sono solo romanzi, ma di solito quando uno dice di leggere i classici si riferisce ai romanzi.

        • Lucia Donati
          26 ottobre 2012 alle 13:44 Rispondi

          Ah, sì? Non sono molto d’accordo.

  4. Alessandro C.
    26 ottobre 2012 alle 11:20 Rispondi

    Leggo soprattutto classici. Quando penso al fatto che tanti scrittori viventi realizzano romanzi fortemente ispirati alle opere di autori del passato, mi chiedo se abbia senso ascoltare lo pseudorock dei limp bizkit se non si conoscono i Led Zeppelin :)
    C’è da dire che forse gli scrittori classici hanno scritto dei capolavori perchè non erano impelagati nella rigidità dei dettami del romanzo moderno. Il buon Dostoevskij “raccontava” molto, Orwell e Poe fermavano spesso la storia per descrivere e analizzare in maniera puntigliosa, Kafka si perdeva in meticolose descrizioni che oggi sembrerebbero fuori luogo.
    C’è però da dire che ci anche sono capolavori della letteratura italiana che non hanno nulla da invidiare alle opere dei grandi della letteratura mondiale.

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2012 alle 11:34 Rispondi

      Concordo sulla rigidità del romanzo moderno. Adesso c’è il tabu del raccontare a favore del mostrare, ma secondo me una storia può essere anche raccontata, dipende da cosa e da come si vuole scrivere quella storia.

      • Alessandro C.
        26 ottobre 2012 alle 13:34 Rispondi

        mi trovi perfettamente d’accordo Daniele. Nessuno scrittore è diventato un Grande semplicemente seguendo alla lettera dettami accademici.

  5. franco zoccheddu
    26 ottobre 2012 alle 11:42 Rispondi

    Ispirato dal tuo intervento, Lucia, propongo di considerare il grandissimo valore dei saggi/classici: cito solo come esempio “L’origine delle specie” di Darwin, una lettura per me di enorme valore formativo per la mia successiva passione verso la scienza e il metodo scientifico. La narrazione che un essere umano (curioso per un aspetto particolare dell’esistenza) fa delle proprie esperienze significative per tutti è un aspetto essenziale della cultura umana. Il “classico” aggiunge a ciò il valore che il tempo da alle cose.

  6. Sofia Stella
    26 ottobre 2012 alle 10:59 Rispondi

    Un classico è un libro che non tramonta mai e sono d’accordo anche sulla bella scrittura e la ricercatezza dello stile. Oggigiorno è difficilissimo trovare un libro scritto con bello stile. Una certa tendenza alla standardizzazione e alla facilità di lettura rende ciò che leggiamo “piatto”, anche se poi magari la storia è davvero bella sul piano del contenuto. Perché leggo i classici? In primo luogo per formarmi e poi per confrontarmi con i grandi autori e in questo modo crescere a mia volta come scrittrice e come lettrice.

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2012 alle 11:17 Rispondi

      I classici infatti dovrebbero essere letti anche per la formazione di uno scrittore.

  7. Mary
    26 ottobre 2012 alle 14:48 Rispondi

    Consiglio “Perchè leggere i classici” di Italo Calvino :)

  8. Alessandro C.
    26 ottobre 2012 alle 17:43 Rispondi

    ma gli autori italiani li snobbi a prescindere? :P

    • Daniele Imperi
      26 ottobre 2012 alle 17:46 Rispondi

      No, assolutamente. Perché? Nel post ho parlato di Tomasi di Lampedusa, per esempio. E poi ho letto Pirandello, Manzoni, Verga, ecc.

  9. Alessandro C.
    26 ottobre 2012 alle 23:29 Rispondi

    è vero, che tonto… gli avevo anche letti quei post

  10. Romina Tamerici
    29 ottobre 2012 alle 17:28 Rispondi

    Mi piacciono i classici, soprattutto italiani. Secondo me il classico è un libro che resiste al tempo. Poi può piacere o no. Questa estate ho letto “Il signore delle mosche” che in molti elenchi è considerato uno dei libri che bisogna assolutamente leggere. A me non è piaciuto, però continuo a pensare che sia un classico. Di certo descrivere le caratteristiche di un classico è molto difficile ed è lodevole il tuo tentativo di trasformare ciò che normalmente si percepisce con l’istinto in un elenco puntato.

    • Daniele Imperi
      29 ottobre 2012 alle 17:41 Rispondi

      Più che tentativo di rendere quello che si percepisce voleva essere un elenco di quello che percepisco io.

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