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La strega

Un racconto che chiude le feste

La strega

Era decrepita e brutta come la peste. Sul naso aquilino spuntava un grosso bubbone che rendeva il suo viso ancor più deforme. Il mento, una scucchia che non passava inosservata, era ombrato d’una leggera peluria nera. Dalla bocca, quando la donna sorrideva, spuntavano soltanto due denti, ingialliti e mezzo marci.

Non aveva nome o, almeno, nessuno lo conosceva. Lei l’aveva ormai dimenticato, con tutti quegli anni trascorsi a volare sulla sua scopa e il freddo tagliente delle notti invernali.

Magra come una cornacchia, vestiva abiti scoordinati, indossati senza gusto come una megera d’altri tempi. Ma lei era una megera d’altri tempi, in fondo, che il tempo stesso sembrava aver ripudiato.

Viveva un’esistenza solitaria, perenne zitella in una catapecchia che puzzava di chiuso e pelle non lavata. Aveva smesso da anni di preoccuparsi dell’igiene personale. Non si cambiava mai d’abito e trascorreva il tempo libero a rammendare la stoffa sdrucita e consumata della sua gonna e dello scialle.

Nessuno parlava mai di lei, se non raramente, ma la vecchia strega sembrava non curarsene. Lei, però, pensava a tutti, ogni giorno dell’anno. I piccoli amici a cui doveva provvedere erano tenuti d’occhio costantemente. E sui peggiori la strega avrebbe scatenato un incantesimo inceneritore.

Nella notte della rivelazione ci sarebbe stato solo silenzio. Non uno sbuffo di fumo né uno scoppiettio né fiamme. Nulla. Dove prima erano dolci e leccornie, adesso qualcuno avrebbe trovato i resti carbonizzati di quelle ghiottonerie.

Alla strega non importava se qualcuno avrebbe pianto. A chi importava, in fondo, se lei era sola e cominciava a puzzare e a tremare? Chi si preoccupava della sua salute, sempre più precaria?

La vecchia sorrise, la bocca ridotta a una fessura buia e disgustosa. Poi afferrò la scopa magica e si apprestò a volare sulla città addormentata.

Aveva delle calze da riempire.

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