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Insepulta femina

Un racconto horror

Strega

Quando Fulgenzio imboccò la stradina che portava al casolare, buttando a destra e sinistra gli occhi e sfregandosi le mani sui pantaloni dal nervosismo, il sole stava già calando oltre i monti della vallata. Non era stato facile accettare quell’incarico, ma la proposta di Augusto Milani l’aveva fatto riflettere. Un lavoro per tutta l’estate e, forse, la possibilità di qualche altro lavoretto prima della stagione delle olive.

Avevano parlato a lungo quel pomeriggio, davanti a un litro di rosso, e l’uomo aveva minimizzato le chiacchiere di paese, dicendo di non aver mai visto o sentito cose strane nella sua proprietà.

Alla fine Fulgenzio s’era lasciato convincere, anche se tutte le sue paure erano tornate a tormentarlo. Ma aveva bisogno di quel lavoro stagionale e per averlo, in fondo, si trattava solo di far la veglia a un morto e poi seppellirlo.

Anzi, a una morta.

 

Verginia Mosti era stata ritrovata senza vita, quella mattina, da un pastore entrato nel terreno per riprendere una pecora che s’era allontanata. Aveva visto la porta del casale aperta e s’era azzardato a dare un’occhiata da vicino, quando una cornacchia s’era levata in volo alle sue spalle, con strida e fracasso d’ali.

Il pastore era corso via. Sapeva cosa significava.

Mentre raggiungeva il paese si chiedeva come fosse morta la donna. Era giovane, ma non si poteva dire quale età avesse, e la sua fama era oggetto di speculazioni da parte della gente, anche se a nessuno era mai balzata in testa l’idea di dire qualcosa apertamente alla donna.

Perché solo a sentir pronunciare il suo nome qualcuno si faceva il segno della croce. Altri borbottavano preghiere o frasi che il prete avrebbe condannato, se le avesse udite.

Eppure quella donna tanto temibile adesso era morta.

Morta. Ma come? E, adesso che era divenuta una carcassa che marciva, si chiese di nuovo l’uomo, il suo nome avrebbe spaventato ancora qualcuno?

Compose nella sua mente quel nome. Una, due volte. Infine, mentre le prime case del paese spuntavano fra gli alberi, osò sussurrarlo.

Verginia Mosti.

La strega.

 

La casa era un muto testimone dell’antichità della zona. I muri in pietra e il tetto di tegole rossastre, ciuffi di erbaccia qui e là sulle pareti, le finestre chiuse come occhi di un cadavere.

La porta era ancora aperta, un buco nero dalle abissali profondità che a Fulgenzio piaceva sempre meno. Milani aveva detto che la donna era morta nel letto, probabilmente per un malore durante la notte, e là l’aveva lasciata, dopo la sua visita al casale nel primo pomeriggio. L’uomo doveva solo vegliarla e attendere l’arrivo di don Attilio e del cugino Decio, il mattino seguente, quando l’avrebbero sepolta.

No, a dire il vero nessuno avrebbe seppellito quella donna, Augusto Milani era stato chiaro. Non credeva alle storielle del paese, ma nessuno avrebbe accettato quel feretro nel cimitero comunale. Per quelli come Verginia Mosti, persone chiacchierate, c’era una condizione ben precisa, stabilita da secoli e tramandata di bocca in bocca fino a oggi. Le streghe, i mazzamurelli, i lupi mannari, le spose nere, i compari del diavolo e altre creature subumane nate nell’immaginario popolare andavano lasciati nel bosco, avvolti in un lenzuolo bianco, il colore dell’innocenza che avrebbe forse lavato via il male.

Fulgenzio avrebbe dovuto trasportare il corpo nel bosco assieme a Decio. La natura avrebbe fatto il resto.

Osservò la casa e si chiese se non fosse meglio attendere gli altri là fuori, ma stava facendo buio e forse sarebbe stato più al sicuro dentro. Con la mano spalancò la porta, che cigolò nell’oscurità della stanza. Tirò fuori di tasca i fiammiferi e ne accese uno, poi, titubante, entrò.

Sul tavolo della cucina c’era un lume. Fulgenzio vi si diresse e l’accese. Quando l’ambiente fu rischiarato vide la scala che portava di sopra, nella camera da letto.

Dove giaceva Verginia.

La bella Verginia, che aveva amato nel silenzio, desiderato nel buio della notte, spiato come un maniaco all’insaputa di tutti. L’aveva vista spesso quando s’era recata nel bosco e aveva fatto cose che era meglio non raccontare. Aveva visto il cerchio tracciato in terra e i resti bruciati di ossa di chissà quale animale. Ma Milani non sapeva niente di tutto questo e Fulgenzio s’era ben guardato dal dirglielo.

La bella Verginia, intoccabile da viva.

Non sarebbe salito, decise. Milani non l’avrebbe saputo e poi non gli aveva detto di vegliare la donna standole accanto, anche se quella era la prassi.

Un rumore, uno scricchiolio delle assi sopra di lui.

Il lamento delle vecchie case, diceva sempre suo nonno. Una casa vecchia è una cosa viva. E lui, da bambino, aveva avuto paura di quella rivelazione.

Da grande invece…

Scostò una sedia e sedette. Sul tavolo gli avanzi della cena gli ricordarono che non aveva mangiato. Si guardò attorno e in una cesta vide mezza pagnotta. Fu tentato di prenderla, ma non ne ebbe il coraggio.

Una porta sbatté al piano di sopra.

Fulgenzio si alzò dalla sedia quasi cadendo. C’erano finestre aperte? Quelle che davano sul fronte del casolare erano chiuse, lo ricordava.

Tese le orecchie, mentre un gelido liquido gli corse giù lungo tutta la schiena. Che ora poteva essere? Presto, troppo presto, pensò.

Fulgenzio.

Un bisbiglio nel silenzio della stanza. Era forse il vento? Non aveva chiuso la porta, si accorse. Eppure gli era sembrato di aver sentito il suo nome. Poteva giurare che fosse una voce, un sussurro proveniente dal piano superiore.

I morti non parlano, si disse per tranquillizzarsi.

Una sedia che si spostava, su, nella camera da letto dove nulla di vivo riposava.

Il lume si spense.

Urlando e facendo cadere una sedia, Fulgenzio si precipitò fuori e chiuse la porta dietro di sé. Poco più avanti si appoggiò al tronco di un leccio e restò così, guardando la casa come se da un momento all’altro potesse uscire il cadavere tornato in vita di Verginia Mosti.

 

Non ricordò d’essersi addormentato. Si svegliò e si ritrovò sull’erba davanti all’albero. Era già l’alba. Si alzò e sbadigliò. Il vuoto allo stomaco si fece sentire.

Passi, dietro di lui.

Un’ombra nera si stava avvicinando, contro il sole. Fulgenzio restò a bocca aperta e, qualche attimo dopo, don Attilio lo scosse chiamandolo per la terza volta. L’uomo tornò in sé e si scusò col prete, poi vide anche Decio e lo salutò.

«Qual è la conditio?», s’informò don Attilio nella frase di rito.

«Insepulta femina», fu la risposta.

Il prete annuì, segnandosi. «È di sopra?», chiese.

Fulgenzio rispose «Sì».

«La benedictio non avrà luogo», disse don Attilio. «Andate a prendere il corpo».

I due uomini entrarono in casa e salirono al piano di sopra. C’era odore di chiuso e anche di qualcos’altro che non seppero definire.

«L’hai vista?», gli chiese Decio.

«No, stavo di sotto».

La stanza era chiusa e Fulgenzio ricordò la porta che aveva sbattuto la notte prima. Si decise ad aprire la camera. C’era una sola finestra, chiusa anch’essa. Dunque, come aveva potuto sbattere la porta? Preferì non trovare una risposta ed entrò.

Verginia Mosti era sul suo letto, bella da viva come da morta, le palpebre abbassate, i capelli scuri sciolti sulle spalle. Addosso aveva solo una camicia da notte e le braccia erano lungo i fianchi. Fulgenzio avrebbe voluto baciarla, stendersi accanto a quel corpo ormai freddo, riscaldarlo, amarlo nel silenzio della casa.

Allontanò quei pensieri dalla sua mente. «Io non la tocco», disse.

«Neanch’io», aggiunse il cugino.

«Dobbiamo usare un lenzuolo bianco».

«Le lenzuola del letto».

«Io vado dall’altra parte».

Sfilarono i bordi del lenzuolo da sotto il materasso e poi vi avvolsero le spoglie della donna.

«Prendo una coperta per trasportarla», disse Fulgenzio, e rovistò in un armadio. Trovò una vecchia coperta militare e la stese in terra. «Mettiamocela sopra».

Sollevarono il corpo dal letto, lo portarono di sotto e uscirono fuori. Don Attilio si segnò non appena vide il sudario.

Carne maligna che se ne va.

«Portatela via», disse.

Si incamminarono verso il bosco, uscendo dalla proprietà e inoltrandosi fra la vegetazione, oltre la sterrata che portava al casolare. Seguirono un sentiero e infine l’abbandonarono. «Di qua», disse Fulgenzio, infilandosi fra grossi cespugli di ginestre.

«Dove la lasciamo?», chiese Decio.

«Nella macchia», rispose l’altro.

 

Quella che chiamavano macchia era un intrico di lecci, lentischi, ginestre, corbezzoli e alberi di Giuda, un ammasso di verde in cui era impossibile camminare, con vipere e serpi che si nascondevano nell’ombra. I due cugini si inoltrarono fra gli arbusti, nel frastuono di cicale e passeri, finché la macchia non fu pressoché inaccessibile.

«Non possiamo continuare», disse Fulgenzio. «Lasciamola qua».

Abbandonarono il feretro sull’erba e tornarono indietro. Le cicale si zittirono. I cinguettii si smorzarono d’un tratto e un silenzio sinistro scese sulla campagna. I due uomini si affrettarono a uscire dal bosco, mentre le foglie si muovevano sui rami come scosse da un vento che però non soffiava.

Nell’aria immota di quel mattino estivo Fulgenzio ripensò alle chiacchiere di paese e a quello che aveva visto e accelerò il passo, Decio che faticava a stargli dietro.

Un cespuglio accanto a loro fu scosso violentemente.

Gli uomini si bloccarono. «Forse è un cinghiale», disse Decio.

Fulgenzio non rispose e riprese a camminare. Intorno solo il rumore dei loro passi sull’erba secca. E qualcos’altro, pensò l’uomo.

Una presenza.

Si voltò, ma vide solo Decio, che gli lanciò uno sguardo interrogativo.

Ripresero il sentiero e giunsero nei pressi del casale. Don Attilio li attendeva là dove l’avevano lasciato. Annuì in una domanda inespressa e Fulgenzio rispose con un altro cenno del capo.

Mentre il sole saliva nel cielo e il caldo aumentava, i tre uomini lasciarono la proprietà diretti al paese.

Nessuno sentì il cigolio di una porta al piano di sopra.

 

Quella notte Fulgenzio non riuscì a dormire. Ripensava al corpo di Verginia, la sua Verginia, abbandonato nel bosco, alla mercé di cani randagi e donnole. Un corpo che veniva smembrato e fatto a pezzi, che diventava cibo. No, non poteva sopportare che la donna che aveva amato in vita subisse un simile scempio.

Si alzò e si vestì al buio. Prese un lume e uscì di casa, diretto al bosco.

Nessuno lo vide scomparire oltre le ultime case del paese. Nessuno vide l’ombra che lo seguiva, strisciando sulla strada sterrata come un serpente fluido che si confondeva con le tenebre.

 

Verginia era ancora là, avvolta nel lenzuolo e nella coperta. Fulgenzio si accovacciò e scostò la stoffa, scoprì il cadavere. Un lezzo di carne non più viva gli arrivò alle narici, ma non ci badò. Accarezzò quei capelli lunghi che aveva sempre desiderato toccare. Poi le mani scivolarono sulla guancia e infine sul collo. Non osò andare oltre. Si abbassò di più e baciò le labbra fredde.

Gli occhi della morta si aprirono, ma Fulgenzio non se ne accorse, intento a inebriarsi del sapore della donna che amava ancora. Nuvole si addensarono e il cielo si rabbuiò ancor di più.

Quando Fulgenzio si staccò, la bocca di Verginia sorrideva.

L’uomo urlò.

Il vento prese a soffiare e caddero le prime gocce di una pioggia estiva.

 

Il paese era in agitazione. Da una settimana nessuno aveva più visto Fulgenzio. Persino Decio, con cui passava gran parte del tempo, non sapeva nulla. Da casa era uscito, ma non era tornato. Una squadra di volontari aveva setacciato i boschi intorno e aveva ritrovato un lume accanto a una coperta e a un lenzuolo. A quella notizia don Attilio era sbiancato.

Che aveva fatto quell’imbecille?

Corse alla casa di Verginia, quella sera, quando il sole andava a nascondersi dietro le colline e la campagna diventava più scura. Giunto in prossimità del casolare si fermò.

Una luce era accesa. Su, nella camera.

La porta era socchiusa.

Oltre, solo buio.

 

Fulgenzio.

La voce arrivò dal nulla, dentro di lui. Non era più carne e anima, ma qualcosa di diverso.

Trasmigrazione, gli disse la voce. Sei passato dall’altra parte. Sei mio, ora. Il mio servitore.

Sono tuo, rispose Fulgenzio, e sorrise. Finalmente.

 

Don Attilio era fermo davanti alla porta, nera bocca spalancata verso gli abissi del male. Si segnò, strinse il crocefisso che portava appeso al collo ed entrò.

Un soffio di vento sul suo viso, improvviso nella notte immota. Un odore che non riuscì a definire, in mezzo a quello dei resti di un pasto che andava marcendo.

«Dove sei?», chiese con un’autorità che non credeva di possedere.

Una risata sguaiata davanti a lui, nell’oscurità della stanza. Don Attilio protese la mano col crocefisso e avanzò.

Una porta sbatté al piano di sopra.

«Che ne hai fatto di quell’uomo?», chiese.

Fruscii, sospiri nel silenzio della casa.

La porta si chiuse, legno contro legno.

«In nomine patris», cominciò il prete, ma non terminò la frase.

Qualcosa turbinò nella stanza e sedie e tavolo ruotarono in aria colpendolo. Don Attilio finì a terra urlando.

Vattene!

La voce, rauca, lo raggiunse nella mente. Si rialzò a fatica e a tentoni cercò la parete. La porta del casale si spalancò nella notte. Si diresse verso quel buio chiarore, zoppicando. Mani l’afferrarono per le spalle e lo trascinarono fuori. Cadde. Si voltò verso la casa e inorridì a ciò che vide sull’uscio.

Verginia Mosti lo fissò con un’espressione di scherno sul volto pallido, poi scoppiò in una risata volgare e chiuse la porta sbattendola.

Don Attilio si rialzò. Aveva perso quella battaglia. Si allontanò dalla casa e svanì presto fra le ombre della campagna.

Non s’accorse di un’ombra più nera delle altre che come un fiume etereo lo seguì fino in paese, insinuandosi fra gli interstizi della chiesa dove il male non avrebbe dovuto entrare.

8 Commenti

  1. Michela
    14 ottobre 2012 alle 11:02 Rispondi

    Proprio bello :)

  2. Romina Tamerici
    14 ottobre 2012 alle 14:57 Rispondi

    Questo succede a non dar retta a una donna. Non seppellirla solo perché considerata una strega probabilmente l’ha fatta arrabbiare! Bel racconto. L’ho letto tutto d’un fiato!

    • Daniele Imperi
      14 ottobre 2012 alle 18:34 Rispondi

      Grazie anche a te, a me però non è che abbia convinto molto :P

  3. Michela
    14 ottobre 2012 alle 19:00 Rispondi

    Come mai non ti ha convinto? Anche io, come Romina, l’ho letto tutto d’un fiato.

    • Daniele Imperi
      14 ottobre 2012 alle 19:14 Rispondi

      Non so… il finale più che altro, forse troppo sbrigativo.

  4. Lucia Donati
    15 ottobre 2012 alle 14:44 Rispondi

    C’è qualcosa in questo racconto che me ne ricorda uno mio, che tu non hai mai letto e che fa parte di una raccolta di racconti pubblicata lo scorso anno: nel punto in cui lui si stende vicino alla morta e vorrebbe accarezzarla eccetera, oltre a questo, i suoi pensieri assomigliano molto a quelli della mia protagonista (vestiva cadaveri come lavoro). A me il tuo finale pare buono e il racconto in generale mi è piaciuto. (Piccola nota sui “mazzamurelli” che dalle mie parti si chiamano “mazzamurei” e credo sino la stessa cosa).

  5. Daniele Imperi
    15 ottobre 2012 alle 14:47 Rispondi

    Grazie :)
    I mazzamurelli hanno nomi diversi secondo le località.

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