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Isolamento forzato

Racconto apocalittico: Survival blog, cap. 5

Isolamento forzato

«No, signore. Vada all’inferno, signore. È il meglio che posso fare per lei, signore.»
Jack London (The Call of the Wild)

16 gennaio 2016, ore 7,22

Ero fuggito da un carcere temporaneo e da un’esecuzione lenta per finire, senza saperlo, in un altro carcere, dove la mia fine appariva lontana e incerta come il futuro dell’intero pianeta. Sono stati giorni lunghissimi, questi, pieni di angoscia e sofferenza. Dentro di me è scattato qualcosa, che ha preso il sopravvento, come sin dall’inizio avevo sospettato. Ma finché resterò chiuso qui dentro non mi farò altro che male.

E, anche se uscendo fuori ne farò ad altri, non posso permettere che io soffra a causa di un sentimento che, arrivati a questo punto, non mi appartiene più. Non posso permettere che il mio corpo non venga nutrito da ciò che realmente può tenerlo in vita, in nome di una convinzione che non ha più senso tenere in piedi.

Il tempo dei tabù s’è estinto all’estinguersi della società.

Il gruppo armato, quella notte di alcuni giorni fa, si fermò a qualche metro dal portone del palazzo. Alcuni uomini si piazzarono a destra e a sinistra, con le armi puntate contro l’entrata. Poi quello che sembrava il loro capo si avvicinò e mi chiese di scendere.

Chiusi la finestra e scesi. Avevo sistemato il portone come meglio m’era stato possibile, bloccandolo dall’interno con delle assi ricavate qua e là nel palazzo. Tolsi quei sigilli con fatica. Non mangiavo da diversi giorni e la debolezza si faceva sentire.

Quando uscii all’aperto fui investito da un profumo che mi diede forza e speranza. Il vento serale spirava verso di me, portando alle mie narici una fragranza che mai prima di allora avevo sentito. Era forte, intensa. Stuzzicava il mio appetito. A stento riuscii a dominarmi.

Era l’odore del cibo e veniva dagli uomini che mi stavano davanti. Era il loro odore che sentivo e che mi attirava verso un baratro da cui non avrei più potuto uscire. Né voluto.

Appena mi vide, l’uomo arretrò e mi ordinò di non avvicinarmi. Notai lo stesso comportamento negli altri. Mi guardavano con un misto di odio e terrore. Avevano paura e si vedeva, ma le loro armi gli davano coraggio.

«Tu… sei infetto.» Non era una domanda.

«Ho fame», dissi con un filo di voce. «Avete qualcosa da mangiare?»

Gli altri si scambiarono uno sguardo. «Non quello che ti aspetteresti», mi rispose il loro capo. «Ma possiamo portarti qualcosa.»

Feci finta di non aver capito e ringraziai.

«Non dovrai uscire dal palazzo», mi ordinò l’uomo. «Non vogliamo problemi qui. Finora non ce ne sono stati. Qualche banda si è affacciata da queste parti, ma hanno capito tutti che era meglio non tornare più. Sistemeremo delle sentinelle proprio qui davanti, con l’ordine di sparare a vista. Sei stato avvertito.»

«E quando mi lascerete andare via?», chiesi, anche se immaginavo già la risposta. «Potrò andarmene, fra qualche giorno?»

«No, mi dispiace, non possiamo permettertelo.»

«Dovrei starmene chiuso qui dentro finché campo? Che autorità avete voi per rinchiudermi qui dentro?», domandai brusco, facendo l’atto di avvicinarmi. Subito partì da due sentinelle una raffica di mitra, che sollevò pezzi d’asfalto vicino ai miei piedi. Mi fermai.

«Per quanto mi riguarda puoi andare all’inferno, tu e quelli come te. Non m’interessa come passerai il resto della tua vita. Mi importa solo di sapere che resterai chiuso in questo palazzo, in modo da essere controllato e non fare danni. Abbiamo saputo che cosa è successo e cosa sta succedendo in altre parti d’Italia e non vogliamo che qui si ripeta lo stesso. Ho la responsabilità di questa piccola comunità e intendo farla sopravvivere a questa apocalisse. E se questo significa ammazzare un mio simile, anche se la similitudine sta andando a quel paese, allora ben venga. Intesi?»

«Non mi date molta scelta», dissi, col tono rassegnato.

«È il meglio che possiamo fare per te, credimi.»

Ecco a cosa s’era ridotta l’umanità. A gruppi di gente isolata che si crea un proprio spazio di sopravvivenza e si tiene lontana dai problemi e dalle afflizioni che turbano il prossimo. Ma, dopo quanto stava accadendo, potevo io dar torto a quella gente?

«Adesso torna su. Fra poco ti porteremo qualcosa», aggiunse l’uomo.

Feci un cenno col capo e mi voltai per rientrare. Mentre mi allontanavo, colsi un brusio alle mie spalle e una parola, terribile quanto sconvolgente, mi giunse alle orecchie con tutto il peso che comportava.

Giallo.

Rientrai e salii fino alla stanza che occupavo. Poi mi affacciai di nuovo alla finestra. Il buio andava rischiarandosi appena verso un’alba grigia e fredda. Le sentinelle erano ancora là, mentre il loro capo stava dando qualche ordine attraverso una radio. Dopo alcuni minuti arrivò un camion e ne scesero alcune persone che si misero subito al lavoro.

Costruirono una zona di controllo, ammucchiando sacchetti di sabbia e montando barriere di legno e filo spinato. Quindi eressero anche una piccola baracca per dare riparo alle sentinelle. Mi ricordò subito il Checkpoint Charlie che avevo visto a Berlino anni prima e la mia situazione non mi sembrò tanto differente da quella della gente che viveva nella Germania dell’Est.

Davanti a me era stato eretto un muro, sorvegliato giorno e notte per non permettermi di valicarlo e fuggire verso la libertà.

Nel frattempo era arrivata altra gente. Curiosi che avevano saputo dell’uomo che veniva tenuto chiuso nel palazzo. Mi guardarono senza espressione. Fra quelli vidi che c’era anche una bambina, avrà avuto sei o sette anni, che mi sorrise e salutò con la mano. Per fortuna erano stati abbastanza intelligenti da tenere le anime innocenti lontane dagli orrori di quel mondo in distruzione. Risposi al saluto e decisi che mi sarei ricordato di lei, dell’unica anima pura in mezzo a quell’umanità senza più traccia di umanità, quando fossi riuscito a fuggire. Della sorte degli altri non mi sarei curato.

Nei giorni seguenti arrivò sempre qualcuno a portarmi del cibo. Per lo più si trattava di verdure e pane senza sapore, anche se talvolta c’era un po’ di carne. Quel cibo mi disgustava, ma contribuì a non farmi morire di fame.

Divenni molto più aggressivo, sfogandomi con tutto ciò che mi capitava davanti. Diverse volte mi svegliai in qualche stanza del palazzo, in terra, le mani sanguinanti e piene di ferite. Ho dei grossi vuoti di memoria su quanto accadde in quei momenti.

Ma ricordo che un giorno s’era formata una piccola folla nei pressi del posto di controllo. Era mattina inoltrata e l’uomo che mi portava da mangiare era già arrivato, anche se se ne stava fermo davanti alle sentinelle a osservare il portone del palazzo.

Anche in quell’occasione mi risvegliai sul pavimento. Il tavolo che usavo per scrivere al portatile era a pezzi e il mio computer in terra, fortunatamente senza danni. Non sapevo che ora fosse, ma dalla finestra, che scoprii col vetro fracassato, mi giunsero le voci della gente. Quando mi affacciai si zittirono. Non so cosa sia successo, non so che cosa succeda ogni volta che quegli attacchi mi prendono, ma è come se la mia mente si spegnesse e al suo posto se ne accendesse un’altra, primordiale come la fame che mi divora dentro.

Scesi barcollando a prendere il cibo e vidi che le sentinelle spianarono le armi, come a ribadire le loro intenzioni. La folla indietreggiò, appena mi vide. Non so che aspetto avessi, e non lo so tuttora. Non mi lavavo da giorni e un’abbondante e fastidiosa salivazione mi tormentava di continuo.

Presi il cibo, senza neanche ringraziare, e salii, chiudendomi il portone alle spalle. Mangiai in silenzio, ma poi vomitai tutto. Accadde d’un tratto. Come se il mio organismo non avesse accettato quel cibo, come se l’avesse considerato estraneo.

Mi sedetti in terra, appoggiato al muro. Lacrime scesero improvvise, richiamate dagli ultimi barlumi di coscienza che rifiutavano una resa incondizionata. Pensieri nacquero nella mia testa, pensieri di fuga e disperazione. Ricordi, seppur lontani e opachi, affiorarono nella mia memoria che andava spegnendosi lentamente, portando alla luce schegge di un passato remoto e sempre più irraggiungibile.

Nel silenzio di quel mio isolamento forzato penso tuttora a un modo per fuggire dalla mia prigionia.

Sento la fame giungere sempre più forte e decisa, non più estranea.

Sento la foresta richiamare la mia presenza.

4 Commenti

  1. Silvia
    17 gennaio 2011 alle 15:30 Rispondi

    conosco la Fame, e i vuoti di memoria, gli stessi che stanno consumando anche me… continuo il mio viaggio, sapendo di andare incontro alla fine, e non so cosa sperare o desiderare: ricorderò chi sono? mi aggrappo alle ultime ore di coscienza e le condivido anche io in rete, come te.
    coraggio fratello, coraggio…

    (off): bella situazione, lo spunto della gente e della bambina in particolare potranno evolversi bene! complimenti!

  2. Gianluca Santini
    17 gennaio 2011 alle 20:36 Rispondi

    (off): piace anche a me! La folla che osserva tra il morbosamente curioso e il terrorizzato è una trovata interessante! :)

  3. Daniele Imperi
    17 gennaio 2011 alle 21:16 Rispondi

    Grazie anche a te, Gianluca :)

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