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L’introspezione per migliorare la propria scrittura

L’introspezione per migliorare la propria scrittura

Sono state spese tante parole e sono stati dati tanti consigli su come diventare scrittori migliori, su come scrivere buone storie, ma penso che uno scrittore debba partire da se stesso se vuole davvero cambiare le cose.

Spesso il problema è dentro di noi, ci sono barriere inconsce che ci frenano, che inibiscono quindi la scrittura, anzi la buona scrittura.

Quello di oggi non è un post di consigli di scrittura, ma una riflessione personale su come migliorarsi come autori facendo introspezione e analizzarsi dentro. Una ricerca introspettiva di se stessi per capire i problemi, le lacune della nostra scrittura.

Per chi scriviamo

Esistono soltanto due modi di scrivere:

  1. scrivere per se stessi
  2. scrivere per vendere

Blogging o scrittura creativa non fa differenza: quando scriviamo, lo facciamo per uno dei due motivi. Quindi scrivere per un blog significa vendere? Sì, ma non nell’accezione comune di questa parola.

Vendiamo noi stessi, nel senso che ci vendiamo come professionisti o esperti in un campo. Anche in un blog personale stiamo vendendo la nostra immagine. È una vendita indiretta, non immaginatela come un chilo di arance comprate al mercato.

Se scriviamo un romanzo, se pubblichiamo un ebook, ci stiamo vendendo come scrittori. Stiamo vendendo dei prodotti, certo, ma anche noi stessi come artigiani e imprenditori di quei prodotti.

Quando scriviamo per noi stessi, la scrittura resta confinata nel nostro intimo, è qualcosa fra noi e noi, senza divulgazione, senza condivisione. Quando scriviamo per vendere, la scrittura è comunicazione e allora tutto cambia, perché ci sono in gioco i lettori, i destinatari della nostra scrittura.

Per chi scriviamo?

In base alla risposta, che vive dentro di noi, possiamo capire come migliorare la nostra scrittura. Sapere e capire per chi scriviamo e per quale motivo scriviamo restringe il campo di azione.

Definiamo gli obiettivi

A me la scrittura confinata al proprio io non interessa, quindi in questo post considero soltanto la scrittura per vendere.

Qual è l’obiettivo della nostra scrittura?

  • Scriviamo per diventare scrittori?
  • Scriviamo per puro divertimento?
  • Scriviamo senza aspirare a una pubblicazione?
  • Scriviamo per lavoro?
  • Scriviamo soltanto per il nostro blog?

Le domande possono continuare all’infinito. A cosa aspiriamo? Definire gli obiettivi della nostra scrittura ci spinge a ragionare, a riflettere, a fare autocritica, ad analizzare i risultati avuti finora e a creare un percorso di miglioramento.

Quando ho iniziato a scrivere, tanto tempo fa, avevo un obiettivo, che era quello di vedere i miei libri in libreria, e ancora oggi c’è quell’obiettivo. Ma è mancato il percorso di crescita personale come scrittore. È mancata l’autocritica, come anche l’analisi dei risultati.

Un obiettivo senza strumenti e metriche non serve a nulla, perché manca degli input necessari a perseguirlo.

Creiamo percorsi personali

Non siamo tutti uguali. Per migliorare nella scrittura ognuno di noi deve seguire un proprio percorso di crescita per raggiungere i suoi traguardi. Il problema è come trovare questo percorso, ecco perché l’introspezione è utile alla nostra scrittura.

Il percorso da intraprendere dipende dal nostro livello culturale, dai risultati raggiunti finora, dall’obiettivo che abbiamo, dal tipo di scrittura, dalle sue finalità, dal tempo a disposizione, dalle nostre capacità, dalle nostre reazioni ai cambiamenti e agli insuccessi.

Quello che può funzionare per me non funziona per un altro e viceversa. Ognuno di noi reagisce in modo differente agli stimoli, alle sconfitte e alle vittorie.

Siamo noi stessi

Senza inibizioni. Più volte ho ribadito che la timidezza frena la scrittura, anzi, peggio, frena la pubblicazione. Chi scrive si espone, non c’è altro da dire. Se si ha il coraggio di esporsi, allora tutto diventa più semplice, altrimenti non si pubblicherà mai.

Quando ho fatto leggere per la prima volta i miei racconti alla mia ragazza, tanti e tanti anni fa, ho dovuto farmi coraggio, perché nessuno prima aveva mai letto qualcosa di mio. Ricordo che ci misi un po’ a trovare le parole per “confessare” quella mia attività segreta.

Ma se volevo pubblicare, se volevo anche e soprattutto migliorare nella scrittura, se volevo un primo riscontro sui miei racconti, allora restava ben poco da fare: farli leggere.

Non importa il genere letterario che abbiamo scelto: in qualsiasi nostra storia ci siamo noi dentro, in un modo o nell’altro. La scrittura è l’espressione diretta di ciò che sentiamo e vediamo, delle nostre percezioni, sensazioni ed emozioni.

Se vogliamo quindi migliorare nella scrittura, dobbiamo avere il coraggio di essere noi stessi, di tirare fuori la nostra visione del mondo e della vita quando scriviamo. Altrimenti la nostra scrittura resterà fredda come un pezzo di ghiaccio, amorfa, priva di stile, di personalità.

Analizziamo conoscenze, lavori e risultati

Iniziamo dalle nostre conoscenze. Una retrospettiva culturale che ci dà informazioni fondamentali: cosa so? Cosa mi manca? A me sono mancati i classici, sono mancate le letture che ai tempi dei miei genitori si facevano da bambini e ragazzi. Cuore, tanto per dirne uno, si leggeva da bambini e io l’ho letto invece a 44 anni. Allo stesso tempo mi sono mancate le letture di documentazione, perché all’inizio io scrivevo e basta, senza neanche perdere tempo a cercare nomi e cognomi dei personaggi: me l’inventavo, anche se erano tutti americani.

Adesso, per fortuna, ho superato quella fase, adesso mi sto mettendo in pari con la lettura dei classici e mi documento su tutto, soprattutto per nomi e cognomi faccio ricerche minuziose, colleziono fonti, acquisto saggi che potranno essermi utili per le mie storie.

Procediamo con le opere che abbiamo scritto. Una retrospettiva narrativa, se possiamo chiamarla così. Che cosa abbiamo prodotto nel corso degli anni? Quanto c’è di valido? Quanto ci ha soddisfatto dal punto di vista puramente artistico?

Ho detto svariate volte che i miei primi tentativi di scrittura creativa sono opere pessime che non farei leggere più a nessuno, hanno l’unico valore di aver dato il via all’attività della scrittura. La nostra produzione ci fornisce dei dati importanti, perché definisce il nostro percorso narrativo: che cosa abbiamo scritto? Che genere letterario prediligiamo? In quali opere siamo riusciti meglio?

Si finisce con i risultati ottenuti, la nostra retrospettiva analitica. A cosa serve? A capire dove abbiamo sbagliato. A capire come migliorare. A capire come cambiare il nostro percorso. Nessun imprenditore immette nel mercato un prodotto senza poi analizzarne i dati di vendita, senza vedere come è stato accolto dalla clientela.

Per uno scrittore questo si traduce non solo nell’analisi delle vendite del libro, ma anche nell’analisi delle recensioni ottenute, delle segnalazioni nei blog, nelle interviste avute.

In conclusione, ogni autore alle prime armi, ma anche chi ha già una o più pubblicazioni alle spalle, dovrebbe fare questa ricerca introspettiva, perché spesso si può raggiungere un traguardo comprendendo se stessi, analizzandosi dentro per lavorare sugli errori e sulle carenze.

36 Commenti

  1. Roberto
    15 settembre 2016 alle 07:21 Rispondi

    Tutto molto interessante. Sono tornato più volte su alcuni punti di questo articolo, che per certi versi ho trovato illuminante.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 12:31 Rispondi

      Allora buona introspezione :)

  2. Salvatore
    15 settembre 2016 alle 08:31 Rispondi

    Wow, mi hai sorpreso. Non pensavo che Daniele Imperi potesse anche essere introspettivo, in genere sembri sempre così pragmatico. Che dire? Approvo ogni parola. :D

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 12:32 Rispondi

      Mi sono rovinato la reputazione, quindi! Sono un pragmatico introspettivo, io, che ne sa lei? :D

  3. Chiara
    15 settembre 2016 alle 08:33 Rispondi

    Mi trovo perfettamente in linea con quanto tu scrivi, e mi piace il taglio intimista di questo post, diverso dagli altri perché meno tecnico. :)

    La ricerca introspettiva per me è fondamentale, non solo nella scrittura, ma in qualunque cosa una persona decida di fare. Senza osservare se stessi non c’è crescita e non c’è partecipazione: ogni gesto diventa meccanico.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 12:34 Rispondi

      Ogni tanto qualche post meno tecnico ci vuole :D
      E, sì, l’introspezione serve anche per altre cose.

  4. Grilloz
    15 settembre 2016 alle 08:58 Rispondi

    Vero, però la ricerca introspettiva diventa difficile quando si inizia a scavare a fondo. Non so se sarei in grado, da solo.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 12:39 Rispondi

      Io invece non riuscirei mai a farlo con un’altra persona. Insomma, si tratta pur sempre di cose intime. Ma anche nella scrittura ti viene difficile scavare a fondo?

  5. Francesca
    15 settembre 2016 alle 09:02 Rispondi

    Sono d’accordo: conoscere se stessi è fondamentale, in ogni aspetto della nostra vita!

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 12:40 Rispondi

      Per ora mi sono limitato alla scrittura :)

  6. Maria Teresa Steri
    15 settembre 2016 alle 09:54 Rispondi

    “Se vogliamo quindi migliorare nella scrittura, dobbiamo avere il coraggio di essere noi stessi, di tirare fuori la nostra visione del mondo e della vita quando scriviamo.” Hai detto una frase che contiene secondo me un’enorme verità. Le tue riflessioni arrivano in un momento in cui sto facendo anche io introspezione sulla mia scrittura, a vari livelli. Non è facile e, come ha detto Davide, si può scavare fino a un certo punto. Però condivido in toto l’idea che se vogliamo essere scrittori migliori, quindi maturi, abbiamo bisogno di capire a fondo i motivi per cui scriviamo e soprattutto individuare ciò che ci frena dal dare il meglio.
    Inoltre penso che la scrittura non sia mai oggettiva, le parole che usiamo e il modo di raccontare sono sempre il risultato del nostro modo di vedere il mondo e la vita. Quindi, più conosciamo noi stessi, meglio possiamo tradurre in parole ciò che sentiamo.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 12:42 Rispondi

      Sei passata da “Animadicarta” a “MARIA TERESA STERI” e sei finita in approvazione :D
      Anche per me la scrittura non è mai oggettiva, non potrebbe esserlo, visto che scaturisce dalla nostra mente.

  7. Marina
    15 settembre 2016 alle 10:00 Rispondi

    Sono sempre partita dal presupposto che scrivere sia un modo per parlare di noi stessi ma anche con noi stessi, dunque per me l’introspezione è sempre stata un punto di partenza fondamentale. Prova ne è il fatto che – e lo hai sperimentato anche tu – fare leggere qualcosa a qualcuno smuove la nostra naturale timidezza (chiamiamole così), perché è come mettersi un po’ a nudo anche di fronte a chi ci conosce bene. Nello stesso tempo, però, è proprio questo che, alla fine, desideriamo di più: permettere alle persone di entrare nel nostro mondo, altrimenti perché la pubblicazione è il traguardo che ogni scrittore vorrebbe raggiungere?

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 12:45 Rispondi

      In certi casi con la scrittura parliamo di noi stessi, magari a vari livelli, sono d’accordo. Ma di più sull’ultima cosa che hai detto: pubblicando facciamo entrare il lettore nel nostro mondo.

  8. Roberto
    15 settembre 2016 alle 13:02 Rispondi

    Concordo, credo che il talento sia un quid a prescindere… detto questo, la reazione alle critiche dovrebbe essere sempre propositiva e andare in profondità, nella scrittura, è uno sforzo psico-fisico enorme, una costruzione durissima, ma anche molto bella e di immensa soddisfazione. Per la prima volta, sono affiancato da un editor e credo che sia un lavoro molto importante per passare a uno step superiore (almeno per me): la mia autostima spesso scarseggia, ho un rapporto conflittuale con ciò che scrivo, amore-odio…

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 13:25 Rispondi

      Eh, sì, alle critiche, se costruttive ovvio, bisogna reagire bene. Ho anche io un rapporto (molto) conflittuale con ciò che scrivo ;)

  9. Barbara
    15 settembre 2016 alle 16:50 Rispondi

    Sul “per chi scriviamo” aggiungerei un’altra opzione, che sento spesso riportare: scrivere per riconoscimento. Che tu includi nel scrivere per vendere, ma per questo io intendo più “campare di scrittura”, ammesso che sia ancora possibile ai nostri giorni.
    Penso che si inizi a scrivere per se stessi, che poi comunque intervenga la voglia di essere riconosciuti e quindi vendere la propria immagine, anche solo in un blog, e che si rimanga al confine tra lo scrivere per riconoscimento e scrivere per vendere/pubblicare/campare, ben sapendo come vanno le cose (uno su mille ce la fa, e non conosciamo la formula esatta d’estrazione del millesimo). Scrivere per se stessi c’è comunque di base, perchè scrivere fa stare bene, nonostante le difficoltà.

    • Daniele Imperi
      15 settembre 2016 alle 17:03 Rispondi

      Scrivere per vendere io lo intendo per riconoscimento, anche per me oggi non si può campare di scrittura. Per me pubblicare è avere un riconoscimento di pubblico.

  10. Vittorio
    15 settembre 2016 alle 19:21 Rispondi

    Io non voglio prendere gli psicofarmaci perchė mi fanno pensare a miriadi di cose e mi bloccano nel processo creativo.

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2016 alle 08:19 Rispondi

      Ciao Vittorio, benvenuto nel blog. Qui nessuno ha parlato di prendere psicofarmaci.

  11. CogitoErgoLeggo
    15 settembre 2016 alle 21:18 Rispondi

    Molto bello questo post introspettivo, mi è stato utile per riflettere un po’ sul modo in cui vivo la scrittura.
    Diciamo che scrivo aspirando a una pubblicazione, quindi a un riconoscimento altrui. Quando scrivo per me stessa, non ci metto la stessa cura e la stessa attenzione al dettaglio, miro solo a soddisfare un desiderio momentaneo.
    Riguardo a ciò che mi manca, rispondo senza dubbio la pratica. Facendo un esempio: nel romanzo che sto scrivendo ho numerose scene che si svolgono in mare a bordo di velieri di varie dimensioni. Ho studiato per mesi i venti, il carteggio, i nomi delle manovre e dei componenti della barca ma, non avendo nessuna esperienza pratica, mi sono data alla vela (nonostante il mal di pozzanghera). Quando descrivo qualcosa che conosco solo a livello teorico sono vittima di un terrore più o meno conscio del tipo “il lettore capirà che non ho nessuna esperienza!”
    E così provo un po’ di tutto, anche cose che mi terrorizzano a morte… Cerco di prenderla con filosofia, sono sempre esperienze di crescita ;)
    Non ho capito esattamente che lavoro di documentazione svolgi per nomi e cognomi. Con che criterio li scegli? Ti documenti sul significato e l’origine o intendi qualcosa di diverso?

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2016 alle 08:29 Rispondi

      Grazie. Penso sia normale avere certe paure, ma considera che uno scrittore non può vivere ogni esperienza che descrive nelle sue storie. Oltre a studiare venti e manovre navali, bisogna anche leggere romanzi ambientati in mare. Se è un romanzo storico, allora devi leggere Patrick O’Brian. E anche la serie di Hornblower di C.S. Forester. Li conosci?
      Per i nomi faccio ricerche online, su più fonti. In un romanzo, per esempio, ho una storia ambientata in Cina e ho da poco scoperto che i nomi scelti per i personaggi, trovati su un sito, sono invece giapponesi. Magari è normale uno scambio di nomi fra le due culture, ma lo era quando è ambientata la mia storia? Così ho intensificato le ricerche e chiederò anche a qualche forum sulla cultura cinese.
      In una storia che sto scrivendo ci sono nomi cechi e anche lì ho fatto queste ricerche, specialmente per scriverli nel modo giusto (molti nomi hanno degli accenti o consonanti scritte in modo particolare, come Ž.

      • CogitoErgoLeggo
        16 settembre 2016 alle 19:17 Rispondi

        Ho letto la serie di Hornblower, Patrick O’Brian invece lo conosco solo di fama per la serie di “Master and Commander”. L’ho trovato spesso associato a Foster quando facevo ricerche sui titoli da leggere.
        Nel mio caso si tratta di un romanzo fantasy, per cui mi sono documentata anche su un paio di autobiografie (quelle di Hayet e Slocum), su alcuni romanzi di Bjorn Larsson, su testi di supporto alla navigazione e su schede tecniche dei modelli di navi dal medioevo al 1800. Per questione di ambientazione, ho letto anche “nel regno dei ghiacci”, di Hampton Sides. Non avendo vincoli di coerenza storica (se non quelli imposti dalla tecnologie del mondo che ho creato), anche se si tratta di un’ambientazione analoga al nostro medioevo, ho introdotto molte imbarcazioni con elementi ottocenteschi.
        Ho completato lo studio con alcuni manuali sui lavori di bordo, quali maestri d’ascia e maestri calafato. Questo lavoro di documentazione è durato mesi e alla fine è culminato in una prova pratica.
        Non ho il tempo e le risorse materiali per provare tutto ma trovo che, almeno per me, alcune cose siano indispensabili. Ci sono problematiche che spesso nelle autobiografie non vengono rilevate, perché chi narra è abituato a determinate situazioni (infatti adoro quelle scritte da persone che si trovano catapultate in un contesto a loro estraneo, per scelta o meno).
        Nei romanzi storici qualcosa si trova, ma non abbastanza rispetto alle informazioni di cui ho bisogno. I manuali tecnici, da questo punto di vista, servono a poco. Al massimo viene chiarita la genesi di qualche strumento in particolare.
        Riguardo ai nomi. Non ho mai fatto questo genere di indagine. Molte storie che ho scritto sono ambientate in Italia con personaggi italiani, mentre nel fantasy ho stabilito io le convenzioni fonetiche a seconda dei popoli.
        Non ci avevo mai pensato, grazie del chiarimento :)

        • Daniele Imperi
          19 settembre 2016 alle 08:06 Rispondi

          Be’, hai fatto un enorme lavoro di documentazione :D
          Riguardo ai nomi italiani, tieni presente il periodo storico, perché ogni epoca ha le sue mode sui nomi.

  12. Andrew Next
    16 settembre 2016 alle 07:34 Rispondi

    Penso che si possa “campare” di scrittura e anche bene. Aldilà di questo credo che “scrivere per se stessi” non sia propriamente scrivere.
    Spiego meglio con un esempio: qualche anno fa un professore di musica mi domandò “in quanti bisogna essere per fare musica?”
    La risposta mi lasciò sorpreso: “almeno in due” mi disse “uno che suona e l’altro che ascolta”.
    Dunque scrivere per se stessi non è “scrittura”? No, non nel senso di arte: non c’è comunicazione, ma è un esercizio indispensabile per migliorare il proprio dialogo interiore e offrire dei testi qualitativamente superiori.

    Buone Parole…

    • Daniele Imperi
      16 settembre 2016 alle 08:30 Rispondi

      Il professore di musica ha ragione. Con la scrittura è lo stesso, anche per me.

  13. Luisa
    16 settembre 2016 alle 22:50 Rispondi

    Il vero motivo per cui si scrive a volte è nascosto, nel senso che si potrebbe pensare di scivere per un determinato motivo e poi strada facendo…Attraverso quell’ introspezione di cui parli emerge il vero motivo
    Scegliere la persona a cui far leggere i nostri scritti meglio un estraneo o chi conosciamo?

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2016 alle 08:07 Rispondi

      Secondo me è meglio un estraneo, perché non coinvolto emotivamente. Certo, Stephen King fa leggere i suoi romanzi alla moglie, quindi questo dimostra il contrario di quanto ho appena detto :D

  14. Anna
    19 settembre 2016 alle 15:30 Rispondi

    Scrivere è un lavoro su se stessi e sui propri limiti. Mi capita spesso di incrociare nei miei racconti o nelle parole che scrivo durante un corso di scrittura creativa la mia ombra e lì a volte cado, inciampo, mi fermo. So che mi basterebbe continuare a scrivere per conoscere quest’altro aspetto, molto geniale, della creatività e non lasciarmi sopraffare dal timore “cosa penseranno gli altri?”
    Ps. Lo conosci Medium? Cosa ne pensi? Si parla tanto di social per chi scrive contenuti.
    Grazie,
    Anna

    • Daniele Imperi
      19 settembre 2016 alle 16:58 Rispondi

      Sì, conosco Medium, mi ero anche iscritto, credo due anni fa, ma non ho mai pubblicato nulla. Se devo pubblicare, trovo più logico farlo nel mio blog.

  15. Mirko
    26 settembre 2016 alle 01:12 Rispondi

    Ciao Daniele, Sono convinto del fatto che colui che scrive, debba sentirsi pronto prima di presentare qualcosa.

    • Daniele Imperi
      26 settembre 2016 alle 08:30 Rispondi

      Ciao Mirko, presentare cosa?

      • Mirko
        26 settembre 2016 alle 10:16 Rispondi

        Ciao Daniele, un romanzo.

  16. Daniele
    28 settembre 2016 alle 19:23 Rispondi

    Scrivendo sento che sto facendo un po’ di “terapia”. Scrivo per rilassarmi e sfogarmi. Sono di quelli che scrive per se stesso su un tema che amo tantissimo. L’introspezione è una cosa che adoro fare ed è fondamentale in ogni aspetto della mia vita per una migliore crescita personale.
    Scrivere è un modo per fermarsi e riflettere, pensare, scavare e poi mettere giù parole e frasi che esprimono le nostre riflessioni. Fantastico.

    • Daniele Imperi
      29 settembre 2016 alle 08:21 Rispondi

      Ciao Daniele, benvenuto nel blog. Va bene anche la scrittura come semplice terapia per stare meglio, almeno per chi la vede così.

      • Daniele
        29 settembre 2016 alle 08:49 Rispondi

        Grazie per il benvenuto. Ti seguo volentieri.

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