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Insoddisfazione nella scrittura

Insoddisfazione nella scritturaQuello che emerge dalle mie scritture è una continua insoddisfazione per i risultati ottenuti. Parlo di scrittura creativa, dei vari racconti che scrivo e che pubblico qui nel blog o mando a qualche concorso o selezione.

Il racconto mi piace nel momento in cui lo sto scrivendo e mi piace ancora appena l’ho finito. Qualche volta rileggo alcuni racconti – veramente pochi, a dire la verità – anche dopo uno o due mesi dalla loro scrittura e continuano a piacermi, a trasmettermi qualcosa. Ma è un evento raro.

Il più delle volte, invece, i miei racconti finiscono per non piacermi più. Per non parlare di quelli scritti tantissimi anni fa, che ho ripudiato totalmente e sui cui non vale la pena rimettere mano per revisionarli. Ma hanno fatto anche quelli la loro parte, se non per un esercizio di scrittura che male non fa di certo.

In questa insoddisfazione leggo qualcosa di positivo, però. Leggo la voglia e la necessità di migliorare – almeno dal mio punto di vista – di raggiungere la perfezione che non arriverà mai, di creare qualcosa di buono.

È forse per questo che non ho mai iniziato a scrivere un romanzo, perché il lavoro è troppo grande per portarlo avanti senza un buon esercizio fatto prima. E scrivere racconti, anche brevi, è un esercizio che va fatto spesso.

L’insoddisfazione nella scrittura, quindi, è da trasformare in un successo, in un certo senso. Perché va vista come un’autocritica che sprona al miglioramento. L’importante è che si scopra cosa manca nei propri scritti, quelle lacune che, una volta riconosciute, si possono colmare.

Spero che questa insoddisfazione non finisca mai. Spero di odiare, col tempo, ogni cosa che scriverò. E so che succederà così, perché anche nel disegno c’è questa continua insoddisfazione: a guardare i miei disegni dello scorso anno mi chiedo come abbia fatto a creare quella roba.

Mai, mai innamorarsi delle proprie storie, come ciechi presuntuosi convinti di aver raggiunto l’apice della scrittura. Mai credere di aver scritto qualcosa di insuperabile. Mai accontentarsi del livello raggiunto, perché sarà sempre il livello più basso.

Anche per voi è lo stesso? Siete sempre insoddisfatti di ciò che avete scritto o vi innamorate delle vostre storie?

19 Commenti

  1. Romina Tamerici
    15 agosto 2012 alle 09:57 Rispondi

    Io a volte non sono convinta di ciò che scrivo neanche mentre lo scrivo. Tendo a essere molto insicura. Comunque se leggo un testo scritto anche solo tre mesi fa o più mi sembra inferiore a ciò che scrivo adesso. Anch’io credo che questa insoddisfazione sia una cosa positiva che indica che sto facendo qualcosa per migliorare. Spero sempre che il mio testo migliore sarà l’ultimo che scriverò. Questo non significa che io rinneghi quanto ho fatto finora. Un mio testo è sempre un mio testo, una parte di me, ma non per questo è perfetta (o forse proprio per questo non lo è). Amo i miei lavori, ma non li credo perfetti. Li amo nei loro difetti come passi su un percorso più lungo che mi avvicinano a una meta che non so ben definire.
    Chiudo questo commento con una frase (di Marilyn Monroe) che ho scoperto pochi giorni fa e che rispecchia bene la mia idea: “Lascio agli altri la convinzione di essere i migliori, per me tengo la certezza che nella vita si può sempre migliorare”.

  2. Lucia Donati
    15 agosto 2012 alle 10:41 Rispondi

    Prima di tutto, ben tornato! Mi è capitato di essere anche molto soddisfatta di alcuni miei scritti, a distanza di tempo, tanto da pensare che avevo fatto veramente un buon lavoro. Succede, invece, spesso, a chi scrive ( a me è capitato diverse volte) di non essere contento dei propri lavori ma questo è normale, anzi è positivo: vuol dire che si ha la capacità di essere critici nei confronti di sé stessi. Come dici tu, poi bisogna anche capire dove si sbaglia per poter rimediare, ma questo un autore lo deve saper fare, da solo, cercando soluzioni (a volte, in questo, possono aiutare suggerimenti esterni ma che vanno vagliati personalmente, sempre). Un’opera non è mai finita perché non è finito chi scrive (siamo limitati) e rispecchia in un certo modo l’evoluzione della persona che la compie.

  3. Recenso
    15 agosto 2012 alle 15:06 Rispondi

    Eccome, se succede.
    Premetto che ho ripreso a scrivere da meno di un anno, per cui non ho abbastanza racconti, ma mi fa tenerezza vedere i miei tentativi a distanza di tempo. E, come te, penso che è meglio avere sempre un margine di miglioramento.

  4. Daniele Imperi
    15 agosto 2012 alle 18:12 Rispondi

    Romina Tamerici,

    Condivido sul fatto che non si debba rinnegare ciò che si è scritto. La frase di Marylin è famosa e calza a pennello :)

  5. Daniele Imperi
    15 agosto 2012 alle 18:13 Rispondi

    Lucia Donati,

    Grazie :)
    Il risultato dell’insoddisfazione è la critica, che fa sempre bene.

  6. Daniele Imperi
    15 agosto 2012 alle 18:13 Rispondi

    Recenso,

    Se leggo i primi racconti che ho scritto mi sento male.

  7. Salomon Xeno
    15 agosto 2012 alle 19:25 Rispondi

    Ah, sì. Le prime cose che ho scritto hanno ben pochi pregi. Andando avanti si migliora, ma non posso dire, oggi, di essere mai soddisfatto di quanto scrivo. A parte poche eccezioni. Infatti l’idea per un romanzo ce l’avrei, e anche abbastanza dettagliata, però sento di dover prima imparare a gestire storie più brevi.

  8. Daniele Imperi
    15 agosto 2012 alle 19:32 Rispondi

    Salomon Xeno,

    Capisco, anche io mi sto dilungando sul romanzo che ho in mente proprio per i tuoi stessi motivi.

  9. Marco
    17 agosto 2012 alle 07:43 Rispondi

    L’insoddisfazione immagino sia inevitabile, ma è quella che spinge a migliorare, a lavorare ancora più duro. Si legge Cormac McCarthy e assale lo sconforto, però anche una sorta di tranquillità: perché si comprende che non dobbiamo essere come lui. Con i nostri limiti, dobbiamo essere noi stessi, cercando sempre di fare del nostro meglio.

  10. adriana
    18 agosto 2012 alle 16:58 Rispondi

    Condivido pienamente e – lo ammetto- è consolante il pensiero di non essere soli su questa strada dell’insoddisfazione.
    C’è un altro aspetto che mi sorprende nella scrittura e cioè che spesso a lasciarmi insoddisfatta sono proprio quei brani/racconti che mentre li scrivevo mi sentivo particolarmente ispirata e sui quali quindi procedevo senza dubbi, quasi con mani alate.
    Rileggendoli a distanza di tempo mi suonano antipatici.
    Migliori invece quei pezzi meditati, centellinati, odiati anche nel comporli.
    Insomma, scrivere è lavoro. Almeno per me.

  11. Dalailaps
    27 agosto 2012 alle 18:09 Rispondi

    Nel mio computer ci sono racconti mai pubblicati che, molto probabilmente, non vedranno mai questo grande etere in cui navighiamo. Anche per me la percentuale di racconti da detestare è piuttosto altina.
    Sono però perdutamente innamorata di due romanzi a cui sto lavorando da molto tempo, con pazienza e dedizione: è per la passione principale per quei due che trovo la forza di mandare a quel paese tutti i momenti di sconforto, soprattutto quando questi derivano da momenti di pessima scrittura.

  12. Daniele Imperi
    29 agosto 2012 alle 14:22 Rispondi

    Marco,

    Bella definizione, non dobbiamo essere lui ma noi stessi.

  13. Daniele Imperi
    29 agosto 2012 alle 14:23 Rispondi

    Dalailaps,

    Anche io ho materiale che mai pubblicherò. E sono affezionato a tutto ciò che ancora devo iniziare a scrivere.

  14. Daniele Imperi
    29 agosto 2012 alle 14:24 Rispondi

    adriana,

    Anche io ripudio le vecchie cose scritte. Ma anche più sofferte e revisionate.

  15. Il meglio di Penna Blu – Agosto 2012
    3 settembre 2012 alle 05:03 Rispondi

    […] Continua a leggere Insoddisfazione nella scrittura. […]

  16. Diego Di Dio
    12 settembre 2012 alle 19:44 Rispondi

    … e io invece voglio spostare l’interrogativo un po’ più in là. L’autocritica a seguito di un piazzamento importante. Fermo restando che la continua ricerca della perfezione e la costante volontà di trovare lacune, al fine di colmarle, rappresentano il volano per la nostra evoluzione, vi è mai capitato di “rivalutare” un racconto a seguito di una vittoria inaspettata? Esempio: inviate a un concorso un racconto di cui non siete così sicuri. Potreste migliorare tante di quelle cose se solo ne aveste il tempo, ma non lo avete. Quindi partecipate e, per esempio, vincete. A quel punto non succede che la vostra autocritica viene un po’ seppellita da una euforia momentanea? Non sentite quella vocina sibilante che dice “Ma sì, in fondo il racconto non era così male! Sei troppo duro con te stesso, guarda, hai pure vinto!”. Io lo confesso, mea culpa, una volta mi è successo. Con il racconto “I dodici apostoli”, selezionato dal Giallo Mondadori. Ero convinto che fosse un racconto poco credibile, zeppo di lacune, fondamentalmente non un granché. E invece, dopo la notiziona, lo ammetto: mi sono un po’ lasciato lusingare dal risultato, dicendomi “Ma sì, dai, alla fine è un bel racconto. Se lo ha scelto la Mondadori, significa che vale e che è scritto bene, e che, come al solito, sono troppo autocritico”.
    a voi è mai capitata una cosa del genere?

    • Daniele Imperi
      12 settembre 2012 alle 21:03 Rispondi

      A me è capitato con tre racconti selezionati: adesso per me quei racconti non valgono niente, e è passato poco tempo da quelle piccole vittorie.

  17. Nordlys
    27 ottobre 2014 alle 22:09 Rispondi

    Io ho notato che tendo ad esser più soddisfatta di quei racconti che scrivo a freddo, cioè senza ispirazione, ma con grande inpiego di tecnica. Non si tratta di argomenti che non mi piacciono, tutt’altro. Mentre quelli che scrivo seguendo l’ispirazione mi fanno schifo dopo qualche tempo.

    • Daniele Imperi
      28 ottobre 2014 alle 07:59 Rispondi

      Non credo di aver capito :)
      Ma forse diamo alla stessa cosa nomi diversi. Sono rimasto soddisfatto di pochi racconti e li ho scritti tutti seguendo uno schema preciso e dietro c’era un’idea forte.

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