Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Invicta

Un racconto fantastico

Invicta

Dal suo nascondiglio dietro un rovo secco, Calbulo osservava la mulattiera che portava al casolare. Di ritorno dal paese vicino, dove s’era attardato fin oltre il tramonto, aveva raggiunto le prime, sparute case di Borgo Floro. L’odore di legna bruciata e pietra rovente gli giunse assieme al ricordo del tepore e del cibo che cuoceva. Aveva fame, ma doveva restare là, a scoprire cosa sarebbe accaduto.

Era la dodicesima notte.

E mentre una leggera brezza soffiava sussurrandogli leggende e dicerie di paese, Calbulo si chiese come sarebbe giunta Abundia.

Se a piedi o a cavallo d’una scopa.

 

«Tarda», disse la donna, mentre rimestava in un calderone la zuppa che aveva lasciato a scaldare sulla stufa.

«Si sarà trattenuto con Ilizia, lo fa spesso».

«Lasciamo acceso il lume».

«Sì», concordò l’uomo. «Prima voglio appendere la calza».

«Ricorda il piatto».

«Certo».

«Vado a letto», lo salutò la donna.

«Arrivo anch’io».

La coppia si coricò. L’uomo aveva appeso la calza al camino e lasciato un piatto con del cibo avanzato sul davanzale della finestra: pane, alcune cipolle sottaceto, un bicchiere di rosso, un mandarino.

 

Si svegliò di soprassalto. Sbatté le palpebre e si strinse il mantello addosso. La temperatura era scesa. Cercò di indovinare l’ora, ma il cielo s’era annuvolato. Maledisse la stanchezza che l’aveva fatto assopire e si augurò che Abundia non fosse ancora arrivata.

Dalla finestra della cucina vide la luce: suo padre aveva lasciato un lume acceso. Si chiese se i genitori fossero preoccupati della sua assenza, ma non era la prima volta che tardava. Non avrebbero mai approvato quel suo piano, così timorosi delle credenze popolari su cui Calbulo, invece, amava scherzare.

Ne aveva parlato con Ilizia, quel pomeriggio, che s’era detta in ansia per quella che considerava una delle tante bravate dell’amico. Ma infine s’era rassegnata.

Era ancora immerso nei suoi pensieri quando avvertì qualcosa passare sopra di lui. Un fruscio sordo nel silenzio della sera. Il vento che sembrò aumentare, la temperatura, stranamente, salire. Odori sconosciuti.

Alzò gli occhi al cielo buio e vide.

Abundia l’osservava dall’alto.

 

Non ebbe il tempo di gridare. Né modo. Quella visione, così attesa negli anni, l’aveva paralizzato, reso muto. Fu soltanto un attimo, un frammento di tempo nello scorrere dei secondi, e tutto tornò come prima.

Si convinse d’aver sognato. Eppure quegli odori avvertiti erano ancora là, presenti, pungenti, una mistura di erbe, stoffa vecchia, pelle non lavata, sudore stantio, paglia, legno, fumo.

L’aria attorno a lui ancora tiepida, come una bolla di calore nel freddo notturno.

Si alzò.

Un’ombra si mosse davanti casa sua. Svanì nel muro, come un fantasma.

L’aria di deformò come vicina a una fonte di calore.

Sulla parete Calbulo notò qualcosa che prima non c’era. Un oggetto, lungo e sottile, la base più larga e oblunga.

Una scopa.

 

Afferrò il pane e diede un morso, poi assaggiò le cipolle sottaceto. Le piacquero. Le finì, assieme al pane, bevendo qualche sorsata del rosso. Poi mangiò anche il mandarino e finì di bere.

Si guardò attorno. La stanza era calda, austera nella sua povertà ma accogliente. Nel camino, semisommersa dalla cenere, sonnecchiava un po’ di brace. Prese l’attizzatoio e la ravvivò. Poi vide la calza rattoppata appesa all’architrave, accanto al piedritto. Si voltò.

Fuori scorse la figura rannicchiata che si alzava. Sorrise e prese a riempire la calza.

 

Il muso schiacciato contro il vetro della finestra, Calbulo tentava di capire cosa stesse succedendo all’interno. La scopa era ancora accanto a lui. Aveva provato a toccarla, timoroso, e aveva realizzato che si trattava d’una comune scopa. Ma dentro casa, là dov’era il camino, dove suo padre aveva appeso la calza, ora visibilmente piena, che cos’era accaduto?

Perché Abundia non c’era.

Calbulo non aveva perso di vista la finestra mentre abbandonava il nascondiglio e si avvicinava all’edificio. E dentro non aveva visto nessuno. Che se ne fosse andata perché l’avevo scoperto a spiare? No, altrimenti perché lasciare la sua ramazza?

Decise di entrare. Sì, voleva controllare il contenuto della calza, o almeno saggiarlo con una mano, sua madre gli aveva detto che le calze andavano svuotate al mattino, quando lei se n’era già andata.

Stava elaborando questo pensiero quando qualcuno gli toccò una spalla.

 

Volavano.

Dall’alto le luci di Borgo Floro sembravano braci silenti, minuscole stelle in una galassia perduta. Il vento non li lambiva, scivolava via da loro come fossero immersi in un’aura protettiva, scudo contro i portenti della natura.

Calbulo si teneva stretto al manico della scopa, gli odori selvatici di Abundia che l’avvolgevano ma non infastidivano. Scoprì di non soffrire quell’altezza impensabile.

Contro l’enorme disco lunare erano ombre nette che disegnarono le loro sagome in un impercettibile attimo, svanendo lungo la traiettoria ad arco, giù verso le case addormentate e i boschi cupi e grigi.

Calbulo s’arrischiò a sbirciare dietro di lui e scorse una scia luminescente evaporare nella notte.

Toccarono città e contrade, sfiorarono cuspidi di torri antiche e vette imbiancate di montagne, giunsero là dove non era notte e genti mai viste, dal colorito inusuale, s’affrettavano lungo strade chiassose e vie ingombre di merci esposte. Sentirono voci e cacofonie e suoni estranei. Avvertirono aromi esotici e penetranti e fragranze dolciastre intense.

Rientrarono nelle tenebre, spettri volanti a cavallo d’una scopa.

 

Afferrò la maniglia e aprì la porta di casa. Fu in quel momento che ricordò. Come se fino a un attimo prima il flusso dei suoi pensieri fosse stato interrotto. L’esperienza vissuta gli precipitò addosso con esagerata violenza. Calbulo vacillò, si tenne alla porta spalancata per mantenere l’equilibrio, respirò a fondo.

Quando le forze tornarono, azzardò un’occhiata alle sue spalle, verso la notte e i boschi. Nessuno. Sulla parete la scopa era sparita. Guardò il cielo, ma a parte qualche nuvola e sbiaditi puntini stellari non si scorgevano figure volanti.

Aveva sognato?

No, impossibile. Era stato tutto così reale, gli sembrava di avvertire ancora quell’ebbrezza e quegli odori.

Decise di lasciar perdere. Lanciò uno sguardo alla calza appesa al camino. No, non avrebbe cercato di indovinarne il contenuto. Era ancora troppo scosso dagli ultimi avvenimenti.

Con quei pensieri confusi se ne andò a dormire.

 

«Calbulo, è l’alba».

La voce giunse da lontano, troppo lontano perché il ragazzo la comprendesse. Era nel suo sogno, si disse, un suono vagamente familiare che gli ronzava attorno.

«Calbulo».

Ancora.

«Calbulo, svegliati. A che ora sei andato a letto ieri notte?»

Sentì qualcuno scuoterlo e aprì gli occhi, ansimando.

«Beh, buongiorno».

«Buongiorno, padre».

«Stai male?»

«No… non riuscivo a svegliarmi».

«Eh, me ne sono accorto», disse l’uomo. «Dai, ché tua madre ha preparato la colazione».

«Mi alzo subito».

L’uomo parve ripensarci prima di uscire e si voltò. «Devi aprire la calza», disse con un sorriso. «È piena. Lei è stata qui».

«Lo so…» si tradì. «S-sì, come sempre», aggiunse.

«Sbrigati».

 

Quando raggiunse i genitori, li trovò a tavola. Si servì del pane e prese un po’ di purè di castagne. Poi guardò la calza.

«Finisci di mangiare e poi vediamo cosa t’ha portato», disse suo padre.

Calbulo consumò la colazione, anche se non aveva fame. Ripensò alla sua avventura e si chiese ancora se avesse immaginato tutto.

Poi si alzò e andò al camino. Il fuoco era stato riattizzato e alcuni ciocchi ardevano bene, scoppiettando. Calbulo se ne restò lì a godere di quel piacevole tepore, per nulla incuriosito dalla calza.

Infine si decise a prenderla, anche perché s’accorse – e sapeva che era sempre così – che i genitori lo stavano osservando nell’attesa che l’aprisse.

Al tatto sentì che c’era qualcosa di spigoloso all’interno. Non s’aspettava diversamente, in fondo. Svuotò la calza versandone il contenuto sul tavolo.

Rumori sordi accompagnarono una serie di oggetti neri e polverosi che rotolarono sul legno. Calbulò non ne restò meravigliato.

«Carbone!», urlò suo padre quasi scandalizzato a quella vista.

La donna si segnò, borbottando qualcosa che nessuno comprese.

«Carbone», disse ancora l’uomo osservando il ragazzo. «Ma che hai combinato? Non era mai successo prima».

«Io… non lo so, padre», mentì.

«Eh, qualcosa devi averla combinata», lo rimproverò l’uomo. «Sai tu quel che fai».

Calbulo osservava il carbone come se potesse dargli una risposta, non al fatto che l’avesse ricevuto, ma all’avventura della notte precedente.

«Lei non si può mica imbrogliare, Calbulo», continuò l’uomo. «Vince sempre, lo sai. Se porta carbone, una ragione c’è. Ti servirà da lezione per quest’anno».

Il ragazzo prese il carbone e lo gettò nel camino. In breve tutti i pezzi cominciarono ad arrossarsi, sprigionando fiammelle rossastre.

«Dai, ora non pensarci più», lo rassicurò l’uomo. «C’è da cambiare la paglia per l’asino».

«Vado, padre».

Calbulo uscì, diretto alla stalla. Sotto il sole sbiadito di quel mattino di gennaio rivisse nei suoi pensieri confusi l’arrivo di Abundia a cavallo della scopa. Ma soprattutto quel volo fuori dal tempo e dallo spazio che per anni avrebbe ricordato come un sogno a occhi aperti da non poter raccontare a nessuno.

9 Commenti

  1. Lucia Donati
    6 gennaio 2013 alle 11:13 Rispondi

    Bello! Però alla fine mi ha lasciato un senso di dubbio perché il ragazzo non ha avuto una risposta precisa al fatto di aver ricevuto il carbone…Ho dovuto rileggere il passo finale ma un po’ di dubbio mi è rimasto.

  2. Davide Q.
    6 gennaio 2013 alle 11:45 Rispondi

    Povero ragazzo… però a me un volo sarebbe piaciuto!

  3. Cristiana Tumedei
    6 gennaio 2013 alle 14:07 Rispondi

    Chi non vorrebbe poter volare con Lei almeno una volta! :D
    Ho molto apprezzato il racconto, soprattutto perché credo lasci trapelare chiaramente la tua impronta.
    Sì, insomma, uno stile riconoscibile e ben definito. Bravo! ;)

  4. Romina Tamerici
    7 gennaio 2013 alle 00:23 Rispondi

    E la morale è: se la spii, Lei ti porta il carbone.
    Il confine tra sogno e realtà non sempre è ben definito e, a volte, è bene che sia così.
    Bravo.

Lasciami la tua opinione

Nome e email devono essere reali. Se usi un nickname, dall'email o dal sito si deve risalire al nome. Commenti anonimi non saranno approvati.