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La notte più lunga

Un racconto di Natale

La notte più lunga

LeppalúðiFra le gelide acque del Mývatn1 e le nere propaggini del Hverfjall2 la strada zigzagava fino alla Fortezza Scura3, caotico ammasso di rocce laviche su cui la luna, scialba luminosità in quella notte invernale, lasciava cadere un velo fluido e trasparente. Leppalúði avanzava borbottando fra sé e maledicendo la giornata, il suo viaggio, quella terra inospitale e il mondo intero. Di tanto in tanto si soffiava aria calda sulle mani, ripensando al fuoco acceso in sala e alla zuppa che bolliva dentro a un pentolone color catrame, all’aroma che si spandeva nelle stanze e a ciò che stava per accadere nella sua famiglia.

Sarebbe diventato padre per l’ottava volta.

Grýla era giunta all’ultimo giorno dell’ultimo mese. Con lei l’uomo aveva lasciato il gatto che non aveva nome4, come alcuni delle fattorie vicine lo chiamavano. Era stato restio a farlo, ma sapeva che la donna se la sarebbe cavata da sola. Ebbe un brivido al ricordo del passato di Grýla. Sua moglie era al terzo matrimonio e i precedenti mariti non avevano fatto una bella fine. Gustur era finito ad arrostire sulla brace e a rafforzare il corpo di Grýla. Di Boli, il secondo consorte, non s’era mai saputo nulla. Leppalúði era fiducioso nel futuro. Avevano già avuto sette figli, ormai andati via a vivere la propria vita chissà dove, e andavano d’accordo. E adesso… l’ottavo bambino era in attesa di spuntare fuori in quella solstiziale notte di plenilunio.

Le cime frastagliate della Fortezza apparvero all’orizzonte, nere come l’universo, taglienti come lame d’ossidiana, fredde come il nord. C’era silenzio, come se la natura circostante si fosse zittita per l’evento imminente. Leppalúði accelerò il passo. Non voleva perdersi l’arrivo del nascituro.

Deviò bruscamente dalla strada e si infilò in mezzo a due rocce a urinare, fischiettando una canzone di cui non ricordava mai il titolo. Poi tirò fuori dalla tasca una bottiglia di brennívin5 e ne bevve un goccio per scaldarsi. Ruttò un paio di volte e riprese finalmente la strada di casa.

 

GrýlaStaccò un trancio di hákarl6 e lo posò sul tavolo. Prese un coltello e tagliò via un bel pezzo di pesce, che addentò subito. Mentre masticava si massaggiò l’enorme pancia, le dita che cercavano di indovinare forme nascoste e semoventi all’interno. Sarebbe stata una lunga notte, pensò. Sorrise, immaginando Leppalúði che l’avrebbe aiutata bestemmiando di continuo.

Cominciò ad apparecchiare la tavola. Ciotole di legno, posate e coppe di ferro brunito. Un sottopentola che suo marito – non ricordò se il primo o il secondo – le aveva creato da una roccia color verde, su cui poggiò il grosso tegame con la zuppa. Il trancio di hákarl, del pane bianco. Un paio di blóðmör7. La brocca di birra. Ástarpungar8 appena sfornate. Una bottiglia di topas9 per dopocena. Un pasto leggero, quella sera, sia per il parto, che prevedeva non semplice, sia perché l’indomani era festa e avrebbero mangiato a volontà.

GattoIl gatto miagolò roco strofinandosi contro la sua gamba. Grýla l’accarezzò, gli tagliò un pezzo di hákarl e glielo gettò sul pavimento. Il gatto l’annusò, arricciò il muso, alzò gli occhi verso la donna e miagolò nuovamente.

«O questo o il topo che ho ammazzato in sala: scegli», disse, burbera.

L’animale prese a mangiare.

 

Sbatté più volte i piedi sul terreno gelato per scrollare via la neve rimasta sotto gli stivali, aprì la porta e fu investito dal calore e dal profumo del cibo. Entrò. In sala il camino era acceso, la tavola imbandita e il gatto sonnecchiava sul pavimento.

«Donna!», urlò, chiamando l’amata.

Grýla apparve sulla soglia della camera da letto, reggendo un’enorme tinozza che traboccava d’acqua fumante.

«Se aspetto te divento vecchia. Dove t’eri cacciato, razza di orso senza cuore?»

«A cercare qualche bambino disobbediente da mangiare», rispose Leppalúði, «ma s’è fatto tardi per strada e alla fine son dovuto tornare».

«È già in tavola. Prendo qualche straccio per il parto e poi mangiamo».

Sparì nella stanza e Leppalúði andò a sedersi. Si strofinò le mani sui pantaloni per pulirle, tirò su col naso, si lisciò la lunga barba, poi allungò la mano verso una delle ástarpungar e urlò di dolore.

Si voltò e vide Grýla guardarlo con occhi inferociti e un mattarello in mano.

«Beh, magari potresti aspettare che arrivi anch’io, ti pare? In fondo, sono quella che ha sgobbato tutto il giorno per pulire casa e cucinare, nonostante la pancia che mi ritrovo, mentre tu eri a zonzo».

Leppalúði sorrise come un ebete, protese una mano a carezzare il ventre voluminoso della donna e un’altra randellata gli arrossò ancor più le dita.

«Fra poco ti chiameranno il Monco, se non la pianti!»

«Ma quanto ti ci vuole?», piagnucolò l’uomo, affamato e offeso da quelle botte.

«Sei peggio di un troll».

«E non c’è bisogno di offendere».

«Dai, mangiamo, ché devo partorire».

«Posso toccarti la pancia?»

«Fallo e ti faccio fare la fine di Gustur».

La coppia cenò.

 

«Spingi».

«Cosa vuoi che spinga, se ancora devo sdraiarmi?»

«E che ne so? L’ho sentito dire alla moglie del mugnaio».

«Ancora a gironzolare fra le gonnelle di quella?»

«Ma che dici? C’ero stato per la farina».

«A me non la dai a bere».

«Dai, mettiti a letto e tira su la gonna».

«Ti piacerebbe, vecchio maiale! Faccio da sola, tu va’ a prendermi una tazza di brennívin».

L’uomo uscì dalla stanza.

Il gatto era sparito. Leppalúði se l’immaginò a sbirciare dalle finestre delle case in cerca di bambini lavativi e tornare con la pancia più gonfia di quella di Grýla. Aprì la dispensa e prese una bottiglia di brennívin. La stappò, odorò, mandò giù un goccio del liquore, si pulì la barba con la manica della camicia di lana, tappò la bottiglia e tornò dalla moglie.

La donna teneva fra le braccia qualcosa.

In terra c’erano acqua e sangue.

La vide colpire quell’ammasso rosa, umido e raggrinzito e poi sentì uno strillo acuto. Spaventato, si guardò attorno. Tirò fuori dalla tasca un coltello e si preparò a difendersi.

«Ma che fai, vecchio scemo?», gli urlò Grýla.

Leppalúði si voltò. Il coltello gli sfuggì e con un tonfo raggiunse il pavimento. L’uomo si portò una mano fra i capelli e sbarrò gli occhi.

«Per i troll di Aðaldalur!», disse.

Il bambino piangeva. Grýla l’immerse nella tinozza e lo lavò. La pelle del piccolo si fece più rossa al contatto con l’acqua calda e il bimbo prese a frignare più forte.

«È… è mio figlio?»

«No, del gatto», rispose la donna, mentre asciugava il neonato. «Lo chiameremo Stekkjastaur».

«Stekkjastaur», ripeté l’uomo. «Stekkjastaur».

«Tienilo un attimo, invece di incantarti come il matto del villaggio».

Leppalúði lo prese, titubante, come se stesse per tenere in mano il bambino di un troll. Come orgoglioso rappresentante della nazione degli Orchi covava un’accesa rivalità nei confronti dei Troll.

«Che devo fare?», chiese, impacciato.

«Sai tenerlo?», lo rimproverò Grýla. «Io credo di non aver finito».

«Eh?»

«Ne sta uscendo un altro!»

«Spingi, allora!»

«Ma vuoi piantarla con questo spingere?», urlò la donna. «Ripetilo e ti spingo giù dallo Snæfell».

Leppalúði non ebbe il coraggio di guardare cosa stesse uscendo dal corpo della donna e si concentrò sul piccolo, cullandolo fra le braccia.

Dopo un minuto sentì un rumore acquoso, un sospiro, una sculacciata, un pianto.

Era padre per la nona volta.

Grýla lavò il gemello, l’avvolse in un panno e lo diede a Leppalúði. «Questo si chiama Giljagaur».

Poi si sdraiò. «Ne ho ancora», disse.

«Cosa?»

«Ma sei sordo, oggi?»

«Per la vacca Auðhumla!»

Coi due neonati in braccio Leppalúði aveva l’aria di una levatrice alle prime armi.

Il rumore acquoso, il sospiro, la sculacciata, il pianto si ripeterono nella stessa sequenza. L’uomo guardò.

Era padre per la decima volta.

Dopo averlo lavato, Grýla gli porse il terzo gemello. «Lui è Stúfur».

«Stúfur», ripeté Leppalúði.

La storia si replicò altre dieci volte e uno dopo l’altro, quando rumore acquoso, sospiro, sculacciata e pianto s’erano susseguiti nello stesso ordine, Grýla gli diede da tenere Þvörusleikir, Pottasleikir, Askasleikir, Hurðaskellir, Skyrgámur, Bjúgnakrækir, Gluggagægir, Gáttaþefur, Ketkrókur.

Infine, con Kertasníkir, Leppalúði divenne padre per la ventesima volta.

 

Un’ora dopo sedevano tutti e quindici sul letto, chi stremato, chi affamato, chi occupato.

«Che notte», disse Leppalúði. «E che fatica».

Grýla tastò il letto in cerca del mattarello da dare sulla testa di quel buono a nulla di suo marito, ma l’aveva dimenticato in cucina. Decise di lasciar perdere e continuò ad allattare i tredici gemelli. Quando ne staccava uno, altri undici urlavano e la casa era una cacofonia di strilli e pianti. Il gatto sentì quei suoni fastidiosi a miglia di distanza e, con la pancia piena di creature, scelse di passare la notte in un fienile.

Leppalúði, per l’emozione, si scolò due bottiglie di brennívin e una brocca di jólaöl10, ruttò da far tremare le travi del soffitto, spetezzò a volontà ammorbando l’aria della stanza, bestemmiò rauco quando Grýla gli diede un man rovescio.

«Non ti contieni neanche coi piccoli!», gli urlò.

A dire il vero, essendo figli di orchi, i piccoli non erano poi così minuti.

Grýla rimase comunque a secco e chiese all’uomo di portargli qualche ástarpungar avanzata. Con il parto si sentiva svuotata e aveva fame.

«Da bere che c’è?», chiese.

«Un po’ di topas», rispose Leppalúði.

«Portamela».

L’uomo tornò con il liquore e un cesto con pane bianco e un trancio di hákarl. Grýla diede ai tredici gemelli qualche boccone di pesce e i neonati sembrarono gradirlo. Così risolse il pianto isterico quando era costretta a staccarne uno da una mammella per attaccarne un altro.

Mangiarono e bevvero senza dire nulla e da fuori, chi fosse passato di là, per quella landa gelata e ventosa, avrebbe visto un quadro singolare: una coppia di orchi mangiare sul letto e tredici poppanti succhiare avidamente latte tiepido e frignare affamati.

Ma nessuno passava per quella strada, la pista che portava alla Fortezza Scura, la terra che connetteva il mondo dei vivi con l’inferno, regno di Grýla e Leppalúði.

In quella notte di solstizio, con la luna piena che rischiarava appena il nero cupo della lava solidificata, nacquero i tredici fratelli, destinati un giorno a ereditare una missione antica come l’uomo.

Qualcuno prese a chiamarli gli amici di Jól. Qualcun altro li soprannominò invece figli dell’inverno.

Note

  1. Grande lago nell’Islanda del nord. Il nome significa “lago dei moscerini”. – Torna al punto che stavi leggendo.
  2. Vulcano situato a est di Mývatn. – Torna al punto che stavi leggendo.
  3. In islandese Dimmuborgir, zona di caratteristiche e labirintiche formazioni laviche. – Torna al punto che stavi leggendo.
  4. In islandese Jolakottur: introdotto nel XIX secolo, il gatto di Natale attende, per ucciderlo, chi non riceve un capo d’abbigliamento nuovo, che viene dato come premio per aver lavorato. – Torna al punto che stavi leggendo.
  5. Vino di fuoco: bevanda ottenuta con la fermentazione delle patate miste a malto. – Torna al punto che stavi leggendo.
  6. Squalo putrefatto seccato, piatto tipico in Islanda. – Torna al punto che stavi leggendo.
  7. Salsiccia islandese a base di sanguinaccio e interiora di pecora. – Torna al punto che stavi leggendo.
  8. Frittelle con uva al punto che stavi leggendo.ltanina. – Torna al punto che stavi leggendo.
  9. Liquore islandese a base di erbe e liquirizia. – Torna al punto che stavi leggendo.
  10. Distillato di Natale, prodotto mescolando al punto che stavi leggendo.cco d’arancia ed estratto di malto. – Torna al punto che stavi leggendo.

12 Commenti

  1. Romina Tamerici
    23 dicembre 2012 alle 14:00 Rispondi

    Wow. Davvero bello. Non sono riuscita a fermarmi fino alla fine. Non è proprio quello che immaginavo con “racconto natalizio”, ma mi è piaciuto. Senza dubbio è molto particolare!

    • Daniele Imperi
      23 dicembre 2012 alle 14:39 Rispondi

      Addirittura? :)
      Grazie. Aspetta di leggere quello di domani, allora :D
      Link corretti ;)

  2. Lucia Donati
    23 dicembre 2012 alle 14:48 Rispondi

    Un lavoraccio: non il parto multiplo! Andare a leggere le traduzioni dei termini islandesi!

    • Daniele Imperi
      23 dicembre 2012 alle 15:11 Rispondi

      Volevo quasi non metterle…

      • franco zoccheddu
        23 dicembre 2012 alle 16:12 Rispondi

        Un suggerimento, Daniele. Non richiesto, d’accordo, quindi se vuoi arrabbiati. Molla tutto!
        ?????
        Si, proprio tutto: blogs, attività varie, risposte a noi lettori, ricerca di libri, e tutto il resto che noi nemmeno sappiamo.
        SCRIVI!
        Scrivi un romanzo, il racconto della vita, quello che o la va o la spacca. E’ il momento, ne sono sicuro. Secondo me devi scrivere un romanzo, infischiandotene di tutte le tue idee su marketing, pubblicazioni, come farsi conoscere, etc. Vai per la tua strada come ci hai dimostrato.
        Prendi la lingua italiana e fanne la tua arma da guerra.
        Io acquisterò la mia copia, anche se non sarà in libreria: direttamente da te, fai tu il prezzo. E’ una promessa che non mi rimangerò.
        Ma… SCRIVI IL TUO ROMANZO.
        Chiedo scusa a te e a tutti per la franchezza (!).

        • Daniele Imperi
          23 dicembre 2012 alle 18:04 Rispondi

          Ahah, tu sei folle, Franco :D
          Grazie mille, allora ho trovato almeno un lettore che comprerà il mio romanzo.
          Adesso devo solo scriverne uno… :P
          La franchezza è la qualità che più apprezzo nell’uomo.

          • Lucia Donati
            23 dicembre 2012 alle 18:06

            Due lettori.

          • Lucia Donati
            23 dicembre 2012 alle 18:07

            Due lettori sicuri, volevo dire! Molti ma molti ma molti di più ti auguro…

  3. Lucia Donati
    23 dicembre 2012 alle 18:10 Rispondi

    (potresti approfittare per fare una statistica preventiva… ;)

  4. Cristiana Tumedei
    24 dicembre 2012 alle 15:21 Rispondi

    Per qualche minuto mi hai portata in un mondo misterioso ed affascinante. Davvero, mi piacerebbe non solo comprarlo un tuo romanzo, ma anche promuoverlo!
    Complimenti! :)

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