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La strada

Un racconto breve

La strada

Appena fece giorno, pianse. Come se quella luce improvvisa e quel mondo asciutto fossero un dolore insopportabile, una punizione corporale per aver abbandonato la sua terra natia. Ma lui non capiva. Nella sua mente aveva domande senza risposta. E sofferenza. Tanta e indefinibile.

Mani esperte lo guidarono e si presero cura di lui finché non imparò a conoscere quella nuova landa e i suoi abitanti. Appena poteva sgusciava via da chi lo controllava, gattonando come un animale in gabbia e godendo di quei pochi momenti di libertà.

Si pisciava addosso spesso. In realtà non aveva controllo sul suo corpo e questo lo rendeva vulnerabile. Pianse ancora. Chi gli stava attorno pareva non farci caso. Lo aiutava, anzi, e lui pensò che si comportassero così anche con gli altri prigionieri, chiusi chissà dove.

Arrivò il momento in cui poté uscire da quel posto e vedere una parte del nuovo mondo. Era però ancora controllato, seguito, accompagnato, come se avessero paura che potesse fuggire. Ma dove?, si chiese. Si sarebbe perso in quella sconosciuta vastità.

Visse anni di spensieratezza e giornate di noia e conobbe altri come lui e insieme si lamentarono della loro condizione, facendo progetti per il futuro e per dare una svolta a quella loro vita vuota e senza significato. Ma a parte parole al vento, non ne cavarono nulla.

Poi arrivò il futuro. Giunse il momento in cui la libertà fu conquistata, a fatica, giorno dopo giorno. I carcerieri si convinsero della sua autonomia, dei suoi desideri di fuga, e lo lasciarono andare. La separazione fu uno strappo indolore e l’uomo assaporò per la prima volta il gusto dell’esistenza.

Se ne andò per la sua strada, ora sconfinata, lunga, infinita. Camminò eretto come un sovrano davanti al suo popolo. Sorrideva. Conobbe altri come lui, schiavi affrancati che ora vivevano liberi, vivevano la propria vita senza più restrizioni, padroni di se stessi e dei loro sogni. Fu là, in quei giorni di rinascita, che trovò la compagna della sua vita e insieme costruirono il loro mondo e proseguirono il loro cammino finché ne ebbero voglia.

Anni lunghi come l’eternità che gli fecero dimenticare il passato di schiavitù. Ricordi lontani che sbiadirono come un acquerello lasciato sotto la pioggia. Problemi e nuovi dolori, delusioni e momenti di estrema allegria si susseguirono in una caleidoscopica alternanza.

Poi il mondo, il suo mondo, sembrò offuscarsi. Come una nebbia sempre più fitta che calò d’improvviso davanti a lui a oscurare tutto ciò che poteva raggiungere. Tentò di scacciarla ma infine s’arrese. Sentì qualcos’altro, come un veleno dentro di lui che gli rallentava i riflessi, che lo sviliva, che lo rendeva inerme, indifeso, inutile.

Ne parlò con gli altri, ma ben pochi l’ascoltarono. Qualcuno non lo comprese e si limitò a guardarlo come un ebete, come se provenisse da un altro pianeta. Era forse il cibo la causa di questo malessere estraneo?, si chiese. Ma non ebbe mai una risposta.

Una sensazione di paura inconscia, di urgenza si impossessò di lui e fu il crollo. Vide pericoli ovunque. Ansimava e malediva chiunque e qualunque cosa.

E infine la cattura.

Di nuovo, come un tempo lontano.

Si pisciò addosso ancora. Attorno a lui altri carcerieri, altri prigionieri come lui senza più controllo delle proprie vite, dei propri bisogni. Mani che l’afferrarono e voci che lo tranquillizzarono. Lottò, invano.

Poi la resa e anni di malinconica monotonia. Solitudine e silenzio e assenza di pensieri. Volti sconosciuti in quella gabbia. Era tutto così estraneo, doloroso.

Guardò fuori dalla finestra. Il sole stava per tramontare.

Pianse, per l’ultima volta, come aveva pianto all’alba di quel giorno dimenticato. Come se quel buio improvviso in quel mondo asettico fosse una gioia meritata, una gratificazione personale per il suo ritorno nella terra natale. Ora capiva. Nella sua mente trovò le risposte alle sue domande. E conforto. Tanto e incalcolabile.

10 Commenti

  1. Lucia Donati
    11 novembre 2012 alle 10:52 Rispondi

    Mi è venuto in mente l’indovinello della Sfinge sull’uomo. Questo è, alla fine, il percorso dell’esistenza comune? Fa riflettere questo tuo racconto.

    • Daniele Imperi
      11 novembre 2012 alle 11:18 Rispondi

      Sì, esatto, è il percorso dell’esistenza, pensavo non fosse chiaro :)

      • Lucia Donati
        11 novembre 2012 alle 11:39 Rispondi

        Veramente, già dall’inizio avevo intuito che stessi parlando di un bambino, che poi cresce e si arriva alla fine, ma, in effetti, ho avuto qualche dubbio…Il racconto lascia spazio ad una sensazione di ambiguità, quasi a voler dire: interpretami tu, lettore. Oppure a dire: forse non volevo dargli un significato solo…:qualcosa così.

  2. franco zoccheddu
    11 novembre 2012 alle 11:01 Rispondi

    E’ il tuo racconto più astratto e insieme più profondo. Per me anche il migliore. La semplice e inarrestabile parabola della vita umana.

  3. Lucia Donati
    11 novembre 2012 alle 13:32 Rispondi

    Classifica: 1° posto il racconto di oggi; 2)La creazione de “La dispensa dello scrittore”, interessante;3)7 anni di blogging; 4)La falsa documentazione. Ho notato ora la novità degli articoli dulla grammatica: interessante anche questo.

    • Daniele Imperi
      11 novembre 2012 alle 14:25 Rispondi

      Grazie :) Ci sono un po’ di modifiche in corso nel blog :) I nomi in corsivo in realtà volevo toglierli, non mi sembravano leggibili, ma non ho trovato la regola incriminata. Però se dici che vanno bene, lascio pure così.

  4. Lucia Donati
    11 novembre 2012 alle 13:34 Rispondi

    E i nome dei commentatori in corsivo sono più eleganti…

  5. Romina Tamerici
    16 novembre 2012 alle 21:50 Rispondi

    Angosciante: la vita ridotta a un desiderio di libertà durato troppo poco. Scritto però benissimo, come sempre.

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