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James Dickey, un autore da scoprire

Analisi del romanzo “Dove porta il fiume”

Deliverance

Ho parlato poco nel blog dei romanzi che leggo, pensando forse che, essendo la lettura personale, a ben pochi possano interessare le mie letture. Ma in fondo in un blog che ha come tema portante la scrittura non possono certo mancare i libri.

Era lʼestate scorsa quando in TV hanno dato di nuovo un film cult degli anni ʼ70 con Burt Reynolds, Un tranquillo weekend di paura. Ho deciso di rivederlo, perché mʼera piaciuto molto, e devo dire che, nonostante gli anni, non ha perso nulla.

Nei titoli di coda scopro che è tratto dal romanzo Deliverance di James Dickey, in italiano Dove porta il fiume, e così il giorno dopo mi metto a cercarlo online. Lo trovo su Ebay usato e lo compro al volo. Ma lʼho letto soltanto questo mese, finendolo in pochi giorni.

Il film è realizzato mantenendosi molto fedele al romanzo, tanto che già dalle prime 2 pagine ho capito chi fossero i 4 protagonisti della storia.

Un esordio da urlo

Dove porta il fiume è il primo romanzo di Dickey, pubblicato nel 1970, e iniziare con una storia che finisce poi al cinema non è certo da tutti. Dickey ha avuto anche una parte nel film, un cameo, impersonando lo sceriffo.

Ho scritto una volta un post su quale romanzo scegliere come prima opera narrativa pubblicata e mi chiedo se anche Dickey abbia fatto la stessa considerazione. Nella sua carriera letteraria, che va dal 1960 al 1993, ha comunque scritto soltanto 4 romanzi, il resto sono tutti libri di poesie.

Dove porta il fiume è una storia forte, è anche un misto di generi narrativi, perché contiene dramma, avventura, thriller, introspezione.

Una narrazione in prima persona che funziona

A molti non piace scrivere in prima persona e leggere romanzi narrati in prima persona. A me piacciono sia la prima sia la terza. Qui la prima è molto funzionale e forse usare la terza persona non avrebbe reso lʼatmosfera drammatica che invece si respira in ogni pagina.

La storia è raccontata da Ed (nel film interpretato dallʼattore Jon Voight), lʼunico dei 4 che avrebbe potuto raccontarla.

Lewis (Burt Reynolds) è in un certo senso la stella della storia, perché è lui a proporre la gita avventurosa nel fiume e è anche il più preparato del gruppo, quindi sarebbe risultato forse troppo stonato a narrare, il solito forzuto che se la canta da solo.

Gli altri 2 rappresentano la parte negativa del gruppetto, se vogliamo chiamarla così. Quindi resta soltanto Ed a fare da narratore.

Una struttura inusuale

Il romanzo non è diviso in capitoli, ma in 5 parti chiamate:

  • Prima
  • 14 settembre
  • 15 settembre
  • 16 settembre
  • Dopo

Una sorta di prologo, a cui seguono i 3 lunghi capitoli della storia e lʼepilogo.

Le strutture inconsuete mi sono sempre piaciute e ogni volta è una bella sorpresa trovare autori che si sforzano di dare più personalità alle loro storie. Sono sempre più convinto, anzi, che ogni romanzo andrebbe suddiviso in modo da dare maggior risalto ed enfasi alla storia che racconta. Cercare quindi la struttura più adatta per quella storia.

Lʼintrospezione del personaggio

Il narratore ci fa vivere la sua avventura grazie al suo rifiuto della vita allʼaperto e al desiderio di tornare al più presto alla solita e sicura routine di casa e ufficio. Ed racconta mettendoci tutto se stesso e alla fine del libro vien da chiedersi se Ed non fosse James Dickey, se non fosse proprio lʼautore a provare quei sentimenti.

Per tutto il romanzo il lettore viene immerso nei pensieri dellʼio narrante, ma lo stile di Dickey è così asciutto e poetico insieme, così ricco di dettagli ma senza appesantire, che la lettura scorre, scorre come il fiume Cahulawassee assieme alle 2 canoe e ai 4 amici che tentano di resistere alle forze della natura e del destino.

La trama del romanzo è molto semplice, ma Dickey riesce a dipanarla per 300 pagine senza stancare. Lʼincidente scatenante giunge nel momento in cui deve giungere. E a quel punto, ricordando il film, ti chiedi cosa possa aver scritto lʼautore per tutto il resto del libro, perché manca ancora molto alla fine.

Purtroppo di James Dickey, oltre a Deliverance, è stato tradotto soltanto lʼultimo suo romanzo, To The White Sea, in italiano Oceano bianco, appena acquistato e prossima lettura.

Avete letto questo autore? Penso di no, ma di sicuro avete visto il film o, quanto meno, lo avete sentito nominare.

16 Commenti

  1. Grilloz
    27 gennaio 2016 alle 07:48 Rispondi

    Parere mio, puoi parlare più spesso dei libri che leggi, io lo trovo interessante :)
    Io il libro non l’ho letto, quindi non ne posso parlare, il film lo vidi diversi anni fa, comunque un buon film, ben costruito.

    • Daniele Imperi
      27 gennaio 2016 alle 10:52 Rispondi

      Bene, la prossima settimana parlerò di una trilogia :)
      Il film me lo vedrò ancora.

      • Ulisse Di Bartolomei
        27 gennaio 2016 alle 14:42 Rispondi

        Salve Daniele

        di quel film ne esistono tre versioni (almeno), per adattarle ai diversi mercati. Io l’ho visto in televisione due volte in Germania e altrettante in Italia. Le scene particolari (sodomia) sono tre. In una non c’è violenza carnale: Bobby viene spintonato ripetutamente. In una la scena è ravvicinata e lui subisce disteso sopra un tronco. Nell’ultima subisce steso a terra a la scena si vede sfumata a 15 metri di distanza. Differenze le notai anche quando Drew cade dalla barca, presumibilmente colpito da un colpo di fucile. Magari le differenze sono pure dovute ai tagli per questioni di palinsesto. Questa storia soddisfa il “lettore giustiziere”, quello che propende per il cattivo sottoterra, così non può reiterare… e del buonismo “rieducazionista” non si cura…

        • Daniele Imperi
          27 gennaio 2016 alle 15:03 Rispondi

          Ciao Ulisse, infatti mi ricordo che nel film la scena sulla sodomia non è proprio chiara (nel romanzo sì). Forse la versione in TV è purgata. Vorrei comprare infatti il dvd.
          Io penso di far parte del lettore giustiziere :D

          • Ulisse Di Bartolomei
            27 gennaio 2016 alle 15:42

            Forse hai visto quello purgato… negli altri la sodomia e chiarissima. Peraltro e uno dei ruoli di Burt Reynolds (se non l’unico) dove recita l’uomo comune assieme ad altri, parimenti “comuni”. Secondo me è un attore ingiustamente male sfruttato. Comunque il film è ottimo, per come lascia emergere il carattere dei personaggi e della congruità generale. I sopravvissuti, seppure acciaccati, tornano alle loro esistenze… è un po’ un lieto fine adeguato ai nostri tempi.

        • Daniele Imperi
          27 gennaio 2016 alle 16:15 Rispondi

          Anche nel romanzo i personaggi sono ben caratterizzati.

  2. pirkaf76
    27 gennaio 2016 alle 10:16 Rispondi

    Io semplicemente ti ringrazio, poiché Deliverance è uno dei miei film preferiti ( la scena con il banjo è un cult senza tempo ), eppure non sapevo nulla del romanzo e di Dickey.
    Provvederò presto a colmare questa lacuna.

    • Daniele Imperi
      27 gennaio 2016 alle 10:53 Rispondi

      Anche nel romanzo si parla di quel duetto con banjo e chitarra. A me poi il banjo piace fin da bambino.
      Se leggi il romanzo, fammi sapere che ne pensi.

  3. Federica
    27 gennaio 2016 alle 15:06 Rispondi

    Anch’io trovo che vestire i panni del “critico” letterario e cinematografico ti si addica.
    Forse avresti potuto spiegare meglio in che senso la storia è per te «forte», però la parte finale sull’introspezione del personaggio fila via liscia e a me piace molto questo genere di conclusione.
    Non conosco l’autore. Non ho mai visto il film (guardo veramente poca tv e comunque mai film), però il titolo sì, ricordo d’averlo sentito nominare in passato.

    • Daniele Imperi
      27 gennaio 2016 alle 15:25 Rispondi

      Non mi ci vedo come critico letterario e cinematografico io :D
      Calcola che ho gusti opposti alla critica.
      Per forte intendo che è una storia che mette a nudo la vera natura dell’uomo e mostra situazioni costringono a prendere decisioni estreme per potersi salvare.
      Come mai non vedi mai film? Io invece il contrario, non vedo altro che film in TV.

      • Federica
        27 gennaio 2016 alle 15:55 Rispondi

        Uff….era un complimento!!! :-P E comunque critico era messo tra virgolette :-) . Sui gusti opposti alla critica posso capire: non è detto che, se la maggior parte la pensa in un modo, questo debba essere per forza quello giusto o vero o valido per tutti.
        In passato guardavo un po’ più di tv e pure qualche film, senza esagerare, ma qualcuno lo vedevo. Adesso, invece, preferisco più tranquillità, più calma. L’accendo per una mezz’ora al massimo la sera, un film per me è troppo lungo da vedere.

        • Daniele Imperi
          27 gennaio 2016 alle 16:13 Rispondi

          Sì, avevo capito che era un complimento :D
          La critica penso che guardi con occhi diversi dal comune lettore o spettatore.

  4. Tenar
    27 gennaio 2016 alle 16:44 Rispondi

    Proprio perché non conoscevo il romanzo ho apprezzato molto questo post. Trovo naturale che un blog che parla di scrittura parli anche di libri. Senza le nostre letture non potremmo mai essere autori.

    • Daniele Imperi
      27 gennaio 2016 alle 16:54 Rispondi

      Bene :)
      La mia perplessità era dovuta al fatto che molte letture magari non possano interessare tutti.
      Non mi va di scrivere delle vere recensioni, preferisco parlare di libri in modo che sia utile a chi scrive.

  5. poli72
    27 gennaio 2016 alle 18:37 Rispondi

    Io vidi il film qualche anno fa’,considerando che e’ datato il mio stesso anno di nascita ,1972 ,fu per quegli anni un film originale ed anche inquietante .Aprì la strada a molti film delo stesso tipo che videro la luce negli anni successivi .Adesso che ho letto il post sono curiosissimo di leggere il libro .

    • Daniele Imperi
      28 gennaio 2016 alle 08:52 Rispondi

      Vero, il film fu una bella novità e forse ha anche dato il via a un genere di thriller avventuroso.

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