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Internazionalizzare la propria scrittura

Internazionalizzare la propria scrittura

Molto tempo fa qui nel blog ho pubblicato un post in cui riflettevo sullʼutilità di una scrittura internazionalizzata. Consigliavo di pubblicare racconti e ebook in inglese per raggiungere un pubblico più vasto.

Attenzione, però: non parlavo di scrivere narrativa in inglese: la nostra conoscenza della lingua non sarà mai abbastanza completa da permetterci di scrivere un racconto o un romanzo.

Avevo però detto che un saggio, testo differente dalla narrativa, si potrebbe scrivere in inglese. Ora non la penso più così.

Qualche anno fa ho scritto 5 articoli in inglese per un cliente norvegese, ma erano testi semplici su viaggi e turismo. Non mi metterei mai, adesso, a tradurre i miei post in inglese. Ci ho provato una volta, ma gli intoppi sono arrivati fin dalle prime frasi.

Cosa si scopre leggendo in inglese

Leggo ogni tanto romanzi americani e inglesi in lingua, per lo più sono libri per ragazzi, quindi più facili da capire per il mio livello. Osservo come sono costruite le frasi, come sono scritti i dialoghi, quali parole vengono usate (e quante non ne ho mai viste prima!), le frasi e i termini gergali che talvolta appaiono nel testo.

Datemi retta: non siamo in grado di scrivere a quel modo. Per pubblicare un racconto in inglese serve un traduttore madrelingua.

La ricerca del traduttore

Lʼaltro giorno ho accennato al mio racconto che vorrei pubblicare in self-publishing e allʼidea di farlo tradurre in inglese. Vorrei testare il mio racconto allʼestero. Magari è più pericoloso, perché il pubblico a disposizione non è più il nostro piccolo Stato, ma lʼintero pianeta, quindi il numero di commenti negativi potrebbe raggiungere livelli stratosferici.

È però un passo che voglio compiere: se vuoi scrivere, devi metterti in gioco e rischiare.

Perché cercare un traduttore madrelingua?

Un traduttore italiano può tradurre un testo dallʼinglese allʼitaliano: conosce molto bene lʼinglese e perfettamente lʼitaliano, quindi può rendere quel testo comprensibile e corretto per la nostra lingua.

Un traduttore madrelingua conosce perfettamente lʼinglese e bene lʼitaliano, quindi potrà rendere il mio testo comprensibile per la sua lingua. Questo è il primo passo che farò.

I compromessi della lingua

Scrivendo il mio racconto, mi sono accorto che non è possibile farne una traduzione letterale, ma bisogna perfino cambiare il nome di un personaggio e trasformare unʼintera frase affinché abbia senso in inglese.

Il nome di quel personaggio è inventato, anche se la parola ha comunque senso in italiano, ma non il senso che ho inteso io. È un nome derivato da un termine negativo, che però oggi viene usato in modo quasi scherzoso.

È impossibile renderlo in inglese. Con il traduttore dovrò ragionare per trovare un nome adatto per quel personaggio, in modo da rendere lo stesso senso che ha in italiano (in accordo anche con la frase in cui se ne spiega lʼorigine).

Quando non scendere a compromessi

Non so dove, ma credo sia un pensiero condiviso da molti, ho letto che è meglio tradurre i nomi italiani e ambientare la storia al di fuori del nostro paese, magari usando anche uno pseudonimo straniero, altrimenti non sarà letta. Ecco, questi sono compromessi a cui non voglio scendere.

Nel mio racconto la storia è ambientata in Italia, ma non viene nominata nessuna città – non ha importanza ai fini della storia – e potrebbe capitare anche a Londra, New York, Oslo, Chicago, Sidney, ecc. Si svolge quasi tutta in un appartamento.

Quindi resterà il mio nome in copertina. La citazione che ho scelto proviene da un romanzo di Stephen King che ho letto, quindi comprerò la versione ebook in inglese per trovare quella frase originale. Il nome di un personaggio è identico anche in inglese, quindi non creerà problemi, ma se anche si fosse chiamato Daniele, sarebbe restato Daniele.

Il problema dei titolo

Da qualche anno, lo avrete notato tutti, hanno iniziato a non tradurre più molti titoli di film americani. Direi che in molti casi hanno fatto bene, viste certe traduzioni improbabili che hanno fatto.

In alcuni film e romanzi americani e inglesi il titolo è una frase che ha senso per quella lingua, ma che lo perderebbe in italiano con una traduzione letterale. Voglio fare lʼesempio di un romanzo di Rachel Joyce, che in originale si intitola Perfect, ma in italiano diventa (assurdamente) Il bizzarro incidente del tempo rubato.

Tradurre quel titolo con Perfetta (era riferito a una donna) non penso che avrebbe incuriosito o venduto molto in Italia. Conoscendo ora la storia, quel titolo non è adatto per come ragioniamo e comunichiamo noi italiani.

È principalmente un problema di comunicazione. Il titolo deve comunicare qualcosa al lettore e quindi va ripensato per un pubblico che leggerà in inglese.

Il mio racconto si intitola UDPD, che non perde senso traducendolo in inglese. Lʼho tradotto e cercato su Google: anche in inglese si dice così. Questa volta mʼè andata bene, ma ne parlerò comunque con il traduttore per avere conferma.

Queste sono le mie idee su come internazionalizzare la mia scrittura, che metterò in pratica quando sarà finito il mio racconto.

Avete mai pensato a pubblicare in inglese le vostre opere? Come vi comportereste?

35 Commenti

  1. Rodolfo
    28 dicembre 2015 alle 06:24 Rispondi

    I problemi sono enormi. E naturalmente ci vuole un traduttore (meglio se madrelingua). Ma ve ne sono anche altri.

    Pongo il mio problema specifico. Prossimamente uscirà il mio ebook, no fiction, sul marketing editoriale. Ok, potrei ma farlo tradurre, metterlo su Amazon e basta?

    Smentirei tutto quello che dico nel libro, e cioè che per promuovere un libro è necessario avere un blog, una presenza sui social, una mailing list, eccetera.

    Quindi: che fare?

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 10:36 Rispondi

      Giusto, hai sollevato il problema della promozione del libro in lingua inglese… cosa non semplice. E non so quanto fattibile. Tenere un blog in inglese? Non se ne parla, a meno di non conoscere la lingua come gli inglesi.

      • Rodolfo
        28 dicembre 2015 alle 10:55 Rispondi

        Esatto. Per non parlare di una comunicazione persuasiva attraverso la mailing list. Per me impossibile.

  2. Marco
    28 dicembre 2015 alle 07:44 Rispondi

    Di certo occorre rivolgersi a un professionista. Ma finché non si è riusciti a ottenere qualche traguardo interessante in Italia, credo sia inutile provarci. Inoltre, occorrerebbe poi creare post e tweet in inglese: una faticaccia. Che si può affrontare, ma solo se il gioco vale la candela (come è riuscita a fare Carla Monticelli).

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 10:39 Rispondi

      Io infatti vedrei prima come va la situazione in Italia. Poi cercherei delle piattaforme inglesi in cui caricarlo. Ho diversi contatti stranieri su Twitter, quindi un tweet in inglese per pubblicizzarlo posso inviarlo, ma di certo non basta.

  3. mk66
    28 dicembre 2015 alle 09:01 Rispondi

    Oddio, ho passato 3 anni a lavorare, scrivere, parlare e pensare in inglese (dato che ero all’estero) e tutto questo dopo 30 anni che avevo finito le scuole superiori e non avevo più visto nulla di inglese a parte i messaggi di errore del computer…
    E’ stato un vero incubo! Ne sono uscito abbastanza bene solo perchè usavo frasi elementari (quasi alla Toro Seduto) e perchè era comunque un paese assolutamente non di madrelingua: loro l’inglese lo imparavano dai programmi in televisione, mai doppiati ma sottotitolati, io non capivo la lingua locale e non leggevo il cirillico, quindi dovevo cercare di capire i programmi (mi sono fatto una cultura sui cartoni animati per bambini in quegli anni)
    I problemi sono immensi: poco dopo il rientro ho trovato un lavoro in cui facevo da intermediario tra un’impresa italiana e la committenza americana, a parole pochi problemi (anche se lo slang californiano è quasi osceno alle orecchie) ma al momento di preparare la relazione finale mi sono reso conto dei numerosi limiti che avevo/ho e sono ricorso a un’agenzia di traduzioni con professionisti madrelingua e esperti nel settore: non ho proprio potuto fare altrimenti.

    PS: buone feste!

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 10:44 Rispondi

      Quando inizi a scrivere in inglese ti accorgi dei tantissimi limiti che abbiamo. Io leggo quasi ogni giorno in inglese, ma quando devo scrivere anche una semplice frase, vado in tilt. Quindi traduttore madrelingua per forza.

  4. Barbara
    28 dicembre 2015 alle 09:22 Rispondi

    Si, è una cosa a cui sto pensando. Qualche racconto lo farei tradurre da un’amica laureata in letteratura e lingua inglese (non madrelingua lo so, ma per questione di costi). Giusto perchè magari fa riferimento ad un testo originale inglese/americano e potrebbe essere interessante inserirlo nel blog anche tradotto.
    Mentre quello “più grosso” lo sto ripensando in questi termini, per esempio ho tolto un paragone ad un attore nostrano che all’estero non hanno idea di chi sia. E rileggendo ci stava anche male. Ma non cambierò ambientazione o nomi. Del resto, quando ci traducono Clara Sanchez o Isabel Allende mica cambiano nomi di personaggi e luoghi.
    Sul fatto che occorra poi un marketing in lingua, si è vero. Ma è anche vero che esiste Google traduttore in linea sulla singola pagina web. Non è perfetto, ma può dare una mano. Lo uso io per tradurre qualche testo lungo, funziona meglio con frasi brevi. Quindi, nel caso, gli utenti anglofoni possono usarlo per tradurre i nostri social.

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 10:54 Rispondi

      Sui riferimenti ad attori nostrani non sono sicuro che vadano tolti. Ho letto un romanzo inglese che aveva riferimenti a loro programmi televisivi, e per di più degli anni ’50: chi li conosce? Neanche negli USA li conoscono. Magari in quei casi, al limite, si può inserire una nota.

  5. Amanda Melling
    28 dicembre 2015 alle 10:54 Rispondi

    Non serve un traduttore madrelingua, serve un traduttore madrelingua specializzato in narrativa e nel genere letterario che scrivi. In poche parole deve essere uno scrittore mancato, perché deve sistemare le frasi riscrivendole. Non lo dico a c****, mio marito è inglese, e ho fatto tradurre a lui un articolo per una rivista americana che è stato pubblicato lì, e quando l’editor ha visto l’articolo ci hanno dovuto lavorare da zero. Se il tuo racconoto è di fantascienza devi trovare un traduttore che già lavora su quel genere o uno vicino, come il fantasy. Il livello all’estero è molto alto.

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 11:17 Rispondi

      Sì, avevo pensato anche io di trovarne uno che traducesse narrativa.

  6. Ulisse Di Bartolomei
    28 dicembre 2015 alle 11:04 Rispondi

    Salve Daniele

    a prescindere la questione dei costi, la traduzione in inglese presenta difficoltà in base al tipo di dialettica che si decide di applicare. Uno scritto che già in italiano è intensamente strutturato sui luoghi comuni, modi di dire e parole “facili” che hanno molti sinonimi, sarà estremamente complicato in quanto vi stanno più esigenze espressive da riformulare per riprodurre sensazioni e accezioni. Se ci si attiene in un inglese asettico, sarà meno aulico ma diventa molto più facile. Per un saggio dove si devono comunicare fatti tecnici è molto più agevole comunicare con precisione, mentre per un romanzo di qualità dove la componente emotiva è fondamentale, ricorrere a un madrelingua, preferibilmente nato e “vissuto” sul territorio, è indispensabile. C’è da aggiungere che con i traduttori in rete, tipo “context reverso”, con grande pazienza si può conseguire una traduzione decente, ma il lavoro è certosino. Qui la questione sta se l’autore è disposto anche a migliorare il suo inglese. Nel mio caso, praticando l’inglese sin dall’ ’81 e in ambiente internazionale, mi viene agevole riconoscere le peculiarità espressive contestuali e comporre correttamente una descrizione. Poi, ovvio, “potendo”, la soluzione professione è sempre la migliore.

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 11:20 Rispondi

      Ciao Ulisse, concordo sulla dialettica. Quando scriviamo siamo soliti usare frasi gergali e luoghi comunie tutto questo va reso in un inglese comprensibile.
      Io intendo un madrelingua che viva in Inghilterra o USA.

  7. Salvatore
    28 dicembre 2015 alle 11:24 Rispondi

    Al momento no, non ho pensato a nulla di simile. Ma sospetto che le difficoltà di una traduzione, anche di una buona traduzione, siano molto più profonde. Per il momento preferisco concentrarmi sul mercato nazionale.

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 11:32 Rispondi

      La difficoltà magari dipende anche dal tipo di storia e dal linguaggio usato dall’autore.

  8. sandra
    28 dicembre 2015 alle 12:55 Rispondi

    Conosco diversi traduttori di grosso calibro e tutti sono concordi nel dire che ci voglia un madrelingua. Anche un traduttore italiano molto valido che traduca dall’inglese all’italiano, non traduce dall’italiano all’inglese.

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 13:09 Rispondi

      Bene, non è solo la mia opinione, ma anche quella degli esperti.

  9. Andrea Torti
    28 dicembre 2015 alle 13:03 Rispondi

    Credo che molto dipenda dal genere e dal registro che si adotta.

    Un saggio riguardante temi molto tecnici si presta abbastanza bene ad una traduzione tout-court, in fondo si cerca “soltanto” di veicolare informazioni.

    Ma le cose cambiano se vogliamo dedicarci alla Narrativa, magari utilizzando un linguaggio colloquiale: tra phrasal verbs, espressioni idiomatiche e giochi di parole, è ben difficile uscirne vivi con le proprie sole forze!

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 13:10 Rispondi

      Sì, penso anche io la stessa cosa: potrei tradurre in inglese alcuni miei ebook che in pratica raccolgono post revisionati e farli magari rivedere da un traduttore, ma non tradurrei mai i miei racconti.

  10. Edy Tassi
    28 dicembre 2015 alle 15:28 Rispondi

    Ciao Daniele,
    sono da qualche mese una lettrice silente del tuo blog, che trovo interessante e pieno di spunti. Oggi ti scrivo, perché il tuo post tocca un argomento a me molto caro. Mi definisco una TradAutrice perché sono autrice di due romanzi e traduttrice di oltre sessanta. Traduco dall’inglese all’italiano e inorridisco sempre quando qualcuno mi chiede: tu che traduci, mi tradurresti questa cosa in inglese? No, no e poi no. Un traduttore professionista, se è davvero tale, sa che deve tradurre solo verso la propria lingua madre. E’ una questione di etica, oltre che di capacità. Nessuno può conoscere una lingua bene come chi la parla dalla nascita: le sfumature, le dinamiche, l’andamento delle frasi. Solo nella nostra lingua cogliamo la differenza fra parole simili, fra concetti sovrapponibili. Quanti lavori ho rifiutato, perché erano IT>EN e non EN>IT. Purtroppo però, in Italia, passa spesso il messaggio che sì, dai, più o meno ci siamo. Cosa vuoi che sia, se c’è qualche errore. Il problema è che all’estero ci beccano sempre, facendo la figura dei cialtroni. (L’esempio del materiale pubblicitario per EXPO2015 affidato ad agenzia di traduzione italiane è terribile. Abbiamo fatto delle figuracce pazzesche e manco ce ne accorgevamo). Inoltre, il mercato anglosassone è davvero vastissimo e pieno di autori. I lettori di lingua inglese non hanno bisogno di un’opera italiana tradotta male in inglese. Perciò è imperativo farsi tradurre da un madrelingua. Con la consapevolezza che i madrelingua inglesi chiedono tariffe decisamente più alte. Mentre per una traduzione editoriale EN>IT, se si riesce farsi pagare più di 10 euro a cartella si è quasi dei miracolati, per una traduzione editoriale IT>EN bisogna prepararsi a spenderne anche più di 20. Quindi spesso chi vuole perseguire la strada del mercato internazionale si trova a dover sostenere una spesa significativa senza avere garanzie di successo. E quindi altrettanto spesso rinuncia. Insomma, è un passo che fa gola a molti, me compresa, ma va valutato bene.
    Ancora complimenti per il tuo lavoro!

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 18:20 Rispondi

      Ciao Edy, benvenuta nel blog. Il problema è proprio quel “più o meno ci siamo”. Ma secondo me quell’inglese non è tanto diverso da quello parlato dagli stranieri che abitano in Italia da qualche anno. Ho revisionato dei testi di un belga che vive qui da tanti anni e erano scritti in un italiano indecente. Pensa quindi il nostro inglese…
      Avevo immaginato che un traduttore madrelingua costasse di più. Valuterò comunque la spesa.

  11. Simona C.
    28 dicembre 2015 alle 15:28 Rispondi

    Io ho fatto tradurre in inglese il primo libro della mia serie perché su Amazon si trovasse in entrambe le versioni. La trama era già abbastanza internazionale per non dare problemi di traduzione, a parte qualche modo di dire nei dialoghi, ma la traduttrice ha avuto il supporto in revisione di una poetessa e blogger inglese che ha curato i dettagli.
    Il problema vero, al di là del costo ovviamente alto per un servizio professionale come si deve, è che allargando il mercato aumenta anche la concorrenza e serve più impegno nella promozione della tua goccia nell’oceano di titoli a disposizione dei lettori. La difficoltà maggiore, quindi, non sta nella traduzione, ma nel marketing successivo. Non è così semplice ottenere recensioni su blog e siti letterari, né capire quali spazi pubblicitari acquistare per aumentare la visibilità in Inghilterra, USA o Australia. Non credo che la versione inglese del mio libro mi ripagherà mai il costo della traduzione :)

    • Daniele Imperi
      28 dicembre 2015 alle 18:22 Rispondi

      Sì, aumenta anche la concorrenza, perché in inglese sei solo contro l’intero pianeta, praticamente. Dovrò pensarci bene, e vedrò se conviene o meno.

  12. Federica
    28 dicembre 2015 alle 18:34 Rispondi

    Uno degli errori più comuni che si fanno quando si scrive in inglese è quello di credere che basti……tradurre “alla lettera” quello che si è già scritto in italiano. Non è, invece, così semplice e immediato: ci sono tante false friends, espressioni idiomatiche, differenze nei tempi verbali e nei modi costruire la frase. Riuscire a scrivere in una lingua che non è la propria ne richiede una conoscenza di livello avanzato e approfondita, una conoscenza reale. È necessario, in altre parole, saper «pensare» in quella lingua e questo lo si può ottenere con anni di studio vero ed esercizio. A scuola insegnano tanta grammatica (che pure serve, non sto dicendo che non si deve studiarla), ma in modo sbagliato, perché se non si mette in pratica la lingua nei diversi contesti o modi d’uso, l’apprendimento di regole ed eccezioni grammaticali finisce presto per essere dimenticato. A me è capitato di scrivere in inglese qualche tempo fa, era un testo tecnico, partivo da una buona documentazione di base e venivo da mesi di studio della lingua, che mi hanno dato la padronanza necessaria a fare un buon lavoro. Un testo di narrativa è molto più difficile ed è meglio affidarsi a un bravo traduttore, che sia esperto in quest’arte ed entri in sintonia con il mondo immaginato dall’autore.

    Per quanto riguarda il titolo, è vero, è un problema. A me viene in mente “The Importance of being Earnest”, che è stato tradotto in molte maniere. Ma nessuna rende il gioco di parole significato nella lingua originaria.

    In che senso «il numero di commenti negativi potrebbe raggiungere livelli stratosferici» pubblicando il tuo racconto e mettendolo a disposizione di una fascia di lettori potenzialmente molto ampia?

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2015 alle 08:28 Rispondi

      Anche per me devi riuscire a pensare in quella lingua. La grammatica serve, certo, ma nelle scuole forse ciò che manca è la conversazione, che dovrebbe esser fatta con persone madrelingua.
      Se ti rivolgi a un pubblico così vasto, pubblicando in inglese, potresti ricevere una valanga di commenti negativi rispetto a quelli in italiano.

      • Federica
        29 dicembre 2015 alle 17:40 Rispondi

        Mmmmhh….Sì, vuoi dire che, aumentando la numerosità della popolazione di lettori, conseguentemente aumenta la percentuale di persone che potrebbero non gradire il tuo racconto. Il che significa, quindi, anche, che il pubblico cui ti rivolgi ha opinioni nette: o il racconto piace oppure no. E, se non piace, è molto critico, più critico di altri target di lettori.
        Per quanto riguarda il post di oggi (unifico qui, per semplicità) non mi azzardo a entrare nel merito di cosa sia la fantascienza, però posso dirti che il tuo è un ragionamento da scrittore, per il quale l’immaginazione è importante, ma, da un certo punto di vista, meno della necessità, col linguaggio, di trasmettere ai destinatari del romanzo messaggi, significati e le proprie interpretazioni del mondo, e di suscitare domande cui chi legge risponderà (sempre che non si voglia dare già una risposta o almeno una sua traccia). Per lo scrittore, le parole, la lingua, non sono solo veicoli, ma materia viva e preziosa.
        Se riuscirai a integrare e intrecciare occasioni di riflessione e una trama avvincente, penso che raggiungerai i tuoi obiettivi.
        D’altra parte i tuoi post sono già un po’ così, in grado di arrivare all’equilibrio di prospettive diverse :-) :-)

  13. Tenar
    28 dicembre 2015 alle 23:12 Rispondi

    Una mia carissima amica traduce abitualmente per lavoro dall’inglese all’italiano. Scrive narrativa in italiano, ma quando ha provato a pubblicare in inglese su un sito di scrittura inglese le è stato detto che molte frasi erano sì grammaticalmente ineccepibili, ma non erano quelle che un autore madrelingua avrebbe scelto. C’è una sensibilità linguistica che lo studio e la frequentazione, per quanto assidua, non possono ricreare al 100%.
    Quindi far tradurre le proprie opere è complicato. Complicato perché servono dei professionisti serissimi e perché questi hanno, ovviamente, dei costi. Se già non posso permettermi un editing professionale, figuriamoci una traduzione…

    • Daniele Imperi
      29 dicembre 2015 alle 08:30 Rispondi

      Penso sia la stessa cosa che potremmo dire noi a un inglese che scrivesse correttamente in italiano. Un conto è rispettare la grammatica, un altro è rispettare tutte le sfumature della lingua, che non puoi conoscere se non è la tua.

  14. Cecilia S.
    29 dicembre 2015 alle 17:33 Rispondi

    Ciao Daniele,
    a me è già capitato per lavoro di dover scrivere articoli in inglese e ciò non è affatto semplice, soprattutto per noi italiani che a mio parere non veniamo preparati a dovere durante la nostra formazione scolastica. Per articoli di qualche pagina si può ricorrere ai traduttori online, i quali però risultano essere di scarso aiuto, oppure trarre qualche spunto da contenuti che trattano argomenti simili. Ma non riesco davvero ad immaginare la difficoltà che mi troverei ad affrontare nel caso in cui dovessi tradurre un intero libro in una lingua diversa dalla mia.

    • Daniele Imperi
      30 dicembre 2015 alle 10:09 Rispondi

      Ciao Cecilia, è vero che non veniamo preparati, ma non credo che basti una preparazione buona a scuola. I traduttori online li ho già visti all’opera e è meglio usarli solo per tradurre dall’inglese all’italiano e lavorare poi di vocabolario.

  15. Lisa Agosti
    30 dicembre 2015 alle 03:58 Rispondi

    Ho scritto vari articoli in inglese per riviste scientifiche quando vivevo a Londra, però dopo che il mio capo li revisionava li riconoscevo a malapena. La buona notizia è che il mio capo era italiano, quindi con tanta pratica si possono raggiungere buoni risultati.

    Ho partecipato a qualche concorso di narrativa con testi in inglese e ho avuto buone recensioni, anche se non ho mai vinto. È stata dura riprendere a scrivere in italiano ma sono convinta che a lungo andare, se continuerò a scrivere ogni giorno, potrò raggiungere un livello che invece non potrei mai ottenere in lingua inglese, proprio per i motivi di cui parli.

    PS: manca il link al vecchio post di cui parli all’inizio, è evidenziato ma non riesco a cliccarci sopra.

    • Daniele Imperi
      30 dicembre 2015 alle 10:11 Rispondi

      Se vivi all’estero da anni, allora con gli articoli puoi cavartela, ma con la narrativa?
      Non ho messo il link al vecchio, ecco perché non puoi cliccarci :)
      Eccolo: http://pennablu.it/internazionalizzazione/

  16. Davide Piccolo
    28 febbraio 2016 alle 14:50 Rispondi

    Condivido pienamente quanto hai scritto in questo articolo, Daniele. Ritengo che tradurre un’opera letteraria in inglese richieda una conoscenza della lingua che vada oltre la semplice conoscenza delle regole grammaticali.
    Quindi, nel caso in cui in futuro dovessi decidere di tradurre il mio romanzo in inglese, mi affiderò ad un professionista del settore.

    • Daniele Imperi
      29 febbraio 2016 alle 08:19 Rispondi

      La grammatica ti serve infatti per farti capire se parli in inglese con qualcuno, ma per tradurre narrativa non basta di certo.

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