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L’isola della paura dal libro al film

L'isola della pauraL’isola della paura è un romanzo scritto da Dennis Lehane, titolo originale Shutter Island. L’ho letto da poco, ma comprato subito dopo l’uscita del film. È un romanzo ben scritto, che mi ha appassionato, con uno stile narrativo che riesce a farsi apprezzare.

La storia parla di un agente federale alle prese con un caso all’interno di un manicomio criminale. Lehane riesce a costruire una storia differente da tante altre: non è un poliziesco, è un romanzo drammatico che fa del dramma la sua vera forza e lascia il lettore, al termine delle vicende, con un misto di sorpresa e angoscia.

L’isola della paura è divenuto poi un film nel 2010, diretto da Martin Scorsese. I protagonisti sono stati Leonardo DiCaprio (nella parte dell’agente federale), Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Emily Mortimer e Max von Sydow.

Dal libro al film L’isola della paura è stato una trasposizione ben realizzata, anche se in alcuni punti, com’era prevedibile, un po’ ridotta. È comunque un thriller psicologico che si ricorda con piacere, che ho visto con trasporto, tanto da acquistarne il romanzo subito.

L’intera ambientazione è stata riprodotta con fedeltà, così come i personaggi – che leggendo il romanzo non ricordavo per niente, eccetto DiCaprio – sono stati azzeccati. Anche nei dialoghi il film mantiene le intenzioni dell’autore.

L’isola della paura è quindi un altro film che, secondo me, non ha sminuito l’opera dello scrittore – come spesso avviene con le eccessive libertà prese dai registi – ma anzi ha contribuito a farla conoscere. Alcune scene riescono perfino a tradurre in immagini alcune riflessioni del personaggio: un’azione, uno sguardo e si collega subito tutto al brano relativo nel libro.

Un romanzo da leggere, dunque, e un film da vedere: entrambi meritano l’attenzione del lettore/spettatore. La scrittura di Lehane è interessante: è priva di abbellimenti e dura abbastanza per la vicenda da narrare. Scorrevole, intensa a volte. Il lettore riesce a entrare nell’ambiente del manicomio e a percepire il dramma che si vive all’interno.

Avete mai letto questo romanzo? O visto il film? Che ve ne pare di entrambi?

13 Commenti

  1. Cristiana Tumedei
    10 maggio 2013 alle 19:13 Rispondi

    Non ho letto il romanzo, ma ho visto il film. Una pellicola gradevole, direi. Di essa ho apprezzato soprattutto la fotografia. Pensi che questa renda bene le atmosfere del libro?

    Ecco, sono proprio le atmosfere che mi hanno colpita. Se dici che vale la pena di leggerlo, lo inserisco nella mia lista degli acquisti ;)

    • Daniele Imperi
      10 maggio 2013 alle 19:24 Rispondi

      Sì, secondo me rende bene. Leggendo il libro, dopo aver visto il film, ho potuto riscontrare la stessa atmosfera, nonostante non sia pieno di descrizioni. Anche i personaggi sono ben delineati, lo stile dell’autore riesce bene a dare personalità a tutti.

      • Cristiana Tumedei
        10 maggio 2013 alle 19:34 Rispondi

        Ah, bene. Lo acquisterò sicuramente :)

        Secondo te è possibile analizzare il modo in cui la cinematografia nel tempo ha approcciato alle versioni in pellicola di romanzi più o meno noti?

        A mio avviso sarebbe interessante creare un percorso che, secondo precise direttrici, faccia il punto sulla questione. Provo a spiegarmi: come si pongono i registi nei confronti dei romanzi da cui traggono ispirazione? Esistono dei comportamenti tipo legati alla loro personalità, oppure le trasposizioni cinematografiche seguono dettami temporali o di diversa natura?

        Sicuramente non sono stata chiara… sai una cosa? Un’analisi di questo tipo si presterebbe molto bene a essere illustrata con una presentazione. Dico una sciocchezza? :|

        • Daniele Imperi
          10 maggio 2013 alle 19:49 Rispondi

          La questione è interessante, ma io di cinema e registi non capisco nulla E non è una sciocchezza realizzare quest’analisi con una presentazione, anzi, sarebbe più chiara. Visto che si tratta di cinema, poi, una soluzione visuale è più azzeccata.

  2. franco zoccheddu
    10 maggio 2013 alle 20:49 Rispondi

    Circola voce che “un’immagine vale più di mille parole”. Ora, non prendetemi troppo sul serio, ma: quante immagini contiene un film? Con delle accettabili approssimazioni: due ore, ovvero 7200 secondi, cioè circa 140 mila fotogrammi.
    Quindi, se la matematica non è un’opinione, “Un film vale più di 140 milioni di parole.” ?
    Non è proprio così, siamo d’accordo. Ma d’altra parte quante volte, davanti a un’immagine, siamo rimasti letteralmente “senza parole”?
    Ricapitolando: forse tutta la questione parole/immagini, film/romanzo va rivista un po’ alla luce del tuo interessante articolo, dell’intervento di Cristiana e di molto altro ancora. Secondo me c’è moltissimo da dire che non è stato ancora detto.

    • Daniele Imperi
      10 maggio 2013 alle 21:07 Rispondi

      Bella riflessione, Franco. Sì, l’intera questione va rivista. Ci penserò su senz’altro.

    • Cristiana Tumedei
      10 maggio 2013 alle 21:14 Rispondi

      Ciao Franco, mi trovi d’accordo. Credo anch’io che l’argomento andrebbe approfondito. Proprio qualche sera fa leggevo un articolo interessante sul blog di un collega francese il quale dava due suggerimenti per fare in modo che i contenuti potessero essere ricordati meglio dai lettori.

      Uno di questi mi ha dato modo di riflettere parecchio. Ora, potrà anche sembrare scontato e per nulla illuminante, ma penso abbia senso condividerlo in questa sede. Il consiglio recitava: “Sostituire i concetti astratti con delle immagini”.

      Le motivazioni addotte dall’autore facevano riferimento all’efficacia di queste ultime e alla loro capacità di restare impresse nella mente umana. Per rendere meglio l’idea il blogger aggiungeva qualche esempio chiaro e lampante, che non cito per evitare di dilungarmi troppo.

      Arrivo al dunque. Il legame tra immagini e parole, oggi, è sempre più rilevante. Anzi, direi che sta prendendo piede anche grazie alla moda dello storytelling della quale, per lavoro, sono vittima più o meno involontaria.

      Il punto è che si potrebbe ampliare la riflessione inscrivendola nel media che usiamo per comunicare. I fattori che terrei in considerazione sono:
      – la deriva verso un linguaggio sempre più figurato e meno immaginato;
      – la velocità nella fruizione dei contenuti;
      – la necessità di attirare l’attenzione del lettore con mezzi diversi dalla parola scritta che, ahimè, sta perdendo di fascino.

      Ora concludo, se no Imperi mi uccide, lanciando una proposta: perché non fare un’indagine di come effettivamente immagini e parole siano legate, o possano esserlo, nella comunicazione digitale? E, ancora, perché non rapportare questa riflessione alla letteratura e al cinema, ma anche al web come dimesione in cui collocarli?

      D’accordo, smetto di pensare e impiego la mia mente per produrre qualcosa di utile. Scusate la digressione :)

      • Daniele Imperi
        10 maggio 2013 alle 22:09 Rispondi

        Imperi non ti uccide :D

        Interessante, domani mi rileggo meglio il tuo commento e rispondo ;)

  3. franco zoccheddu
    10 maggio 2013 alle 23:21 Rispondi

    La risposta di Cristiana mi ha ricordato uno stranissimo fenomeno che mi accade: vedo un film, mi piace, tutto finisce lì. Vedo un altro film, mi piace, ma trascorro delle ore con la testa piena di idee, immagini, parole. Davvero, è come se avessi appena terminato un bellissimo romanzo. Io penso che non sia un fatto casuale.
    D. & C.: siete delle potenze. In questi terribili giorni di riunioni a scuola, con uno stress addosso per compiti, paura che alunni deboli si perdano per strada e altre amenità da scuola, voi mi regalate un’oasi di riflessione. Buonanotte.

    • Daniele Imperi
      11 maggio 2013 alle 07:14 Rispondi

      Anche a me succede coi film. E grazie, guarda che io e Cristiana finiamo per crederci di essere delle potenze (se già non lo crediamo) :D

    • Cristiana Tumedei
      11 maggio 2013 alle 13:27 Rispondi

      Franco, è un piacere :)

      Riflettere e confrontarsi è stimolante e produttivo, quindi ben venga che in questo spazio si trovi l’occasione giusta per farlo.

      Il tuo commento mi ha ispirato una riflessione ulteriore: spesso si tendono a fissasre delle regole sulla base delle quali assumere comportamente più o meno corretti. Vedi il caso dell’integrazione tra scrittura e immagini. Anche questo è un campo piuttosto ricco dal punto di vista teorico.

      Ora mi chiedo: esistono davvero delle norme che regolano in assoluto le dinamiche di comunicazione oppure, visto l’ambiente soggettivo in cui esse si muovono, è possibile che siano le eccezioni a rivelarsi vincenti?

      Per lavoro devo sempre avere un punto fermo al quale prestare la massima attenzione: il target. Questo si traduce nella necessità di delineare dei caratteri tipo di quel gruppo, sulla base dei quali elaborare strategie e contenuti. Anche nell’ipotesi che il gruppo sia eterogeneo, quanto conta l’elemento soggettivo nella definizione di una linea comunicativa?

      Perché un film, un romanzo, una campagna pubblicitaria realizzati appositamente per un pubblico specifico possono non generare i medesimi effetti sul singolo?

      E qui, potrei andare oltre (siccome Imperi, a quanto pare, non mi ucciderà) e domandarmi: ha senso pensare che nell’integrazione tra scrittura e immagini il risultato possa essere ideato senza concentrarsi su un target preciso?

      E mi ricollego a una riflessione che Imperi fa spesso: “scrivi senza pensare a quello che gli altri vorrebbero leggere”. E, ancora, un’altra considerazione che mi sono trovata a fare: i contenuti più apprezzati in rete non sono quelli confezionati su misura per gli utenti, ma quelli in cui l’autore esprime una propria opinione.

      Dunque concludo affermando di essere piuttosto convinta che perfino il connubio, la relazione tra scrittura e immagini dovrebbe nascere dalla stessa logica. In fondo si tratta di comunicazione, di espressione se vogliamo, quindi credo dovrebbe partire da un assunto di fondo: rappresentare, esternare una visione che è nostra, interna e personale rendendola tangibile e comprensibile agli altri.

      Da ciò non deriverà un successo in termini numerici, forse, ma ritengo sia l’assunto fondante, il fil rouge per chi comunica se stesso agli altri.

      Bene, mi fermo ché a questo punto inizierebbe un’analisi psicologica e allora sì che la digressione diventerebbe fastidiosa. D’accordo, basta! Buona giornata e grazie per gli interessanti spunti di riflessione. A presto!

      • Daniele Imperi
        11 maggio 2013 alle 13:46 Rispondi

        Tumedei, e chi ti ferma più a te? :D
        Interessante, come sempre, la tua riflessione.

  4. Il Moro
    12 maggio 2013 alle 08:51 Rispondi

    Non ho letto il libro, ma ho trovato il film piuttost ben fatto… Peccato che abbia intuito il colpo di scena dopo il primo quarto d’ora! XD

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