Scrivere è comunicare

Il blog per scrittori, blogger e copywriter

Le inibizioni nella scrittura creativa

Lo scrittore e i suoi blocchi mentali

Blocchi mentali

Success in writing creatively depends greatly on your ability to remove inhibition and “open up your creative self”. Duane Kind

Chi scrive storie non può avere inibizioni. Uno scrittore è una persona creativa, e la creatività non funziona con i freni, con i veti, non ama il proibizionismo. Tutto questo uccide la creatività dello scrittore, tutto questo nuoce alle storie che scrive.

Lʼinibizione è inconscia, quindi non esiste. Esiste perché siamo noi a darle forma, a giustificarne la presenza. Anzi, abbiamo creato noi le nostre inibizioni, ponendo ostacoli e impedimenti alla nostra creatività.

Quando ho letto la trilogia del Drive-in di Lansdale, ho visto la creatività dellʼautore in tutta la sua forza. Quelle storie sono un esempio chiaro di come uno scrittore abbia calpestato le sue inibizioni, abbia eliminato dalla scrittura ogni blocco mentale – se mai Lansdale abbia avuto inibizioni e blocchi mentali, ma sospetto di no.

Alcune delle seguenti inibizioni si sono affacciate nella mia scrittura, ma col tempo sono andate scemando fino a scomparire del tutto. Quello che dico spesso è che un autore, se vuole migliorare, deve puntare a un sano menefreghismo. Quando scrive, almeno.

La timidezza dello scrittore alle prime armi

Molti lettori mi hanno scritto in privato esponendomi questo problema, che era anche il mio e magari è stato anche vostro. La vergogna di far leggere i propri scritti, le proprie storie.

È naturale che ci sia questa timidezza allʼinizio, forse perché vediamo lo scrittore come qualcuno di così diverso dagli altri – e forse lo è davvero, in fondo stiamo inventando storie, e a pensarci bene questo è proprio strano.

Essere timidi, però, ci porta a rinunciare al nostro sogno di diventare scrittori, di pubblicare i nostri racconti e romanzi. Certo, una soluzione potrebbe essere usare un nome dʼarte, ma davvero bisogna arrivare a questo?

Non so come si possa vincere questa timidezza. Io lʼho vinta così: pubblicando i miei racconti in un forum, nessuno mi stava guardando in quel momento. Quindi di cosa dovevo vergognarmi?

Lo spettro del “politicamente corretto”

Togliere le sigarette a Tex Willer, perché fumare non è educativo. Avevo sentito qualcosa a riguardo tanti anni fa. Che fumare non sia educativo siamo dʼaccordo, ma «Tex» è un fumetto storico e nel Far West si fumava e pure tanto.

Se dobbiamo togliere le sigarette a Tex, allora togliamogli pure le pistole: neanche ammazzare gente è educativo. Che fumetto diventerebbe «Tex» senza fumo e pistole?

Essere politicamente corretti limita qualsiasi creatività in ogni forma dʼarte, quindi anche nella scrittura. Nella narrativa.

Ricordate la casa editrice che voleva purgare il Tom Sawyer e lʼHuckleberry Finn di Mark Twain? Censurare quei romanzi perché contengono il termine offensivo “negro”, fregandosene del contesto storico in cui si svolgono le vicende e del periodo storico in cui quei romanzi sono stati scritti.

I termini offensivi, di qualsiasi genere, esistono, quindi vanno usati. Questo non significa offendere volutamente qualcuno o qualche categoria, ma rendere la scrittura e la storia realistiche.

E poi parliamoci chiaro: a me sembra – anzi è così – che più tempo passa e meno libertà di espressione ci sia. Rimpiango gli anni ʼ70 e ʼ80.

Le regole inesistenti della narrativa

Non so se riesco a spiegarmi bene, ora. È una sorta di blocco mentale che ho avuto io per parecchio tempo. Forse dipendeva dalle scarse letture o dal poco esercizio di scrittura o da entrambe le cose.

Potrei definire questʼinibizione come la paura di sbagliare o, meglio, la paura di creare qualcosa di non corretto, anzi di inconsueto. Per esempio dare a una storia una struttura finora non vista.

In quei momenti ripensavo agli autori letti e mi dicevo: “Non ho visto qualcosa del genere, quindi forse non si usa in narrativa fare così”. Pensavo cioè a delle inesistenti regole nella narrativa, regole che ci sono, ma limitate solo alla comprensibilità della storia.

Adesso sono convinto che sia un blocco derivante dalla scarsa esperienza nella scrittura, blocco che si è affacciato qualche volta anche nel blogging, ma prontamente ucciso.

La convinzione di non essere allʼaltezza

O il senso di inadeguatezza. Anche in questo caso qualche lettore mi ha scritto raccontandomi di questo problema: lʼamore per la scrittura, ma la paura di non riuscire, di non essere allʼaltezza come scrittore.

Chi decide se una persona è o meno allʼaltezza di fare lo scrittore?

Nessuno, anzi lo decidono in tanti: i lettori.

Sono i lettori che decidono da sempre se chi scrive può continuare a scrivere o no. Intanto scriviamo, pubblichiamo le nostre storie e il resto si vedrà. Questo non vuol dire che al primo insuccesso bisogna arrendersi, perché anche i grandi nomi hanno fallito qualche volta e perfino al loro primo tentativo.

Il successo altrui

Secondo me il successo degli altri scrittori non deve né stimolarci né abbatterci. Devʼessere preso soltanto come uno dei possibili risultati che si ottengono facendo qualcosa. Adesso però parliamo del successo altrui come inibizione per lo scrittore.

Che intendo? Semplice: se Pinco Pallino ha avuto successo pubblicando romanzi, come potrò ottenerlo anche io?

Risposta: Pinco Pallino ha ottenuto successo in base a una serie di caratteristiche sue e delle sue opere, che sono totalmente diverse da quelle mie e vostre.

Il successo non è prerogativa degli eletti, come non è qualcosa che tutti possono ottenere.

Il successo è soltanto una tipologia di risultati.

Gli schemi fissi

Questo tipo di blocco mentale dello scrittore è simile alle regole inesistenti della narrativa, ma in questo caso sono regole, se vogliamo chiamarle così, proprie dello scrittore. Regole che abbiamo creato da noi.

I miei primi racconti – che non avete letto e non leggerete – erano tutti uguali, a ripensarci adesso dopo oltre 20 anni. A quel tempo avevo letto poco e stavo iniziando a scrivere storie. Non so spiegare bene perché ora mi sembrino tutti uguali: erano storie diverse, con diversi personaggi, ma nel complesso si leggeva lo stesso messaggio, si esplorava lo stesso mistero, si sentiva la stessa atmosfera.

Gli ultimi racconti che ho scritto, invece, non mi danno questa impressione. Gli schemi fissi, quindi, possono essere identificati con una stessa tipologia di storie, come se lʼautore fosse affezionato a quel genere narrativo e a quel preciso tipo di storia.

Questo schema fisso porta a non cimentarsi in altre storie e in altri generi e quindi, secondo me, anche a un appiattimento nella scrittura.

Con le inibizioni nella scrittura creativa ho finito. Queste, almeno, sono quelle che sono riuscito a individuare. Ve ne viene in mente qualcunʼaltra? Qualcuna di quelle lette vi appartiene?

Su, non abbiate inibizioni :D

35 Commenti

  1. Silvia
    8 febbraio 2016 alle 07:38 Rispondi

    Quelle che indichi tu, più o meno, le ho avute tutte e in gran parte superate. In più aggiungerei il timore che qualcuno, a cui effettivamente mi sono ispirata, possa riconoscersi e infastidirsi, anche se le persone reali per me sono solo basi su cui poi creare altro.
    Allo stesso modo, il timore che qualcuno possa identificare la protagonista con me.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 12:17 Rispondi

      Quelle 2 paure sono fondate, è vero, ma dipende sempre da quanto è forte l’ispirazione.
      Comunque penso che in ogni romanzo ci sia un pezzo dell’autore.

  2. Tenar
    8 febbraio 2016 alle 09:12 Rispondi

    In generale penso che si debbano superare le proprie inibizioni, ma senza snaturarsi. Ad esempio io non amo il linguaggio volgare, non ne faccio uso. Se un mio personaggio in una battuta deve, ok, ma non potrei mai scrivere una prosa infarcita di parolacce, non sarebbe mia. Ciò che scriviamo deve rispecchiare il nostro modo di sentire, senza sciocche barriere autoimposte, ma anche senza forzature. Immagino che non avrebbe avuto senso per Jane Austen sforzarsi a scrivere una storia violenta e gotica, lei non era Mary Shelly, che, del resto, probabilmente si sarebbe sentita soffocare nel descrivere gli ambienti medio borghesi di provincia della famiglia Bennet.
    Quindi sì andare oltre le nostre barriere mentali, ma senza arrivare a stravolgere il proprio sentire.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 12:19 Rispondi

      Sì, hai ragione, un conto è vincerle e un altro è trasformarti in ciò che non sei. Il discorso sul linguaggio volgare vale anche per me, non lo uso, se non raramente perché necessario in un dialogo. Nella narrazione mi dà fastidio.

  3. Grilloz
    8 febbraio 2016 alle 09:34 Rispondi

    Spunti molto validi, l’inibizione è uno dei rischi più grandi che si corrono, anche perchè è spesso difficile da superare, proprio perchè inconscia, potremmo non accorgercene neanche. Potrebbe quasi essere un meccanismo automatico.
    Un altro tipo di inibizione, che però colpisce chi è più avanti è di non rischiare e riproporre quel che ha già funzionato (è uno dei motivi per cui i sequel sono spesso peggiori dei film originari, ma vale anche per i libri). Accompagnato dalla paura di sbagliare (il secondo album è sempre il più difficile, cantava Caparezza).
    Ne parla questo interessante articolo di qualche mese fa
    http://www.ilpost.it/robertogagnor/2015/09/19/inside-out-e-la-vittoriosa-sconfitta/

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 12:23 Rispondi

      Anche queste 2 paure sono valide. Non conoscevo il post, me lo leggerò a breve.

  4. Salvatore
    8 febbraio 2016 alle 09:45 Rispondi

    Le regole inesistenti della narrativa è un bell’argomento. Un blocco che ho avuto anch’io e confermo il tuo sospetto: un misto di inesperienza e di referenza verso i canoni. Tuttavia non esiste un canone e mostrare al mondo un modo diverso di fare le cose, purché siano fatte bene e con consapevolezza, è sempre una buona cosa. Una volta che conosci bene la grammatica, che hai accumulato sufficienti letture e hai maturato un’idea tua della scrittura e del mondo puoi fare semplicemente quello che ti pare. Quello che ritieni giusto.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 12:23 Rispondi

      Ecco, allora non è capitato solo a me :)
      Dobbiamo seguire solo i canoni nostri.

  5. Alessandro C.
    8 febbraio 2016 alle 10:16 Rispondi

    La routine ammazza la creatività. Molti autori hanno cercato di liberare i freni inibitori con droga o alcool, ma la prima costa troppo e il secondo mi fa venire sonno.

    Scherzi a parte, a volte leggo blog pedantissimi di alcuni “scrittori” e mi chiedo come possano persone così noiose liberare la propria creatività in un romanzo.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 12:25 Rispondi

      Non avevo pensato a fare questo confronto “blog dello scrittore/romanzi che scrive”, però hai ragione. Allora è un bene che ci siano quei blog, così fai subito una cernita :D

  6. Luciano Dal Pont
    8 febbraio 2016 alle 10:38 Rispondi

    Mah… io sono forse il meno adatto a commentare questo articolo, per il semplice fatto che non ho mai avuto nessuna delle inibizioni di cui si parla, né altre di altro tipo. Ne parlai già in un mio commento all’articolo di qualche tempo fa sulle paure dello scrittore, forse io sono così fuori dagli schemi, cosi pazzo da essere sempre passato sopra allegramente a tutte quelle remore psicologiche che in certi casi possono frenare la creatività di autori potenzialmente molto talentuosi. Non dico di non averle mai provate in assoluto, ma le ho sempre demolite sul nascere a suon di totale menefreghismo e di una dose di autostima così elevata da sconfinare spesso nel narcisismo ;-)
    No, davvero, non lo dico per tirarmela, ma è proprio così, non so che farci, credo sia proprio la mia conformazione mentale a impedirmi di avere paure e timori di qualsivoglia tipo.
    Da quando, anni fa, mi sono messo in testa di volermi affermare come scrittore, sono sempre andato avanti per la mia strada demolendo ostacoli su ostacoli e gridando ai quattro venti queste mie ambizioni senza mai vergognarmene, anzi, essendo io a guardare con aria di commiserazione e di scherno tutti quelli che reagivano in maniera in qualche modo negativa o incredula alle mie esternazioni, e per questo mi sono anche attirato qualche antipatia, ma va benissimo così.
    Ora sto completando il mio secondo romanzo, un horror con risvolti erotici talmente oscuri e perversi da andare ben oltre qualsiasi ipotesi di inibizione nella scrittura, come anche, del resto, per quanto riguarda i contenuti più strettamente horror.
    Insomma, nessuna timidezza, nessun tabù, nessun freno, nessuna regola scritta o non scritta, nemmeno per quanto riguarda la costruzione del romanzo, che non è suddiviso nei soliti capitoli ma è invece caratterizzato da una struttura diversa e del tutto particolare.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 12:27 Rispondi

      Beh, non è detto che ogni scrittore debba aver avuto delle inibizioni, quindi è normale anche non averle avute mai.

  7. Chiara
    8 febbraio 2016 alle 12:28 Rispondi

    Fra queste inibizioni mi riguardano le regole inesistenti (il “si potrà fare così?” ha rovinato tanti capitoli geniali) e la timidezza da esordiente. Ci sto lavorando. Le altre sono già sparite, o forse non ci sono mai state, per lo meno non abbastanza da diventare croniche.
    Aggiungerei la paura di non avere abbastanza tempo: può sembrare paradossale, ma più alimentiamo tale convinzione e meno tempo avremo. :)

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 12:40 Rispondi

      La paura del tempo credo sia comune a tutti, quindi non conta :D

  8. Matteo Rosati
    8 febbraio 2016 alle 14:20 Rispondi

    Io sono dell’idea che se le regole esistono un motivo ci sia e che prima di rinciarvi o stravolgerle sia utile capire perchè sono state introdotte; la mia inibizione è infatti proprio la paura di scrivere ignorando le regole e i trucchetti narrativi già escogitati dai grandi scrittori.
    Però in genere ho sempre più voglia di scrivere che paura di sbagliare e così scrivo e spesso sbaglio (ora, forse, meno che all’inizio); poi mi accorgo che ho sbagliato e sono costretto a scoprie la regola che ignoravo: ma a questo punto la regola l’ho scoperta di persona; ho capito cioè il suo senso e quindi sono libero anche di rinunciarvi o di stravolgerla, se ritengo saggio farlo.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 14:29 Rispondi

      Gli scrittori non hanno introdotto regole, e i trucchetti, come li chiami, sono solo espedienti serviti a loro.

    • Chiara
      8 febbraio 2016 alle 15:00 Rispondi

      Nessuna regola è inviolabile in letteratura, persino la grammatica a volte viene stravolta. Certo c’è una bella differenza fra non conoscerle e stravolgerle consapevolmente, per raggiungere un determinato scopo. Un bravo scrittore può farlo. E il lettore si accorge quando agisce per ignoranza o per scelta :)

  9. alessandro
    8 febbraio 2016 alle 15:40 Rispondi

    Bell’articolo e molto interessante. Mi riguarda molto da vicino. Io non ho ancora pubblicato nulla, ho appena iniziato a scrivere un la mia prima opera che forse un giorno potrebbe vedere la luce, anche se è improbabile, ma mi sento molto insicuro. Non ne ho ancora mai parlato a nessuno, ne ai miei “amici”, ne a quelli veri, e nemmeno ai miei famigliari. Non ho semplicemente paura di quello che pensano e delle critiche che so che da parte di alcuni sarebbero molto forti a prescindere dalla qualità, ma anche del fatto che quello che sto facendo potrebbe sembrare inutile o stupido (inutile nel mio caso potrebbe anche esserlo, stupido no di certo). Sinceramente il pensiero di far leggere questo a qualcuno mi fa tremare, senza contare i pochi a cui potrebbe interessare, e i molti che sparlerebbero. E avrei un campione davvero scarso di gente che legge, perché di quelli che conosco interessa a molti pochi leggere. A me mi stressa rivelare le mie considerazioni intellettuali o filosofiche, o le mie creazioni creative agli altri. Forse se mi deciderò ad aprire un blog (sfruttando i tuoi suggerimenti perché sarà la prima volta) sarà probabilmente la prima volta che qualcuno mi leggerà, e reggerò perché la gente non mi conosce. Mi riconosco anche in altre inibizioni. non vorrei mai scrivere qualcosa di stupido. E ho paura del politically correct perché, oltre a rappresentare la sessualità, per le naturale esigenze della mia storia fanta(sy)scientifica metterei in dubbio praticamente tutte le religioni (sono religioso anch’io, ma non certo per questo rinuncerei a una storia mia o di qualsiasi altro autore) e sicuramente mi perderei dei lettori e avrei delle associazioni contro, e potrei essere boicottato fin dalla fase editoriale. comunque, ho un paio di curiosità: ho letto gli articoli collegati a questo, e , premettendo che è una vergogna, vorrei sapere se hanno davvero censurato Mark Twain e magari anche altri romanzi. E purtroppo è vero che a volte le istituzioni non usano varianti femminili di nomi maschili, però non si può inventare parole nuove se il nome femminile (o maschile) semplicemente non esiste. penso che presidentessa e forse anche sindaca si possano usare, ma presidenta o dottore non si possano sentire. a volte si creano parole perché la versione femminile esiste, ma è troppo “lunga” (direttrice esiste, ma a volte usano “direttora”). scusa la lunghezza del commento ma se dovessi dire tutto non finirei più. devo migliorare la sintetizzazione dei miei testi.
    P.S.
    Il mio correttore automatico mi segna alcuni di questi femminili “corretti” come errori, quindi spero significhi che “nessun deficiente o nessuna deficienta” li abbia inseriti nel vocabolario italiano.

    • Daniele Imperi
      8 febbraio 2016 alle 15:49 Rispondi

      Grazie.
      Il “problema” è che quando scrivi una storia c’è comunque una parte di te dentro, anzi c’è molto di te, anche se sono situazioni che non ti riguardano. Quindi è normale essere timidi in questo senso.
      Per quanto riguarda la stupidità, non capisco che intendi: perché dovresti scrivere qualcosa di stupido o perché gli altri dovrebbero giudicarlo stupido?
      In Italia ormai c’è il vizio di polemizzare su tutto, quindi non mi starei a preoccupare.
      Sulle parole femminili: presidente è un participio presente, quindi non è né maschile né femminile. Chi dice “presidenta” è solo ignorante. Idem per “sindaca”, che proprio non si può sentire.
      Direttora è ridicolo, esiste direttrice.

      • alessandro coppedè
        8 febbraio 2016 alle 22:12 Rispondi

        Intendo non che io pensi che sia stupido, ma che molti di quelli che mi stanno vicino trovano la lettura (e di riflesso presumo anche la scrittura) come una cosa, se non stupida e noiosissima, da asociali o da “strani”. devo ammettere che a volte sono davvero queste cose (ma purtroppo uno dei miei difetti è che ho una certa tendenza a fare la vittima). comunque devo farti i complimenti per questo blog. io, totalmente alle prime armi, ero uno di quelli convinti che ti veniva l’ispirazione, ti mettevi al computer, scrivevi per settimane o mesi e poi avevi il romanzo. JUST WRITE! senza di te penso che non avrei neanche iniziato a costruire il mio mondo.

        • Daniele Imperi
          9 febbraio 2016 alle 08:48 Rispondi

          Il “just write” non l’ho mai concepito, fa molto scrittore da film americano :)

  10. giuseppina
    8 febbraio 2016 alle 18:07 Rispondi

    io sono molto timida dalla nascita, prima non riuscivo neanche a parlare. La mia maestra mi aiutò. Secondo me la timidezza non ti blocca si può vincere e la paura è arte un invenzione che la persona stessa vuole creare per non partecipare.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2016 alle 08:44 Rispondi

      Certo, la timidezza si può vincere, nella scrittura è ancora più facile.

  11. Riccardo
    8 febbraio 2016 alle 22:51 Rispondi

    Io ho una specie di problema che non riesco proprio a superare…
    Ho creato due trame che mi piacciono molto… la prima l’ho sviluppata ma non è finita. Sono arrivato ancora a pg 156 circa, e mi sono totalmente bloccato perché, rileggendo pezzi dell’inizio, ho voluto modificarla senza alcun successo, dato che non l’ho fatto. Ora è da circa 4 mesi che non scrivo più quella storia e anche se volessi mettermi, non appena metto mano sulla tastiera, mi blocco.
    La seconda l’ho creata poco tempo fa, ho scritto solo i fatti più importanti e la trama per sommi capi… ma ad applicarla niente.
    Mentre quando devo scrivere qualcosa per qualcuno la scrivo con piacere e senza blocchi… sicuramente è una cosa mentale, ma non so come abbatterla. Non so se sia la paura che non mi piaccia ciò che scrivo o altro…
    La cosa frustrante è che io voglio scrivere ma non ci riesco! :(

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2016 alle 08:45 Rispondi

      Non hai finito la trama o la storia?
      Che cosa scrivi per qualcuno? Sempre narrativa?

      • Riccardo
        10 febbraio 2016 alle 20:21 Rispondi

        Non ho finito la storia dato che mi sono fermato, mentre l’altra è solo una trama…
        Sì, sempre narrativa :)

  12. Seme Nero
    9 febbraio 2016 alle 07:55 Rispondi

    “Ma te ti chiami proprio Nero Nero?”
    “No, è il cognome. Di nome faccio Franco”
    (Scuola di ladri)

    Solo pochi intimi mi chiamano Paolo, e anche se sembra strano, mi piace che la gente (sul web) mi chiami Seme, come fosse il mio vero nome XD
    Il nickname mi ha aiutato moltissimo all’inizio, anche solo per commentare blog altrui! Ero molto suscettibile ai giudizi. Ho usato una terapia d’urto buttandomi nella mischia con lo scudo dell’anonimato. Il signor Cassano ne sa qualcosa, Seme Nero ha esordito nel suo concorso ;)
    Bisogna scrivere quello che si vuole, l’istinto si allena, matura e poi ci guida. La pratica lima le imperfezioni. Alcuni limiti li dobbiamo superare per capire che erano utili.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2016 alle 08:47 Rispondi

      Anche io sono suscettibile ai giudizi e uso la terapia d’urto contro gli altri :D
      Sì, forse qualche limite è utile, non saprei. Non ci ho mai pensato alla loro utilità.

  13. monia74
    9 febbraio 2016 alle 08:50 Rispondi

    Credo moltissimo in quello che dici. Abbattere i tabù e poter parlare di tutto, con tutte le sfumature di termini possibili, senza sensi di colpa. Se uno si sente più libero con lo pseudonimo, ben venga. E’ comunque una questione interiore. E ne so qualcosa, io che scrivo senza veli. Però mi è capitato, dopo essermi sbloccata, di rileggere e di rimettere qualche copertura. Perchè un conto è sapere di essere in grado di essere volgari o espliciti o splatter, altro conto è capire che tipo di autore si vuole essere, che tipo di emozioni si vuole trasmettere nel lettore. Tutto questo mi dà un senso di libertà e di consapevolezza che prima di osare non avevo.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2016 alle 11:30 Rispondi

      Hai ragione, devi anche capire che tipo di autore essere. Un linguaggio troppo spinto, colorito, ti dà un’immagine di te che magari non riflette la persona che sei.

  14. ChiaraM
    9 febbraio 2016 alle 09:57 Rispondi

    Ho dato la prima stesura del mio “romanzo” alla mia prima beta reader la settimana scorsa. Alcune scene e situazioni sono ispirate a episodi realmente accaduti, che nella storia si incastrano così bene da rendermi praticamente impossibile non inserirli: li ho amplificati e rielaborati, ma sono lì. Solo che adesso mi pongo lo scrupolo di urtare qualcuno… togliere le scene “incriminate”? Lasciarle lì come sono? Rivelano parte dei meccanismi mentali dei protagonisti, dovrei riscrivere mezzo libro, quindi… Non è semplice, di testa mi dico che non devo toccare nulla, proprio perché rielaboro e racconto qualcosa che io ho pensato e creato (la storia prende una piega del tutto diversa da quella che è la situazione reale, mi sono solo ispirata, non è una cronaca), ma…

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2016 alle 11:32 Rispondi

      Urtare qualcuno perché? Fai nomi e cognomi? Non penso.

      • ChiaraM
        9 febbraio 2016 alle 11:50 Rispondi

        cielo, certo che no! Ho depistato il depistabile… :)

  15. Saimon
    9 febbraio 2016 alle 13:57 Rispondi

    Secondo me le inibizioni citate da Chiaram sono assolutamente pertinenti. Quella di mettersi in gioco in prima persona c’è perché, soprattutto in un romanzo in prima persona, sarà facile abbinare il protagonista con l’autore per via di scelte morali, comportamenti fuori dagli schemi, che fanno pensare al lettore:”Ma è questo quello che pensa veramente?”. Il problema non c’è, almeno per me, se ti dovesse leggere un estraneo, diverso sarebbe se a leggere fosse una cerchia di amici.
    Altro punto delicato è prendere spunto da fatti personali capitati ad amici senza il loro permesso. Se nel leggere il tuo libro si riconoscono palesemente non è simpatico. Per me è una situazione un po’ delicata e bisogna andare con “l’inibizione” giusta.
    A me per esempio darebbe fastidio leggere in un libro di un amico la vicenda di un tradimento che mi riguarda o comunque,in generale, una analisi psicologica di un comportamento in cui mi sono chiaramente riconosciuto.

    • Daniele Imperi
      9 febbraio 2016 alle 14:22 Rispondi

      Nel caso sui fatti presi da conoscenze dell’autore non si tratta di inibizioni, ma solo di correttezza.

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